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Dopo le bombe a Gaza arriva il fango

Le prime piogge hanno trasformato le tende in vasche di fango. I bambini dormono sui materassi bagnati, con i vestiti inzuppati di acque reflue. Jan Egeland del Norwegian Refugee Council avverte che «perderemo vite quest’inverno» e che sono state «gettate via settimane cruciali» da quando il piano Trump prometteva l’arrivo degli aiuti. Save the Children parla di 13mila famiglie colpite dagli allagamenti soltanto nell’ultimo fine settimana, 700mila minori esposti al freddo, quattordici bambini morti di ipotermia negli ultimi due inverni. È la fotografia che arriva da Gaza mentre, a migliaia di chilometri, si disegna il suo futuro.

Nelle stesse ore, il Consiglio di sicurezza approva la risoluzione statunitense che incorpora il piano in venti punti: forza di pace internazionale, smilitarizzazione, “deradicalizzazione”, possibile Stato palestinese a riforme completate. Tredici voti favorevoli, astensione di Russia e Cina. Trump lo celebra come «una delle più grandi approvazioni nella storia delle Nazioni Unite». Le parole scorrono, il fango resta.

La politica palestinese reagisce divisa: l’Autorità nazionale applaude la risoluzione e chiede «attuazione immediata» in nome della protezione dei civili e della ricostruzione. Hamas denuncia invece una tutela internazionale che toglie neutralità alla forza prevista e affida il disarmo a un meccanismo percepito come coloniale, rifiutando di consegnare le armi e contestando qualunque ruolo israeliano.

A Tel Aviv, Benjamin Netanyahu rivendica la “completa smilitarizzazione” inscritta nel testo e la possibilità di allargare gli Accordi di Abramo. I vertici militari, intanto, protestano contro la vendita di F-35 all’Arabia Saudita, temendo per la «superiorità aerea» israeliana. Sul tavolo dei negoziati si parla di futuro e sicurezza. Nelle tende allagate, si parla di sopravvivenza.

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Violenza di genere in Italia: i nuovi dati ActionAid su paura, insicurezza e disuguaglianze 2025

Non è un singolo numero a descrivere il presente, ma la costanza con cui si ripetono gli stessi squilibri. La nuova indagine di ActionAid e Osservatorio di Pavia – pubblicata a novembre 2025 – restituisce un Paese che continua a organizzare la vita delle donne entro confini culturali rigidi. Le generazioni cambiano, la struttura no. Lo mostra la casa, prima geografia della disuguaglianza: il 74% delle donne gestisce da sola il lavoro domestico, una percentuale che sale oltre l’80% tra le Boomers e l’83% nella Gen X. I padri che si occupano da soli dei figli/e restano al 10%, contro il 41% delle madri.

In questo equilibrio inclinato si innesta la violenza economica: il 51% degli uomini amministra da solo le finanze familiari, consolidando un potere materiale che diventa terreno fertile per dipendenze e controlli. Nel Centro Italia il divario tocca il culmine: 60% uomini contro 31% donne. È lo stesso squilibrio che poi si riverbera nelle relazioni: per ActionAid, un uomo su tre ritiene accettabile la violenza economica e uno su quattro giustifica abusi verbali o psicologici.

Strade, mezzi e spazi pubblici: l’insicurezza come ambiente

La frattura non resta chiusa nelle mura domestiche. Appena si attraversa la soglia, si scopre che la mobilità femminile è costruita su un’ansia costante. Nei mezzi pubblici il timore è la norma: il 38% del campione ha avuto paura almeno una volta, ma tra le giovani della Gen Z la quota sale al 65,5%. L’insicurezza non dipende dal luogo, ma dal genere: per molte donne la metropolitana è «sicura solo di giorno» (40%) o «solo se accompagnata» (25%). È un paternalismo che continua a regolamentare le libertà femminili, confermato dal dato sugli uomini che pensano che una donna viaggi “in sicurezza” solo se affiancata: 28%.

