Vai al contenuto

Caso Garofani-Quirinale, altro che complotto: non danneggia Meloni, ma è la prova dell’accerchiamento sulla leadership di Schlein nel Pd

La destra si affanna a inseguire complotti istituzionali inesistenti. È un’occupazione quotidiana, una postura difensiva utile a compattare il fronte quando le tensioni interne bussano troppo forte. L’ultima occasione l’ha offerta la cena in cui Francesco Saverio Garofani avrebbe evocato un «provvidenziale scossone» e una «grande lista civica nazionale». Il governo ha immediatamente alzato la voce, gridando al complotto. Eppure l’unica forza politica che dovrebbe davvero interrogarsi su quella conversazione è il Partito democratico. Perché il tema non è il rapporto fra Meloni e il Quirinale: il punto riguarda Elly Schlein, la sua cerchia e la pressione crescente che circola attorno alla segreteria.

I segnali che arrivano dagli ambienti istituzionali

Garofani non è un nome qualunque. È un consigliere del Quirinale, un ex dirigente del Pd, un uomo che conosce bene la geografia del centrosinistra. Le parole pronunciate in quella cena mostrano un giudizio diffuso in certe aree: l’opposizione non appare competitiva, e il Pd guidato da Schlein non è percepito come il perno di una coalizione in grado di contendere il governo.

È una valutazione che negli ultimi mesi si è manifestata in forme diverse. I richiami di Romano Prodi sullo stato dell’alternativa, le riflessioni di Paolo Gentiloni quando osserva che «l’alternativa non c’è ancora», gli interventi degli ex ministri che descrivono il partito come «disancorato dal Paese»: ogni affermazione sembra accompagnare l’evoluzione di un clima più ampio, in cui la leadership attuale viene considerata fragile o insufficiente.

Il Quirinale, nel suo ruolo, respinge qualsiasi ipotesi di ingerenza. È un punto fermo. Ciò che rimane, però, è la distanza. Sul piano internazionale, sulla guerra in Ucraina, sulle relazioni europee, sulla postura istituzionale, le sensibilità divergono. Il Pd ha scelto un’alleanza politica con un M5S restio a condividere pienamente la linea atlantica.

Questa scelta ha alimentato perplessità in chi ritiene che un’opposizione di governo debba presentarsi in modo più prevedibile. Le parole di Garofani non escono da questo contesto: lo riflettono. E indicano la difficoltà di riconoscere nella segreteria attuale un attore all’altezza delle aspettative dei corpi intermedi e di parte dell’élite istituzionale.

Il progetto civico che si allarga mentre il Pd si restringe

La vicenda accelera un processo già iniziato: quello della costruzione di un’area tecnica e civica che possa rappresentare l’opposizione se il Pd dovesse implodere ancora. Gli incontri di Ernesto Maria Ruffini, i comitati che proliferano nelle città, le candidature amministrative che emergono fuori dal recinto del partito – come Silvia Salis a Genova – sono tasselli di un disegno in cui il Pd rischia di diventare una componente secondaria di un’offerta più ampia e più gradita ai poteri tradizionali del centrosinistra.

Anche l’attivismo di alcuni amministratori, che parlano apertamente della necessità di «andare oltre i partiti», converge nella stessa direzione: costruire la cornice in cui una futura leadership nazionale possa nascere senza passare dal Nazareno. La “lista civica nazionale” evocata nella cena diventa così un simbolo. Non è un progetto definito; è un cantiere mentale.

È l’idea che sia possibile creare una nuova piattaforma politica attorno a figure percepite come affidabili, allargando il perimetro del centrosinistra senza affidarne la guida al Pd. Chi conosce la storia recente sa che questo schema riappare ogni volta che il partito sceglie una linea non gradita ai suoi ex padri nobili. I segnali pubblici sono temperati, quelli riservati sono invece più netti.

L’accerchiamento e la solitudine di Schlein

Nel partito scorre una corrente sotterranea che lavora ai margini del confronto ufficiale. I dirigenti più vicini alle posizioni riformiste intervengono a ogni occasione per sollevare dubbi sulla linea politica. Le riunioni riservate parlano di «riequilibrare il partito», di «mettere ordine nelle alleanze», di riportare il Pd in un “campo largo” ridisegnato dai tecnici, non dai militanti. Non è una contestazione aperta: è un lavorìo persistente che affida ai giornali e ai retroscena il ruolo di far emergere l’immagine di una segreteria circondata.

Il caso Garofani, in questo senso, è un acceleratore. Non perché riveli una trama, ma perché mostra la convergenza di umori che da mesi si muovono negli stessi cerchi: ambienti istituzionali preoccupati dalla direzione presa dal Pd; riformisti che non si riconoscono nel profilo identitario scelto dagli iscritti; amministratori civici pronti a presentarsi come alternativa interna all’opposizione. L’insieme compone un quadro coerente: il Pd è tornato ad essere osservato con diffidenza da chi per anni ne ha determinato il baricentro politico.

