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Quel neo che è Alfano (e il suo partito)

“…no, loro lo fanno, però devono passare i 4 anni, perché sennò non ci posso tornare, no? Io se potevo rimanere lì me ne fottevo di venire a fare il deputato a perdere tempo qua….che c. me ne sfottevo….stavo tanto bene là, il potere là è immenso, là è potere pieno, non so se rendo l’idea…ci sono interessi….sono legati grossi interessi…grossi interessi non avete proprio idea…“.

Queste sono le parole di Antonio Marotta. Antonio Marotta ha 69 anni, è un avvocato e sta in quel partito che è una crosta e si chiama NCD. Antonio Marotta però non è semplicemente un parlamentare. Figurarsi. In questo Paese degli illustri sconosciuti come lui finiscono addirittura al CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. L’orfano, per intendersi, che nella storia d’Italia ha messo i bastoni tra le ruote a Falcone, Caselli e oggi a Di Matteo. Gente che dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto e invece troppo spesso è al di sotto di qualsiasi livello di potabilità. Ma funziona così, qui da noi: la politica occupa posizioni dirigenziali affidandole troppo spesso ai più bravi servi. Mica ai più bravi.

In tutto questo Angelino Alfano, che per questo assurdo gioco di equilibrismi che se ne fottono della meritocrazia si trova a brigare da Ministro dell’Interno, dichiara, da Ministro del’Interno di essere “sicuro che si farà chiarezza”. Angelino Alfano, tra l’altro, è anche il segretario di partito di Roberto Formigoni (sì, quel Formigoni, lì, che ora è senatore ed è uno dei maggiorenti del partito, per dire) nonché il più longevo segretario del partito fondato da Marcello Dell’Utri, dopo Berlusconi ovviamente.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Pace è l’unica parola che può toglierci dai guai.

Da leggere Igiaba Scego, fino in fondo:

«Ma qui in occidente ogni musulmano è potenzialmente colpevole, ogni musulmano è considerato una quinta colonna pronta a radicalizzarsi. Il fatto non solo mi offende, ma mi riempie anche di stupore. Sono meravigliata di quanto poco si conosca il mondo islamico in Italia. L’islam è una religione che conta più di un miliardo di fedeli. Abbraccia continenti, paesi, usanze diverse. Ci sono anche approcci alla religione diversi. Ci sono laici, ortodossi, praticanti rigorosi, praticanti tiepidi e ci sono persino atei di cultura islamica. È un mondo variegato che parla molte lingue, che vive molti mondi. Andrebbe coniugato al plurale.

Il mondo islamico non esiste. È un’astrazione. Esistono più mondi islamici che condividono pratiche e rituali comuni, ma che sul resto possono avere forti divergenze di opinioni e di metodi. E poi, essendo una religione senza clero, per forza di cose non può avere una voce sola. Non c’è un papa musulmano o un patriarca musulmano. L’organizzazione e il rapporto con il Supremo non è mediato. Inoltre, bisogna ricordare che i musulmani (o più correttamente, le persone di cultura musulmana) sono le prime vittime di questi attentati terroristici. È chiaro che la maggior parte della gente, di qualsiasi credo, è contro la violenza. A maggior ragione chi proviene da paesi islamici dove questa furia brutale può colpire zii, nipoti, fratelli, sposi, figli.

“Not in my name”, lo abbiamo gridato e scritto molte volte. Ci siamo distanziati. Lo abbiamo urlato fino a sgolarci. Lo abbiamo fatto dopo il massacro nella redazione di Charlie Hebdo, dopo la strage al Bataclan di Parigi o quella nell’università di Garissa in Kenya. Lo facciamo a ogni attentato a Baghdad, a Damasco, a Istanbul, a Mogadiscio. E naturalmente abbiamo fatto sentire la nostra voce dopo Dhaka. Ma ora dobbiamo entrare tutti – musulmani, cristiani, ebrei, atei, induisti, buddisti, tutti – in un’altra fase. Dobbiamo chiedere ai nostri governi di schierarsi contro le ambiguità del tempo presente.

