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Caro-bollette: perché Calenda sbaglia sui costi di rete

Carlo Calenda ha trovato il colpevole delle bollette alte: il filo del contatore. La presa elettrica. Il palo della luce sotto casa. Tutto, insomma, tranne la realtà. In un paese dove ogni problema diventa un talk show, c’è sempre qualcuno che risolve la crisi energetica in un thread su X. Questa volta il protagonista è Calenda, che da settimane se la prende con i “costi di rete”, come se gli elettrodotti avessero improvvisamente iniziato a chiedere lo stipendio.

Peccato che Arera, cioè l’Autorità che regola davvero le tariffe, presenti da settimane cifre un po’ meno teatrali. Servizi di trasporto e misura: 20,1%. Oneri di sistema: 10,3%. Il resto è costo dell’energia, quella che compriamo ai mercati internazionali perché il nostro sistema elettrico è ancora impastato di gas. È scritto nero su bianco nei documenti ufficiali. Ma è più semplice raccontare che ci stanno spennando con i cavi.

I dati sono noiosi, ma si ostinano a esistere

Il prezzo dell’elettricità in Italia resta alto per una ragione molto semplice: produciamo buona parte dell’energia usando centrali a gas. E il gas lo compriamo dopo aver tagliato con l’accetta i rapporti con il fornitore più grande che avevamo. Al posto del metano russo via tubo, abbiamo scelto Gnl da far arrivare via nave, rigassificare e distribuire. Un processo più costoso. Questo significa che partiamo da un prezzo all’ingrosso più elevato. E la bolletta segue.

Le statistiche europee lo mostrano con una calma quasi irritante. I paesi che dipendono meno dal gas hanno avvertito la crisi, poi hanno recuperato. L’Italia ha avvertito la crisi, poi ha continuato a pagarla. Per questa ragione le famiglie italiane si ritrovano bollette più pesanti, non perché le reti italiane siano improvvisamente diventate Versailles elettriche da illuminare con diamanti.

Chiunque abbia guardato i dati Eurostat sulla scomposizione della bolletta sa che il peso della rete in Germania è spesso più alto che in Italia. Ma lì se ne discute, si pianificano investimenti, si decide se calmierare o meno i costi. Da noi, invece, il dibattito è ridotto a un colpevole comodo. Il palo della luce, appunto.

Bollette, il punto che Calenda evita con cura

Le reti servono a far arrivare la corrente. Senza quelle, la spina nel muro è solo arredamento. E quei costi vengono regolati, pianificati, diluiti negli anni. Le oscillazioni violente le causa il mercato all’ingrosso dell’energia, non l’addetto che sostituisce il trasformatore vicino al supermercato. Lo ripete Arera da mesi: la discesa o la salita della bolletta dipende quasi interamente dalla componente energia. Quando cala il prezzo del gas, le bollette scendono. Quando sale, salgono.

Quindi sì, si può continuare a dire che la rete pesa troppo. È un modo per parlare molto senza toccare il tema che brucia: l’Italia non ha ancora fatto il salto alle rinnovabili. Autorizzazioni bloccate per anni, veti incrociati, regioni che litigano sui colori delle pale eoliche, un Paese intero che vuole l’energia pulita ma solo nel giardino degli altri. E poi si cercano i colpevoli dove fa meno male. Nel contatore. Nell’armadio grigio della cabina elettrica. Una comicità involontaria.

Il problema è strutturale: finché la produzione elettrica resterà legata al gas, la bolletta continuerà a essere la radiografia di eventi che succedono a migliaia di chilometri. La via d’uscita esiste, ma richiede lavoro lungo, noioso, non da talk show: rinnovabili, accumuli, gestione flessibile della domanda. Tutto ciò che, nelle interviste-lampo, resta sullo sfondo.

Calenda può continuare a prendersela con la rete. Intanto la rete continua a fare quello che fa: portare l’elettricità nelle case. Sarebbe già qualcosa se la politica facesse altrettanto.

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Il ministro del disboscamento culturale

C’è un ministro della Cultura che dice di amare il cinema, ma nelle carte ufficiali ne programma l’eutanasia. Alessandro Giuli, appena insediato, aveva promesso di difendere «la filiera dell’audiovisivo». Poi, il 17 ottobre, il suo gabinetto ha scritto al Tesoro indicando i capitoli da sacrificare: il Fondo per il cinema e l’audiovisivo doveva scendere da 696 a 400 milioni di euro, cioè 540 milioni di tagli in due anni.

