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Quando i poveri vanno in trincea per i ricchi

Da anni in Italia va in scena un numero di prestigio: far difendere i ricchi dai poveri. Lo schema è semplice. Si parla di una patrimoniale solo sui patrimoni sopra i 2 milioni di euro – circa l’1% del Paese – destinata a finanziare sanità e welfare, cioè ciò che serve a chi non ha santi in paradiso. Eppure la rivolta arriva dal basso. Il ceto medio, gli stipendi da 1.400 euro al mese, i proprietari di un trilocale in periferia. Tutti mobilitati contro una tassa che non li riguarderebbe. Un capolavoro politico.

Il trucco funziona così: si confonde patrimonio con reddito. Si fa credere che “ricco” possa essere chiunque, perfino chi fa fatica a pagare il mutuo. La parola “patrimoniale” viene lasciata marcire come minaccia sulla prima casa, che infatti non è solo un bene: è l’ultimo orgoglio rimasto, il testimone del sacrificio familiare. Toccarla, anche solo evocarlo, è come evocare una rapina a mano armata. Il risultato è che chi non è ricco si sente sotto attacco, e per difendersi difende chi ricco lo è davvero.

E mentre i lavoratori vengono arruolati a protezione dei patrimoni milionari, lo stesso governo che tuona contro l’“esproprio” sta portando a 300.000 euro la flat tax dei paperoni per i super-ricchi stranieri: venite, niente domande, pagate una cifra fissa e tenetevi tutto il resto. Cioè: ai miliardari che arrivano regali fiscali. A quelli che qui ci vivono, “mai una patrimoniale”. È la politica come marketing del lusso.

Il paradosso non è ingenuo. È costruito. Funziona perché lo Stato ha rotto il patto: si chiede di contribuire, ma non si vede il ritorno. E allora la paura diventa identità. Meglio difendere l’illusione della scalata sociale, anche quando l’ascensore è guasto.

In questo Paese la lotta di classe esiste. Solo che marcia al contrario. I ricchi guardano. I poveri combattono per loro.

Buon martedì. 
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Olimpiadi Milano-Cortina 2026, la Corte dei Conti avverte sui ritardi e sull’eredità delle opere

Mancano pochi mesi all’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 e la Corte dei Conti è tornata a bussare alla porta con una relazione di 180 pagine che ha più il tono del richiamo urgente che della consueta vigilanza amministrativa. Nel mirino ci sono le infrastrutture: strade, impianti, collegamenti ferroviari, opere “essenziali e indifferibili” che devono essere pronte entro l’inizio delle gare.

Secondo la magistratura contabile gli interventi complessivi sono 111, distribuiti tra Lombardia, Veneto, Trentino e Alto Adige. Di questi, 98 risultano finanziati e da concludere entro il 2025, mentre tre presentano ancora coperture parziali e potranno essere completati solo per fasi. È il quadro di un cantiere diffuso in cui la corsa contro il tempo si intreccia con la complessità amministrativa e una governance che mostra segni di affanno.

La questione dei tempi e della governance

Simico è la società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 chiamata a coordinare Anas, Rfi e gli enti territoriali. La Corte chiede un aggiornamento realistico dei cronoprogrammi, perché le tabelle ufficiali non coincidono più con l’avanzamento effettivo dei lavori. Già nel 2023 molte opere erano ferme alla progettazione preliminare, mentre l’aumento dei costi post-pandemia ha imposto revisioni ai piani economici, allungando ulteriormente le tempistiche.

A rendere la situazione ancora più delicata si aggiunge l’inchiesta che ha investito la Fondazione Milano-Cortina, con dubbi sulla legittimità dell’intervento normativo che ha ristretto la possibilità di controllo giudiziario sugli appalti. Un doppio fronte – amministrativo e giudiziario – che arriva quando il margine per intervenire si misura ormai in settimane.