Il nodo è geopolitico, non religioso. Un nodo aggrovigliato che va dalla Siria al Libano, dall’Arabia Saudita allo Yemen, passando per l’Iraq e l’Iran fino ad arrivare in Bangladesh e in India. Un nodo fatto di vendite di armi, traffici illeciti, interessi economici, finanziamenti poco chiari. E se proprio dobbiamo schierarci, allora facciamolo tutti per la pace. Serve pace nel mondo, pace in Siria, in Somalia, in Afghanistan e non solo. Serve un nuovo impegno per la pace, una parola che per troppo tempo non abbiamo usato, anzi che abbiamo snobbato come utopica. Serve un nuovo movimento pacifista. Servono politiche per la pace. Serve la parola pace coniugata in tutti i suoi aspetti.

Pace è l’unica parola che può toglierci dai guai. L’unica che può farci uscire da questa cappa di sospetto e di paura.»

(fonte)

Destrorso e vigliacco

Basta poco per svelare il populismo becero di questa destra che infesta l’Europa: metterla di fronte alle proprie responsabilità. Perché Nigel Farage che si dimette da leader dell’Ukip dopo la Brexit è la dimostrazione più evidente di un odio innescato da promesse che non sono mantenibili. E così ora Farage (ispiratore dei nostri peggiori salvinismi) decide di dimettersi perché vuole “riprendersi la sua vita“. E ovviamente non si dimette mica dal Parlamento Europeo (che lui stesso vorrebbe chiudere).

Forse il modo migliore, davvero, sarebbe mettere Salvini al Ministero per l’Immigrazione. Per vedere quanto poco ci metterebbe a sbriciolarsi anche lui.

Ops, il Friuli scopre la ‘ndrangheta

Non che non si sapesse, per carità. Figurarsi se in giro c’è ancora qualcuno che pensa esistano territori incontaminati dalla ‘ndrnagheta e figurarsi se il ricco Friuli, da Trieste in giù, non potesse essere un piatto troppo ricco per diventare boccone tra i denti della criminalità organizzata. Però la notizia arriva con tutta una sua drammaturgia degna di un film e allora forse vale la pena raccontarla.

Già durante l’inaugurazione dell’anno industriale il presidente vicario della Corte d’Appello di Trieste Alberto Da Rin aveva dichiarato senza troppo riverenze che l’azienda ‘IT Costruzioni Generali’, che guarda caso si occupa di edilizia e movimentazione terra, era in odore di mafia. Bei tipi quelli della Direzione Investigativa Antimafia di Trieste, tutti lavoro e senza remore, con la schiettezza di chi sa di prendere molto sul serio il proprio lavoro. La IT Costruzioni risulta essere di Martino e Antonio Iona (oltre che di Teresa Antonella): Iona è un cognome conosciuto da quelle parti, gente che riesce ad entrare negli appalti che contano.

Il “capo” è Giuseppe “Pino” Iona, 51 anni, attivo dalle parti di Monfalcone. Iona ha ricevuto un avviso di garanzia e un invito a comparire alla DIA e quando si è seduto di fronte ai magistrati (il capo della Direzione distrettuale antimafia, Carlo Mastelloni e il sostituto procuratore Federico Frezza) ha avuto la bella sorpresa di trovarsi di fronte a un pentito che lui ben conosce. Una carrambata, se ci fossero state le telecamere. Secondo il collaboratore di giustizia Iona sarebbe dedito al commercio illegale di armi e stupefacenti con i Paesi dell’Est e risulterebbe a capo di un’organizzazione mafiosa in tutto e per tutto assimilabile a una ‘ndrina. Uomo di peso, Pino: tra il 2007 e il 2011 secondo la Procura riusciva a muovere anche un chilo di cocaina a settimana.