Il risultato è un partito che appare sospeso, costretto a difendersi mentre una parte del suo stesso universo prepara un futuro che non coincide con quello della segreteria. La destra può agitare i complotti che preferisce, ma la vera faglia della politica italiana passa da qui: dalla solitudine strategica di Elly Schlein, e dai movimenti che oggi provano a riscrivere la geografia dell’opposizione senza aspettare il prossimo congresso.

L’articolo Caso Garofani-Quirinale, altro che complotto: non danneggia Meloni, ma è la prova dell’accerchiamento sulla leadership di Schlein nel Pd sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Inclusione scolastica: aumentano gli studenti con disabilità, ma diminuiscono i supporti

Nel 2023/24 gli studenti con disabilità sono 359mila, secondo il rapporto Istat diffuso il 18 marzo 2025. In un anno sono aumentati di 21mila, in cinque di oltre il 26%. La crescita non trova un sistema capace di accompagnarla: lo mostra il report «Il diritto all’inclusione per gli studenti con disabilità, una sfida ancora aperta», pubblicato da Openpolis – Con i Bambini il 18 novembre 2025. Un alunno su cinque non è autonomo nelle attività essenziali e questi studenti trascorrono 7,3 ore a settimana fuori dalla classe, che al Nord diventano 9,4 e raggiungono 13,6 ore nelle superiori. Alla scuola dell’infanzia i bambini totalmente non autonomi arrivano a 9,8 ore lontano dal gruppo. È l’indicatore più evidente del rallentamento dell’inclusione dentro una scuola che continua a proclamare la propria eccellenza.

Il sostegno continua a essere il punto fragile. Istat calcola che il 27% dei docenti assegnati non ha la specializzazione, con un picco del 38% nel Nord e un 11% di nomine in ritardo. Le ore garantite, 15,6 a settimana, non bastano a compensare il carico. A questo si aggiunge il vuoto nell’assistenza all’autonomia e alla comunicazione: oltre 15mila studenti, il 4,2% del totale, non ricevono il servizio previsto, con una quota che nel Mezzogiorno sale al 5,4%. Il 3,7%delle famiglie è costretto al ricorso. La sentenza 12/2025 del Tar Lazio ha richiamato un principio basilare: il diritto all’inclusione deve essere garantito indipendentemente dalle risorse disponibili, insieme alla Convenzione Onu ratificata con la legge 18/2009. È un richiamo che fotografa la distanza tra la norma e la quotidianità delle classi, dove i progetti individuali restano appesi all’organico assegnato.

Le diseguaglianze territoriali e la separazione che ritorna

Il sistema si muove in modo irregolare. Nel Mezzogiorno le ore di sostegno sono 17,3 a settimana contro le 13,9 del Nord, ma la continuità è più fragile e gli assistenti all’autonomia meno presenti. Al Nord la disponibilità di personale è maggiore, però gli studenti non autonomi passano più tempo fuori dall’aula, soprattutto alle superiori. La geografia dell’inclusione finisce per dipendere dal codice di avviamento postale più che dal bisogno educativo. E la conseguenza è che due studenti con la stessa diagnosi possono vivere esperienze scolastiche completamente diverse.

Le tecnologie mostrano lo stesso schema. Secondo Istat, il 75% delle scuole primarie e secondarie dichiara di avere postazioni informatiche adattate, ma nel 46% degli istituti la dotazione è assente o giudicata insufficiente, con un deficit più marcato nel Sud. Quasi una scuola su cinque le colloca solo nelle aule di sostegno, replicando una logica separativa che la normativa e la Convenzione Onu hanno inteso superare.

L’elaborazione di Openpolis individua sei province in cui la quota di scuole con postazioni adattate scende sotto il 50%, con valori minimi a Bolzano, Oristano, Sassari, Brindisi, Campobasso e Novara. L’innovazione che dovrebbe avvicinare gli studenti diventa spesso l’ennesimo strumento che li isola.

Un modello avanzato sulla carta che perde terreno nella realtà

L’Italia rivendica uno dei modelli più avanzati d’Europa, pensato per tutti. I numeri raccolti da Istat e rielaborati da Openpolis raccontano una traiettoria diversa: continuità didattica intermittente, insegnanti che cambiano a metà anno, piani individuali non applicati, famiglie costrette a difendere davanti ai giudici diritti già riconosciuti. Sullo sfondo c’è un dibattito politico che guarda alle spese più che agli esiti, mentre l’inclusione viene trattata come un costo variabile e non come un principio costituzionale.

