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Uno e trino

Ieri è bastato mezzo pomeriggio per vedere ciò che a Palazzo Chigi si tenta di nascondere da due anni: il governo Meloni tiene finché tutti fingono di avere la stessa idea di politica estera. Appena l’inquadratura si allarga oltre i monologhi della premier, il mosaico si incrina. E le tessere tornano a essere quelle di tre partiti che viaggiano per conto proprio. Matteo Salvini ha rivendicato lo stop italiano alle nuove forniture di armi a Kiev. Ha parlato di «corruzione» e di soldi italiani che rischierebbero di finire «nelle tasche sbagliate». La sua è una frase che arriva come un’accusa vera e propria, perché sposta l’asse dell’argomento: non più efficacia militare, ma legittimità morale.

Una linea che alla Lega piace, perché permette di saldare posizionamento geopolitico e campagna elettorale permanente. A quel punto Guido Crosetto ha sbottato: definire «corrotta» l’intera Ucraina è un modo per indebolire l’Italia nelle alleanze che contano. Il ministro della Difesa ha provato a ricondurre tutto all’ordine, come se si trattasse dell’ennesimo incidente dialettico. L’effetto è stato l’opposto: il litigio a cielo aperto ha mostrato una frattura che non dipende più dalla contingenza. La premier è rimasta nella postura che conosce meglio: negare l’esistenza del problema. Meloni parla di “compattezza” mentre i suoi vicepresidenti fanno campagna su visioni incompatibili. In pubblico il governo giura fedeltà all’Occidente, nelle dichiarazioni dei partiti riemerge un’idea diversa del ruolo italiano nel mondo.

Due linguaggi che convivono solo se nessuno guarda troppo da vicino. La verità è che questa maggioranza è rimasta unita solo finché la politica estera era una scenografia da evocare nei comizi. Appena diventa una materia concreta – armi, impegni con Kiev, rapporti con gli alleati – la vernice cade. E ciò che resta è un esecutivo che parla con tre voci differenti, ognuna impegnata a misurare il consenso invece della credibilità internazionale del Paese. L’episodio di ieri non è un incidente: è un disvelamento. L’Italia è guidata da un governo che sulla scena globale appare intero solo quando nessuno dei protagonisti fiata. Quando lo fanno, l’alleanza si rivela per quello che è: un equilibrio provvisorio tenuto insieme dalla necessità del potere, non da una visione.

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Querela di Mori a Borsellino, la chiusura indagini riapre il caso dell’agenda rossa

L’avviso di conclusione indagini notificato a Salvatore Borsellino formalizza ciò che era trapelato nei giorni precedenti, quando – tra il 7 e l’8 novembre – il suo nome era stato iscritto nel registro degli indagati. La Procura di Palermo lo accusa di diffamazione aggravata dopo la querela del generale Mario Mori, l’ex capo del Ros che sostiene di essere stato vittima di affermazioni lesive della sua reputazione in relazione alla vicenda dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. È l’ennesimo sismografo di una ferita che non si chiude dopo trentatré anni di piste interrotte e depistaggi certificati.

La linea sottile tra assoluzioni e vuoti della storia

Le dichiarazioni contestate a Borsellino riguardano le presunte conoscenze e l’influenza di Mori sulle ricostruzioni dell’agenda nelle Commissioni Antimafia. A sostegno della propria tesi, Borsellino richiama gli elementi che negli anni hanno alimentato la sua battaglia civile: le immagini del capitano Arcangioli con la borsa del magistrato subito dopo l’esplosione, l’appunto attribuito a Arnaldo La Barbera che indica la consegna di «una borsa in pelle» e di «un’agenda» alla Procura di Caltanissetta il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage. Una catena di passaggi che non ha mai trovato un chiarimento definitivo.

Il percorso giudiziario di Mori, è bene ricordarlo, è costellato di assoluzioni: il processo sulla mancata perquisizione del covo di Riina, quello sulla mancata cattura di Provenzano, la sentenza definitiva sulla trattativa Stato-mafia. In alcuni casi  i giudici hanno adottato la formula «il fatto non costituisce reato», alimentando per anni il confronto tra verità giudiziaria e verità storica. Sul fatto che, pur non costituendo reato, esiste.