(Il mio buongiorno per Left continua qui)

Aratakblog recensisce ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(Fonte)

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo quando è venuto nel mio paese poco prima delle scorse elezioni comunali. Mi ha colpito e affascinato non poco, tanto che da allora lo seguo con assiduità e impegno.
Impegno in ciò in cui entrambi crediamo, nella giustizia, nell’impegno personale delle persone, nella legalità. E’ anche grazie al suo incontro che ho deciso di darmi da fare entrando nell’associazione Libera.

Parlando del libro- TRAMA

Il libro si svolge a Mondragone, un paesino in provincia di Caserta in Campania. Possiamo dire che sia una saga familiare che segue le vicende di Michele Landa (vi sembra di conoscere già il nome? Vi accennerò dopo le conclusioni qualcosa – rivelazioni importanti) e della sua famiglia. Rimasto orfano vive dapprima col nonno per poi, finita la scuola, dedicarsi a diversi lavori quel tanto che basta per riuscire a vivere e a sposarsi con la donna che ama, nonostante le difficoltà iniziali.

“Michele adesso è lì. Rosalba Ida ha una provincia intera negli occhi, con strade e ferrovie. Lui raccoglie tutto il coraggio in giro per il mondo e lo impasta in una parola sola, una parola con tutto Michele dentro. La guarda, seduta, e chiede: <<Posso?>>.
<<No.>>
“La messa è finita. Andate in pace” pensa, e intanto ride come uno scemo.”
…
“Quando Rosalba sorride è rovinosamente bella e a Michele non resta che arrendersi. Sono stati due anni di sorrisi che hanno piallato tutte le difficoltà incrociate, questi di Rosalba e Michele, due anni di sorrisi che in fondo erano uno stringersi di denti per convincere i genitori di lei che il loro matrimonio è fatto sul serio con la responsabilità di due adulti che pretendono in fretta di diventare una famiglia. Avevano dovuto superare i saluti dei suoi genitori che diventavano subito interrogatori, le domande che sembravano per caso e invece ogni volta erano una verifica e gli sguardi quasi di compassione. Ma hanno superato tutto, tutti i dubbi nonostante tutto. Ci sono persone che si sanno amare solo così: promettendosi di non doversi mai chiedere scusa, scendendo per mano nelle scale più buie e rivendicando il diritto di essere felici, insieme. Questo matrimonio è troppo felice per essere duraturo, dicevano in molti, e lo dicevano anche i genitori così preoccupati dalla troppa felicità degli altri, mica per invidia ma per terrore di leggere il proprio fallimento. Il mondo è pieno di persone che trovano ristoro nella media che arrotonda i propri risultati.”

Michele è un gran lavoratore ma si trova davanti a scelte importanti, fin dall’inizio della sua vita, quando da ragazzo si trova un morto ammazzato sull’uscio di casa e racconta a dei carabinieri apatici, ciò che sa, mentre tutto il resto della via pratica l’omertà del silenzio.

“Mondragone era un luogo vivibile da estranei: ogni tanto l’omertà cerca i travestimenti più fantasiosi per non venire allo scoperto.” O, ancora, quando il nonno gli dice: “<<Di non cercarti guai. Che non guardare e non sentire è il modo più maturo e responsabile per difendere la tua famiglia e i figli che vorrai. Michele, la vita non è una guerra sempre, ogni tanto dovresti pensare anche all’intelligenza di ritirarti>>”

E tutti, da suo nonno ai vicini, gli consigliano di praticarlo e di scegliere da che parte stare.
Scelta di cui si pente quando:

“Massimiliano è morto sparato. E non l’avrebbe detto nessuno che quell’enorme bambino potesse finire morto ammazzato, lui sempre così spaventato di tutto e così perfezionato nel trovare il bello e il buono anche in un gorgo.
Massimiliano è morto a pistolettate di mercoledì, trovato a faccia in giù con la bocca piena di sabbia e la lingua appoggiata di lato a sinistra, come un apostrofo prima della testa. …
Lo sapevano tutti, a Mondragone, chi l’aveva uscio. Tutti. Oggi lo sanno anche i bicchieri, i muri, i semafori agli incroci, i sedili della corriera, che Massimiliano l’ha ammazzato Tore dei Torre per la discussione avuta la domenica precedente in piazza. Lo sanno anche i carabinieri che non vogliono saperlo, i testimoni che hanno tutti un buon motivo per non testimoniare, …” Massimiliano, il migliore amico di Michele, è stato ucciso perché aveva discusso con delle persone mafiose. Tutti lo sanno ma nessuno parla e Michele tutti li accusa tra sé e anche col mondo, un mondo però colluso, che non vuole ascoltare. E si pente di tutto quello che non ha visto o ha fatto finta di non vedere: “<<Vorrei provare a dire le cose che non ho mai detto per difendere la mamma e voi. Vorrei rifiutare le prossime cene con Giulio e gli altri mostrando che non sono d’accordo. Vorrei stare ai campi e spiegare ai miei nipoti che Massimiliano, l’amico del nonno, è morto anche perché diceva cose che tutti vedevano ma tenevano nascoste, e allora l’hanno preso per matto. Se vuoi uccidere qualcuno lo fai passare per matto e sei già a metà dell’opera. E mentre noi stavamo zitti lui era sempre più matto, sempre più scemo. Io vorrei che i miei nipoti e voi imparaste che le idee si sostengono anche in pubblico.>>”

Una vita passata a lottare, a trovare il proprio posto nel mondo e finita con rimpianti e volontà di fare che si sono perse nel nulla.
Un finale che ti lascia dell’amaro in bocca e che a me ha fatto piangere lacrime amare di tristezza e solitudine.
Ambientazione:
Mondragone nel libro è descritto come un paesino impaurito, da tutto e da tutti, soprattutto dalla famiglia dei Torre nel libro, famiglia mafiosa con facoltà di vita e di morte su tutto e tutti.
Morte per ovvi motivi ma vita per più d’una ragione. Proprietari di molti stabilimenti industriali della zona possono dare lavoro, o toglierlo, a chi vogliono. Poi

“Sopra l’entrata della palestra c’è scritto: OMAGGIO DELLA FAMIGLIA TORRE ALLA CITTA’ DI MONDRAGONE. LA CITTADINANZA RINGRAZIA. Quest’abitudine di finanziare il restauro di chiese e scuole è vissuta con leggerezza, se non con gratitudine reale, da molti cittadini.”

Il sistema mafia che si ingrazia poteri e comunità con regali e concessioni per cui, come dice il nonno di Michele:

“<<Michele, tu sei un ragazzo intelligente e bravo, e ci hai preso tutto il cuore di tua madre e la scorza di tua nonna, ma questa nostra terra non è un allevamento di animi nobili o di cavalieri. Questa è la terra dei ladri che non vedi mai rubare, degli assassini che ci mangi allo stesso tavolo in osteria e dei diavoli che ognuno ha in corpo. E qui, da noi, qui il diabolo si sente più libero di passeggiare. Questa è una terra che va abitata in punta di piedi, Michele, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili, Michele, in-vi-si-bi-li.>>”

Per fortuna esistono persone che, in queste stesse terre, combattono e parlano. Sempre troppo poche ma bisogna ricordarsi di loro ora, quando sono vivi, e non solo da morti come uno dei nomi letti nella giornata della memoria delle vittime della mafia.
Personaggi