Il contenzioso cresce, la giurisprudenza ribadisce diritti esigibili e la distanza tra modello e realtà si amplia. Bambini e ragazzi con disabilità continuano a trascorrere molte ore lontano dai compagni, in spazi separati, con strumenti digitali che dovrebbero includere e invece segnano un confine visibile ogni giorno. La fotografia dei dati 2023/24 dice che gli studenti aumentano, l’inclusione no. Ed è nelle classi che questa divergenza diventa più evidente: luoghi pensati per ridurre le distanze che oggi rischiano di moltiplicarle.

L’articolo Inclusione scolastica: aumentano gli studenti con disabilità, ma diminuiscono i supporti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Italia, pochi laureati in materie scientifiche: i dati Istat e Ue che spiegano il ritardo

L’università italiana continua a produrre pochi laureati nelle discipline scientifico-tecnologiche: i dati Eurostat elaborati da Lorenzo Ruffino mostrano che solo il 24 per cento degli studenti frequenta corsi STEM, contro il 27 per cento della media europea. È un indicatore che si innesta su un sistema già fragile: secondo Istat, nel 2022 si sono laureati in STEM soltanto 18 giovani ogni mille tra i 20 e i 29 anni, mentre l’Education and Training Monitor 2025 della Commissione europea colloca la media Ue a 23 ogni mille.

La debolezza del segmento tecnico coincide con un rallentamento strutturale: tra il 2003 e il 2023 la produttività italiana è cresciuta appena del 2,5 per cento, molto meno dei principali paesi europei.

Troppi umanisti, pochi tecnici

L’altra metà della fotografia riguarda la distribuzione interna dei percorsi. L’Italia è prima in Europa per incidenza di studenti nelle scienze sociali e umanistiche, con il 31 per cento degli iscritti. Non è un problema in sé: il nodo è l’asimmetria con la parte tecnico-scientifica, che resta minoritaria proprio mentre il mercato del lavoro richiede competenze avanzate.

Gli esiti occupazionali lo dimostrano con chiarezza. Secondo AlmaLaurea, a cinque anni dal titolo un informatico guadagna 2.220 euro netti, un ingegnere 2.177, cioè fino al 20 per cento in più della media nazionale. In un sistema coerente questo differenziale stimolerebbe nuove iscrizioni nei settori più richiesti; in Italia accade il contrario.

Nord e Sud, uomini e donne: il divario nascosto

Le statistiche territoriali aggiungono un ulteriore livello di lettura. I laureati STEM sono più presenti nel Nord, dove l’apparato produttivo è più dinamico, mentre il Mezzogiorno continua a esprimere valori più bassi e una dispersione scolastica più alta. È un circolo vizioso: meno formazione, meno occupazione qualificata, meno investimenti.

A questo si somma il divario di genere. Istat rileva che solo 14 ragazze ogni mille completano un percorso universitario STEM, contro i 21 ragazzi ogni mille. Nel settore ICT la Commissione europea registra che le donne rappresentano meno del 16 per cento delle iscrizioni, ben al di sotto della media Ue. Le conseguenze si vedono anche nella forza lavoro: la quota di scienziate e ingegnere in Italia resta tra le più basse dell’Unione.

Le imprese cercano ciò che l’università non produce

Sul piano economico, la carenza di laureati tecnici è evidente. L’Ufficio studi dei Consulenti del lavoro stima che ogni anno manchino circa 8.700 laureati nei campi scientifici, un deficit che si aggiunge ai 133.000 diplomati tecnici assenti nei percorsi professionalizzanti. Le imprese lamentano l’impossibilità di trovare figure adeguate: secondo le indagini sulle competenze digitali, il 44 per cento delle aziende fatica a reclutare profili specializzati.

Il ritardo nelle competenze pesa anche sulla trasformazione tecnologica. Istat calcola che solo il 45,8 per cento della popolazione adulta possiede competenze digitali di base, dieci punti sotto la media europea. E mentre il sistema formativo rallenta, cresce il numero dei giovani qualificati che scelgono l’estero: secondo le analisi demografiche più recenti oltre 21.000 laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il paese nel 2023.

Una strategia che manca

Da questa mappa emerge un tratto ricorrente: l’Italia continua a formare molti laureati dove l’assorbimento è debole e pochi dove sarebbe cruciale. Il risultato è uno squilibrio che attraversa università, mercato del lavoro e produttività.
Non serve ridurre gli umanisti: serve costruire un’offerta capace di sostenere la domanda reale. Finché il paese delega alle scelte individuali un problema sistemico, continuerà a rincorrere la modernizzazione senza disporre delle competenze necessarie per realizzarla.

