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L’autoriciclaggio dei politici. E la lezione di Chiara.

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Capisci che la fine della legislatura è ormai segnata dai nasi iperattivi dei politici che si spandono alla sera nel centro di Roma. Vagolano furtivi, sono improvvisamente tornati amicali, d’una cortesia impulsiva che sfiora la malattia e cercano di annusare ogni possibilità do autoriciclaggio. Molti di loro seguono una parabola che inizia da un’umiltà servile in campagna elettorale (e con il proprio segretario per ottenere un posto eleggibile al caldo) per impennarsi al delirio di potenza per la durata della magistratura e poi crollare alla sottomissione in cerca di un nuovo padrone quando sentono che si avvicina la fine. Eccoci. Ora siamo qui.

Appena sente odore di elezioni la nostra classe dirigente diventa diligente, diligentissima nell’ubbidire a chiunque possa offrire una ricandidatura. Bene, in questo tempo di povera etica appassita succede a Milano che l’ex assessora Chiara Bisconti scriva una lettera ai suoi elettori spiegando un concetto banale eppure rivoluzionario […]

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Siete come vi vogliono i padroni

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«Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo»: la frase, populista e rivoluzionaria, è di Don Lorenzo Milani, un prete che oggi sarebbe subito bannato nella pagina Facebook della ministra Boschi o di Lorenzo Guerini, due nomi a caso tra la folta schiera della mansuetudine che si simula cattolica nei politici nostrani.

Ieri Hollande, Merkel e Renzi si sono incontrati per un summit che avrebbe dovuto essere il primo passo per la grande soluzione europea. Wow, uno pensa, che esplosiva riunione di intelligenze internazionali. La Merkel, teutonica e stentorea, ha dichiarato che «serve ancora una richiesta ufficiale». In pratica, anche se potrebbe sembrare una barzelletta, i tre si sono pomposamente riuniti per convenire che manca l’oggetto della discussione: si legge dappertutto che il Regno Unito sia uscito dall’Europa ma a Bruxelles, non è nemmeno arrivato uno straccio di mail. Disdetta.

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Solo i pesci morti seguono la corrente

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È allarmante questo fastidio diffuso che si sparge impunemente ogni volta dopo un voto: attenzione, non è contrizione per la sconfitta o una sentita valutazione degli errori compiuti e non è nemmeno banalmente la delusione del tifoso tradito dal partito del cuore ma piuttosto si tratta di un preoccupante senso di superiorità culturale che ammanta i vinti mentre ci convincono di averci concesso l’opportunità di sbagliare. E quando in politica qualcuno vorrebbe imporre la propria valutazione, il proprio sguardo sui fatti del mondo e quando qualcuno pretende di sapere (solo lui) ciò che serve e come serve si sparge in giro un odore di libertà concessa. E non è libera la libertà concessa. La propria libertà e la libertà degli altri non si scontrano in un equilibrio che traballa in base al momento e alla paura: è sistematica, la libertà.

Così le analisi del voto sono diventate ormai un monito. Politici che non ascoltano il voto ma piuttosto lo interpretano giudicando l’elettorato con l’arroganza del maestrino e ostinandosi (impunemente) a volere (loro) un popolo che li rappresenti per davvero. E mentre qualche democratico (d’etichetta, s’intende) ci insegna che chi vota male non dovrebbe votare (i democratici, pensa te; le destre saranno per la fucilazione, probabilmente) l’allarme per questa inversione della politica ormai tutta impegnata a forgiare popoli senza nessuna capacità d’ascolto viene derubricato come becero populismo. E che sia lodato il populismo, allora, di fronte all’oligarchia politicista.

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Suona la sveglia per i Millenials. Un appello da leggere.

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Lo scrive il Comitato Possibile dell’Università di Bologna. E vale la pena tenerselo in tasca per i prossimi mesi:

«Il referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione Europea, vinto di misura dai sostenitori del “Leave”, è il segnale inequivocabile della necessità di una presa di coscienza.

Le prime indicazioni che ci sono giunte dalle analisi dei flussi di voto dimostravano in maniera plastica una frattura generazionale: i giovani tra i 18 ed i 24 anni hanno votato in massa – circa il 74% – per la permanenza nell’Unione. Persino la fascia d’età successiva, se pur con un margine inferiore, ha sostenuto le ragioni del “Remain”: sono coloro che hanno vissuto la nascita del sistema Erasmus, che vanno dai 25 ai 49 anni. Mano a mano che l’età cresce questa situazione si capovolge. I dati più recenti sull’affluenza al voto, però, segnalano che tra gli elettori più giovani meno della metà sono andati a votare, mentre l’elettorato più maturo si è recato in gran parte alle urne per esercitare il diritto di voto. Questo aspetto deve far preoccupare ulteriormente: se tra gli anziani è prevalso il sentimento di chiusura, tra i più giovani è stata l’indifferenza a determinare i risultati a cui assistiamo oggi.

Ora, qui non si tratta di essere favorevoli al mantenimento dell’attuale stato di cose all’interno dell’Unione, non si tratta di essere aderenti alle scelte adottate nell’ultimo decennio dalla classe dirigente europea, non si tratta nemmeno di un posizionamento ideologico a favore dell’integrazione. Il problema è che il sentimento di rabbia, frustrazione, solitudine, chiusura, disincanto e sfiducia cavalcato dalle destre estreme sta definitivamente facendo breccia. Sono i partiti razzisti e xenofobi, spesso dichiaratamente neofascisti, a volere che questa dissoluzione dell’orizzonte comune avvenga il prima possibile. Sono i Farage, i Le Pen, i Salvini, a sostenere le ragioni di un ritorno al passato, ai particolarismi nazionali.

Dunque è giunto il momento per le giovani generazioni di alzare la voce, di conquistarsi lo spazio politico che ci è sempre stato negato, di assumersi la doppia responsabilità di salvare ciò che di buono è stato fatto dal Secondo Dopoguerra ad oggi per rendere l’Europa un luogo di pace dopo secoli di conflitti, violenze, guerre, morte e distruzione, e di delineare prospettive di cambiamento e progresso, anziché di arretramento. Come dimostra l’esito del Referendum inglese, e le reazioni che ha suscitato, non potremo farcela se non saremo in grado anzitutto di risvegliare nei nostri coetanei un sentimento di interesse per la dimensione pubblica, politica delle nostre vite, contro l’ indifferenza che oggi prevale.

Non possiamo più attendere oltre per svegliarci: la sveglia sta suonando da un po’. Da quando è scoppiata la crisi economica, divenuta poi crisi sociale perché è stata fatta pagare agli ultimi ed alla classe media; da quando le diseguaglianze sono esplose; da quando fiumi di migranti in fuga dal Sud del mondo hanno cominciato a bussare alle nostre porte ed i nostri governi hanno deciso di non gestire il problema in maniera comune e solidale; da quando l’establishment europeo, trainato dalla Germania, ha deciso di voltare le spalle alla Grecia abbandonandola a se stessa in maniera tanto brutale e cinica; da quando hanno deciso che le conquiste sociali ed i diritti fossero un impedimento alla crescita economica; da quando hanno creduto che bastasse un’élite di tecnici e burocrati per governare processi tanto imponenti.

Abbiamo la responsabilità di mettere da parte le nostre appartenenze, le nostre divisioni, le nostre ambizioni particolari, per dare vita insieme ad un grande mobilitazione generazionale di risposta alla deriva reazionaria imboccata, come fecero i nostri nonni e bisnonni partigiani nella guerra di Resistenza. Ad ogni generazione la sua battaglia, e questo è il nostro turno per decidere da che parte della storia vogliamo stare. Alziamoci e prendiamo la parola prima che sia tardi – pretendiamola! – nella convinzione che l’Europa unita vada cambiata. ma non distrutta, ispirandosi ai principi di solidarietà, di eguaglianza, di rispetto nella diversità, di pace e di condivisione.

Perché tutto questo non rimanga solo retorica, vi invitiamo a fare rete con tutte le realtà e le singolarità che si dimostrino altrettanto preoccupate per la situazione attuale, che si dichiarino saldamente antifasciste e vogliano mettersi in gioco. Partiti, associazioni, sindacati, studenti, lavoratori, semplici cittadini. Organizziamo assemblee pubbliche, discutiamo, stendiamo una piattaforma comune ed il più possibile coinvolgente, al di là degli steccati e degli interessi particolari.

Poiché quello che c’è in gioco non è la vittoria alle prossime elezioni, né il consenso elettorale, ma il destino del nostro mondo e la possibilità di rendere il futuro un posto migliore in cui vivere, lasciandoci alle spalle i fantasmi del passato.»

Comitato Università Bologna di Possibile

Ernesto Fazzalari, preso.

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Buone notizie. Un bel regalo per il mio compleanno.

«Nelle prime ore di oggi 26 giugno 2016, in Molochio (RC) frazione Monte Trepitò, i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria, collaborati da operatori del Gruppo Intervento Speciale e dello Squadrone Cacciatori Calabria, a conclusione di articolata attività d’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia, hanno tratto in arresto, in esecuzione di ordine di carcerazione a seguito di condanna all’ergastolo, FAZZALARI Ernesto, 46 anni, per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, porto e detenzione illegale di armi ed altro. Lo stesso è il secondo dei ricercati per importanza e pericolosità dopo Matteo MESSINA DENARO.

Prevenuto, latitante di massima pericolosità inserito nel programma speciale di ricerca, irreperibile dal giugno 1996 allorquando si sottraeva all’arresto nell’ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “TAURUS”, veniva individuato all’interno di un’abitazione in complesso di caseggiati a ridosso di impervia area aspromontana.  Il FAZZALARI, ritenuto elemento di vertice dell’articolazione territoriale della ‘ndrangheta operante prevalentemente in Taurianova, Amato e San Martino di Taurianova e con ramificazioni in tutta la provincia ed in altre in ambito nazionale, sorpreso nel cuore della notte, non ha opposto resistenza e, subito dopo l’irruzione degli operatori del GIS, forniva le proprie generalità lasciandosi ammanettare.
Nel corso della successiva perquisizione veniva rinvenuta una pistola con il relativo munizionamento, nonché altro materiale ritenuto di interesse e suscettibile di ulteriori approfondimenti investigativi. All’interno dell’abitazione, al momento dell’irruzione, era presente anche una donna, di anni 41, che è stata tratta in arresto per i reati di procurata inosservanza di pena, concorso in detenzione di arma comune da sparo e ricettazione.

(fonte)

Chiamare le cose con il proprio nome

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«A Ostia la mafia chiamiamola mafia» dice Virginia Raggi riferendosi al clan Fasciani. E in una politica disinfettata anche nelle parole per non disturbare troppo un sindaco di Roma che inquadra un problema chiamandolo per nome è un bel segnale. Al di là di tutto. Al di là del tifo.

La differenza tra le ossa e i soldi.

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La differenza tra le ossa e i soldi. Ne scrive Lucia Annunziata qui:

«Alla fine, il primo giorno della rottura del legame con l’Inghilterra, è dominato dal denaro. Preoccupazione comprensibile, ma agghiacciante.

In questa reazione si svela infatti anche perché e cosa abbiamo perso: il referendum sulla Brexit è stato ridotto, da una parte e dall’altra della Manica ( e dell’Atlantico), a una pura questione economica. Cosa mi serve, quanto mi serve, cosa è mio, cosa mi può essere sottratto? Il dibattito in Uk si è ridotto a materia di mera convenienza. Con una City ossessionata dalla caduta dei profitti, il Remain impegnato in una raffica di numeri da terrore, e il Leave impegnato sui costi con lo stesso piglio di terrore.

Dall’altra parte del braccio di mare, non si è fatto meglio: la classe politica europea ha adottato la stessa gretta lingua dei conti – ve la faremo pagare, vi puniremo, vi costerà tutto quello che finora non avete ancora pagato – e le istituzioni internazionali, IMF, BCE, vocianti alternativamente rassicurazioni e minacce. Denaro, denaro, denaro. Preoccupazione certamente umanissima, ma riconducibile solo all’arido osso del chi e per chi, qui e ora. Non solo rispetto al futuro. Ma, anche – e questo è davvero sconcertante – rispetto al passato.

Una voce non abbiamo sentito infatti. La voce di qualche leader del nostro continente che dicesse con chiarezza all’ Inghilterra: “Per favore rimanete. Rimanete perché qui, su questi nostri territori giacciono le ossa di migliaia di vostri uomini, padri, mariti, figli, fratelli che hanno perso la vita per salvare non solo l’Inghilterra ma anche noi”.

Con l’addio inglese si rompe infatti molto di più di un equilibrio economico. Nelle urne si lascia una parte rilevante delle nostre memorie, la vita forgiata insieme, nel bene e nel male, da vari popoli negli ultimi secoli. La intera generazione di giovani, fra cui le migliori menti delle Università Inglesi, che perse la vita nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. E Churchill, con la sua ostinata e solitaria ambizione di salvare l’Europa, e le migliaia di Inglesi morti nella Seconda Guerra Mondiale, per salvare il nostro continente dal Nazismo, dal fascismo, dal comunismo, e da sé stesso. Ora che l’Inghilterra volta le spalle alle nostre sponde, sarà considerato con occhi diversi anche il loro sacrificio?»

A proposito degli scemi che si permettono di voler votare

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I giorni dell’isteria: l’ultima folata di sciocchezze è questa tiritera di un “eccesso di democrazia” che andrebbe controllato come se non bastassero tutti questi ultimi anni. Così mentre in molti ci propongono di dare il diritto di voto solo a quelli che votano come dicono loro (Monti, Gori e altri geni dell’ultima ora) in pochi pensano allo stato di salute delle due armi per sconfiggere l’ignoranza: la scuola e l’informazione. E a proposito di informazione forse vale la pena leggere Mantellini nel suo blog:

«In ogni caso l’aspetto più interessante è quello dell’informazione; sfuggito ormai da tempo ad ogni controllo economico del mercato, il ruolo dei media come elemento portante della corretta informazione (ridete ridete) è perfino più compromesso di quello della politica che parla parla ma che al posto di costruire biblioteche asfalta l’astaltabile, sogna il ponte sullo stretto o si applica alle prossime Olimpiadi di Roma. Detto diversamente: dove esiste un’informazione corretta i media giocano un ruolo fondamentale nella riduzione dell’analfabetismo funzionale. Dove invece gli stessi soggetti scendono direttamente in campo al di là di ogni deontologia, giornali radio e TV, pubblici o privati che siano, si trasformano in soggetti attivi nel mantenimento dell’incompetenza degli elettori. Questo accade dentro una eterogenesi dei fini fra il modello economico dei media (che hanno un padrone al quale rispondere) ed il loro ruolo presunto ma del tutto scomparso di sostegno alle democrazie in quanto garanti dei lettori.

Vogliamo elettori in grado di superare un ipotetico esame di cittadinanza che gli consenta di votare? L’unica strada possibile è quella di investire denaro per una vera politica culturale (Rai compresa) e forse – contro ogni tendenza – per immaginare nuove ipotesi di finanziamento pubblico all’editoria privata. Soldi tardivi, come certe vendemmie, denari dei cittadini in premio a chi abbia avuto il coraggio di informare con coscienza i propri lettori, fuori dall’immensa marea di fango che è il business dei media oggi, specie in Italia. Un’arena in peggioramento, che ormai non risparmia più quasi nessuno. Tutta gente che per una ragione o per l’altra ha un qualche interesse a mantenere i cittadini -perfino nei tempi della società digitale – ignoranti esattamente come prima. Ce lo ha detto Tullio de Mauro, ok, era vero, l’analfabetismo funzionale è un problema enorme. Ora magari proviamo a fare qualcosa. Che la patente per poter votare è certamente una cazzata, ma anche gli elettori che non sanno un accidente e che danno retta al Salvini di turno sono una faccenda mica da ridere.»

Brexit, nell’UE l’inglese resta la lingua ufficiale e gli inglesi se ne vanno

Pensa te, la lingua ufficiale in Europa (insieme a francese e tedesco) s’è persa per strada i suoi abitanti. L’inglese come lingua universale, ci dicevano, perché già ampiamente diffusa e perché era per noi la lingua delle multiculturalità, da tenere in tasca negli incontri multietnici che capitano nella vita, la lingua da imparare a scuola perché chiave universale di lettura e intelligenza. Per i nati negli anni ’70 e ’80 l’inglese (in senso largo) era il contenitore delle differenze e delle aperture. Prima del mito americano, insomma, erano loro la “terra promessa” della fantasia. Oggi l’Europa parla inglese mentre gli inglesi invece se ne vanno (i britannici, almeno, non ce ne vogliano gli irlandesi).

La questione non è linguistica e culturale ma è soprattutto politica: questa Europa ha riservato al Regno Unito un’attenzione particolare, una tensione all’accomodamento che ha permesso a Cameron e i suoi di stare nell’Europa con un piede dentro e uno fuori. Erano sì in Europa ma senza euro, piuttosto stretti alla loro sterlina, partner commerciali ma senza Schengen e con una narrazione tossica dell’Europa per la propaganda interna: la Gran Bretagna ha giocato sull’Europa una partita egoista e ora ne paga le conseguenze. “Populismo” dicono come al solito i commentatori dalle posizioni indefesse sprecando tempo per convincerci, al solito, che in un referendum ci sia una scelta giusta e una sbagliata mentre gli elettori sono banalmente una carta delle probabilità da tenerne conto fino al prossimo giro; ma non è populista il demagogo che cerca di rendere potabile la priorità del mercato sulle persone? Non è populista chi ha iniettato la finanza nella politica fino a renderla mera rappresentazione di una gestione di bilancio travestita da amministrazione di popoli? Non è populista chi usa referendum su temi così spessi e complessi per rinforzare il proprio peso all’interno di un governo o del proprio partito (come Cameron e come sta facendo Renzi, del resto)? Non è populista chi ha affidato alla statica burocrazia la ricerca di soluzioni per un mondo che sta cambiando così velocemente in un’orribile discesa di diritti, di salari, di benessere e di partecipazione alla vita pubblica?

(continua qui)

Grillo cambia rotta su #Brexit ma non l’ha deciso nessuno.

Con calma. Andate qui e leggete il punto 10:

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Ora basta affidarsi alla calce di google (qui) per leggere com’era:

Schermata 2016-06-24 alle 11.00.35

Ora una domanda semplice: ma chi ha deciso questa inversione di direzione politica (come testimoniano le foto qui nel post)? In rete? Il direttorio? Il gruppo parlamentare europeo?