Il personaggio principale è Michele, con i suoi pregi, i suoi difetti e tutte le cose che si pente di non aver fatto. E’ una persona vera, reale in cui possiamo facilmente immedesimarci quando opera nel giusto sia nello sbagliato. E dobbiamo imparare.
Rosalba, la Silenziosa, la donna con cui Michele è sposato. La colonna portante della famiglia, il legante che ha tenuto le varie anime dei figli legate nonostante divergenze e possibili screzi. Una donna forte ma al contempo fragile.
Infine ci sono i figli di Michele, descritti bene con i loro affanni e i loro lavori. Andrea, il maggiore, che lavora per la ditta di sorveglianza come il padre, ha il carattere ribelle e riottoso che aveva da giovane Michele, la sua voglia di denuncia non si ferma davanti a nulla e per questo si scontra più volte col padre.
Giovanni, il figlio responsabile che lavora all’estero e così facendo mantiene la propria famiglia.
Angela la figlia che ha ereditato tanto da Rosalba ma che riesce soprattutto ad essere di ispirazione per altri, sua figlia, Michela, è una bambina bellissima e resa perfettamente.
Antonio è il minore, il figlio un poco più scapestrato, con lavori saltuari e irregolari.
La famiglia descritta nei punti oscuri e non, ti fa venire voglia di conoscerla, di andare a stringere loro la mano e presentarti a loro come un amico, una persona come loro.
Stile

Lo stile è semplice, mai arzigogolato, narrato con punto di vista esterno ma con tempo presente perché le vicende di Michele sono quelle di tutti. Michele è uno di noi. Michele siamo noi.
Conclusione

Un libro sulla mafia nonostante tutto, sulle sue vittime e sull’impegno che dovrebbe esserci da parte di ciascuno di noi per far sì che il nostro paese sia sempre più a favore della legge e sempre meno in mano a quella “montagna di merda” (da I cento passi).
Un libro che nonostante tratti di temi così seri e pesanti lo fa in tono leggero, come raccontandoti una storia.
Un libro che consiglio, soprattutto a chi vuole saperne di più sulla legalità e sulle diverse facce che dovrebbe avere l’antimafia.
Un libro con un finale ambiguo che mi ha lasciato perplesso fino a che non ho fatto qualche ricerca.

(‘mio padre in una scatola da scarpe‘ puoi comprarlo anche qui nella nostra piccola bottega)

La notte

“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai”.

(Elie Wiesel, La notte, La Giuntina editore, lo potete comprare qui)

«La Costituzione della Boschi? Illeggibile, sembra il bugiardino di un farmaco»

(Un’intervista a Paolo Prodi, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, che potete comprare qui)

Partiamo da Dossetti, perché è di lui che si occupa l’ ultimo libro di Paolo Prodi (Giuseppe Dossetti e le Officine bolognesi, Il Mulino). “Comincio dal periodo immediatamente successivo all’ approvazione della Costituzione, quando io studiavo alla Cattolica e il mio professore di Diritto costituzionale era Antonio Amorth, uno degli autori della nostra Carta”, spiega Prodi. “La Costituzione, attraverso la Commissione dei 75 ha degli autori e, com’ è noto, il testo fu perfino rivisto da linguisti e letterati, perché fosse efficace: la preoccupazione era che fosse comprensibile e armonico tra le sue varie parti”.

E Dossetti?
Fu un protagonista di quella fase: come Aldo Moro era un giurista e dunque particolarmente preparato al compito.
La sua attenzione alla Carta ebbe una nuova spinta all’ inizio degli anni 90, con la nascita dei Comitati Dossetti per la Costituzione. Allora parlai a lungo con lui: considerava la Carta certamente il patto tra tutti gli italiani, ma anche un patto per garantire l’ equilibrio. Nel ’46 – per evitare i pericoli di una guerra fredda, possibile in Italia perché eravamo sul confine tra i due mondi – bisognava approntare tutte le misure necessarie perché non ci fosse una prevalenza di una parte sull’ altra. È qui che nasce il bicameralismo perfetto.

Qualche settimana fa Pierluigi Castagnetti ha detto: “Basta tirare per la giacca don Dossetti: è sempre stato contrario al bicameralismo paritario”.
Stavo per dirlo: Dossetti ha dovuto digerire, all’epoca, il bicameralismo. Era contrario, ma lo riteneva politicamente essenziale. Una medicina amara, ma fondamentale per garantire quell’equilibrio di cui parlavamo.