Non un errore, ma una scelta politica. Colpire un settore considerato “ostile” dopo i discorsi di Elio Germano al Quirinale e di altri artisti scomodi. Punire un’industria culturale che dà lavoro a migliaia di persone, vale circa l’1% del PIL e contribuisce più di tanti distretti industriali. Persino i tecnici del Mef hanno frenato, spiegando che un taglio simile avrebbe messo in ginocchio l’intero sistema produttivo.

Giuli, scoperto, ha tentato la contorsione: ha parlato di «fraintendimento» e minacciato querele contro chi ha pubblicato la mail, cioè Repubblica. Ma la mail esiste, è firmata, e racconta la verità di un ministro che considera la cultura una spesa superflua, non un investimento.

In Aula non è un caso che siano arrivate parole nette: Gaetano Amato (M5S) ha chiesto al ministro di riferire «con urgenza», parlando di «gravità inaudita»; Matteo Orfini (Pd) vede una «linea: demolire una filiera industriale perché non gradita»; Elisabetta Piccolotti (Avs) definisce Giuli «ministro contro la Cultura». Intanto Anica e Apa giudicano «devastanti» i tagli e smontano la finta toppa dei 100 milioni spostati dai contributi automatici: una partita di giro, non risorse nuove.

Oggi sarà ricevuto da Giorgetti per chiarire, ma la domanda resta: come può un ministro della Cultura rimanere al suo posto dopo aver chiesto di decimare la cultura stessa

Buon mercoledì.

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Altro che cessate il fuoco, tregua violata 282 volte

Sui tavoli diplomatici si discute dell’ipotesi di una base militare statunitense al confine con Gaza, come se la tregua fosse un corridoio da amministrare dall’alto. Ma sul terreno i numeri rimangono quelli di una guerra che non si ferma. Hamas denuncia 282 violazioni della tregua in un mese e 242 palestinesi uccisi sotto il fuoco mentre il mondo parlava di “cessazione delle ostilità”. Almeno 1.800 persone risultano disperse tra le macerie. È una tregua che non protegge, ma contabilizza. Gli Houthi hanno annunciato la sospensione degli attacchi contro Israele e le navi nel Mar Rosso, precisando che riprenderanno se la guerra riparte. La tregua, dunque, non solo non è pace: è un equilibrio che si regge sulle dita, come un fiammifero acceso troppo vicino alla benzina. Basta poco per tornare al buio Sul fronte umanitario, 145 camion di aiuti al giorno attraversano i valichi. È una cifra che produce comunicati ottimistici, ma non abbastanza da sostenere due milioni e mezzo di persone. L’acqua resta razionata, gli ospedali sono senza farmaci, le liste di pazienti che necessitano evacuazione superano le 16.000 persone. Anche quando le bombe tacciono, il tempo continua a uccidere. In Israele, mentre si parla di “stabilizzazione”, la Knesset ha dato prima lettura alla pena di morte per chi viene definito “terrorista”. Parallelamente avanza una stretta sui media stranieri. Chi racconta la guerra diventa, per definizione, sospetto. La narrazione è un campo di battaglia come gli altri. E poi c’è la Cisgiordania, dove l’attenzione internazionale scivola via come sabbia. Dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi 216 minori palestinesi dalle forze israeliane e dai coloni armati. Quest’anno il numero di bambini palestinesi detenuti è il più alto dal 2016. Gaza al centro, Cisgiordania ai margini: ma la frattura è la stessa.

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Tra Fascismo e revisionismo: perché la ricostruzione di Vannacci non sta storicamente in piedi

Eccolo, di nuovo. L’europarlamentare leghista Roberto Vannacci ha tentato di riscrivere l’ascesa del fascismo come se fosse il risultato lineare di procedure istituzionali legittime. In un post che si pretende didattico, cita Renzo De Felice come fosse una certificazione, minimizza la Marcia su Roma a «manifestazione di piazza» e rivendica che «le principali leggi del regime furono approvate dal Parlamento e promulgate dal Re». E soprattutto tace. Tace precisamente il punto che annulla tutto il resto: l’omicidio di Giacomo Matteotti, il cuore della verità storica che il revisionismo non può permettersi di guardare.