L’articolo Italia, pochi laureati in materie scientifiche: i dati Istat e Ue che spiegano il ritardo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’ombra del 2029 dietro i venti minuti del chiarimento

Nel tardo pomeriggio di mercoledì il Quirinale ha fatto sapere di averne abbastanza. Da ore rimbalzava sui media l’accusa di «inopportunità» al consigliere Garofani, un tiro incrociato che, ricostruisce Repubblica, al Colle appariva scollegato dai fatti. La premier era salita poco prima per un chiarimento dai toni gentili, quasi contriti. Aveva lasciato intendere che il capogruppo Galeazzo Bignami, autore di quel comunicato ambiguo, forse aveva sbagliato qualche passaggio. Poi, però, la macchina di Palazzo Chigi era tornata a colpire.
Il Colle ha risposto usando l’unica linea rossa ancora attiva, quella che passa per gli uffici di Alfredo Mantovano. Un messaggio asciutto: avevamo apprezzato la richiesta di incontro, ma questa escalation dice l’opposto di una volontà di chiudere il caso. È così che la maggioranza, al calare del buio, ha inserito la retromarcia con un comunicato dei capigruppo FdI che proclamava «stima immutata» per Mattarella. Una formula che suona più come una toppa.
Il punto politico sta altrove e il manifesto lo mette a fuoco: Meloni non può permettersi uno scontro diretto con il capo dello Stato, ma la vicenda apre comunque la partita del 2029, l’orizzonte del dopo-Mattarella. Sullo sfondo restano gli strappi: le indiscrezioni sulla volontà della premier di puntare al Quirinale, le allusioni sulla riforma del premierato come “regolamento di conti”, perfino la mail anonima finita quasi integralmente sulla Verità, nucleo originario dell’attacco.
Il Colle, di fatto, registra una tregua che non rassicura. Perché venti minuti di colloquio non bastano a ricucire una frattura istituzionale. Al massimo, congelano la scena in attesa del prossimo movimento. E la politica, quando congela, in realtà prepara sempre il passo successivo.

Buon giovedì.

Foto Quirinale
ll Presidente Sergio Mattarella con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in occasione della riunione del Consiglio Supremo di Difesa

L’articolo proviene da Left.it qui

Lavoro povero, l’occupazione cresce dove paga meno: ecco la fotografia dell’Osservatorio Inps

I numeri freschi dell’Osservatorio Inps, pubblicati da Repubblica e basati sulle dichiarazioni contributive 2024, mostrano con chiarezza la struttura reale dell’occupazione che il governo Meloni presenta come un successo storico. L’aumento dei posti di lavoro c’è, ma si concentra negli stessi settori che da anni alimentano l’area del lavoro povero: alberghi, ristorazione, commercio, costruzioni. È un’Italia che cresce dove paga meno.

Salari bassi e occupazione in crescita

Secondo l’Inps, i dipendenti privati non agricoli sono 17,7 milioni, con una retribuzione media di 24.486 euro lordi l’anno, che diventano 28 mila per gli uomini e 20 mila per le donne. In testa alla classifica retributiva ci sono banche e assicurazioni (oltre 56 mila euro), l’estrazione di minerali (51 mila) e il settore energia-gas (50 mila), comparti che registrano quasi un anno pieno di lavoro. Nel fondo della graduatoria stanno alberghi e ristorazione, con appena 11.233 euro lordi e 183 giornate retribuite, seguiti dal mondo dello spettacolo (15.628), dall’istruzione privata e dai supplenti pubblici (16.451). Sono dati che Repubblica definisce «una fotografia precisa della polarizzazione salariale italiana».

La dinamica occupazionale rafforza questa immagine. Nel 2024 tre settori da soli spiegano quasi il 60 per cento dell’aumento degli occupati: alloggio e ristorazione (+100.022), commercio (+66.993) e costruzioni (+38.196). Tutti e tre stanno sotto la media nazionale degli stipendi: 11.233 euro lordi negli alberghi e ristoranti, 23.577 nel commercio, 22.106 nelle costruzioni. L’occupazione cresce quindi principalmente nei settori dove le retribuzioni sono più basse e i contratti più brevi.

Il nodo strutturale del part-time e delle donne

Il rapporto Inps registra poi un elemento centrale per leggere la stagione occupazionale: un terzo dei dipendenti (33 per cento) ha avuto almeno un rapporto part-time nel corso dell’anno. Il dato cambia radicalmente per genere: il 49 per cento delle donne ha avuto un part-time, contro il 21 per cento degli uomini. Nel part-time orizzontale le donne sono il 67 per cento; nelle forme miste superano il 70. È il cuore della diseguaglianza italiana: più contratti, meno ore, salari più bassi.

Il dato sulle fasce retributive pesa ancora di più. Sotto i 25 mila euro lordi resta il 60,1 per cento dei lavoratori; quasi la metà dei dipendenti (46,1 per cento) non supera i 20 mila euro. Anche restringendo l’analisi ai lavoratori sempre full time, la quota sotto i 20 mila resta al 27,1 per cento. È una distribuzione che non ha subito svolte negli ultimi anni: più teste contate, salari quasi immobili.