Il fronte civile parla di «attentato giudiziario»

Di fronte a questa querela, il Coordinamento nazionale delle associazioni dei familiari delle vittime di stragi e attentati ha reagito con un documento firmato da Bolognesi, Milani, Manca, Caccia e altri, in cui l’azione contro Borsellino viene definita un «attentato giudiziario». Un modo per rappresentare la preoccupazione che lo strumento penale possa diventare un mezzo per limitare chi resta impegnato a interrogare i buchi neri lasciati dalla stagione stragista.

Il Coordinamento usa la parola «grottesco» nel constatare che la persona che da oltre tre decenni chiede conto della scomparsa dell’agenda rossa diventi oggi imputato, mentre molti nodi degli anni ’92 restano sospesi. Le famiglie delle vittime ricordano come numerosi uomini degli apparati siano passati attraverso processi cruciali negli anni delle stragi e siano stati assolti «perché il fatto non costituisce reato». Parole che danno il polso del conflitto che questa vicenda riapre.

Per Salvatore Borsellino, la querela è “l’occasione per portare l’agenda rossa in un’aula di giustizia”. L’udienza preliminare, attesa nelle prossime settimane, rischia di diventare un passaggio simbolico: da una parte la tutela dell’onorabilità di un ex ufficiale assolto nei processi più delicati; dall’altra il diritto di chi non smette di chiedere verità sul reperto scomparso che rappresenta il cuore irrisolto del 19 luglio 1992.

La vicenda segna l’ennesimo punto di frizione tra istituzioni, memoria e giustizia. A trentatré anni dalla strage di via D’Amelio, ogni passaggio giudiziario sembra ricordare che la distanza tra ciò che è stato accertato e ciò che si continua a cercare non è un capitolo chiuso. È ancora la ferita aperta del Paese.

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Piva nel sacco a Villa Pamphilj: il grande naufragio albanese

Villa Pamphilj, ieri. Giorgia Meloni è arrivata accanto a Edi Rama ripetendo lo slogan che aveva promesso di scolpire nella storia: «Funzioneranno». I centri in Albania, 670 milioni già spesi e altri 70 pronti a partire, dovevano essere il capolavoro della fermezza. Invece, davanti ai cronisti, la premier si è ritrovata con la piva nel sacco. Nei due mega-impianti di Shengjin e Gjadër non passa quasi nessuno: una ventina di migranti in tutto, strutture semivuote, ritardi che persino lei ora è costretta ad ammettere.

Eppure, nel copione meloniano, la responsabilità è sempre altrove. «La colpa è dei giudici», ha scandito, accusando magistrature italiane ed europee di aver “bloccato” i trasferimenti da Bangladesh e Tunisia perché giudicate non sicure. È il solito ritornello: quando i numeri implodono, si invocano complotti togati, burocrazie ostili, Europa cattiva. Tutti colpevoli, tranne chi ha voluto un progetto ingestibile, costosissimo e politicamente tossico.

Nel frattempo Rama incassa sorrisi, appalti, pattugliatori e l’impegno italiano a sostenerne l’ingresso nell’Ue. È lui il vero vincitore del vertice: porta a casa navi, investimenti e la legittimazione di un’operazione che a Tirana rende molto più che a Roma.

L’opposizione parla di «800 milioni bruciati per prigioni vuote». È una fotografia impietosa, ma difficilmente smentibile: un monumento all’improvvisazione, costruito per annunciare la “svolta storica” sull’immigrazione e finito in un parcheggio costoso, senza funzione e senza strategia. Meloni continua a ripetere «funzioneranno». Ma i cancelli restano chiusi, come la realtà che si ostina a non obbedirle.

Buon venerdì.