La stessa logica attraversa gli spazi pubblici. Il 52% delle donne ha sperimentato paura in strada o nei parchi, contro il 35% degli uomini. Tra le giovani la soglia arriva al 79%, a segnalare un cortocircuito evidente: la generazione più alfabetizzata ai diritti è anche quella più consapevole dei rischi che regolano la città. Un quinto delle persone con disabilità evita del tutto gli spazi pubblici, mostrando un’incertezza che cresce quando alle discriminazioni di genere si sommano quelle dell’accessibilità.

Cultura e digitale: i nuovi luoghi dove si forma la normalità

L’architettura culturale non compensa. Il 55% delle donne si è sentita svalutata nei prodotti culturali, percentuale che tocca il 70% tra le ragazze della Gen Z. La rappresentazione rimane sbilenca: metà del campione non vede negli spazi culturali alcun invito a riflettere sulle disuguaglianze; per il 9% gli stereotipi sono addirittura parte integrante dell’offerta.

Il mondo digitale non è un rifugio. Qui la violenza è più sottile e rapida: il 40% delle donne teme reazioni sessiste ai propri contenuti; tra le under 28 il dato balza al 59,3%. Il digitale riproduce la stessa fragilità culturale: chi lavora ha più paura (46,1%) e chi appartiene alle minoranze sessuali ancora di più (fino al 54,5% tra gli uomini non etero).

A chiusura del cerchio, la legittimazione della violenza. Solo un terzo del campione dichiara di essere intervenuto almeno una volta davanti a un episodio di violenza. Il 57% afferma di non aver mai visto nulla, una cecità culturale che non implica l’assenza del fenomeno, ma la sua normalizzazione. Le generazioni più giovani riconoscono e reagiscono di più, ma sono anche quelle dove la tolleranza verso alcune forme di abuso cresce: tra gli uomini Millennials il 55% ritiene legittimo controllare la partner.

La conclusione del report è una diagnosi politica: l’Italia non ha ancora una politica efficace per affrontare le radici della violenza. La Strategia nazionale per la parità 2021–2026 prevedeva l’integrazione sistematica della prospettiva di uguaglianza nelle politiche pubbliche (il principio europeo noto come gender mainstreaming), ma è rimasta un impegno sulla carta.

L’EIGE assegna all’Italia un indice di efficacia del 41,1%, molto sotto la media europea. La Spagna, che destina oltre metà dei fondi alla prevenzione, ha ridotto i femminicidi del 30% in vent’anni. ActionAid propone di vincolare almeno il 40% delle risorse antiviolenza alla prevenzione primaria: il minimo per trasformare una dichiarazione in un cambiamento reale.

La fotografia che emerge è chiara: l’Italia continua a vivere in un modello di sicurezza condizionata, libertà parziale e rappresentazioni distorte. La violenza non è un fenomeno episodico: è un sistema. E un sistema non cambia da sé.

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Morti palestinesi in custodia: il dossier PHRI che accusa il sistema carcerario israeliano

Il nuovo lavoro di Physicians for Human Rights – Israel, incrociato con l’inchiesta congiunta del Guardian, di +972 Magazine e Local Call, costringe Israele ad ammettere ciò che aveva evitato per mesi: almeno 98 palestinesi sono morti in custodia dal 7 ottobre 2023, secondo dati ufficiali consegnati dall’esercito e dal servizio penitenziario.

È un salto senza precedenti rispetto ai due o tre casi l’anno del decennio pre-guerra. Il numero emerge da documenti inviati a PHRI tra il 2024 e il 2025, dopo mesi di opacità in cui l’esercito ha perfino omesso di comunicare se le persone arrestate fossero vive, ferite o già trasferite nei campi militari.

La maggior parte dei morti sono civili provenienti da Gaza, detenuti senza accuse né processo sulla base della normativa che permette la classificazione come “combattenti illegali”. Gli stessi registri militari, rivelati da un database interno dell’intelligence citato dal Guardian nel settembre 2025, mostrano che solo un detenuto su quattro proveniente da Gaza è considerato “militante”: il resto è popolazione civile passata attraverso strutture dove violenze e malnutrizione sono documentate come prassi.