Il mito dei “nuovi occupati”

Dentro questo perimetro si inserisce la narrazione governativa. La premier Meloni rivendica un mercato del lavoro che “non si vedeva da decenni”, ma la spinta occupazionale arriva soprattutto dalle stagioni turistiche più lunghe, dall’allargamento dei servizi e dall’edilizia drogata da bonus e cantieri pubblici. L’identikit del lavoratore che entra nelle statistiche non coincide con l’idea di stabilità o crescita sociale evocata dal governo. Anzi, a leggere i dati Inps, la figura che emerge è quella del cameriere stagionale con contratti brevi, della commessa part-time e dell’operaio con giornate discontinue.

La fotografia di Repubblica è chiara: in alto pochi comparti ad altissima specializzazione; in basso una platea ampia che non raggiunge i 12-22 mila euro lordi annui. In mezzo, un ceto lavoratore compresso dal part-time, dalle discontinuità e dall’assenza di dinamiche salariali robuste.

Le cifre confermano che il “record occupazionale” rivendicato da Meloni descrive soprattutto un aumento quantitativo, non qualitativo. L’Italia continua a produrre lavoro povero strutturale. E finché la crescita si alimenterà nei settori a più bassa retribuzione, il divario tra narrazione politica e condizioni reali rimarrà visibile nelle stesse statistiche ufficiali che il governo usa per festeggiare.

L’articolo Lavoro povero, l’occupazione cresce dove paga meno: ecco la fotografia dell’Osservatorio Inps sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Una tregua di logoramento

Nelle ultime ventiquattro ore la tregua ha mostrato la frattura più pericolosa: gli attacchi arrivano anche nei corridoi umanitari e nelle aree indicate come sicure. Le ONG descrivono convogli costretti a invertire la marcia, check-point aperti e richiusi senza spiegazioni, itinerari che cambiano all’ultimo minuto. Una tregua che non permette di prevedere neanche un percorso diventa un’architettura instabile, dove ogni movimento espone a un rischio.

Secondo i dati raccolti dalle organizzazioni locali dal 10 ottobre, giorno dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, al 18 novembre, le violazioni documentate sono 393, con almeno 279 morti e più di 650 feriti. Nelle ultime ore si segnalano nuovi attacchi mentre le squadre umanitarie tentavano di raggiungere le famiglie rimaste isolate. Non è la rottura improvvisa di un accordo: è il logoramento quotidiano di una tregua che si incrina a piccoli colpi, fino a svuotare la parola “protezione”.

La Cisgiordania segue un copione diverso ma complementare. Nell’ultima settimana sono aumentate le aggressioni dei coloni, gli incendi alle proprietà palestinesi e gli arresti degli attivisti israeliani che accompagnano i contadini nella raccolta delle olive. Qui il cessate il fuoco non è mai arrivato: la marginalità del territorio nelle discussioni diplomatiche riflette una gerarchia del conflitto che si ripete da mesi.

Mentre nelle cancellerie si progettano le “fasi successive”, sul terreno l’unica fase identificabile è l’attesa. Le famiglie misurano il rischio metro dopo metro, gli operatori ripianificano ogni tragitto, e la tregua resta un confine fragile: un accordo che esiste sulle carte più di quanto riesca a esistere nella vita di chi dovrebbe protegge davvero.

L’articolo Una tregua di logoramento sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Lotta al tabagismo, Europa divisa alla Cop11. L’Italia nel blocco dei nove Paesi contrari alla linea Ue

Alla Cop11 della Fctc, in corso a Ginevra, si discutono le misure più radicali mai messe sul tavolo contro tabacco e nicotina: divieti generazionali di vendita, stop ai filtri, limitazioni sui punti vendita, restrizioni sugli aromi e fine dei sussidi alla coltivazione. È l’agenda che molti governi europei considerano necessaria per arrivare a una generazione “tobacco-free” entro il 2040.

Eppure Bruxelles è costretta al silenzio. Il Consiglio non ha trovato l’unanimità sulla posizione da portare al vertice. A bloccare la linea proposta dalla Commissione è stato un gruppo di nove Paesi – Italia, Grecia, Polonia, Romania, Bulgaria, Lituania, Cipro, Portogallo e Cechia – che ha esercitato il veto sui capitoli più avanzati: le misure “forward-looking”, il pacchetto ambientale e quello fiscale sulle e-cig.

Gli Stati contrari parlano di divieti «eccessivi», privi di analisi socio-economica e potenzialmente favorevoli al mercato illecito. Ma nelle istituzioni europee la lettura è un’altra: quei Paesi temono che un sì dell’UE a Ginevra diventi un precedente pesante quando si dovrà riscrivere la Tobacco Products Directive, fissando standard più severi anche nel mercato interno.