Veniamo all’ oggi. Cosa pensa di questa riforma?
Davanti alla Costituzione bisogna levarsi il cappello. La Carta è di tutti e non si cambia a colpi di maggioranza, specie se è una maggioranza come questa che si tiene in piedi a malapena. Ma prima ancora bisogna dire che questa nuova Costituzione è assolutamente incomprensibile, illeggibile. Sembra il bugiardino di un farmaco.

I sostenitori della legge di revisione dicono che non si tratta di estetica, ma di funzionamento delle istituzioni. La parola magica è “governabilità”.
Sento spesso parlare con disprezzo dei numerosi governi che si sono succeduti, specialmente nella Prima Repubblica. Quei governi però navigavano in acque tranquille, sia internamente che a livello internazionale. Certo calibravano, con o senza manuale Cencelli, i pesi delle correnti e delle varie personalità dentro ai partiti. Ma allora c’ era una stabilità che di questi tempi ci sogniamo: a mancare non è oggi la stabilità dei governi, ma i partiti che sono evaporati. Un problema che non si risolve con mezzucci tipo i capilista bloccati dell’ Italicum. Piuttosto bisognerebbe applicare l’ articolo 49 della Carta che dava ai partiti rilievo costituzionale. Nel ’58 Sturzo presentò in Parlamento un progetto di legge proprio sull’ attuazione dell’ articolo 49: ecco, oggi potremmo prenderlo e avremmo ben poco da aggiungere. La responsabilità politica non esiste più e si pensa di rimediare con il rafforzamento dell’ esecutivo!

Il presidente del Consiglio ha legato il suo destino al felice esito della riforma.
Tutto parte dall’ equivoco del doppio ruolo di premier e segretario del partito. Nella Dc uno statista come Alcide De Gasperi sapeva benissimo che se voleva vincere doveva permettere che il partito avesse una sua vita interna, dove lui come presidente del Consiglio non interveniva.
Quanto a Renzi, puntando sulla vittoria come vincolo per la sua permanenza al governo si è preso un bel rischio.

Quel che sta accadendo dopo il referendum sulla Brexit lo dimostra.
La riforma è molto disomogenea: voteremo su tantissime materie.
Da un punto di vista giuridico e razionale io sarei per lo spacchettamento, anche se so che è improponibile. Sottoporre al giudizio dei cittadini materie così diverse è un errore enorme.
Questa riforma è stata approvata con scorciatoie di ogni sorta: ghigliottine, canguri, sostituzione dei membri della commissione Affari costituzionali, sedute fiume. Lo spirito dell’ articolo 138 è tutt’ altro: una saggia ponderazione.
La forma non è stata violata, ma il metodo è profondamente sbagliato: certo i costituenti non pensavano a questo quando hanno scritto l’articolo 138. Tutta la riforma è un bitorzolo che cresce sulla nostra Costituzione. Non posso riconoscere valore costituzionale a un testo nato sotto spinte umorali e illogiche. Dicono che si migliorerà con il tempo: io studio la storia da mezzo secolo e non ho mai visto migliorare un sistema politico con questi percorsi. Il problema della democrazia è far coincidere la rappresentanza degli interessi con il tessuto sociale. Qui non si vede nulla di tutto questo.

(di Silvia Truzzi, da Il Fatto Quotidiano,  30 Giugno 2016)

Il nostro dio è un portafoglio senz’anima.

Diego Cugia è uno scrittore. Dicono. Ma non solo. È uno di quelli che riesce a fare bene più di un lavoro e per questo, come tutte le cose complesse, in questi tempi banali viene difficile raccontare. Comunque Diego Cugia ha anche una gran bella penna. E solo dio sa quanto servano parole pulite e sorprendenti nei periodi amari. Tra l’altro io e Diego saremo insieme a Reggio Calabria il prossimo 9 luglio (l’evento è qui). E tra le cose che ha scritto vale la pena leggersi un suo post di qualche giorno fa:

«Da Donald Trump all’Isis ormai si urla come allo stadio e ci si scanna come al mattatoio. In Italia anche le cose, quando le sfiori, gridano. Se le stelle si comportassero come facciamo noi col prossimo, l’universo ci cadrebbe all’istante sulla testa. Il bene ci scoccia, le porcherie c’inebriano. La Boschi che non ha dato la mano alla Raggi ha fatto più clamore sui giornali e alla tv dell’arresto del boss della ‘ndrangheta, il secondo latitante più ricercato d’Europa. (Ma forse ci siamo distratti perché stavamo guardando Gomorra). Il virtuale ci sta scimunendo. Votiamo non più per il nostro bene ma per mandare gli altri all’inferno. Quando sono gli altri a farlo come gli inglesi (così inglesi da non aver capito neanche dove fosse l’Europa e il giorno dopo tutti a cercarla su Google) reagiamo da mariti cornuti: «Vattene via di casa, subito!» E il cancelliere Osborne, poco fa, come se l’Inghilterra fosse nostra moglie: «Non c’è fretta. Uscirò quando sarò pronta!» L’anima del mondo è in grave pericolo.
Immaginatevi se oggi, a Italia-Spagna, tutti i calciatori si mettessero a giocare a tennis. Perché non proviamo lo stesso stupore per come sta girando irresponsabilmente la nostra vita? Giriamo per strada come bambini sonnambuli col coltello da cucina in mano. Siamo feroci perché non possiamo più spendere come una volta. Ci hanno fregati, quest’è vero, ma ora? La mediocrazia degli irresponsabili ci governa, il nostro dio è un portafoglio senz’anima. Noi, anime senza portafoglio che si sbranano per riaverlo. Abbiamo raggiunto il pianterreno dell’inferno.»

(continua qui, il suo ultimo libro lo potete comprare qui)

Il distratto Delrio e quei costi TAV

Quello che volevo scrivere l’ha detto Pippo Civati:

«Delrio ha annunciato una ‘revisione’ della Tav che porterebbe a un risparmio per le casse dello Stato di 2,6 miliardi di euro, con la linea che invece di ‘impattare’ come previsto all’inizio con interventi su nuovi binari e gallerie, utilizzerebbe la vecchia tratta. Il Ministro però dimentica di chiarire alcuni punti, che hanno invece evidenziato i comitati dei cittadini No Tav: la linea si sta rivelando un’opera faraonica e inutile con costi che continuano a lievitare a fronte di vantaggi per le persone molto bassi. Il Governo omette che il risparmio inciderebbe solo su alcune voci dei costi, mentre i tempi della realizzazione si allungano. Gli interventi sul tunnel geognostico (quelli più costosi) restano invariati: Italia e Francia stanno di fatto capendo che per realizzare l’opera (a fronte di fondi che cominciano a mancare) bisognerà procedere per ‘pezzi’, facendo slittare la data dell’inaugurazione oltre il 2050. L’utilizzo della ferrovia esistente è una toppa transitoria che dovrebbe arrivare fino al 2030. Successivamente si procederebbe a costruire la Torino-Lione così come prevista nel progetto originario (ammesso che i fondi vengano reperiti). Per poter essere utilizzata nella cosiddetta fase 1, la linea storica avrà bisogno, nei prossimi 15 anni, di interventi per l’adeguamento che di fatto azzererebbero il risparmio sbandierato dal Governo. Quindi di cosa stiamo parlando? Ennesimo fumo negli occhi di un Governo evidentemente in affanno che si aggrappa a qualsiasi cosa”»

«È la rivolta del popolo contro le élite»

Un pezzo di Luigi Vicinanza, direttore de L’Espresso:

Ci stiamo avventurando in terre incognite. Elezione dopo elezione. Lo choc provocato dal referendum britannico legittima con il voto popolare quella che possiamo definire la caduta dell’egemonia culturale delle classi dirigenti europee, così come si sono affermate dalla Seconda guerra mondiale in poi. “La fine delle élite”, è la sintesi contenuta nel titolo di copertina di questa settimana.

L’Europa si dissolve nelle urne. Con il voto democratico, cioè con lo strumento più popolare e al tempo stesso sofisticato che tre secoli di cultura politica ci hanno tramandato. Paradosso della Storia: lì dove un faticoso e travagliato percorso ebbe inizio, con le rivoluzioni borghesi inglese e francese del XVII e XVIII secolo, proprio lì sembra interrompersi il patto costituente tra rappresentanza politica e rappresentati.

«È la rivolta del popolo contro le élite», così Marine Le Pen raccontò l’insperata massa di voti raccolti nel primo turno delle regionali francesi lo scorso dicembre. È diventato il manifesto del populismo montante. Che ha travolto lo stesso David Cameron: aveva barattato il referendum sull’Europa in cambio di voti per assicurarsi la rielezione appena un anno fa. Apprendista stregone, sarà ricordato come il premier britannico più inadeguato e irresponsabile degli ultimi 70 anni.

Le generazioni del Dopoguerra hanno sempre concepito la democrazia e la pace come beni conquistati per sempre sulle macerie del nazifascismo. Un’epoca durata a lungo, durante la quale le sorti magnifiche e progressive del Vecchio Continente hanno assicurato sviluppo, crescita sociale, welfare e cooperazione a chi aveva avuto la fortuna di vivere dalla parte giusta del Muro di Berlino. Le istituzioni sovranazionali e la moneta comune avrebbero dovuto metterci al riparo dai drammi del passato. Un sogno utopico solo in parte realizzato. Progressivamente scalzato, nella percezione delle grandi masse, da una teocrazia esoterica e intoccabile, dispensatrice di dogmi incomprensibili: «Ce lo chiede l’Europa…» è diventata, non solo in Italia, l’ambigua formula che a tutto obbliga e nulla spiega. Ma di fronte alla guerra asimmetrica condotta dal terrorismo islamico – ultimo attacco a Istanbul – le istituzioni comunitarie latitano.

[…]

«Il progresso si associa al timore di restare indietro, di perdere la posizione sociale e il benessere guadagnati con fatica» dice Bauman parlando della «forza degli incubi della decadenza di cui è foriero l’avvenire minaccioso». La Grande Crisi, scoppiata nel 2008 e dalla quale non siamo mai usciti, è stata il detonatore di questa incertezza di massa. Tuttavia secondo recenti dati dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), tra il 1975 e il 2012 il 47 per cento circa della crescita totale dei redditi «è andato a beneficio dell’1 per cento dei più ricchi». Insomma le ingiustizie sociali e le diseguaglianze hanno radici profonde che riemergono prepotentemente alimentando le recenti scelte politiche dell’elettorato europeo.

Ma non sono più le tradizionali forze di sinistra a farsi artefici del cambiamento. È il populismo ad alimentarsi del malessere provocato da vaste aree di ineguaglianza. L’interpretazione manichea trova così la sua sintesi: da un lato il popolo vessato, dall’altro le élite privilegiate. E dentro i confini delle élite ritroviamo non solo la City londinese, le banche, i governi e i partiti, il mondo dell’informazione e chi più ne ha, più ne metta. Persino le società di sondaggi patiscono la disistima di massa come dimostrano i penosi flop degli exit poll nel Regno Unito e in Spagna.

Appena un anno fa, più o meno in questi stessi giorni, Angela Merkel e il suo ministro Wolfgang Schaeuble spezzarono le reni alla Grecia dell’incauto Alexis Tsipras. L’euro è salvo (forse), l’Europa no, fu il commento su questo giornale. Nei manuali di economia non si studia l’orgoglio di una nazione. Presi per fame i greci, costretti a umilianti file davanti ai bancomat, la crisi si è riproposta moltiplicata al cubo nella potente Inghilterra. Senza che le classi dirigenti avvertissero il rischio. Così, se è vero che il mercato globale e la finanza internazionale non si candidano mai alle elezioni, abbiamo imparato in modo traumatico che gli elettori se possono votano contro di loro, divinità inique di una società ingiusta.