L’eredità dei Giochi e le cattedrali sulla neve

La Corte non si limita a segnalare ritardi. Il cuore della relazione riguarda la cosiddetta legacy, cioè ciò che resterà dopo la cerimonia di chiusura. Il monito è evidente: senza un piano di utilizzo sostenibile, gli impianti rischiano di diventare costi permanenti per gli enti locali. La magistratura contabile chiede manutenzione programmata, destinazioni vincolate, e forme di partenariato nella gestione futura, per evitare che il peso della spesa cada interamente sulla fiscalità generale.

È una richiesta semplice nella formulazione, complessa nella pratica: decidere chi gestirà cosa, come, e con quali risorse, prima che gli impianti vengano consegnati. Troppe esperienze internazionali mostrano cosa accade quando questo passaggio viene rinviato: palazzetti chiusi, piste inutilizzate, aree che tornano vuote nel giro di una stagione.

La Corte scrive che le opere devono diventare “un patrimonio durevole per la comunità”. In questa frase si condensa la distanza tra la celebrazione e la responsabilità pubblica. Milano-Cortina è una vetrina globale, ma è soprattutto un test sulla capacità dello Stato di programmare e mantenere ciò che costruisce.

La politica aveva promesso rapidità e modello territoriale. Oggi la domanda è più essenziale: ci arriveremo in tempo, e cosa resterà quando i riflettori si spegneranno?

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A Gaza un cessate il fuoco col rumore della guerra

Perfino la tregua ha un suono di metallo. Nella notte Gaza City ha sentito i droni, Khan Younis i colpi d’artiglieria: l’agenzia Wafa segnala demolizioni nel quartiere di Zeitoun e mezzi israeliani che sparano a est della città, mentre sulla fascia occidentale i sorvoli non si sono fermati. È un cessate il fuoco che non smette di essere guerra, solo più amministrata e meno dichiarata.

I numeri lo confermano. In Egitto è stato annunciato l’allestimento di 16 campi destinati a ospitare fino a 100 mila famiglie palestinesi: uno schema che stabilizza lo sfollamento invece di preparare il ritorno. Dentro Gaza, nuove aree di tende sono state montate nel complesso dei ministeri, oltre 400 strutture aggiuntive, mentre tre convogli di aiuti (circa 50, 30 e 40 camion) hanno raggiunto il nord. È soccorso di sopravvivenza senza un progetto politico di rientro, ricostruzione, autodeterminazione.

La “forza di stabilizzazione” che dovrebbe gestire il dopo continua a svuotarsi. Gli Emirati hanno fatto sapere che «probabilmente» non parteciperanno perché manca un quadro chiaro: niente mandato, niente regole d’ingaggio, niente definizione su responsabilità e catena di comando. Non si mandano truppe dentro un vuoto. È un messaggio che vale per tutti i Paesi che finora hanno annunciato, esposto bandiere e poi rimesso le mani in tasca.

A nord la situazione resta tesa: nelle ultime ore un’auto è stata colpita nei pressi di Sidone, nel sud del Libano, e a Houla alcuni edifici sono stati distrutti da esplosioni dopo colpi di artiglieria. Il confine resta una frontiera instabile che può riaccendere tutto.

Tregua fragile, sfollamento normalizzato, missione senza pilastri: la guerra non scompare, cambia forma e si sposta di stanza in stanza.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #68

Da giorni si contano corpi. Si trattiene il respiro davanti ai numeri e poi si torna a scavare. Oggi la notizia che occupa il discorso pubblico israeliano è la restituzione dei resti del tenente Hadar Goldin, ucciso nel 2014. Un corpo riconsegnato, accompagnato da dichiarazioni solenni, telecamere, messaggi presidenziali. Un ritorno che viene celebrato come vittoria morale. Intanto, a Gaza, migliaia di corpi non hanno ancora un nome. Restano sotto il cemento, sotto le case sventrate, sotto ciò che resta delle strade. La strage si misura a strati, non a cifre.

A Gaza le autorità sanitarie locali parlano di oltre 69 mila morti dall’inizio dell’offensiva. Ma il numero reale è più alto: migliaia di persone restano sotto le macerie. Quel che non si può contare non entra nei comunicati.