Campi militari e carceri: la geografia degli abusi

PHRI individua almeno dodici strutture civili e militari coinvolte. Il campo di Sde Teiman, nel Negev, è descritto da un ex infermiere militare come un luogo di incatenamento permanente, pestaggi ricorrenti e razioni di cibo ridotte “per motivi di sicurezza”, formula rivendicata in pubblico dall’allora ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. In quella struttura si concentra il numero più alto di decessi: 29 morti confermati da fonti militari.

Nel carcere militare di Ofer è morto il primario di ortopedia di al-Shifa, Adnan al-Bursh, dopo quattro mesi di detenzione. Il corpo non è stato restituito. In altri casi, come quello del direttore dell’ospedale Kamal Adwan, Hussam Abu Safiya, l’esercito ha negato per giorni perfino l’esistenza dell’arresto, nonostante le immagini che documentavano il fermo. PHRI registra anche 21 morti senza nome, comunicati dall’IPS solo tramite il luogo del decesso: nessun riferimento anagrafico, nessuna spiegazione per le famiglie.

Organizzazioni come HaMoked parlano apertamente di “politica di sparizione forzata”: centinaia di detenuti risultano irrintracciabili per settimane, e in molti ricorsi le autorità rispondono che “non esiste alcun record dell’arresto” anche quando ci sono video e testimoni oculari. Per mesi, tra il 2023 e il 2024, le richieste di informazioni sono state respinte o lasciate senza risposta.

Impunità e catena di comando

Nel biennio di guerra, solo un soldato è stato condannato, a sette mesi di carcere, per un pestaggio documentato in video. Nessun procedimento ha riguardato i casi di morte in custodia. È invece esploso il caso dell’avvocata militare Yifat Tomer-Yerushalmi, il cui tentativo di indagare sugli abusi a Sde Teiman ha generato proteste dell’estrema destra e un clima di intimidazione fino alle sue dimissioni e all’arresto per presunta divulgazione di materiale riservato. Per le Ong israeliane, è la prova di un sistema che punisce chi indaga, non chi è coinvolto nelle violenze.

Secondo PHRI, la combinazione di uccisioni in custodia, torture, malnutrizione intenzionale, negazione delle cure e occultamento dei detenuti configura violazioni delle Convenzioni di Ginevra e della Convenzione Onu contro la tortura. Giuristi citati dall’inchiesta parlano di condizioni compatibili con la definizione di crimini di guerra e, se verrà dimostrata la sistematicità della pratica, anche di crimini contro l’umanità.

Il dato resta parziale, perché molte informazioni restano classificate. Ma il quadro che emerge è chiaro: in meno di due anni sono morte più persone in custodia di quante se ne siano registrate in un decennio, mentre i meccanismi di controllo si indeboliscono e il governo rivendica linee “dure” nelle carceri. Le famiglie, spesso ignare del destino dei propri cari, si rivolgono alle corti come unico modo per strappare una risposta. Le ONG parlano di “un sistema fuori controllo”: la definizione che descrive meglio un buco nero in cui, per molti detenuti palestinesi, si è spezzata ogni garanzia minima di vita.

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La maggioranza in modalità televendita: ogni Regione un’offerta speciale

Tra un condono e una pre-intesa sull’autonomia, il governo sta apparecchiando la strada verso le prossime regionali come se fosse un investimento pubblico a fini privati. Nel calendario elettorale, la geografia dei “provvedimenti urgenti” coincide con la mappa dei territori contesi: in Campania si riapre all’improvviso la sanatoria del 2003, promessa dal candidato di Fratelli d’Italia come scorciatoia per «salvare migliaia di case». In Puglia salta fuori l’emendamento per gli indennizzi ai risparmiatori della Popolare di Bari, rivendicato da Forza Italia come gesto dedicato al proprio bacino elettorale. In Veneto il ministro Calderoli firma la pre-intesa sull’autonomia con una rapidità che nelle altre regioni non si è mai vista, giusto in tempo per le liste.