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La contabilità della morte che sta in un foglio Excel

Nel documento interno della brigata Givati trapelato ieri c’è una riga che racconta più di molte conferenze stampa. Il 19 novembre 2024 un corrispondente militare parla di «circa 40 terroristi» uccisi mentre tentavano di fuggire da Jabalia sotto pioggia e nebbia. Nel foglio Excel ufficiale, però, quel giorno i morti registrati sono dieci, due il giorno prima. Trenta persone che scompaiono nella contabilità della guerra, inghiottite da una parola che le assorbe tutte: «terrorista». È in quella discrepanza che si vede come una tregua possa convivere con un archivio che continua a cancellare. Sul terreno la tregua resta una formula diplomatica. A Beit Lid, in Cisgiordania, oltre cinquanta coloni mascherati hanno incendiato camion, terre agricole, una fabbrica, ferendo quattro palestinesi. Nelle agenzie scorrono altre violenze: una moschea bruciata nel nord, scritte razziste, minacce persino ai soldati israeliani. A Gaza i raid su Khan Yunis e Beit Lahia continuano a intermittenza: un morto a Jabalia, demolizioni di siti definiti “oltre la Linea Gialla”. Il senatore Rubio avverte che la violenza dei coloni può far saltare la tregua, mentre nello stesso giorno invoca una forza multinazionale di “stabilizzazione”. Due piani paralleli che non si toccano.Nei palazzi, infatti, si lavora sulla narrazione. Il G7 Esteri in Canada dice di occuparsi di «Gaza e tensioni emergenti», mentre Trump scrive a Herzog chiedendo la grazia per Netanyahu in pieno processo. Macron autorizza le aziende israeliane della difesa al salone di Parigi. In Italia si parla sempre meno delle violazioni della tregua e il silenzio del governo. Resta la stessa lezione: nei conflitti e nelle politiche, ciò che non viene registrato smette di esistere. A Gaza e in Cisgiordania spariscono vite; altrove spariscono responsabilità. Il metodo è identico: correggere i numeri e sperare che il mondo guardi altrove.

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Ddl Pmi e moda, l’appello di sindacati e Ong contro lo “scudo penale” alle grandi firme

L’appello è arrivato mentre il disegno di legge sulle Pmi sta per entrare alla Camera. Filctem Cgil, Campagna Abiti Puliti, Libera, Transparency International Italia e decine di altre sigle chiedono ai deputati di fermarsi: «Non votate il ddl che legalizza lo sfruttamento nella moda». La denuncia prende forma dopo mesi di indagini della Procura di Milano che hanno messo sotto amministrazione giudiziaria marchi simbolo del lusso nazionale, svelando paghe da pochi euro l’ora, opifici-dormitorio e una catena di subappalti costruita sulla dipendenza economica dei laboratori.

Il nodo della certificazione “volontaria”

Il testo approvato al Senato introduce una certificazione di conformità della filiera ottenibile su base volontaria. È l’elemento che ha riacceso le tensioni. Secondo l’appello, il bollino «rischia di trasformarsi in uno scudo penale» perché la capofila potrà esibire contratti formalmente corretti e rivendicare la propria estraneità agli abusi che emergono in fondo alla catena. Una strategia già vista: nelle misure di prevenzione del Tribunale di Milano – disposte verso alcuni marchi di prestigio del settore della moda – le società principali non risultano indagate per caporalato, mentre l’accusa ricostruisce una “agevolazione colposa” che ha permesso ai fornitori di sfruttare manodopera irregolare.

Deborah Lucchetti, coordinatrice di Abiti Puliti, lo definisce un modello che «scarica la responsabilità sui fornitori e tutela il brand». Nei dossier allegati alla campagna si spiega che i documenti richiesti dalla certificazione sono gli stessi che i subappaltatori già oggi consegnano, spesso non corrispondenti alle condizioni reali dei lavoratori. Gli attivisti temono che il nuovo bollino cristallizzi questa distanza fra carta e produzione, rendendo più difficile l’accertamento giudiziario della responsabilità delle capofila.

Una filiera sotto indagine, un Parlamento sotto pressione

Le inchieste degli ultimi mesi delineano un quadro che il ddl non affronta. Le carte dei vari casi parlano di prassi «radicata e collaudata» nelle subforniture, descrivono turni notturni, salari a 2,75 euro e alloggi di fortuna. Nelle ricostruzioni giudiziarie, la marginalità penale delle capofila dipende dalla distanza formale creata dai contratti di appalto. Proprio questo meccanismo, sostengono sindacati e Ong, verrebbe consolidato dal disegno di legge con l’istituzione di una filiera “certificata” che non impone verifiche indipendenti, controlli sul campo, obblighi di pubblicazione dei fornitori.

La Regione Lombardia ha firmato in primavera un Protocollo per la legalità nella moda con una piattaforma di tracciabilità, anch’essa non obbligatoria. Il ddl nazionale replica quell’impianto, lasciando all’adesione volontaria la parte più delicata: la trasparenza. Nel frattempo l’Europa chiede tutt’altro. La direttiva Csddd obbliga le grandi imprese a verificare e prevenire gli impatti negativi sui diritti umani lungo tutta la filiera. Secondo la rete che ha sottoscritto l’appello, il Parlamento dovrebbe muoversi in questa direzione, rafforzando la responsabilità dei committenti invece di concedere una via d’uscita attraverso un marchio di conformità.

L’arrivo del testo alla Camera è la prima vera prova politica. Nelle prossime settimane i deputati dovranno decidere se modificare le norme o confermarle così come sono. I firmatari chiedono un cambio di rotta immediato: due diligence obbligatoria, pubblicazione dei fornitori, controlli reali. Perché il rischio è che il Made in Italy continui a produrre valore al vertice e vulnerabilità nella base, mentre la legge, anziché intervenire, ne certifica la distanza.

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Femminicidi, scontro in Aula tra Valditara e le opposizioni. Mentre a Milano un uomo tenta di bruciare la ex

I femminicidi hanno fatto da scintilla, alla Camera, mentre si discuteva il disegno di legge sull’educazione sessuale e affettiva. Un provvedimento che la Lega ha svuotato con un emendamento: l’obbligo del consenso dei genitori anche alle medie, trasformando un tema educativo in terreno di veto ideologico. Quando le opposizioni – dal Pd al M5S fino ad Avs – hanno ricordato che l’Italia è un Paese dove ogni tre giorni una donna viene uccisa, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha perso la pazienza: «Vergognatevi, avete sfruttato i femminicidi». Poi ha lasciato l’Aula, tra le proteste e la sospensione dei lavori.

Un’aula in fiamme

Il ministro, indignato, ha scelto di reagire. Si è detto «stanco delle falsità» e ha accusato l’opposizione di manipolare la tragedia. Le opposizioni hanno replicato sottolineando che la violenza maschile è un fatto non un insulto personale. E in Aula è partita la bagarre, con la deputata del Pd Silvia Roggiani che aveva appena ricordato l’appello di Gino Cecchettin a «rimettere al centro l’educazione sessuale e affettiva dei ragazzi». Un passaggio che meritava ascolto, non urla. Da quel momento la discussione è deragliata: Simona Bonafè (Pd) ha parlato di «frattura profonda» tra governo e Parlamento, Marco Grimaldi (Alleanza Verdi Sinistra) ha chiesto le scuse del ministro, Vittoria Baldino (Movimento 5 Stelle) ha risposto: «Dobbiamo vergognarci, sì, ma di Valditara». Il ministro ha provato poi a ridimensionare: «Le mie affermazioni erano politiche, non personali».

Mentre a Milano accadeva l’ennesimo orrore

Nelle stesse ore, un uomo a Cologno Monzese cercava di dare fuoco alla ex moglie. Le ha gettato benzina sul volto gridandole: «Li vuoi vedere i bambini stasera». Era già stato denunciato, la perseguitava, le aveva nascosto le chiavi dell’auto e installato un gps per controllarla. Il gip Luca Milani ha scritto che l’uomo era mosso da «una continua opera di sopraffazione e abuso», e che solo il carcere poteva impedirgli di annientarla. Una vicenda che avrebbe potuto chiudersi con un rogo e una lapide.

Educazione e realtà

La distanza tra la scena parlamentare e quella di cronaca è la misura esatta della politica italiana. Da un lato, il ministro dell’Istruzione che grida «vergogna» a chi nomina i femminicidi; dall’altro, una donna che si salva per caso da una morte annunciata. Ogni volta che la destra evoca la “libertà dei genitori” per opporsi all’educazione affettiva, dimentica che quella libertà non esiste per chi vive nella paura dentro casa.

Il ddl in discussione, già contestato da associazioni e docenti, non introduce educazione sessuale obbligatoria, ma la limita. Eppure la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, lo scorso anno, aveva promesso di «combattere le radici culturali della violenza». Quelle radici crescono proprio nel silenzio, nelle scuole dove nessuno spiega cosa siano consenso e rispetto.

Un Paese che educa al silenzio

Il 12 novembre resterà una data simbolica: mentre in Parlamento si gridava contro chi invoca educazione e consapevolezza, nelle strade si consumava un altro tentato femminicidio. È la fotografia di un Paese che discute dei toni, non delle cause; che si indigna per le parole, ma tace sui fatti. E intanto, tra gli applausi della sua maggioranza, Valditara ha lasciato l’aula «per impegni istituzionali». Tra i quali forse andrebbe inserito anche quello di insegnare, davvero, cosa significa rispettare una vita.

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Ricerca al collasso: 9 precari su 10 senza contratto entro il 2026, allarme università e Pnrr

Roma, 11 novembre. In piazza Montecitorio la ricerca italiana ha alzato la voce. Dottorandi, post-doc, assegnisti e tecnologi hanno sfilato per chiedere quello che in un Paese normale non si chiede: un futuro. Secondo l’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca, l’86,5 % degli incarichi oggi attivi scadrà entro luglio 2026. Senza un piano di reclutamento, “nove su dieci” usciranno dall’università nell’arco di un anno. Una soglia che non riguarda solo la condizione individuale ma la tenuta stessa del sistema: corsi, laboratori e progetti europei già ora dipendono dal lavoro di chi non ha garanzie.

Una precarietà diventata metodo

Negli ultimi dieci anni i ricercatori precari sono cresciuti di otto volte. Nel 2023 la quota di personale di ricerca a tempo determinato ha raggiunto il 77 %, mentre nel 2013 era sotto il 10%. I contratti durano in media meno di dodici mesi e il 43 % di quelli finanziati con fondi Prin o Pon non arriva all’anno. Retribuzioni medie sotto i 1.700 euro e carriere bloccate spingono verso l’estero intere generazioni di studiosi. Rimangono in Italia circa 30 mila post-doc e 40 mila dottorandi, molti dei quali coprono lezioni e attività strutturali senza tutele piene. È una normalità piegata alla logica dell’emergenza: la ricerca vive, ma sopravvive chi la fa.

Il paradosso è che si parla di “merito” e “eccellenza” in un sistema che alimenta l’insicurezza come condizione strutturale. Ogni anno il Paese forma ricercatori che altri Paesi assumono: Germania, Francia e Spagna attraggono profili italiani con salari più alti del 40% e percorsi di carriera certi. L’Italia resta in fondo alla classifica europea per retribuzioni iniziali e investimenti in ricerca pubblica, fermi all’1,5% del Pil. È il divario che svuota le università mentre la retorica governativa parla di competitività.

FFO insufficiente e “cliff” PNRR

Il governo rivendica un Fondo di Finanziamento Ordinario 2025 pari a 9,4 miliardi, con +336 milioni rispetto all’anno precedente. Un aumento che, nei conti degli atenei, non basta a colmare i tagli pluriennali e l’inflazione: il sottofinanziamento stimato supera il mezzo miliardo. A questo si aggiunge la scadenza dei fondi straordinari del Pnrr, che entro il 2026 termineranno lasciando scoperti migliaia di contratti. È il cosiddetto “effetto cliff”: un salto nel vuoto per i ricercatori assunti grazie alle risorse straordinarie e per i progetti che senza personale non potranno proseguire. L’Adi parla di una crisi funzionale imminente, fatta di corsi soppressi, laboratori chiusi e ricerca competitiva in caduta libera.

Le richieste e la politica distratta

In piazza le parole d’ordine sono nette: coperture certe per i nuovi percorsi di tenure-track, stabilizzazioni per chi svolge mansioni continuative, stop all’abuso degli assegni di ricerca per ruoli permanenti. La ministra dell’Università Anna Maria Bernini rivendica l’aumento dei fondi e promette nuovi strumenti di reclutamento, ma sindacati e associazioni parlano di annunci “senza copertura”. Nel solo Consiglio nazionale delle ricerche, circa 4 mila lavoratori restano precari: di questi, almeno 1.500 avrebbero diritto alla stabilizzazione ai sensi della legge Madia. La deputata dem Rachele Scarpa e la capogruppo Avs Elisabetta Piccolotti avvertono che, senza fondi nella manovra, l’Italia sprecherà i risultati del Pnrr e perderà capitale umano formato con risorse pubbliche.

La manifestazione di Roma non è un episodio, ma un sintomo. Il sistema universitario italiano si regge su una forza lavoro precaria che il bilancio pubblico non intende stabilizzare. Entro un anno migliaia di ricercatori resteranno senza contratto, con finanziamenti ordinari insufficienti e fondi straordinari in esaurimento. Se nulla cambia, l’università pubblica entrerà in modalità emergenza: meno docenti, meno ricerca, meno futuro. E la “culla della conoscenza” rischierà di diventare un cimitero di promesse e di intelligenze lasciate a scadenza.

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Meloni e la magia dei tagli invisibili

Giorgia Meloni ha scelto l’assenza per l’assemblea dell’Anci a Bologna. Ha mandato un messaggio registrato, come si fa quando le parole rischiano di essere fischiate. «Per la prima volta dopo molti anni non ci sono nuovi tagli», ha detto. È vero: non nuovi, semplicemente vecchi e ancora attivi. La manovra dell’anno scorso ha sottratto ai Comuni 2,8 miliardi fino al 2029. Una magia contabile: i tagli ci sono, ma non si vedono.

I sindaci, da Modena a Napoli, hanno replicato con i bilanci alla mano. Gaetano Manfredi ha ricordato che la capacità operativa dei Comuni si è ridotta di due miliardi e che il rinnovo del contratto dei lavoratori degli enti locali costerà un miliardo e mezzo, coperto solo per un decimo. Matteo Lepore ha denunciato che finiti i fondi Pnrr non ci sarà un euro per mantenere metropolitane e tram. Intanto il governo prevede che la spesa militare salga fino al 5% del Pil entro il 2035.

Meloni si vanta di aver alzato a 250 milioni il fondo per i minori affidati e di aver reso stabile quello per i centri estivi, ma dimentica di dire che il fondo per la morosità incolpevole non esiste più e che il piano casa resta una promessa senza fondi. Persino il presidente Mattarella, con la sua consueta misura, ha ricordato che la casa è «basilare per incoraggiare le nuove famiglie e i giovani studenti».

Meloni dice di “difendere i Comuni”, ma li lascia senza risorse per i servizi e con le spese scaricate sui cittadini. È la solita alchimia del governo: rivendicare ciò che si taglia, smentire ciò che si fa, e chiamarlo patriottismo contabile. 

Buon giovedì. 

 

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Studenti iraniani, visti di studio bloccati: il governo smentisce le sue promesse umanitarie

Il 7 novembre il Tribunale di Torino ha ordinato al Ministero degli Esteri e all’Ambasciata italiana a Teheran di fissare entro il 30 novembre gli appuntamenti per l’esame dei visti di studio degli studenti iraniani. Una decisione che fotografa il rovescio di un racconto politico: quello di un governo che, tra conferenze stampa e comunicati, continua a definirsi «umanitario» e «amico della libertà», ma che nei fatti ha trasformato l’accesso agli studi in un privilegio riservato a chi riesce a sopravvivere alla burocrazia.

Le promesse erano state solenni. Nell’agosto 2024 Giorgia Meloni assicurava che «l’Italia sarà al fianco della popolazione iraniana» e che avrebbe «rafforzato la cooperazione umanitaria e culturale». Antonio Tajani, a gennaio 2025, rivendicava i «canali aperti con l’Iran», descrivendoli come «decisivi per la stabilità e il dialogo». Persino nei programmi di governo la coalizione parlava di promozione della “libertà di studio” e di una “rete diplomatica capace di attrarre talenti internazionali”. Tutto scritto, tutto disatteso.

Promesse di aiuto, porte sbarrate

Mentre la premier moltiplicava i richiami alla «comunità internazionale», la stessa Farnesina chiudeva le prenotazioni per i visti di studio sei giorni dopo averle aperte. Il 2 maggio 2025 il portale consolare ha accolto le richieste, poi la serranda è calata lasciando fuori centinaia di studenti ammessi dalle università italiane. L’anno accademico è iniziato senza di loro. A salvarli è stato il ricorso promosso da Asgi e da uno studente iraniano: il giudice ha parlato di «prassi illegittima» e imposto lo sblocco immediato del calendario.

La decisione non riguarda solo Teheran. Rivela l’ipocrisia di un Paese che sbandiera la solidarietà internazionale ma non riesce neppure a gestire un’agenda consolare. Ogni anno oltre tremila iraniani vengono ammessi negli atenei italiani, e la comunità studentesca supera le tredicimila unità. Si tratta di una risorsa accademica e scientifica cruciale in un Paese penultimo in Europa per quota di laureati. Eppure, invece di agevolare il percorso, lo Stato erige barriere digitali, scadenze arbitrarie e silenzi amministrativi.

L’umanitarismo di facciata

La Farnesina parla di «procedure di sicurezza». Ma dietro i proclami sulla difesa dei diritti, l’Italia riproduce la stessa logica del sospetto che domina le sue politiche migratorie. Gli studenti iraniani, selezionati e già ammessi dagli atenei, sono trattati come un rischio da contenere, non come risorsa da valorizzare. Il risultato è un danno collettivo: posti vacanti, tasse universitarie perdute, e una reputazione accademica che si presenta al mondo con l’immagine di una porta chiusa.

Asgi ha ricordato che l’inottemperanza a un ordine del giudice può costituire illecito penale. E ha chiesto al Ministero un adempimento rapido, per «ripristinare i diritti e salvare l’anno accademico». Intanto decine di studenti stanno cercando di prenotare i nuovi appuntamenti: è una corsa contro il tempo e contro l’indifferenza di chi governa.

Il caso dei visti iraniani è un test di credibilità per il governo Meloni. Se la solidarietà vale solo davanti alle telecamere, diventa retorica diplomatica. Se la cooperazione si traduce in slot chiusi e attese infinite, la “nazione umanitaria” esiste solo nei comunicati. L’Italia che promette aiuto all’Iran non è quella dei discorsi ufficiali: è quella che deve essere richiamata da un tribunale per ricordarle che il diritto allo studio non si sospende per disorganizzazione consolare.

E mentre la premier insiste sul «modello italiano di aiuto e di accoglienza», gli studenti iraniani vivono un’attesa che si misura in mesi e speranze perdute. È la distanza tra la propaganda e la realtà: da un lato i proclami sulla “cultura come ponte”, dall’altro il silenzio di un Paese che lascia chi vuole studiare alla porta di un consolato chiuso. Un Paese che si proclama difensore della libertà, ma che finisce ogni volta per inciampare nella propria zavorra amministrativa.

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Riapre il valico di Zikim, mentre cadono le bombe

12 novembre. Il valico di Zikim è stato riaperto per far entrare aiuti umanitari nel nord della Striscia. Israele lo definisce un segnale di fiducia, ma nello stesso momento riprendono i bombardamenti su Beit Lahiya e Jabalia. Secondo la BBC, oltre millecinquecento edifici sono stati demoliti durante la tregua. La pace, nei comunicati, resta un verbo al futuro.

L’Unicef denuncia un milione di siringhe bloccate ai valichi e cinquemila bambini in attesa di cure. A passare sono solo i carichi “approvati”, mentre Singapore invia cento protesi per amputati: un gesto simbolico in un sistema sanitario che non riesce più a operare. La retorica della ricostruzione arriva prima della possibilità di curarsi.

Intanto Israele approva una legge che consente di oscurare media stranieri e chiudere redazioni considerate “ostili”. Gaza resta sigillata anche per l’informazione. Fnsi, Ordine dei Giornalisti e Movimento Giustizia e Pace chiedono all’Europa di intervenire: quasi trecento reporter palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra. Alessandra Costante avverte: «Non vogliamo colonizzare la notizia, vogliamo verificarla».

In Cisgiordania, coloni mascherati attaccano villaggi nell’area di Tulkarem. L’esercito parla di episodi “intollerabili” che “minano la stabilità”. La stessa parola che il G7 in Canada usa per definire la regione, mentre Il Cairo e Ankara discutono di una forza di stabilizzazione. Tajani rivendica il ruolo dell’Italia nella ricostruzione, ma sul terreno la tregua continua a produrre macerie.

In Israele esplode la polemica per la chiusura della radio delle Forze armate decisa dal ministro Katz, mentre Trump scrive a Herzog chiedendo la grazia per Netanyahu. Nella grammatica politica degli annunci la pace è un titolo, non una condizione. Sul campo, invece, la tregua si misura nei silenzi, nei varchi selettivi e nelle voci che non possono entrare.

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