Il ruolo dell’Italia e la filiera protetta

Nella parte più solida del blocco si colloca l’Italia. Il motivo non è solo ideologico. È industriale, agricolo e fiscale. Da più di dieci anni i governi italiani – di ogni colore – proteggono una filiera che tiene insieme oltre 50 mila posti di lavoro tra produzione agricola, trasformazione e industria dei riscaldatori. Gli accordi pluriennali firmati con le multinazionali prevedono acquisti garantiti di tabacco italiano fino al 2027 e investimenti da centinaia di milioni nello stabilimento bolognese dei prodotti riscaldati.

È un sistema che il governo considera strategico: un settore capace di attrarre capitali, costruire export e sostenere intere aree rurali. È qui che si innesta la posizione italiana a Ginevra: la delegazione ha insistito sul rischio occupazionale e sulla necessità di evitare decisioni affrettate che anticipino la riforma europea.

Il paradosso è che proprio mentre l’Oms discute di limitare i nuovi prodotti, l’Italia si presenta come uno dei Paesi più intrecciati con la loro espansione industriale. Gli investimenti nella filiera dei riscaldatori vengono rivendicati a ogni occasione come esempio di innovazione produttiva. E nelle ultime leggi di bilancio Roma ha ripetutamente ridotto o rinviato l’aumento delle accise sui prodotti senza combustione, scelta contestata da società scientifiche e associazioni oncologiche.

Dall’altra parte del tavolo europeo, Francia, Belgio e Paesi Bassi accusano il fronte dei nove di aver ceduto alle pressioni dell’industria. Per loro il prezzo politico è altissimo: l’astensione dell’Ue proprio mentre la comunità scientifica segnala la crescita dell’uso di e-cig e riscaldatori tra i giovanissimi. Il dato sanitario resta drammatico: circa 700 mila morti l’anno nell’Unione.

Le conseguenze di un silenzio

L’astensione dell’Ue alla Cop11 non è un dettaglio procedurale. È un segnale che rischia di ridurre la credibilità del mercato unico in un trattato che per due decenni ha visto l’Europa come il motore delle misure più avanzate. E soprattutto anticipa lo scontro interno che si aprirà sulla revisione delle direttive europee: da un lato i Paesi che spingono per misure di “endgame”, dall’altro chi difende a oltranza le proprie filiere nazionali.

Per la Commissione, la conferenza di Ginevra doveva essere il termometro politico in vista del nuovo testo della Tpd. Il risultato è opposto: l’Europa arriva divisa proprio nel momento in cui cresce l’allarme per la diffusione dei nuovi prodotti alla nicotina. Il focus ora si sposta sul confronto interno, dove la posizione italiana – forte, strutturata, radicata nella filiera – è destinata a diventare l’ago della bilancia.

L’articolo Lotta al tabagismo, Europa divisa alla Cop11. L’Italia nel blocco dei nove Paesi contrari alla linea Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il Pd si divide su riarmo e aiuti all’Ucraina. I riformisti: “Ineludibile, fare presto”. In rotta di collisione con la segreteria Schlein

Nel Pd la discussione sul riarmo e l’Ucraina non è mai stata soltanto geopolitica. È diventata un confronto identitario. Da un lato c’è la linea della segreteria: sostegno a Kiev, ma dentro un quadro politico leggibile, responsabile, non appaltato ai riflessi condizionati del riarmo. Dall’altro c’è l’offensiva dei riformisti, decisa a trasformare ogni sfumatura in un’accusa. Il risultato è che, alla vigilia della presentazione del dodicesimo decreto di aiuti militari – che Guido Crosetto porterà al Copasir il 2 dicembre – il Pd discute più di sé stesso che del provvedimento.

I riformisti all’attacco: la politica estera come test ideologico

La crepa si è allargata lunedì scorso, quando il Consiglio Supremo di Difesa ha riaffermato il «pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina». La posizione del Quirinale è nota, coerente, istituzionalmente inattaccabile. Ma è stata la scia politica del giorno dopo a incendiare il partito. Lorenzo Guerini, in un’intervista al Corriere della Sera ora parla di riarmo europeo «ineludibile» e della necessità di «fare presto». Una pressione che non si limita al governo Meloni: è diretta, in modo trasparente, alla segreteria.

Il quadro politico esterno non è secondario. Sempre l’altro ieri, Francia e Ucraina hanno firmato un’intesa che prevede Rafale e sistemi Samp/T Ng. Un accordo pesante, che ha dato all’ala riformista l’occasione per rilanciare l’argomento secondo cui l’Italia rischierebbe “irrilevanza” se non accelera. Ma questo approccio trascura un dato: l’Italia non è la Francia, e il Pd non può permettersi di leggere la sicurezza europea esclusivamente attraverso la corsia militare, ignorando costi economici e ricadute sociali.