Il repertorio non nasce oggi. Alle Marche sono stati messi sul tavolo la Zes e sessanta milioni del Cipess pochi giorni prima delle urne. In Calabria è stato annunciato l’avvio dell’uscita dal commissariamento sanitario durante la convention della maggioranza. In Abruzzo persino un viadotto fermo da anni è diventato, alla vigilia del voto, il simbolo di una solerzia improvvisa.

La coerenza è tutta qui: la politica come gestione tattica delle risorse pubbliche, selezionate e distribuite secondo il calendario elettorale. Ogni campagna diventa il palcoscenico in cui il governo esibisce ciò che avrebbe potuto fare mesi prima. Una promessa non costa, un cantiere annunciato vale un titolo, un condono accende speranze precise. La cura del territorio, quella vera, resta rimandata al prossimo turno.

Buon martedì. 

Foto Gov

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Senato chiuso per elezioni regionali: la pausa record della maggioranza nel pieno della Manovra

Senato chiuso per elezioni. Nel calendario lavori pubblicato da Palazzo Madama c’è una frase che basterebbe da sola a raccontare la settimana: «L’Assemblea non terrà seduta questa settimana (17-23 novembre, ndr) in relazione alle elezioni regionali del 23 e 24 novembre. Il Senato torna a riunirsi martedì 25 novembre alle 16,30 per la discussione del ddl di conversione in legge del decreto-legge 3 ottobre 2025 n. 146 recante disposizioni urgenti in materia di ingresso regolare di lavoratori e cittadini stranieri, nonché di gestione del fenomeno migratorio». Non è una nota politica, è un atto istituzionale. L’ultima seduta dell’Aula è dell’11 novembre; la prossima è fissata per il 25, direttamente sul decreto flussi.
Il punto non è l’assenza di commissioni – quelle lavorano, anzi, macinano audizioni sulla manovra come ricorda il dossier ufficiale della Commissione Bilancio del 30 ottobre – ma la scelta di spegnere proprio il luogo in cui il voto diventa legge.

Il Senato è la prima Camera sulla manovra 2026. Lo ricorda anche l’analisi di Pagella Politica pubblicata il 15 novembre: quando tocca a Palazzo Madama aprire la sessione, l’Aula storicamente resta attiva, anche nelle settimane più tese. Nel 2023 l’esame della legge di bilancio 2024 proseguì senza pause significative. Nel 2021 ci fu una sospensione lunga, ma senza elezioni in mezzo. Oggi, invece, si sommano le due cose: bilancio ed elezioni, nel momento più denso dell’anno parlamentare.

Il paragone con le altre regionali svela la distanza

Le regionali sono un elemento fisiologico, ma la durata della pausa non lo è. Pagella Politica ricostruisce che per Toscana e Calabria, a inizio ottobre, l’Aula si era fermata cinque giorni. Lo stesso per Valle d’Aosta e Marche a fine settembre. Mai due settimane piene, come adesso.

A differenza di allora, oggi si vota in Campania, Puglia e Veneto, tre regioni in cui la maggioranza si gioca equilibri interni e nazionali. Basta scorrere le cronache degli ultimi dieci giorni: Meloni in Veneto, Salvini nelle province simboliche della Lega, i ministri in tournée serrata.
La sospensione dell’Aula cade esattamente qui, con una puntualità che non richiede retorica per essere notata.

Il contrasto con la Camera accentua il quadro. Nel calendario di Montecitorio, nella stessa settimana, compaiono sedute pomeridiane e notturne sul decreto flussi e il testo condiviso che modifica l’articolo 609-bis del codice penale. Mentre il Senato abbassa le serrande, la Camera estende l’orario fino a mezzanotte. Non è il Parlamento che si ferma. È un ramo del Parlamento che decide di fermarsi per permettere alla politica di fare politica altrove.

La memoria corta della maggioranza

C’è una frase che torna a galla. Nella “Giornata parlamentare” del 3 maggio 2024, prodotta da Nomos Centro Studi Parlamentari, si legge che nella maggioranza era diffusa l’idea secondo cui «l’attività di governo non si può fermare per la campagna elettorale». Era vigilia delle europee: si pretendeva che il Parlamento restasse attivo, che i provvedimenti non fossero rallentati, che nessuno potesse accusare il governo di sfruttare il calendario per fare passerelle.