La ricostruzione proposta non è nuova. Funziona sempre allo stesso modo: estrarre la forma e cancellare il contesto. È vero che Mussolini fu eletto nel 1921. Ma fu eletto nei Blocchi nazionali voluti da Giolitti, mentre nel Paese le squadre fasciste bruciavano Camere del Lavoro e intimidivano candidati ed elettori. Parlare di “consenso” ignorando la violenza sistematica significa rimuovere l’elemento dirimente.

La normalizzazione impossibile

La Marcia su Roma non fu una passeggiata. Fu un ricatto armato a cui la monarchia scelse di non opporsi. Il Consiglio dei ministri aveva già firmato lo stato d’assedio. Il Re rifiutò di controfirmarlo. È lì che si spezza la legalità costituzionale, non anni dopo. Se Mussolini arrivò al governo su un treno, fu perché bastava la minaccia. È esattamente questo che il revisionismo prova a smontare: lo Stato cedette alla forza extraparlamentare.

Quando poi Vannacci rivendica la “regolarità” delle leggi, omette il passaggio centrale. Il 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito e assassinato dopo aver denunciato alla Camera violenze e brogli. L’opposizione si ritirò sull’Aventino. Il 3 gennaio 1925 Mussolini si assunse «la responsabilità politica, morale, storica» di quel clima. Da lì in avanti non ci sono equivoci: leggi “fascistissime” 1925-26, tribunale speciale, confino politico, abolizione della libertà di stampa. Parlare di “procedure” quando la procedura è stata distrutta non è lettura alternativa; è negazione della realtà.

Per completezza: la Legge Acerbo (1923) deformò il sistema con un premio di due terzi dei seggi alla lista di maggioranza relativa, consolidando un potere costruito sotto intimidazione. Nel 1928 le elezioni furono ridotte a un plebiscito su lista unica: non c’era più una scelta, ma un sì/no alla lista del regime. E quando Vannacci arriva alle leggi razziali del 1938 chiamandole “procedure”, si dimentica che il Parlamento non era più un organo libero, e che la monarchia le firmò. Questo non salva la “legalità”; inchioda le responsabilità.

Il paravento De Felice

L’uso di De Felice è l’escamotage più trasparente. De Felice ha studiato consenso, modernizzazione autoritaria, fascismo-movimento e fascismo-regime, ma colloca la nascita della dittatura proprio dopo la crisi Matteotti. La storiografia non assolve la violenza fondativa del fascismo; la documenta. Chi cita De Felice per rimuovere la violenza non lo sta leggendo: lo usa come scudo.

C’è un altro dettaglio che la narrazione salta: la saldatura tra Partito e Stato. Dallo scioglimento dei partiti al controllo della stampa, dall’Ovra alla depoliticizzazione coatta dei sindacati, tutto si muove in un’unica direzione: svuotare il Parlamento e ridurlo a organo di ratifica. È questa la sostanza. La forma – decreti, promulgazioni, votazioni – è il travestimento legale di un potere nato dall’eversone. Chi oggi insiste sulla “legalità” del fascismo si limita a contare i timbri ignorando le manganellate.

Si può discutere di percentuali, di seggi, di atti formali. Ma i numeri, senza contesto, mentono per omissione. I fatti, invece, sono lineari: violenza organizzata, collasso della monarchia davanti al ricatto, svolta autoritaria rivendicata dal capo del governo, abolizione del pluralismo, persecuzione razziale. Non è un percorso “normale” della democrazia: è la sua soppressione. Caro Vannacci, la storia non è una lavagna su cui riscrivere. È un archivio di responsabilità.

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Giulia Cecchettin, due anni dopo: cosa (non) è cambiato davvero contro la violenza di genere

Due anni fa, l’11 novembre 2023, Giulia Cecchettin veniva uccisa dall’ex fidanzato. A due anni di distanza, suo padre Gino torna in Parlamento e ripete le stesse parole: «La giustizia arriva dopo. La prevenzione è prima». Lo dice senza solennità, con la gravità di chi ha riconosciuto che nessuna condanna alleggerisce il peso. «La violenza non è un raptus. Cresce in una società che minimizza, silenzia, giustifica». È un punto preciso: la radice non è nell’atto estremo, ma nel terreno che lo rende possibile. Durante l’audizione in Commissione Femminicidio di oggi, 11 novembre 2025, Cecchettin ha ribadito che «l’educazione affettiva non è un pericolo, è una protezione» e che «non sono qui per chiedere pene più dure, ma educazione a scuola», ricevendo l’applauso dei commissari.