Il voto europeo che ha svelato la faglia interna

La divisione non nasce adesso. È emersa con nettezza il 28 novembre 2024, quando l’Europarlamento ha votato la risoluzione per chiedere agli Stati membri forniture di missili a lungo raggio. La delegazione dem si spaccò: Picierno, Tinagli, Gori, Gualmini favorevoli; Zingaretti, Strada, Tarquinio contrari o astenuti. Una riproposizione dello stesso schema si è vista nel voto del 9 luglio 2025 sui missili Taurus.

La destra agitò quel risultato come prova di “ambiguità”, ma in realtà fotografava uno scontro di priorità: chi voleva spingere sull’escalation operativa e chi riteneva necessario tenere insieme sicurezza e responsabilità politica. Be’, quella responsabilità è esattamente ciò che Schlein rivendica da mesi.

La segreteria non ha mai messo in discussione il sostegno all’Ucraina. Lo ha fatto nei voti – tutti favorevoli ai decreti di proroga del 2022, 2023 e 2024 – e nelle parole. Il Pd, nel gennaio 2024, ha ribadito che l’aiuto a Kiev è doveroso, ma che il governo non può pretendere un «mandato in bianco». È una posizione di equilibrio, non di rinuncia: riconosce l’aggressione russa, ma rifiuta l’idea che la politica estera sia una gara a chi pronuncia più velocemente la parola “armi”.

Il nodo politico: chi decide la postura del Pd

È su questo terreno che la tensione politica sale. Nel Pd convivono due modelli di lettura della realtà: uno che considera la complessità un dovere politico, l’altro che la ritiene un ostacolo. La corrente riformista – strutturata ufficialmente all’assemblea “Crescere” del 24 ottobre a Milano – tratta ogni cautela come una colpa, ogni analisi come un cedimento, ogni dubbio come una resa culturale. È una dinamica che finisce per allineare il Pd al racconto della destra, che accusa chiunque non corra verso il riarmo di essere “tiepido” o “confuso”.

Il voto del 2 dicembre sul decreto-armi farà emergere la linea definitiva. Non sul merito – lì i dem saranno compatti – ma sul metodo. Se il Pd accetta la cornice dei riformisti, la prudenza diventa sospetto. Se invece ribadisce la propria autonomia, allora la politica estera torna ad essere ciò che deve: una scelta ponderata, non un’adesione acritica allo storytelling dell’emergenza.

Il punto è tutto qui. Schlein sostiene l’Ucraina, ma non rinuncia a leggere la guerra dentro l’Europa che c’è, non dentro quella che alcuni vorrebbero raccontare. Ed è in questa distanza – non sugli aiuti, ma sul come si decide – che oggi si gioca la vera frattura del Pd.

L’articolo Il Pd si divide su riarmo e aiuti all’Ucraina. I riformisti: “Ineludibile, fare presto”. In rotta di collisione con la segreteria Schlein sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’ombra sul Quirinale? È la maggioranza che la proietta

Ora il punto è diventato il Colle. Chili di articoli e di pensosi editoriali stamattina si affastellano sulla stampa nazionale: Giorgia Meloni e il suo partito hanno deciso di denunciare «strani movimenti» dalle parti del Quirinale. Si legge in giro di «sensazioni»: «c’è gente che parla troppo, quando il dovere di chi ricopre cariche tanto importanti, come in questo caso la consulenza sulla difesa, non sarebbe quello di fare strategie o di brigare contro il governo…», si legge stamattina sul Corriere della sera. 

Nel mirino c’è il consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani, colpevole di avere un passato da parlamentare del Partito Democratico. La presidente del Consiglio non parla, accenna. A confezionare la miccia ci ha pensato il direttore de La Verità Maurizio Belpietro e poi il capogruppo Galeazzo Bignami. La tesi? Al Quirinale si starebbe apparecchiando un “golpe” morbido per sfilare il prossimo presidente della Repubblica al centrodestra. La prova regina sarebbe una conversazione di Garofani, tra amici, in cui più o meno dice: il centrodestra vincerà le prossime elezioni e il Partito democratico dovrebbe essere più incisivo. È l’analisi che si ritrova ogni mattina in ogni bar ma per i meloniani sarebbe la pistola fumante.

Non essere fan della premier è sospetto, avere idee politiche è pericoloso: i tempi sono questi. Aspettiamo un nuovo report dal ministro Crosetto in cui ci spiegheranno che anche le chiacchiere tra amici sono parte della “guerra ibrida” contro la patria.

Intanto un risultato è già raggiunto: della manovra che sa di tagli e di guerra, del Ponte sullo Stretto con le fondamenta molli, delle baruffe nella maggioranza sull’Ucraina, della benzina che sale, degli operai che muoiono e se non muoiono si prendono le botte, delle carezze al genocidio a bassa intensità, delle mancette per spingere i voti nelle regioni, della guerra ai giornalisti, della scuola schiacciata dalla propaganda, del cinema in mutande e di tutto il resto anche per oggi non se ne parla. 

Missione riuscita. Eccolo, il golpe morbido. 