Un anno dopo, gli stessi partiti guidano il ramo del Parlamento che si ferma esplicitamente per la campagna. Nessun comunicato si preoccupa di mascherarlo: è scritto negli atti del Senato, nella motivazione che accompagna la settimana bianca dei lavori. La contraddizione non è un’opinione: è un documento.

Gli esempi non mancano. Nell’agosto 2020, come ricordava un’inchiesta di Repubblica, tra promesse di “niente ferie” e richiami all’emergenza, Camera e Senato chiusero comunque per diciotto giorni. Allora il centrodestra accusava l’esecutivo di “intermittenza istituzionale”. Oggi la stessa critica torna indietro, senza neanche bisogno di citare l’opposizione.

La fotografia è questa: Commissioni sotto pressione sulla manovra, Camera in seduta quasi continua, e Aula del Senato congelata nel momento in cui dovrebbe assumersi la parte più onerosa del lavoro legislativo. La spiegazione formale è legata alle elezioni; quella sostanziale è la scelta politica di mollare il Parlamento per presidiare i territori.

In un governo che usa spesso la parola “efficienza” come marchio identitario, la pausa del Senato diventa il contrappunto più eloquente. Perché le campagne elettorali finiscono, ma i vuoti del Parlamento si contabilizzano nei provvedimenti compressi, nelle fiducie annunciate e nelle discussioni che dovranno correre per recuperare ciò che oggi si è deciso di fermare.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #76

A Gaza la pioggia è stata più rapida delle risoluzioni. Nelle ultime ventiquattro ore le tende di Khan Yunis e Deir al-Balah sono crollate sotto il vento, i campi dell’Unrwa allagati, diciotto siti dichiarati “inabitabili”. Alla parrocchia della Sacra Famiglia, più di quattrocento persone cercano riparo mentre i vicoli intorno diventano fango. Eppure l’IDF ha confermato nuovi colpi d’artiglieria nella zona centrale: il “cessate il fuoco sostanziale” si incrina fra le sirene e l’acqua che entra dai teloni sfondati.

La situazione sanitaria precipita: l’Oms parla di cinquemila bambini in lista d’attesa per interventi essenziali, gli ospedali da campo giordani ed egiziani sospendono attività per mancanza di carburante, la diarrea infantile supera i diciassettemila casi settimanali. La guerra resta nel corpo dei bambini più di qualunque voto al Palazzo di Vetro.

Dalle carceri arrivano notizie ancora peggiori. Medici per i Diritti Umani–Israele aggiorna a novantotto i morti in custodia dal 2023 e segnala altre quattordici persone scomparse senza notizie alle famiglie. Ex detenuti rilasciati ieri raccontano acqua razionata, luce accesa ventiquattr’ore, numeri al posto dei nomi. Sul piano politico Netanyahuì ha ribadito che Israele manterrà la “responsabilità di sicurezza” su Gaza «per tutto il tempo necessario», smentendo nei fatti l’architettura negoziale in discussione.

Ai valichi, la normalità è l’intermittenza: Kerem Shalom ha aperto solo per sette ore, chiudendo con duecento camion di aiuti bloccati lato egiziano, comprese le macchine destinate alla ricerca degli ostaggi. E l’Europa manda segnali opposti: Berlino riapre all’export militare, mentre Dublino definisce la mossa «incompatibile con le garanzie umanitarie».

In questo scenario, il voto dell’Onu esta un esercizio lontano. La realtà, qui, non aspetta i verbali.

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Gender Pay Gap, in Italia il divario salariale tra uomini e donne vale due mesi di stipendio

Il 17 novembre segna per l’Europa il momento in cui, per effetto del gender pay gap, le donne smettono simbolicamente di essere pagate mentre gli uomini continuano fino al 31 dicembre. Il divario medio Ue è del 12 per cento, convertito in giorni di lavoro svaniti. In Italia i numeri sono più duri: secondo il Rendiconto di genere Inps 2024, le lavoratrici perdono il 20 per cento della retribuzione, con punte del 40 nell’immobiliare e del 35 nelle professioni scientifiche. Una distanza antica, stratificata, che continua a produrre effetti in ogni snodo della vita professionale e che nessun governo ha mai affrontato come priorità.

