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Eccoli, gli svuota41bis (con aggiornamento e intervista a Gennaro Migliore)

Succede quando una posizione politica viene regalata come risarcimento. Così Gennaro Migliore (ex SEL diventato renziano con l’aspirazione di candidarsi sindaco di Napoli) finisce sottosegretario alla giustizia (a proposito di meritocrazia) e durante un’intervista gli viene la bella idea di proporre Skype per i detenuti al 41 bis. Il che, attenzione, non è un problema se fosse il risultato di un ragionamento o di un confronto di analisi e di idee ma buttato lì come se fosse un tweet ovviamente fa rizzare le antenne a molti (magistrati antimafia compresi). La politica non è un gioco e non è nemmeno un’allegra brigata di compagnucci: è una cosa seria, la politica e (fortunatamente) i limiti alla fine emergono. Meglio così, forse.

*aggiornamento 2/7/2016 11.06

mi dicono che Migliore smentisce. Peccato che la notizia l’abbia data lui stesso. Ecco la sua pagina fb:

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*aggiornamento  2/7/2016 17.06

Ho sentito Gennaro Migliore. La sua versione è molto diversa. Pur non condividendo le sue scelte politiche (e la sua conversione pro Renzi) credo che vada letta anche perché sul tema ha le idee molto chiare. L’articolo è qui.

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Da Liberainformazione: le note stonate della riforma

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L’articolo di Rocco Artifoni e Gian Gabriele Vertova: 

«Il progetto di revisione costituzionale approvato dal Parlamento e che verrà sottoposto al referendum popolare modifica 47 dei 134 articoli della Costituzione. Gli argomenti oggetto del cambiamento sono anche molto differenti tra loro, il che suscita già non poche perplessità dal punto di vista metodologico. Nel merito ci sono alcuni aspetti – talvolta considerati a torto secondari – che necessitano di qualche approfondimento.

  • Il Senato non verrà più sciolto, ma ciascun senatore verrà sostituito quando verrà rinnovato l’organo elettivo da cui proviene, cioè un consiglio regionale o comunale. Dato che le Regioni e i Comuni vengono eletti anche in tempi diversi, ci saranno consistenti sostituzioni di membri del Senato in diverse fasi di una legislatura relativamente alla Camera. Questa situazione renderà difficoltoso il lavoro delle Commissioni del Senato, perché chi subentrerà, troverà sempre un lavoro già iniziato, del quale dovrà prendere visione prima di poter dare il proprio contributo.
  • Per diventare senatori è necessario essere anche sindaci o consiglieri regionali. Attualmente questa combinazione è vietata, per due evidenti ragioni. Anzitutto perché non si possono svolgere bene contemporaneamente due attività così importanti e impegnative. E poi perché il Parlamento e i Consigli Regionali sono due organismi legislativi distinti, in potenziale conflitto di interesse. Con la riforma costituzionale si rovescia totalmente la prospettiva. Ma nessuno ha spiegato come sia possibile superare le due obiezioni della contemporaneità e della sovrapposizione di ruoli.
  • I senatori non riceveranno alcun emolumento. Sono dei volontari, che dovrebbero svolgere questo volontariato a scapito dell’attività per la quale sono retribuiti dalla collettività, cioè fare il sindaco o il consigliere regionale. Sarebbe come dire che un medico in organico in un ospedale pubblico, ogni giorno si assenta per alcune ore dalla sala operatoria per andare a fare il volontario sull’ambulanza della croce rossa. Ha senso tutto questo?
  • La procedura legislativa ordinaria prevede che le leggi siano approvate dalla Camera. Il Senato ha dieci giorni di tempo per chiedere di esaminarlo su richiesta di un terzo dei suoi componenti. Com’è possibile che i senatori (tutti part-time per le ragioni suddette) abbiano il tempo di leggere con attenzione ogni legge approvata dalla Camera, di valutare se sia opportuno chiederne l’esame e nel caso di trovare il consenso di almeno un terzo dei componenti (dei quali sicuramente una parte assente perché impegnata nell’altro part-time remunerato)? Con meno ipocrisia sarebbe stato più corretto scrivere in Costituzione che il Senato non può esaminare le leggi approvate dalla Camera.
  • Il progetto di riforma costituzionale stabilisce che “il Regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni”. Dato che il Regolamento della Camera viene approvato a maggioranza semplice, significa che lo statuto delle opposizioni verrà deciso dalla maggioranza. Come se affidassimo al gatto la decisione su che cosa può fare il topo! Anzi, dato che con il premio di maggioranza in realtà la maggioranza dei parlamentari non rappresenta la maggioranza dei cittadini, potremmo rovesciare la metafora: sarà il topo a decidere che cosa può fare il gatto!
  • A proposito di premio di maggioranza, è importante considerare che la riforma attribuisce la deliberazione dell’eventuale stato di guerra (art. 78 della Costituzione) soltanto alla Camera dei deputati, escludendo il Senato. Consegnare una decisione così importante per il futuro di un Paese nelle mani dei rappresentanti di un solo partito (come prevede la nuova legge elettorale per la Camera) è oggettivamente rischioso. Questo è un esempio di come le modifiche alla seconda parte della Costituzione possono incidere anche sui principi fondamentali, perché è evidente che si tratta di fatto di un indebolimento dell’art. 11 della Costituzione.
  • Le leggi elettorali – con la riforma – potranno “essere sottoposte, prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte costituzionale, su ricorso motivato presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera dei deputati o da almeno un terzo dei componenti del Senato della Repubblica”. Senza entrare nel merito della questione, viene da chiedersi perché per la Camera si stabilisca una soglia del 25%, mentre per il Senato si alzi il quorum al 33%. Che senso può avere?
  • Con la revisione viene abolito il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), che attualmente è uno dei due “Organi ausiliari” (l’altro è il Consiglio di Stato) che fanno parte del Governo, oltre al Consiglio dei Ministri e alla Pubblica Amministrazione. Dato che non verrà sostituito da nessun altro Ente, significa che il Governo farà a meno “di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive” che possono “contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale” (art. 99). Insomma, si vuole diminuire il ruolo della società nel Governo del Paese. Non sarebbe stato meglio, al contrario, dare più spazio alle formazioni sociali?
  • Dalla Costituzione spariscono le Province (salvo alcuni casi come Trento e Bolzano), ma restano le Città metropolitane (che in varie situazioni corrispondono al territorio di alcune Province) e la possibilità di costituire “enti di area vasta”. La più significativa differenza sta nel fatto che i rappresentanti delle Province, come già stabilito dalla cosiddetta Legge Del Rio, non vengono più eletti dal popolo, ma sono il risultato di accordi tra forze politiche. Insomma, nominati e non più eletti, come per il Senato. Sicuramente un passo indietro nella partecipazione alla gestione della “cosa pubblica”.
  • L’abolizione delle Province avrebbe potuto comportare la contemporanea abolizione delle Prefetture a livello provinciale. Invece, restano i Prefetti, che sono estensione dei poteri del Governo. Negli anni della Costituente Luigi Einaudi proponeva di abolire proprio le Prefetture per favorire il decentramento, come prevede l’art. 5 della Costituzione. Anche in questo caso emerge la tendenza al “centralismo”, che permea in profondità la revisione costituzionale voluta dal Governo.

Questa breve analisi ovviamente non esaurisce le problematiche che il progetto di revisione introduce, ma certamente dà il segno sostanzialmente negativo di una riforma che da un lato mostra evidenti lacune e dall’altro rivela aspetti rischiosi. La Costituzione è come un’orchestra che suona seguendo uno spartito musicale. Quando si decide di modificare qualche nota o intere parti di una sinfonia, bisognerebbe anzitutto accertarsi che la melodia continui a suonare in modo armonico. Invece, nel progetto di revisione non sono poche le stonature.»

(fonte)

(qui c’è il nostro sito iovoto.no)

La mafia è donna e “gioca” al Bingo

Paolo Durante
Paola Durante

La mafia con la gonna. La cassa del clan alla Guadagna la teneva una donna, Paola Durante, 41 anni. E’ uno dei retroscena che emerge nelle pieghe dell’operazione “Bingo family”, condotta dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale, e che oggi ha portato all’arresto di tre persone per estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni dei responsabili di una sala bingo nel quartiere Guadagna, storica enclave mafiosa. Tra i destinatari della misura cautelare, anche una donna, dunque. Oltre a Paola Durante sono stati arrestati Cosimo Vernengo, 52 anni, della cosca di Santa Maria di Gesù, già condannato per associazione mafiosa, scarcerato il 27 ottobre 2011 a seguito della richiesta di revisione del processo per la strage di via d’Amelio; e il fratello Giorgio, 41 anni. Figli entrambi dell’ergastolano Pietro Vernengo, 73 anni, detto ‘u tistuni’, storico uomo d’onore, esponente dell’ala corleonese di Cosa nostra.

Nella stessa indagine sono stati acquisiti elementi, tuttora all’esame degli inquirenti, anche nei confronti dei detenuti Natale Giuseppe Gambino, 58 anni, sottocapo della cosca di Santa Maria di Gesù, Salvatore Profeta, 71 anni, al vertice del clan, entrambi già colpiti dai provvedimenti restrittivi eseguiti dal Ros nel dicembre 2015 nell’ambito dell’operazione “Torre Dei diavoli” e, come Cosimo Vernengo, scarcerati a seguito della richiesta di revisione del processo per la strage Borsellino.

Le indagini già avviate sulla famiglia di Santa Maria di Gesù, di cui è stato accertato il processo di riorganizzazione interna e la capacità militare culminata il 3 ottobre scorso nell’omicidio di Salvatore Sciacchitano, hanno consentito di documentare l’estorsione ai titolari della sala bingo, sia durante la precedente gestione, terminata nel luglio 2015, sia al subentro della nuova proprietà. In particolare, oltre ad avere gestito la messa a posto con la precedente amministrazione del bingo, Profeta e Gambino avevano manifestato l’intenzione di imporre ancora le richieste estorsive alla società acquirente.

I successivi approfondimenti investigativi hanno permesso di appurare che gli indagati avevano preteso un pagamento illecito di 50 mila euro, di cui oltre 6 mila già corrisposti, per lasciare il bar interno alla struttura che illegittimamente rivendicavano come proprio. Le somme di denaro estorte erano consegnate dalle vittime a Paola Durante, in precedenza responsabile per conto dei Vernengo della gestione del bar interno al bingo, a fronte della presentazione di fatture emesse da due società per forniture e servizi mai effettuati. Per questa ragione sono al vaglio dell’autorità giudiziaria le posizioni dei due legali rappresentanti delle società che hanno emesso le fatture. Cosimo Vernengo è anche accusato di aver costretto i responsabili della società ad assumere la nipote di Profeta.

 

(fonte)

La cannabis, i miti da sfatare e quello che ne pensa la Direzione Antimafia

Prepariamoci perché tra qualche giorno comincia il bailamme sulla legalizzazione delle droghe leggere. E vedrete che (voluta) confusione tra legalizzazione e liberalizzazione, sentirete gli allarmi di quelli che poi tacciono su tabacco e alcool e osserverete cocainomani (di nascosto) demonizzare una canna.

Non sarà divertente, no. Intanto se avete voglia e tempo potete leggere qui cosa ne pensa la Direzione Nazionale Antimafia. Almeno per provare a costruirsi un’idea su basi reali. Almeno.

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Questa brutta discussione sull’Italicum

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Come si svela una truffa? Appena cadono le cortesie di rito e si svelano i motivi reali che stanno dietro a una scelta. Così la discussione sull’Italicum (la legge elettorale sventolata come “grande riforma per il futuro dell’Italia” disse Matteo Renzi) mostra cos’è la politica italiana al momento: una partitella di cortile con in palio il potere, prendendo a calci la democrazia.

Così sembra quasi banale voler ricordare quanto la legge elettorale sia le fondamenta di una sana democrazia: rappresentanza, agibilità politica, l’attività parlamentare e la composizione stessa di un governo sono il risultato di un’elezione che trovi la giusta declinazione. La legge elettorale, se ci pensate, decide le dinamiche stesse della politica, ne suggerisce le alleanze e ne sancisce le modalità. Per questo bisognerebbe averne cura.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Questo è il naufragio dei nostri scheletri.

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Mentre ripeschiamo il peschereccio che il 18 aprile dell’anno scorso ha inscatolato e disperso i corpi di 700 persone nel canale di Sicilia mi viene da pensare al relitto che è poi i relitti che siamo noi. Relitto è ciò che resta ai bordi della strada, in fondo al mare, sulle pendici di una montagna sorvolata con incuria o arrugginito in una collina di rifiuti. Ci sono, nel relitto, tutti i segni della consumazione, dell’usura affaticata e dell strada percorsa: la potenza del relitto è che ha disegnata addosso la curva della sua fine. Anche per questo quel peschereccio che ha trasportato cadaveri fino al fondo al mare sarebbe da esporre nelle piazze come monumento in memoria di tutto ciò che inosservato ci affonda intorno.

Verrà un giorno, credo, che questo Mediterraneo cimitero liquido di fuggitivi (perché non viaggia chi non sa dove arrivare, chi s’imbarca solo per scappare) muoverà nel ricordo le stesse pinze delle camere a gas, quei becchi di disperazione da cui non riusciamo ad assolverci, le stesse punte di una tragedia che ha pascolato prepotente in mezzo alla quotidianità impermeabile e anafettiva. Quando davvero la storia riuscirà a mostrare le dimensioni della tragedia il barcone ripescato in queste ore sarà il museo della vigliaccheria. Ci saranno scolaresche in gita ad Auschwitz e sul ponte di questa nave. Cammineremo là dove si i corpi sono sdraiati asfissiati sott’acqua e racconteremo quanto l’uomo possa diventare un’isola quando puzza di disperazione e di paura.

Ci chiederanno dov’eravamo noi. Sicuro.

(continua qui)

Così il governo si inginocchia alle banche

Alla Camera passa il cosiddetto “decreto banche” ed è tutto un pullulare di servitù tra titoli addirittura trionfali e i riferimenti continui al “salvataggio dei risparmiatori truffati”. Ecco, se c’è un’onta che arriva prima di tutto il resto nel leggere un decreto che in pochi si fermeranno ad analizzare è proprio lo sconcio utilizzo della disperazione di chi ha perso i propri risparmi per dare il nome ad una serie di norme che sono l’ennesimo sintomo di un governo genuflesso agli istituti bancari.

E non serve a niente nemmeno questo vento in Europa che soffia contro lo strapotere della finanza: in Italia si continua a strimpellare sui diritti dei risparmiatore per allietare le orecchie del padrone. Se ci fosse una forma giusta per la voce che si leva oggi avrebbe la forma dell’opposizione (e la giusta indignazione) contro la legge appena licenziata alla Camera.

Ma andiamo con ordine: il “decreto banche” avrebbe dovuto essere la misura d’emergenza di Renzi e i suoi per intervenire (risarcire, si direbbe in un Paese lessicalmente ecologico) ai danni delle quattro banche salvate (anche loro per decreto) nel novembre dell’anno scorso. Banca Etruria (covo lavorativo, tra gli altri, di alcuni famigliari della ministra Boschi), Banca Marche, Carichieti e Carife hanno beffato migliaia di persone vendendo spazzatura travestita da investimenti. Ci si aspetterebbe che un Governo si muova a tutela dei consumatori. Ci si aspetterebbe.

Invece? invece per un milione e mezzo di famiglie e piccole-media imprese si allargarono le maglie di un ricatto: secondo la nuova legge gli imprenditori, ad esempio, potranno avvalersi del nuovo “pegno non accessorio” che altro non è che la possibilità di garantire la banca con la propria azienda (intesa come capannoni, macchinari, attrezzi) pur continuando ad usarle. L’iperbole di una politica che sempre di più svela la passione sfrenata per un liberismo in cui solo le banche siano garantite: in caso di fallimento, infatti, con questa nuova norma sarà la banca ad essere privilegiata rispetto a tutti gli altri creditori, compresi fornitori e dipendenti.

(continua qui)

Per fare l’albero ci vuole un fiore. Con il referendum la riforma.

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Ma dai, ma davvero? Quando l’ho visto ammetto di avere pensato ad uno scherzo e non tanto per il messaggio in sé (arrivano sms di qualsiasi tipo da qualsiasi azienda, non scandalizziamoci per così poco) ma soprattutto per la forma. Perché le parole contano. Le parole sono importanti e, come diceva spesso una delle mie direttrici preferite, chi scrive male pensa male. Non c’è che dire.

Così quando ho letto il messaggio che il Partito Democratico ha inviato a molti italiani (a proposito: costa poco, un’interrogazione scritta, per sapere in base a quale iscrizione e con quali autorizzazioni) mi sono soffermato sulla prosa. Soffermato, inchiodato. Gelato forse. Sì Meglio.

«Per fare la riforma ci vuole il referendum, per fare il referendum la tua firma conta. Se non l’hai ancora fatto, puoi andare nel tuo comune e firmare il modulo blu del comitato Basta un sì. Lorenzo Guerini.»

Secondo Lorenzo Guerini (o chi per lui, e se si tratta di un ghost writer mio dio licenziatelo in fretta) dalla nostra firma dipende la riforma Boschi. Altro che democrazia diretta; qui di direttissimo c’è un messaggio che arriva come una spada di Damocle. Già si immaginano le scenette famigliari: “amore scappo in comune perché sto facendo saltare la riforma costituzionale!”, oppure un “mi scusi per il ritardo ma avevo un fine settimana al mare in famiglia e non pensavo di rallentare le riforme”. E fa niente se in fondo il referendum si farà comunque al di là delle firme raccolte (che come scrive Guerini “contano” nel senso che sono un euro l’una per ogni voto poi preso come ricco montepremi elettorale), l’importante è entrare nella testa. Rimanere in mento. Essere un motivato che si ricorda facilmente.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Un mondo dominato dai mediocri

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(Un bell’articolo di Gianna Fregonara per il Corriere della Sera)

Curiosità, coraggio, talento? No, per essere cooptati, nelle imprese come nelle organizzazioni e nei posti decisionali, vince il conformismo, denuncia in un saggio il filosofo canadese Alain Deneault.

Il primo allarme era venuto dagli Stati Uniti: le prestigiose università della Ivy League, quelle da cinquantamila dollari l’ anno (retta più vitto e alloggio) sfornano «pecoroni di eccellenza», un gregge di conformisti, un’ élite – ci mancherebbe – preparata e competente ma incapace di «curiosità, ribellione, coraggio morale, stravaganza appassionata», aveva tuonato poco più di un anno fa in un polemicissimo pamphlet William Deresiewicz, professore scartato sì da Yale, ma appassionatamente informato di quel che succede lì.

Adesso a puntare il dito contro il conformismo vincente è un altro autore sempre dal continente americano. Il filosofo canadese Alain Deneault ha da poco pubblicato un saggio (non ancora tradotto in Italia) dal titolo eloquente: La Médiocratie (La Mediocrazia, edizioni Lux). Dov’ è finito il genio? Il talento e il pensiero critico e scomodo sono scomparsi? Le idee luminose ma per questo anche fastidiose non sono più apprezzate.

L’ audacia delle scoperte sgradita, schiacciata dall’«estremismo del centro», della normalità. Se Deneault ha ragione saremmo già sprofondati in un nuovo modello socio-economico fondato sul predominio sociale e culturale dei «mediocri». O, forse sarebbe meglio chiamarli, i «mediani», nel senso di persone che sono mediamente competenti, mediamente informate e mediamente esperte. In altre parole normali. Ma proprio per questo assimilate, pigre, sbiadite.

Cooptate, nelle imprese come nelle organizzazioni e nei posti decisionali, non tanto per le loro doti ma perché leali e affidabili, certamente esperte ma noiose, che fanno funzionare gli ingranaggi meglio di colleghi magari talentuosi ma fuori dagli schemi e dunque inaccettabili.

È una rivisitazione del principio di Peter (in una gerarchia ognuno arriva svolgere il lavoro per cui è incompetente) adattata al nuovo millennio quella contenuta nel Médiocratie di Deneault, un modello che porta secondo l’ autore alla corruzione e alla disintegrazione della società?

Una visione poco meno catastrofica di altra letteratura sull’ argomento, che va da Flaubert a Marinetti fino al filone fantascientifico con il racconto «Null-P» di William Tenn, dell’ inizio degli anni Cinquanta, che comincia con l’ individuazione del modello dell’ uomo medio e finisce con l’ estinzione – nell’ indifferenza dell’ Universo – dell’ umanità.

Nel caso di Deresiewicz e di Deneault il dito è puntato innanzitutto contro il sistema educativo, le Università in primis che tendono, a loro avviso, a sfornare esperti di problem solving «disposti a compromessi pur di essere invitati al tavolo d’ onore», fornitori di legittimità scientifica a chi li paga.

Un tema che non è estraneo al dibattito nell’ Università italiana e che spazia dalla critica ai sistemi rigidi di valutazione, come dimostra anche l’ ultima ricerca pubblicata da Vincenzo Nesi della Sapienza, alla discussione sullo scopo stesso degli studi universitari.
Ma neppure alla politica come si legge nel saggio di Andrea Mattozzi dell’ European University Institute di Firenze e Antonio Merlo della Rice University di Houston: hanno dimostrato che i partiti possono scientemente scegliere di non ingaggiare i politici migliori per vincere le elezioni.

Giudizi, questi sulla mediocrazia, invece un po’ troppo generici e tranchant secondo Massimiano Bucchi, professore di sociologia della scienza a Trento e autore del saggio «Per un pugno di idee, storie di innovazioni che hanno cambiato la nostra vita» (Bompiani): «È vero che oggi le istituzioni specialmente quelle scientifiche sono diventate sistemi molto grandi e complessi e devono poter funzionare a prescindere da chi c’ è in quel momento.

Ma non dobbiamo sottovalutare il fatto che siamo passati da una comunità scientifica di pochi scienziati a una professione, quella della ricerca scientifica, che riguarda ormai milioni di persone.

E dunque io sono più d’ accordo con Robert Merton quando sostiene che certe scoperte scientifiche sono inevitabili in un dato momento storico, che il genio che le interpreta è sì un acceleratore necessario ma il progresso ha uno sviluppo di sistema». Senza Albert Einstein la teoria della relatività si sarebbe scoperta lo stesso? «Probabilmente se la relatività non l’ avesse scoperta Einstein l’ avrebbe ricavata qualcun altro qualche anno dopo».