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Sono scappati dalla guerra. E sono morti.

rifugiatisiriani

Tre bambini siriani sono morti in un campo per rifugiati in Turchia a causa di un incendio. Sono scappati dalla guerra, sono sopravvissuti al mare e sono morti dopo essere stati “accolti”. La notizia è qui. Il giudizio, beh, fate voi.

Eccolo l’onorevole sapientino che ci insegna che la verità costa

Senato, la conferenza stampa dei genitori di Giulio Regeni

Intanto, in un intervento su ‘Libero Quotidiano’, l’eurodeputato del PD Antonio Panzeri dopo un panegirico sull’Egitto e i suoi depistaggi scrive la teoria più realista del re:

«Una cosa però è bene considerarla: se come molti credono c’ è stata una responsabilità dei servizi segreti e se magari sussiste un conflitto interno fra diverse espressioni del regime, allora sarà molto difficile ottenere pieno accesso alle informazioni. Considerare questo elemento non significa abbandonare la ricerca della verità, che è doverosa. Ma capire che questa verità non sarà raggiunta facilmente e che conoscerla potrebbe avere un prezzo, ivi compreso mettere in sofferenza le relazioni diplomatiche per l’ Egitto e l’Italia.»

Ne ho scritto qui.

Quel barbecue di Pasqua laggiù nel Pakistan

Sì, ho volutamente scegliere un titolo forte per il mio #buongiorno di #Left di oggi. E lo rivendico con tutta la forza che sta nelle parole. Comunque se vi interessa altro oltre al titolo l’editoriale è qui. O cliccando sulla straziante foto qui sotto.

lahore

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre.

 

ognuno

Io lotterò fino allo stremo questa moda arrogante e intellettualmente sciatta di credere che gli anaffettivi siano i forti, i più affidabili per i ruoli dirigenziali e i meglio preparati per affrontate questo tempo. Preferisco piuttosto rischiare di essere goffo, patetico, melenso oppure ridicolo ma racconterò in ogni mio spettacolo, in ogni mio libro e in ogni incontro nelle scuole quanto sia troppo facile imparare a diventare insensibili.

Scorgere le battaglie più dimesse: vorrei riuscire a diventare un esploratore capace di starmi giorni interi in apnea nel cuore. Ogni tanto mi viene voglia di buttarmi in un esercizio così.

Ops, hanno trovato un De Chirico

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Da leggere il pezzo di Salvo Palazzolo:

Per la procura di Palermo è uno dei gioielli dell’impero Rappa sfuggito al sequestro del marzo 2014. Un prezioso De Chirico, “Il Trovatore”, olio su tela dimensioni 90 centimetri per 60, valore di mercato 500 mila euro. Venerdì mattina, gli investigatori della Direzione investigativa antimafia l’avevano cercato in un’abitazione di Vincenzo Corrado Rappa. Ma la perquisizione era andata a vuoto. Ieri è stato l’imprenditore a consegnare il quadro nella sede della Dia, Villa Ahrens. “Non c’è alcun mistero, nessuna irregolarità – dice l’avvocato Giovanni Di Benedetto – quel De Chirico non appartiene alla società, ma è un bene personale di Vincenzo Corrado Rappa”.

C’è un’inchiesta della procura sulla proprietà del quadro dipinto dal grande Giorgio De Chirico, un quadro che illustra l’uomo in un’insolita veste, quella di robot-manichino che si muove in un universo meccanico. E, intanto, è entrato in un momento cruciale il processo alle Misure di prevenzione sul patrimonio dei Rappa. Su istanza della difesa, la Cassazione ha dichiarato illegittimo una parte del sequestro da 800 milioni di euro, che comprende immobili, aziende, imprese radiotelevisive e concessionarie di automobili (leggi l’elenco dei beni). Per i giudici della Suprema Corte, i Rappa non sono tecnicamente eredi del nonno condannato per mafia con sentenza definitiva. La Cassazione ha bocciato la nozione utilizzata dai giudici di Palermo, “eredi di fatto”. Nella motivazione del provvedimento viene spiegato: “Deve escludersi qualsiasi interpretazione di tipo analogico, quale quella proposta dal tribunale”. Il riferimento è alla sezione presieduta da Silvana Saguto. Adesso, il nuovo collegio, presidente Giacomo Montalbano, è chiamato a prendere una decisione. Il 7 aprile, saranno in aula i periti nominati dal tribunale: hanno esaminato il patrimonio dei Rappa, soprattutto l’origine delle loro ricchezze. Un altro punto decisivo di questo caso, anche perché sul tesoro degli imprenditori palermitani c’è anche un secondo catenaccio messo dalla procura. Una misura di prevenzione è scattata direttamente per Filippo Rappa e per i figli Vincenzo Corrado e Gabriele, ritenuti dall’accusa “socialmente pericolosi”.

Ma, adesso, le attenzioni sono tutte sul De Chirico. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Dino Petralia, è nata qualche mese fa. Dopo una ricognizione sul patrimonio fatta dal nuovo amministratore sono saltate fuori alcune tracce del quadro, attraverso la fattura di un gallerista. Vincenzo Rappa sostiene che di quel quadro aveva già parlato con il vecchio amministratore nominato dal tribunale, l’avvocato Walter Virga (pure lui coinvolto nello scandalo Saguto), e che nulla era stato mai eccepito. “È un bene che non ha nulla a che fare con il patrimonio societario”, ribadisce la difesa. Ma la procura insiste. La perquisizione scattata giovedì era arrivata dopo diversi accertamenti svolti dalla Dia. Gli investigatori ritengono di aver ricostruito i passaggi che avrebbero portato i Rappa a “spogliare” il patrimonio del De Chirico. Anche su questo si preannuncia battaglia fra accusa e difesa.

I pessimi giudici amici della mafia

corruzione

Ne ha per tutti, il pentito Carmelo D’Amico, che nell’aula della Corte d’Assise, dove si celebra un processo per un omicidio di mafia, ha detto, ancora una volta, le ‘sue’ verità. Verità che adesso sono al vaglio degli inquirenti, e non quelli del tribunale di messina, ma quelli del tribunale di Reggio calabria, perchè D’Amico, stavolta, ha tirato in ballo giudici messinesi, e competenza territoriale vuole che a indagare non sia il distretto coinvolto dalle dichiarazioni.

Ha parlato con disinvoltura di fatti che, se davvero fossero accertati, sarebbero di una gravità assoluta.
“Abbiamo corrotto qualche pubblico ministero, qualche procuratore generale, e abbiamo aggiustato qualche processo molto importante”. Così, come parlasse di quisquilie, Carmelo D’Amico, ex boss, oggi pentito, di Cosa Nostra barcellonese, ha parlato al processo che vede imputato Enrico Fumia per l’omicidio di Antonino “Ninì” Rottino, avvenuto nell’agosto 2006. Un delitto che per gli inquirenti ha segnato l’ascesa al potere del gruppo mafioso dei Mazzarroti capeggiato da Tindaro Calabrese.

Delle dichiarazioni di D’amico ne parla Nuccio Anselmo su Gazzetta del Sud.
Il pentito risponde alle domande del Pm Massara:

“Guardi – ha detto l’ex boss – io ho deciso di collaborare con la giustizia, perché sono stato sempre chiuso al 41 bis, da quando mi hanno arrestato dal 2009. Il 41 bis mi ha fatto riflettere tantissimo stando da solo, anche perché il 41 bis è un carcere duro, e niente ho deciso di cambiare vita, anche se avevo la possibilità può darsi, di uscire dal carcere, perché io ho esperienza nei processi perché abbiamo aggiustato, la nostra organizzazione ha aggiustato diversi processi, abbiamo corrotto qualche giudizio di cui ne ho parlato, abbiamo corrotto qualche pubblico ministero, qualche procuratore generale e abbiamo aggiustato qualche processo molto importante e quindi c’era possibilità che io potessi uscire dal carcere”.

Il processo ‘molto importante’, a detta del pentito, sarebbe stato quello scaturito dal triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino, avvenuto la notte del 4 settembre 1993 alla stazione di Barcellona: le vittime, tre ragazzi di Milazzo, furono giustiziate perchè superavano i confini territoriali del loro comune nel commettere reati, spingendosi sino a Barcellona.

D’Amico ha toccato anche l’Arma dei carabinieri con le sue ‘rivelazioni’:

“ Ho avvisato pure Carmelo Bisognano dell’operazione Icaro, l’ho avvisato io che c’era l’operazione in corso, perché avevamo saputo praticamente, tramite carabinieri corrotti che noi avevamo, che pagavamo sul libro paga dal ’90, carabinieri corrotti che era uno.. uno apparteneva alla.. alla squadra catturando latitanti, un altro era nella Dda… nella Dda che faceva la scorta.. e tanti altri carabinieri e poliziotti che sono sui libri paga, che ne ho parlato purtroppo”.

Infine, il passaggio alla Cassazione: “La nostra associazione – ha detto D’Amico – era molto ramificata a livello politico, a livello istituzionale, era una delle più potenti che c’era in Sicilia, diciamo la cosca barcellonese e anche molto sanguinaria. Noi siamo arrivati anche sino alla Cassazione a sistemare un processo molto noto. Abbiamo corrotto un giudice di Cassazione, che sono andato personalmente io insieme a Pietro Mazzagatti Nicola, e abbiamo corrotto questo giudice nativo di Santa Lucia del Mela e che risiede a Roma, abbiamo comunque per questo le dico che io ero sicuro di uscire, perché sapevo che avevamo anche l’appoggio in Cassazione di questo giudice corrotto che era in Cassazione”.

(fonte)