Buon mercoledì. 

L’articolo proviene da Left.it qui

Sostegno all’Ucraina, la sfida di Salvini a Meloni spacca il centrodestra e agita Fratelli d’Italia

La coalizione di governo è divisa sul sostegno all’Ucraina: le ultime quarantotto ore hanno reso visibile ciò che a Palazzo Chigi circolava da settimane nelle conversazioni riservate. La svolta arriva negli ultimi giorni, quando Matteo Salvini costruisce un nuovo lessico politico per smontare la linea filo-atlantica di Giorgia Meloni. Il vicepremier introduce l’idea della «triangolazione»: soldi italiani che passerebbero da Bruxelles a Kiev per tornare, sotto forma di contratti miliardari, alle industrie francesi dopo l’accordo Macron-Zelensky sui Rafale e sui sistemi Samp-T.

Il riferimento al «pensionato italiano» diventato finanziatore involontario dell’industria d’Oltralpe è il cuore della nuova offensiva: un messaggio calibrato per intercettare la frustrazione fiscale e industriale del Nord produttivo. A sostegno, arrivano parole identiche da Stefano Ruvolo di Confimprenditori e dallo stesso generale Roberto Vannacci. L’immagine dei «gabinetti d’oro dell’élite ucraina» diventa un totem narrativo intorno al quale la Lega tenta di ricompattare l’elettorato più ostile alla guerra.

L’asse Meloni-Crosetto e il controllo del danno

La reazione istituzionale è immediata. Il Consiglio Supremo di Difesa (Csd) del 18 novembre, presieduto da Sergio Mattarella, ribadisce il «pieno sostegno all’Ucraina» e richiama l’Europa alla necessità di adeguarsi ai nuovi scenari della guerra ibrida. È un messaggio rivolto direttamente alla Lega, che però rilancia. Salvini sostiene che il Csd riguardi «gli aiuti già decisi» e chiede «chiarezza sul futuro»: una formula studiata per salvaguardare la forma istituzionale e al tempo stesso svuotare l’impegno politico dei prossimi mesi.

Parallelamente, Guido Crosetto diffonde un non-paper destinato a blindare la posizione italiana. Il documento individua Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come attori di una «campagna ibrida» che punta a destabilizzare l’Occidente con disinformazione, cyberattacchi e pressione migratoria. Un quadro che giustifica – secondo il ministro – la continuità degli aiuti militari a Kiev come misura di autodifesa preventiva. È una costruzione strategica che punta a riportare il dossier su un terreno tecnico, sottraendolo alla retorica populista. Ma la frattura resta.

La spinta radicale e il rischio parlamentare

Se Salvini lavora sull’opinione pubblica, l’ala radicale della Lega entra direttamente nel campo di battaglia parlamentare. Claudio Borghi, in un’intervista a Radio Cusano Campus, annuncia che il partito potrebbe non votare i prossimi pacchetti di aiuti, evocando il «modello Austria» e una neutralità possibile anche per l’Italia. È una presa di posizione che taglia trasversalmente la linea del governo: non più una critica tattica, ma l’idea che Roma possa smarcarsi dalla postura comune europea.

Il richiamo alla corruzione in Ucraina completa il quadro. Le inchieste del Nabu sugli appalti energetici e le pressioni interne al cerchio ristretto di Zelensky diventano munizioni politiche. Salvini sostiene che «una parte dei fondi finisce in corruzione», mentre il Cremlino amplifica il messaggio. Le opposizioni se ne accorgono: Lorenzo Guerini parla di una «lesione dell’affidabilità internazionale dell’Italia», Francesco Boccia accusa la Lega di «ammiccare a Mosca», Davide Faraone definisce Salvini un «avvoltoio».

Nella maggioranza, invece, Forza Italia corre in soccorso di Meloni. Raffaele Nevi avverte che fermare gli aiuti «significa vanificare gli sforzi fatti finora». FdI prova a minimizzare, legando tutto alla campagna elettorale ormai in pieno svolgimento.

Lo scenario che attende la coalizione

A dicembre il governo dovrà rinnovare il decreto per l’invio di armi. È il punto di massima esposizione politica: la Lega difficilmente voterà contro per non assumersi la responsabilità di una crisi, ma potrebbe astenersi o pretendere modifiche che limitino la natura dei sistemi da inviare.

Sul fondo c’è una variabile esterna che pesa: l’attivismo dell’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, atteso in Turchia mentre Zelensky tenta di riaprire un canale negoziale. Se negli Stati Uniti dovesse prevalere una linea più dialogante, la posizione leghista si presenterebbe non come devianza, ma come anticipo di un nuovo paradigma occidentale. È la prospettiva che preoccupa di più Giorgia Meloni.

L’articolo Sostegno all’Ucraina, la sfida di Salvini a Meloni spacca il centrodestra e agita Fratelli d’Italia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui