Vai al contenuto

Se l’imprenditore si inginocchia davanti al boss

in ginocchio

“In memoria di mio padre mi metto in ginocchio, ci siamo sempre voluti bene”. Così l’imprenditore parla al boss e lascia alla storia una scena che è simbolo di un’epoca. Ah, l’inginocchiato è anche consigliere comunale a Monreale: Romeo Albano, imprenditore di 65 anni eletto in quota Forza Italia.

La storia (triste) è qui:

«È la scena simbolo del blitz. Un imprenditore, all’epoca pure consigliere comunale a Monreale,pronto a inginocchiarsi davanti al capomafia. È la scena che fa invocare al procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, la necessità di un intervento normativo per punire in maniera più severa il perverso intreccio fra Cosa nostra e il mondo dell’imprenditoria.

Il 7 marzo 2013 l’anziano boss di Santa Maria di Gesù, Mario Marchese,riceve a casa Romeo Albano, imprenditore di 65 anni eletto in quota Forza Italia. Le microspie dei carabinieri del Ros registrano. Il tono è confidenziale: “Come mai da queste parti? perché ti devo parlare”. L’imprenditore, assieme al fratello, ha un problema da risolvere: “Sono 27 unità abitative… di 80,90 e 100 metri quadrati”. In ballo c’è una lottizzazione a Villaciambra. I fratelli Albano si erano accordati con un costruttore, al quale però “subentrano i Di Carlo”, che hanno metodi bruschi: “… qua il lavoro è nostro ce lo dobbiamo fare noi”, gli avrebbero detto.

Eccolo il problema da risolvere: gli Albano, insoddisfatti per la qualità e i tempi di di realizzazione di alcune opere preliminari, chiedono l’intervento di Marchese “perché non ho più niente a che dividere con questo che mi ha rubato per altri 11 mesi… ed un altro anno e mezzo i signori… io non posso rischiare Mariano… di perdere il progetto… quello che io ti chiedo… con il cuore in mano… chiamiamo a Ignazio Di Carlo… lui l’importante è che si ritira”. Poi, la frase choc: “Vuoi che mi metto in ginocchio?… in in memoria di mio padre mi metto in ginocchio ti ho sempre stimato e ci siamo sempre voluti bene”.

Al capomandamento viene data carta bianca per scegliere un costruttore capace di assumersi l’onere economico per portare avanti il progetto: “… poi se tu… tramite lui… tramite un altro… conosci a qualcuno che ha soldi… che ha soldi da potere coprire tutte cose … qua un investimento sicuro è”. Marchese ha le idee chiare su chi coinvolgere: il genero Cosimo Vernengo e suo fratello Ruggero, soci occulti dell’imprenditore Filippo Lorenzo Lucchese. Vernengo, altro cognome storico nella storia della Cosa nostra palermitana.»

Ma siamo sicuri che fosse santa?

madre-teresa

Un articolo che vale la pena leggere, di Krithika Varagur:

Il quattro settembre di quest’anno Madre Teresa diventerà Santa Teresa. Cosa tutt’altro che sorprendente; era stata beatificata nel 2003, e la beatificazione è una specie di strada a senso unico per la canonizzazione. Ma questa è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Lei una santa non lo fu.

Canonizzare Madre Teresa significherebbe chiudere la questione di quella problematica eredità che si è lasciata alle spalle, che include le conversioni forzate, i discutibili rapporti intrattenuti coi dittatori, la sua mala gestione, a onor del vero, delle cure mediche di qualità davvero pessima. Cosa peggiore di tutte, lei incarnava la classica figura dell’uomo bianco che porta la propria carità nel terzo mondo – che poi è il senso stesso di quella che è stata la sua immagine pubblica, nonché fonte d’incommensurabili traumi per la psiche collettiva postcoloniale dell’India e della sua diaspora.

Nel 2013 una ricerca condotta dall’Università di Ottawa ha sfatato il “mito dell’altruismo e della generosità” che avvolge Madre Teresa, raggiungendo la conclusione che la sua santificata immagine non regge al confronto coi fatti, e rappresenta sostanzialmente il compimento di una vigorosa campagna mediatica organizzata da una Chiesa Cattolica in sofferenza.

Nonostante tutte le sue 517 missioni, che al momento della sua morte erano state organizzate in cento diversi paesi del mondo, la ricerca ha scoperto che praticamente nessuno di coloro che vi si era recato alla ricerca d’assistenza medica ne aveva poi effettivamente ricevuta. Le condizioni che vi si potevano osservare erano non igieniche, “perfino inappropriate”, l’alimentazione inadeguata, e gli antidolorifici assenti – non certo per mancanza di fondi, nei quali l’ordine di Madre Teresa, famoso in tutto il mondo, in realtà sguazzava – ma in nome di quella che gli autori della ricerca definiscono la sua “peculiare concezione della sofferenza e della morte”.

“C’è qualcosa di meraviglioso nel vedere i poveri accettare la propria sorte, sopportandola come se si trattasse della Passione di Cristo. Il mondo ha parecchio da guadagnare dalla loro sofferenza”: lo dichiarò Madre Teresa a un Christopher Hitchens tutt’altro che entusiasta.

Pure tenendoci all’interno della concezione cristiana della benedetta mansuetudine, che razza di logica perversa sottende a questo punto di vista? Non sorprendentemente, tenendo conto della cornice in cui si svolgeva la sua opera, la risposta sta nel colonialismo razzista. Per tutti quei cento paesi, Madre Teresa appartiene all’India, ed è l’India ad aver concepito la Beata Teresa di Calcutta. Fu lì che lei acquisì l’immagine che lo storico Vijay Prakash ha definito della “donna bianca nelle colonie per antonomasia, impegnata per la salvezza di quei corpi scuri dalle loro tentazioni e dai loro fallimenti”.

La sua immagine è interamente racchiusa nella logica coloniale: quella del salvatore bianco che getta una luce sugli uomini dalla pelle ambrata più poveri del pianeta. Madre Teresa fu una martire – non per i poveri dell’India e del Sud globale – ma per quel senso di colpa bianco e borghese. (Come nota Prakash, svolgeva esattamente questa funzione al posto di, e non certo insieme a, una “autentica sfida a quelle forze che la povertà la producono e la coltivano”). E tutti quei suddetti uomini dalla pelle ambrata, poi, come li avrebbe aiutati? In modo quanto meno discutibile, ammesso che l’abbia mai fatto. Il suo persistente “secondo fine” era quello di convertire al cristianesimo alcuni fra gli individui più vulnerabili del Paese, come del resto ha dichiarato l’anno scorso il capo di una Ong induista . Esistono perfino alcune testimonianze secondo le quali lei e le sue suore avrebbero provato a battezzare persone in punto di morte.

Tutto questo accanirsi nei confronti della suora e del suo ordine potrebbe apparire meschino, se non fosse per quella che è stata l’incessante campagna condotta dalla chiesa per renderla qualcosa di più di ciò che fu. Una campagna che partì quando lei era ancora in vita, all’epoca in cui il giornalista antiabortista inglese Malcolm Muggeridge si accollò la croce di curare l’immagine pubblica di Madre Teresa, prima con un documentario agiografico del 1969, poi con un libro pubblicato nel 1971. Fu lui ad avviare il movimento d’opinione per andare a collocarla nel “regno del mito” più che in quello della storia.

La sua beatificazione postuma è stata intrapresa col furore di chi non vuole essere beccato. Papa Giovanni Paolo II esonerò il suo processo di beatificazione da quello che sarebbe stato un normale periodo d’attesa quinquennale e infatti esso cominciò ad appena un anno dalla sua morte. Si sarebbe propensi a supporre che una donna disposta a ricorrere a metodi tanto straordinari dovesse essere al di sopra di ogni sospetto. E tuttavia nel corso della sua vita Madre Teresa s’intrattenne con famigerati despoti del calibro di Jean-Claude Duvalier di Haiti (dal quale accettò la Legione d’Onore nel 1981) e l’albanese Enver Hoxha.

Continua qui.

A proposito di Cantone: avete letto che dice di Sala?

cantone-sala

Oggi che va così di moda sventolare Cantone per fare campagna elettorale vale la pena leggere il documento dell’ANAC da lui presieduto su EXPO 2015. Lo trovate qui. E qualcuno dovrebbe spiegarmi com’è che Sala, nonostante tutto e nonostante anche questo giudizio di Raffaele Cantone, dovrebbe essere il manager che non deve chiedere mai. Dategli un’occhiata.

Storia di amore e omertà, Giulio Cavalli presenta “Mio padre in una scatola di scarpe” alla Tela (da Varesenews)

(fonte)

CAVALLISarà Giulio Cavalli, scrittore, giornalista, autore teatrale  ed ex consigliere in Regione Lombardia l’ospite dell’aperitivo con l’autore di sabato 19 marzo alle 11.00 a “La Tela”, l’osteria del buon essere a Rescaldina (strada Saronnese, 31). Organizzato dalla Tela in collaborazione con Anpi Rescaldina e la biblioteca comunale, l’incontro affronterà il tema della legalità partendo dalle pagine dell’ultimo libro di Cavalli, “Mio padre in una scatola di scarpe”, un romanzo ispirato alla vera storia della famiglia Landa, colpita dall’uccisione di Michele, metronotte 61enne a pochi giorni dalla pensione, impegnato a piantonare un ripetitore per la telefonia mobile a Pescopagano. Un omicidio cui i media diedero poco risalto e che Cavalli fa riemergere nelle pagine di un libro che indaga una vicenda umana prima che di criminalità organizzata.

Michele Landa, infatti, non è un eroe ma una persona normale che desidera coltivare il suo orto e godersi la famiglia restando una persona pulita; cosa non facile a Mondragone, dove serve coraggio anche per vivere tranquilli. Chi non cerca guai, infatti, è comunque costretto a confrontarsi ogni giorno con gli spari e le minacce dei Torre e con l’omertà dei compaesani. Michele conosce la posta in gioco, ha perso il lavoro e molti amici, ma è convinto, nonostante tutto, che in quel deserto si possa costruire qualcosa di bello e provare a essere felici. Al suo fianco c’è Rosalba, “la silenziosa”: dopo quarant’anni si amano come il primo giorno, sono diventati genitori e nonni, sognano una casa grande e un albero di mele. Ma si può immaginare una vita diversa, in una terra paralizzata dalla paura?

GIULIO CAVALLI (Milano, 1977) scrittore e autore teatrale, dal 2007 vive sotto scorta a causa del suo impegno contro le mafie. Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali ricordiamo Nomi, cognomi e infami (2010) e L’innocenza di Giulio (2012). È stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia.

Cavalli è stato uno dei primi giornalisti a occuparsi della vicenda del Re Nove di Rescaldina, ora diventato osteria sociale del benessere La Tela “Mio padre in una scatola di scarpe” di Giulio Cavallo, 2015 è edito da Rizzoli.

La Tela è un bene sequestrato alla criminalità organizzata, affidato al Comune di Rescaldina e gestito dalla Cooperativa ARCADIA insieme con altre associazioni del territorio. È diventato ristorante e centro di aggregazione e di promozione sociale e culturale.

Info: Osteria sociale del buon essere “La Tela” strada Saronnese, 31 Rescaldina (MI)
www.osterialatela.it
Facebook:  https://www.facebook.com/osterialatela/

 

Ma i candidati sindaci si dimettono da parlamentari, vero?

sindaco

Mi sfugge un piccolo particolare, odioso anche se taciuto: ma tutti questi che si candidano a sindaco, che siano di destra o di sinistra, si dimetteranno dal proprio ruolo politico (nel caso ne abbiano uno) e in caso di sconfitta staranno in comune a guidare l’opposizione? È una domanda banale e semplice ma non avete idea di quante persone la ritengano fondamentale. Oppure queste amministrative sono le primarie del peso di ognuno all’interno della coalizione nazionale? E quindi è tutto una mezza finta?

Si attendono risposte. Già.

Parisi: il clan “edile” della mafia barese

175924972-de522215-be1e-4f11-9296-cfe103a6cdcb

Sono 23 ordinanze di custodia cautelare eseguite dalla polizia a Bari. Nel blitz antimafia sono stati impegnati oltre 350 uomini con l’ausilio di unità cinofile e degli elicotteri.

I soggetti fanno parte del clan che fa capo al boss “Savinuccio” Parisi, anche lui tra i destinatari del provvedimento. L’ordinanza è emessa dal gip del Tribunale di Bari su richiesta della Dda. Le indagini che hanno portato agli arresti odierni sono iniziate nel 2011 dalla squadra mobile e sono state coordinate dal sostituto procuratore antimafia Patrizia Rautiis. Gli investigatori si sono concentrati sulle attività del clan mafioso dei Parisi e hanno dimostrato come fosse capace di gestire il controllo del ‘sistema costruzioni’ in almeno 24 casi e altrettante sono le imprese coinvolte nel sistema.

Un’altra fase delle indagini ha riguardato il fenomeno dell’occupazione abusiva delle case popolari gestite dal clan facendo favori a parenti e amici e trasformandole in un altro sistema di controllo del territorio. Le accuse contestate a vario titolo dal gip sono tra le altre, associazione mafiosa ed estorsione.

“Ancora una volta Bari dice no alla criminalità organizzata.  e delle forze dell’ordine che questa mattina ci hanno dimostrato che la luminosità del rispetto della legge e delle regole batte qualsiasi spettacolo di fuochi pirotecnici organizzato dai clan criminali. Nel cielo di Bari oggi brilla una sola luce ed è quella della legalità”. Lo afferma in una nota il sindaco di Bari.