Un divario che nasce dal lavoro e si allarga nelle carriere

Il gap orario “basso” è un’illusione statistica. Il divario reale emerge quando si mettono insieme ore lavorate, tipologia dei contratti e possibilità di avanzamento. Le donne sono sovra-rappresentate nei settori meno remunerati e sotto-rappresentate nei comparti ad alta redditività. Il part-time involontario coinvolge quasi metà delle lavoratrici in alcune regioni e incide su salario, contributi, stabilità.

Il Rendiconto Inps restituisce una fotografia lineare: il capitale umano femminile viene depotenziato proprio dove dovrebbe generare ritorno. Nelle professioni qualificate, nei servizi ad alto contenuto tecnico, nella finanza e nella ricerca, la forbice non si restringe. La maternità continua a fissare la curva retributiva: interruzioni, rientri penalizzati, progressioni assenti. È una dinamica che ha il passo della normalità, a forza di essere ripetuta, e che si somma a un’offerta di welfare spesso insufficiente a compensare i carichi di cura.

Nella media annuale il ritardo italiano diventa ancora più netto. I tassi di occupazione femminile restano tra i più bassi d’Europa, e il mercato del lavoro italiano offre meno ore, meno posizioni stabili e meno responsabilità alle donne. L’effetto finale è una perdita di reddito che non è episodica: è sistemica, si accumula nel tempo e si trasmette tra generazioni, come mostrano i dati sulla povertà educativa nelle famiglie monogenitoriali femminili.

Dal salario alla pensione: l’eredità delle disuguaglianze

L’effetto finale si vede nelle pensioni. In Italia gli assegni femminili sono più leggeri di oltre il 30 per cento, con differenze ancora maggiori nelle prestazioni contributive. Una carriera discontinua e sottopagata produce un’età anziana più esposta. Gli indicatori sul rischio di povertà lo confermano: il divario non si chiude al termine della vita lavorativa, si amplifica.

Il quadro internazionale non corregge il pessimismo. Il Global Gender Gap Report 2025 stima che serviranno 123 anniper chiudere il divario complessivo di genere. L’Italia staziona nella parte bassa della classifica, con risultati fragili sulla partecipazione economica e una rappresentanza politica ancora ridotta. È il segno di un sistema che non valorizza il lavoro femminile né nella retribuzione né nel potere decisionale.

Gender pay gap: la direttiva Ue

La Direttiva Ue sulla trasparenza salariale prova a intervenire nel punto cruciale: aprire i libri paga, vietare il segreto salariale, imporre il reporting delle differenze oltre il 5 per cento. Le associazioni datoriali parlano di costi e burocrazia; i sindacati rivendicano “lo strumento minimo” per poter dimostrare le disparità. È il conflitto previsto quando la trasparenza smonta consuetudini consolidate.

L’Italia è una delle poche nazioni europee senza un Equal Pay Day nazionale. Un vuoto simbolico che pesa: i simboli servono a rendere visibile ciò che i numeri hanno già chiarito. Ogni anno, per milioni di lavoratrici, decine di giorni di lavoro svaniscono. L’Europa ne conta quarantacinque. In Italia sono molti di più. In assenza di una politica che affronti il problema come struttura e non come parentesi, continueranno

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Alberto Trentini e un anno di giorni persi

C’è un aereo che ieri è atterrato a Orly con un cittadino francese liberato dal Venezuela. E c’è un silenzio che oggi atterra in Italia: quello di un governo che da dodici mesi non riesce a riportare a casa Alberto Trentini, cooperante veneto detenuto senza accuse formali. La madre, Armanda Colusso, lo ha detto con una lucidità che taglia: «Fino ad agosto non c’era alcun contatto con il governo venezuelano». Una frase che pesa più di qualsiasi comunicato.