La retorica delle leggi e la realtà dei fatti

In questi due anni, la politica ha privilegiato la risposta penale. Braccialetti elettronici, misure precauzionali rafforzate, proposte di reato autonomo di femminicidio: una produzione normativa che interviene quando la violenza è già esplosa. Nel 2024 sono state uccise 111 donne, 96 in ambito familiare o relazionale; nei primi mesi del 2025 l’incidenza dei femminicidi da partner è rimasta sostanzialmente stabile. La violenza non ha atteso le nuove leggi.

Nel frattempo, la rete dei centri antiviolenza continua a muoversi con risorse insufficienti. L’Italia ha in media 0,15 case rifugio ogni 10.000 donne, sotto lo standard indicato dalle linee guida internazionali. I fondi arrivano a tratti, spesso tramite riparti regionali lenti. Gli sportelli di ascolto e i percorsi di autonomia economica – quelli che permettono concretamente a una donna di uscire da una violenza e non tornarci – restano fragili. È proprio su questo piano, quello quotidiano e preventivo, che secondo le operatrici “poco o nulla è cambiato”. Oggi anche dal Parlamento è arrivato un richiamo politico: «poco o nulla è cambiato», ha detto la vicepresidente Pd Chiara Gribaudo, chiedendo più risorse per CAV e welfare di conciliazione.

Anche il dibattito pubblico ha mostrato una fragilità rivelatrice. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha sostenuto che «il patriarcato non esiste», e diversi membri della maggioranza hanno attribuito la violenza alle migrazioni irregolari. È stata una scelta di linguaggio politica: spostare lo sguardo altrove, evitare di nominare la cultura che sostiene la gerarchia del possesso affettivo.

La scuola che arretra

La questione decisiva resta la formazione. Ed è qui che si è aperta la frattura più evidente. Il disegno di legge promosso da Valditara non introduce l’educazione affettiva come percorso strutturale e obbligatorio: la limita. Alle scuole medie la presenza di esperti esterni viene vietata; alle superiori è richiesta l’autorizzazione scritta delle famiglie. È un modello di opt-in: l’educazione diventa eccezione, non norma. Proprio oggi, Cecchettin ha messo in fila i verbi che mancano: «conoscere se stessi, gestire le emozioni, riconoscere i confini, chiedere e dare consenso». Parole semplici, che nella pratica distinguono l’affetto dal controllo, il desiderio dal dominio. «Quando la scuola tace parlano i social, i modelli tossici, i silenzi degli adulti», ha avvertito. E il rischio è matematico: dove il curricolo non entra, si allarga la pedagogia parallela delle piattaforme.

Gino Cecchettin lo ha detto chiaramente: «Una scuola che non parla di affettività è una scuola che lascia soli i ragazzi». E i dati sull’adolescenza confermano questa solitudine: uno studente su tre considera “normale” controllare il telefono del partner; tra i 14 e i 16 anni resistono stereotipi che legano amore e controllo. Se la scuola non interviene, lo fanno gli algoritmi, la peer culture, la ritualità del possesso.

Oggi, davanti ai deputati, Cecchettin ha chiesto di investire sull’educazione come forma di giustizia anticipata. La sua fondazione non custodisce la memoria del dolore: la trasforma in responsabilità collettiva. «Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma ciò che sarà». La frase è chiara. La domanda ora non riguarda più la consapevolezza, ma la volontà. Chi governa ha capito. La scelta è se agire o continuare a commemorare.

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Rimpatri volontari dalla Libia: i fondi dell’Italia sotto la lente dell’Onu

A luglio scorso il Ministero degli Esteri ha rifinanziato i programmi di rimpatrio “volontario umanitario” dalla Libia, destinando 7 milioni di euro all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. I fondi coprono assistenza e organizzazione del rientro nei Paesi d’origine di persone bloccate in territorio libico, tra cui migranti intercettati in mare o prelevati dai centri di detenzione. Ad aprile, inoltre, l’esecutivo aveva rilanciato il programma LAIT, con altri 20 milioni di euro e l’obiettivo dichiarato di rimpatriare oltre 3.300 persone da Libia, Tunisia e Algeria.

Nella narrazione ufficiale, si tratta di uno strumento umanitario: aiutare chi desidera tornare a casa e non ha mezzi. Tuttavia, tre Relatori Speciali delle Nazioni Unite, già ad aprile, avevano messo in guardia Roma. I rimpatri avvengono in condizioni tali da rendere la volontarietà altamente discutibile. In Libia non esistono alternative alla detenzione: chi rifiuta il rimpatrio resta in luoghi dove sono documentate violenze sistematiche, estorsioni, sparizioni, lavoro forzato.

Quando “volontario” non significa libero

I giuristi consultati dall’ONU descrivono questi rientri come “scelte che non si possono rifiutare”. La volontà dei migranti è formata all’interno di un contesto coercitivo: centri di detenzione privi di garanzie, minacce, privazione di cibo e cure, impossibilità di muoversi liberamente o chiedere protezione. In molti casi le persone erano partite per cercare asilo, non per tornare indietro.

Il rischio segnalato è quello di una violazione del principio di non-refoulement, che vieta di respingere qualcuno verso luoghi dove può subire tortura o trattamenti inumani. In Libia, il quadro è ampiamente documentato da Unhcr, dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e anche dalla magistratura italiana: pestaggi, stupri, omicidi in cella, sequestri a scopo di riscatto, fosse comuni. Non si tratta di episodi isolati, ma di una condizione strutturale.

Il governo italiano sostiene che le procedure Oim garantiscano informazione e consenso; l’Onu replica che manca un monitoraggio indipendente, e che lo Stato non verifica in proprio cosa accade dopo il rientro. Le figure di controllo sono tutte interne al circuito dei finanziamenti, senza un soggetto terzo.

La continuità con la politica di esternalizzazione

Il rifinanziamento rientra in una strategia consolidata: esternalizzare gestione e contenimento della mobilità, sostenendo Paesi terzi perché blocchino o recuperino chi tenta di partire. Dal Memorandum Italia-Libia del 2017, la cooperazione si è concentrata sul rafforzamento della Guardia costiera libica, sul contrasto alle partenze e sul trasferimento di competenze sulle intercettazioni in mare. Il nuovo finanziamento prevede nuovamente attività di “supporto tecnico” alle autorità libiche, in continuità con questa linea.

Secondo diverse ONG italiane, tra cui Asgi e A Buon Diritto, si assiste a una sorta di “umanitarizzazione della deportazione”: politiche presentate come tutela della vulnerabilità, ma che di fatto legittimano il blocco dei movimenti e i ritorni in Paesi a rischio estremo.

Le organizzazioni hanno avviato un contenzioso legale e una campagna di denuncia, “A choice you cannot refuse”, con cui contestano la compatibilità dei programmi con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia. 

Il paradosso

Il paradosso è evidente: per “proteggere” le persone, si finanziano dispositivi che le riportano nei luoghi da cui erano fuggite. Nel frattempo, le alternative legali restano assenti: corridoi umanitari limitati, procedure d’asilo difficili da attivare, vie d’ingresso regolare in gran parte chiuse.

Mentre prosegue il racconto istituzionale del rimpatrio come gesto di aiuto, continuano ad arrivare testimonianze da Tripoli e Misurata che parlano di celle senza luce, violenze sessuali, corpi mai restituiti. Le stesse istituzioni internazionali che l’Italia dichiara di voler sostenere chiedono trasparenza, garanzie e monitoraggio.

La domanda politica resta inevasa: può esistere “volontarietà” quando non c’è via d’uscita

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Quando i poveri vanno in trincea per i ricchi

Da anni in Italia va in scena un numero di prestigio: far difendere i ricchi dai poveri. Lo schema è semplice. Si parla di una patrimoniale solo sui patrimoni sopra i 2 milioni di euro – circa l’1% del Paese – destinata a finanziare sanità e welfare, cioè ciò che serve a chi non ha santi in paradiso. Eppure la rivolta arriva dal basso. Il ceto medio, gli stipendi da 1.400 euro al mese, i proprietari di un trilocale in periferia. Tutti mobilitati contro una tassa che non li riguarderebbe. Un capolavoro politico.

Il trucco funziona così: si confonde patrimonio con reddito. Si fa credere che “ricco” possa essere chiunque, perfino chi fa fatica a pagare il mutuo. La parola “patrimoniale” viene lasciata marcire come minaccia sulla prima casa, che infatti non è solo un bene: è l’ultimo orgoglio rimasto, il testimone del sacrificio familiare. Toccarla, anche solo evocarlo, è come evocare una rapina a mano armata. Il risultato è che chi non è ricco si sente sotto attacco, e per difendersi difende chi ricco lo è davvero.

E mentre i lavoratori vengono arruolati a protezione dei patrimoni milionari, lo stesso governo che tuona contro l’“esproprio” sta portando a 300.000 euro la flat tax dei paperoni per i super-ricchi stranieri: venite, niente domande, pagate una cifra fissa e tenetevi tutto il resto. Cioè: ai miliardari che arrivano regali fiscali. A quelli che qui ci vivono, “mai una patrimoniale”. È la politica come marketing del lusso.

Il paradosso non è ingenuo. È costruito. Funziona perché lo Stato ha rotto il patto: si chiede di contribuire, ma non si vede il ritorno. E allora la paura diventa identità. Meglio difendere l’illusione della scalata sociale, anche quando l’ascensore è guasto.

In questo Paese la lotta di classe esiste. Solo che marcia al contrario. I ricchi guardano. I poveri combattono per loro.

Buon martedì. 
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Olimpiadi Milano-Cortina 2026, la Corte dei Conti avverte sui ritardi e sull’eredità delle opere

Mancano pochi mesi all’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 e la Corte dei Conti è tornata a bussare alla porta con una relazione di 180 pagine che ha più il tono del richiamo urgente che della consueta vigilanza amministrativa. Nel mirino ci sono le infrastrutture: strade, impianti, collegamenti ferroviari, opere “essenziali e indifferibili” che devono essere pronte entro l’inizio delle gare.

Secondo la magistratura contabile gli interventi complessivi sono 111, distribuiti tra Lombardia, Veneto, Trentino e Alto Adige. Di questi, 98 risultano finanziati e da concludere entro il 2025, mentre tre presentano ancora coperture parziali e potranno essere completati solo per fasi. È il quadro di un cantiere diffuso in cui la corsa contro il tempo si intreccia con la complessità amministrativa e una governance che mostra segni di affanno.

La questione dei tempi e della governance

Simico è la società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 chiamata a coordinare Anas, Rfi e gli enti territoriali. La Corte chiede un aggiornamento realistico dei cronoprogrammi, perché le tabelle ufficiali non coincidono più con l’avanzamento effettivo dei lavori. Già nel 2023 molte opere erano ferme alla progettazione preliminare, mentre l’aumento dei costi post-pandemia ha imposto revisioni ai piani economici, allungando ulteriormente le tempistiche.

A rendere la situazione ancora più delicata si aggiunge l’inchiesta che ha investito la Fondazione Milano-Cortina, con dubbi sulla legittimità dell’intervento normativo che ha ristretto la possibilità di controllo giudiziario sugli appalti. Un doppio fronte – amministrativo e giudiziario – che arriva quando il margine per intervenire si misura ormai in settimane.

L’eredità dei Giochi e le cattedrali sulla neve

La Corte non si limita a segnalare ritardi. Il cuore della relazione riguarda la cosiddetta legacy, cioè ciò che resterà dopo la cerimonia di chiusura. Il monito è evidente: senza un piano di utilizzo sostenibile, gli impianti rischiano di diventare costi permanenti per gli enti locali. La magistratura contabile chiede manutenzione programmata, destinazioni vincolate, e forme di partenariato nella gestione futura, per evitare che il peso della spesa cada interamente sulla fiscalità generale.

È una richiesta semplice nella formulazione, complessa nella pratica: decidere chi gestirà cosa, come, e con quali risorse, prima che gli impianti vengano consegnati. Troppe esperienze internazionali mostrano cosa accade quando questo passaggio viene rinviato: palazzetti chiusi, piste inutilizzate, aree che tornano vuote nel giro di una stagione.

La Corte scrive che le opere devono diventare “un patrimonio durevole per la comunità”. In questa frase si condensa la distanza tra la celebrazione e la responsabilità pubblica. Milano-Cortina è una vetrina globale, ma è soprattutto un test sulla capacità dello Stato di programmare e mantenere ciò che costruisce.

La politica aveva promesso rapidità e modello territoriale. Oggi la domanda è più essenziale: ci arriveremo in tempo, e cosa resterà quando i riflettori si spegneranno?

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A Gaza un cessate il fuoco col rumore della guerra

Perfino la tregua ha un suono di metallo. Nella notte Gaza City ha sentito i droni, Khan Younis i colpi d’artiglieria: l’agenzia Wafa segnala demolizioni nel quartiere di Zeitoun e mezzi israeliani che sparano a est della città, mentre sulla fascia occidentale i sorvoli non si sono fermati. È un cessate il fuoco che non smette di essere guerra, solo più amministrata e meno dichiarata.

I numeri lo confermano. In Egitto è stato annunciato l’allestimento di 16 campi destinati a ospitare fino a 100 mila famiglie palestinesi: uno schema che stabilizza lo sfollamento invece di preparare il ritorno. Dentro Gaza, nuove aree di tende sono state montate nel complesso dei ministeri, oltre 400 strutture aggiuntive, mentre tre convogli di aiuti (circa 50, 30 e 40 camion) hanno raggiunto il nord. È soccorso di sopravvivenza senza un progetto politico di rientro, ricostruzione, autodeterminazione.

La “forza di stabilizzazione” che dovrebbe gestire il dopo continua a svuotarsi. Gli Emirati hanno fatto sapere che «probabilmente» non parteciperanno perché manca un quadro chiaro: niente mandato, niente regole d’ingaggio, niente definizione su responsabilità e catena di comando. Non si mandano truppe dentro un vuoto. È un messaggio che vale per tutti i Paesi che finora hanno annunciato, esposto bandiere e poi rimesso le mani in tasca.

A nord la situazione resta tesa: nelle ultime ore un’auto è stata colpita nei pressi di Sidone, nel sud del Libano, e a Houla alcuni edifici sono stati distrutti da esplosioni dopo colpi di artiglieria. Il confine resta una frontiera instabile che può riaccendere tutto.

Tregua fragile, sfollamento normalizzato, missione senza pilastri: la guerra non scompare, cambia forma e si sposta di stanza in stanza.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #68

Da giorni si contano corpi. Si trattiene il respiro davanti ai numeri e poi si torna a scavare. Oggi la notizia che occupa il discorso pubblico israeliano è la restituzione dei resti del tenente Hadar Goldin, ucciso nel 2014. Un corpo riconsegnato, accompagnato da dichiarazioni solenni, telecamere, messaggi presidenziali. Un ritorno che viene celebrato come vittoria morale. Intanto, a Gaza, migliaia di corpi non hanno ancora un nome. Restano sotto il cemento, sotto le case sventrate, sotto ciò che resta delle strade. La strage si misura a strati, non a cifre.

A Gaza le autorità sanitarie locali parlano di oltre 69 mila morti dall’inizio dell’offensiva. Ma il numero reale è più alto: migliaia di persone restano sotto le macerie. Quel che non si può contare non entra nei comunicati.

Sul fronte umanitario, OCHA certifica che entrano solo poche decine di camion al giorno, contro i 500-600 necessari. L’UNRWA avverte che l’80% della popolazione è senza riparo adeguato. Le tende non reggono pioggia, vento, fango. L’inverno è atteso come un assedio: malattie respiratorie, ipotermia, mortalità infantile. Non è previsione, è aritmetica della sopravvivenza.

Sul terreno, l’Idf annuncia quattro tunnel distrutti a Khan Yunis. Hamas risponde che «i combattenti non si arrendono». Frasi speculari che non cambiano nulla, ma servono a tenere fermo il conflitto, come se la guerra fosse un foglio su cui qualcuno continua a ripassare gli stessi tratti.

E poi la politica. Il governo israeliano fa sapere che la Turchia è esclusa dalla futura forza multinazionale di gestione della Striscia. Intanto, Jared Kushner atterra a Gerusalemme: è l’ex consigliere e genero di Donald Trump, l’architetto degli Accordi di Abramo, l’uomo che ha lavorato per normalizzare i rapporti tra Israele e le monarchie arabe senza toccare la questione palestinese. Il suo ritorno non è aneddoto: significa riportare il conflitto al tavolo di chi lo ha trasformato in geopolitica di scambio, pace senza Palestina.

Un corpo viene restituito. Migliaia restano senza un luogo.
Una cerimonia militare, e attorno il rumore del cemento spezzato.
La guerra continua a ripetersi. E adesso torna anche chi l’aveva vestita da accordo.

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