Macron annuncia la liberazione di Camilo Castro, ringrazia la diplomazia francese, mostra di sapere che un ostaggio non si lascia marcire nei sotterranei del Rodeo I. In Italia, invece, si celebra la liturgia dell’autocelebrazione: palchi, musichette, balletti infantili a uso social. Quando però si tratta di esercitare la responsabilità – quella vera, quella che pretende competenza e costanza – arriva il mutismo.

La premier ha telefonato tre volte in un anno, il sottosegretario Mantovano ha incontrato la famiglia due volte. Troppo poco, dice la madre. E soprattutto troppo tardi. Nel mezzo c’è un ragazzo recluso in una cella dura, che ha perso Natale, Pasqua, compleanni, e un Paese che ha preferito la prudenza al coraggio fino a quando l’interrogazione parlamentare non ha rotto il silenzio.

In diplomazia i risultati non si promettono: si ottengono. La Francia lo dimostra, l’Italia lo subisce. E nelle parole di Armanda Colusso c’è l’accusa più onesta che si possa rivolgere a un governo: aver confuso la scena politica con il mestiere di governare. Alberto Trentini resta là. Qui restano solo le scuse.

Buon lunedì. 

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Save the Children: adolescenti sempre più soli, iperconnessi e senza spazi

Il XVI Atlante dell’infanzia (a rischio) curato da Save the Children arriva con un messaggio semplice e irriducibile: le adolescenze italiane chiedono ascolto. I curatori parlano di un viaggio «in città, campagne, scuole, comunità, palestre» per restituire le voci di chi ha tra 13 e 19 anni. La fotografia è nitida. In Italia solo una persona su 15 è adolescente, una minoranza numericamente fragile, esposta agli effetti di una demografia sfavorevole e a disuguaglianze che crescono proprio nella fase in cui la costruzione dell’identità è più vulnerabile.

La condizione psicologica è il primo punto d’allarme. Secondo l’indagine contenuta nell’Atlante, meno della metà (49,6%) dei ragazzi e delle ragazze mostra un buon livello di benessere psicologico. La differenza di genere è una frattura: il 66% dei ragazzi dichiara un equilibrio soddisfacente, solo il 34% delle ragazze. È il divario più ampio d’Europa, oltre 30 punti percentuali. Nel quotidiano, il 9% ha sperimentato forme di isolamento volontario legate a difficoltà psicologiche, mentre quasi uno su otto usa psicofarmaci senza prescrizione, con una prevalenza più alta tra le ragazze (16,3%).

Le relazioni restano un appiglio: più dell’80% è soddisfatto dell’amicizia, il 78% del rapporto con i genitori. Ma il 31% segnala «gravi problemi» familiari, un dato che descrive un terreno instabile. Il consenso verso gli adulti resta alto, eppure le testimonianze raccolte dall’Atlante raccontano una generazione che avverte la distanza: la risposta a come stanno gli adolescenti «dipende da come stiamo noi adulti», osservano i ricercatori, indicando una corresponsabilità non aggirabile.

Onlife e povertà educativa

La vita dei nativi digitali è descritta come “onlife”, senza confini tra mondo fisico e digitale. Il 92,5% utilizza strumenti di Intelligenza artificiale, contro il 46,7% degli adulti. Il dato più drammatico è però la funzione emotiva che l’IA sta assumendo: il 41,8% degli adolescenti afferma di aver chiesto aiuto a chatbot come ChatGPT «quando era triste, solo o ansioso». Una percentuale simile (42,8%) la interpella per decisioni importanti: relazioni, scuola, scelte di vita. Il 63,5% trova «più soddisfacente» parlare con un sistema artificiale che con una persona reale. «È sempre disponibile», «non giudica», «mi capisce»: sono le motivazioni che emergono nel sondaggio.
La solitudine si infiltra nell’iperconnessione. Un adolescente su otto è iperconnesso, il 38% guarda spesso il cellulare anche in presenza di altri, il 27% diventa nervoso se non lo ha con sé. Il 47,1% è stato vittima di cyberbullismo, in forte aumento rispetto al 31,1% del 2018.

Il lato “offline” racconta un Paese che non offre spazio. Il 46,2% non legge libri al di fuori dei testi scolastici. Un adolescente su due non ha visitato mostre o musei nell’ultimo anno; nel Mezzogiorno la quota supera il 60%. Il 18,1%non pratica sport, quasi il 30% se vive al Sud. I dati sulle vacanze sono un indicatore di povertà educativa: solo il 47,6%dei 15-24enni ha fatto almeno una notte fuori casa nel 2024, contro l’81% dei coetanei spagnoli e il 90% degli olandesi.

Le testimonianze raccolte dall’Atlante nei Punti Luce, nelle scuole, nelle comunità residenziali descrivono una fame di luoghi in cui stare, sperimentare, respirare. Il capitolo “Fame di spazi” è esplicito: serve un’infrastruttura educativa territoriale che oggi manca, soprattutto nelle periferie e nelle aree interne.

L’urgenza politica

Le conclusioni dell’Atlante non hanno tono tecnico. Sono un avvertimento politico: il disagio adolescenziale è un’emergenza di sistema. «Le disuguaglianze economiche, educative e sociali si fanno più pesanti in questa fase cruciale della crescita», afferma Raffaela Milano, direttrice del Polo Ricerche. Il quadro demografico rende il problema ancora più urgente: pochi adolescenti, sempre più soli, spesso figli unici, sempre più esposti al rischio di povertà materiale ed educativa.

Il documento chiede con nettezza il potenziamento dei servizi di salute mentale per l’età evolutiva, un ruolo educativo della scuola che includa affettività e relazioni, e politiche sugli spazi che riconoscano il diritto degli adolescenti a ritrovarsi. La fotografia è chiara: guarda un Paese che gli adolescenti percepiscono come distante e intermittente, mentre cercano «un luogo dove esprimersi, essere ascoltati, sentirsi parte».

Le voci raccolte nell’Atlante chiudono il cerchio: la generazione che parla «senza filtri» domanda una cosa semplice, quasi ovvia. Essere riconosciuta. Perché crescere non è una traiettoria individuale: è un patto tra generazioni, oggi incrinato.

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Un’altra forma di assedio: prime piogge su Gaza

Le prime piogge sono arrivate a Gaza come un’altra forma di assedio. Le tende si riempiono d’acqua, le latrine tracimano, gli sfollati spostano i materassi da un angolo all’altro per salvarli dall’umidità. L’85% delle infrastrutture idriche e fognarie è distrutto e l’inverno entra da ogni fessura mentre la tregua del 10 ottobre resta una parola che non riesce a proteggere nessuno. Dentro questa pausa armata si è disegnata la nuova geografia del dopoguerra: la “Yellow Line” che taglia la Striscia da nord a sud, la metà orientale sotto controllo militare, la metà occidentale lasciata alla sopravvivenza tra tende e macerie. In quaranta giorni di “cessate il fuoco” sono stati uccisi centinaia di palestinesi in scontri, raid isolati o colpi sparati ai checkpoint.

È un conflitto che ha cambiato intensità, non logica. Fuori dal cono di luce delle trattative internazionali, la Cisgiordania scivola in una routine di violenza che nessun tavolo diplomatico riesce a nominare. A Salfit una moschea è stata incendiata dai coloni; nei villaggi gli ulivi vengono sradicati durante la raccolta; a Nablus e Hebron gli attacchi notturni sono ormai un’abitudine. Le ONG documentano pestaggi, incendi, aggressioni: un sistema di impunità che si consolida mentre la comunità internazionale discute di “stabilizzazione”.

A New York le grandi potenze trattano modelli di controllo, forze straniere, governance futura. Intorno alle parole “pace duratura” si muove un laboratorio geopolitico che somiglia poco alla vita dei campi allagati, delle fogne rotte, dei valichi dove i camion degli aiuti entrano col contagocce. Il diario di oggi finisce dove inizia il paradosso: si disegna il futuro di Gaza senza guardare a Gaza. In quelle tende fradice, sotto quella pioggia sporca, c’è già la risposta che nessuna risoluzione riesce a vedere.

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