Sul fronte umanitario, OCHA certifica che entrano solo poche decine di camion al giorno, contro i 500-600 necessari. L’UNRWA avverte che l’80% della popolazione è senza riparo adeguato. Le tende non reggono pioggia, vento, fango. L’inverno è atteso come un assedio: malattie respiratorie, ipotermia, mortalità infantile. Non è previsione, è aritmetica della sopravvivenza.

Sul terreno, l’Idf annuncia quattro tunnel distrutti a Khan Yunis. Hamas risponde che «i combattenti non si arrendono». Frasi speculari che non cambiano nulla, ma servono a tenere fermo il conflitto, come se la guerra fosse un foglio su cui qualcuno continua a ripassare gli stessi tratti.

E poi la politica. Il governo israeliano fa sapere che la Turchia è esclusa dalla futura forza multinazionale di gestione della Striscia. Intanto, Jared Kushner atterra a Gerusalemme: è l’ex consigliere e genero di Donald Trump, l’architetto degli Accordi di Abramo, l’uomo che ha lavorato per normalizzare i rapporti tra Israele e le monarchie arabe senza toccare la questione palestinese. Il suo ritorno non è aneddoto: significa riportare il conflitto al tavolo di chi lo ha trasformato in geopolitica di scambio, pace senza Palestina.

Un corpo viene restituito. Migliaia restano senza un luogo.
Una cerimonia militare, e attorno il rumore del cemento spezzato.
La guerra continua a ripetersi. E adesso torna anche chi l’aveva vestita da accordo.

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I leccapiedi dei ricchi

In fondo la manovra è tutta qui: un governo che si toglie il cappello davanti ai più ricchi e volta le spalle a chi lavora. I numeri lo hanno detto prima della piazza: Istat, Bankitalia e Corte dei Conti hanno definito la legge di bilancio socialmente ingiusta. Il taglio dell’Irpef premia soprattutto l’8% dei contribuenti con redditi più alti: secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio, il 50% dei benefici finisce nelle tasche di uno su dieci. Agli operai arrivano in media 23 euro l’anno, agli impiegati 123, ai pensionati 55. Ai dirigenti 408. È la fotografia di un Paese che viene raccontato come “medio”, ma in cui la maggioranza scivola verso il basso mentre una minoranza viene protetta dal potere.

La Cgil ha proclamato lo sciopero generale del 12 dicembre. Chiede di finanziare sanità, scuola e salari, la carne viva della vita quotidiana. Propone una patrimoniale leggera: un contributo dell’1% sui patrimoni sopra i due milioni di euro. Parliamo di circa 500 mila persone per 26 miliardi di euro. Risorse reali, senza magie contabili, per pagare asili, medici, rinnovi contrattuali, liste d’attesa che non finiscono.

La risposta del governo è stata una risatina: «Scioperano di venerdì». La battuta al posto della politica. La stessa ironia disinvolta di chi non ha mai dovuto guardare il prezzo del dentifricio o del pane.

C’è una metro di distanza tra chi deve scegliere se pagare l’affitto o il dentista e chi governa come se il Paese fosse un club ad accesso riservato. In questa manovra lo Stato non redistribuisce: accompagna chi sta già in alto e lascia che il resto scivoli. È una scelta. Consapevole. E quella scelta è contro la maggioranza degli italiani. Lo dicono i numeri, mica i giornalisti. 

Buon lunedì. 

Consiglio dei ministri foto gov

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Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato – Lettera43

È vero: la digitalizzazione semplifica, velocizza, uniforma procedure. Ma solo per chi riesce a starci dentro. Per tutti gli altri il futuro è una porta chiusa.

La modernità ci è arrivata addosso con la forma di una finestra blu: “Accedi con SPID”. L’innovazione amministrativa italiana si gioca ormai tutta lì: piattaforme, codici temporanei, app, autenticazioni a due fattori. Ci hanno detto che è progresso, che «così funziona meglio», che «il futuro è digitale». È vero: la digitalizzazione semplifica, velocizza, riduce code, uniforma procedure. Ma solo per chi riesce a starci dentro. Per tutti gli altri, per quelli che davanti allo schermo si perdono, il futuro ha preso la forma di una porta chiusa. Senza nemmeno il cartello “spingere”.

La metà degli italiani ha difficoltà ad accedere ai servizi pubblici via web

In Italia questo non è un dettaglio sociologico: è una frattura. Secondo l’Istat, nel 2024 solo il 45,9 per cento delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno adeguate. Significa che più della metà della popolazione vive in difficoltà quando deve accedere ai servizi pubblici via web. Tra gli over 65, il divario è ancora più netto: non si tratta solo di avere il telefono o avere Internet. Si tratta di sapere cosa farne nel momento in cui devi prenotare una visita, scaricare una certificazione, iscrivere un nipote a scuola, presentare un’istanza, chiedere un sussidio. La cittadinanza oggi passa da uno schermo. Chi non sa attraversarlo, resta fuori.

Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato
(foto di Vitaly Gariev via Unsplash).

Appuntamenti, certificati, esenzioni: senza web si è esclusi

Lo si vede ogni giorno nelle storie piccole, che non fanno notizia. L’anziana che prende l’autobus alle sei del mattino per andare in Comune, ma il Comune ormai riceve solo su appuntamento, e l’appuntamento si prende online. Il padre migrante che ha bisogno di un certificato scolastico, ma la scuola usa solo una piattaforma digitale con accesso SPID. Il pensionato che deve rinnovare l’esenzione sanitaria ma la pagina “non risponde, riprova più tardi”. Non si tratta di resistenza al cambiamento. È la constatazione che una parte del Paese non ha avuto il tempo, le condizioni o l’età per imparare un linguaggio nuovo.

In Belgio il digitale non può essere l’unico canale

Il digitale è una lingua. E ogni lingua, per essere inclusiva, deve essere insegnata. Non presupposta. Il Belgio, qualche mese fa, ha detto una cosa che sembra banale e invece è rivoluzionaria. La Corte costituzionale di Bruxelles ha stabilito che la pubblica amministrazione non può imporre l’accesso digitale come unico canale. La sentenza del 25 settembre, nata da un ricorso di 24 organizzazioni civiche, afferma che perché la cittadinanza sia universale, deve esistere sempre anche una via non digitale: uno sportello, un telefono che risponde, modulistica su carta. Non per bloccare il digitale. Ma per non perdere le persone. A Bruxelles quel principio nasce da un dato: il 36 per cento dei residenti è in vulnerabilità digitale. Non si tratta solo di tecnologia. Si tratta di diritti. La digitalizzazione, se non accompagnata, produce esclusione. E l’esclusione non si vede più in fila davanti a un ufficio: si disperde silenziosa, invisibile, nel clic che non arriva.

Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato
(foto di Jon Tyson via Unsplash).

Volete fare qualcosa di sinistra? Garantite un’alternativa

In Italia nessuna Corte lo ha ancora detto con quella chiarezza. Eppure l’evidenza è lì: l’innovazione della PA sta correndo senza corrimano. Le iscrizioni scolastiche avvengono solo online. Le prenotazioni sanitarie si spostano sulle piattaforme regionali. I servizi di welfare territoriale chiedono credenziali elettroniche. L’idea è che «prima o poi impareranno tutti». Ma questo è l’inganno più crudele: non tutti possono imparare. Non alla stessa età, non nelle stesse condizioni, non con lo stesso supporto. Ci sono intere generazioni per cui l’alfabetizzazione digitale non è più un traguardo realistico. E allora sì, qui la questione diventa politica. Volete fare qualcosa di sinistra — non nei discorsi, non negli slogan — ma nella vita reale delle persone fragili? Garantite per legge il diritto a un canale umano. Stabilite che per ogni servizio digitale deve esistere sempre un’alternativa fisica o telefonica funzionante. Non come gentile concessione, non come “servizio ridotto”, ma come diritto pieno.

Il progresso non può diventare un nuovo censo

Questo non è essere contro il progresso. È impedire che il progresso diventi un nuovo censo. È riconoscere che modernità significa includere, non selezionare. È dire che l’innovazione vale solo se nessuno resta indietro. La sinistra, se vuole tornare dove si è sempre collocata — dalla parte di chi rischia di essere escluso — ha qui un terreno concreto, misurabile, verificabile. Non un progetto astratto, non una bandiera simbolica. Un diritto. Semplice. Radicale. Umano. Garantire il non-digitale non è tornare al passato. È impedire che qualcuno venga cancellato dal presente.

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Il premio a chi compra da Israele: così la cybersicurezza diventa geopolitica

Il 3 novembre sono entrate in vigore le Linee guida dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale che rendono operativa la “premialità” negli appalti pubblici per tecnologie digitali con rilevanza strategica. La norma prevede che nelle gare le aziende che utilizzano sistemi di difesa informatica prodotti in Italia, nell’Unione Europea, nei Paesi Nato oppure in un gruppo ristretto di Stati considerati “affidabili” ottengano un vantaggio diretto nella valutazione: otto punti in più rispetto ai concorrenti. Nell’elenco dei Paesi partner, accanto a Giappone, Australia, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Svizzera, figura anche Israele, unico Stato extra-Nato ed extra-Ue con una filiera industriale dominante nel settore della sorveglianza e della sicurezza digitale.

Cybersicurezza, il meccanismo della premialità e la valutazione della provenienza

La premialità riguarda firewall, piattaforme di monitoraggio delle reti, sistemi di rilevamento intrusioni, servizi cloud con funzioni di sicurezza, apparati di controllo e filtraggio del traffico dati. La provenienza non è dichiarativa: le aziende devono presentare la Bom o Sbom, l’elenco dettagliato dei componenti hardware e software, con indicazione del Paese in cui sono stati sviluppati, fabbricati o erogati. Il punteggio non è modulabile. È un criterio binario: se la tecnologia è conforme, l’impresa riceve gli otto punti; se non lo è, il punteggio non viene assegnato.

L’impatto è particolarmente significativo per le reti 4G e 5G: per le amministrazioni del comparto sicurezza nazionale l’applicazione della premialità è obbligatoria. In questi casi la scelta della tecnologia non è soltanto una valutazione economica o tecnica. Diventa una questione di allineamento geopolitico. Le Linee guida si limitano a richiamare requisiti di sicurezza della supply chain, ma l’effetto è quello di orientare la spesa pubblica in direzione di un numero ristretto di fornitori già integrati negli accordi di intelligence e difesa.

Israele come fornitore strategico nel perimetro digitale

L’inclusione di Israele nell’Allegato 3 non è un dettaglio tecnico. È il riconoscimento di un rapporto strutturale che negli ultimi anni ha già spostato competenze e risorse verso aziende israeliane attive nei settori del monitoraggio di rete, dell’analisi comportamentale, degli apparati di intercettazione e dei software di controllo remoto. L’ecosistema cyber-militare israeliano si colloca da tempo sul confine tra difesa, sicurezza interna e mercato privato, con una filiera alimentata dall’Unità 8200, incubatore di startup e spin-off in grado di trasformare tecnologie di intelligence in strumenti commerciali.

Con la premialità il vantaggio competitivo diventa istituzionalizzato. Un’impresa italiana che utilizzi tecnologie israeliane (al pari degli altri Paesi indicati) nei propri prodotti parte avvantaggiata nelle gare rispetto a chi si affida a fornitori esterni al perimetro. Il risultato è un incentivo diretto: per rimanere competitivi, gli operatori nazionali sono spinti a integrare piattaforme e componenti provenienti da Tel Aviv. In un settore dove la provenienza della tecnologia coincide con la provenienza delle logiche di sorveglianza, questo significa importare anche modelli di controllo.

Il governo rivendica la scelta come misura di protezione strategica. L’argomento è che la frammentazione delle forniture e la presenza di attori considerati ostili (tra cui Cina e India) espongono la Pubblica Amministrazione a rischi di compromissione. Ma dietro la retorica della sicurezza nazionale si consolida un modello in cui la definizione di “Paese affidabile” coincide con una precisa postura diplomatico-militare. La cybersicurezza viene trattata come un’estensione della politica estera e non come un ambito tecnico.

La conseguenza è che una quota crescente delle infrastrutture digitali pubbliche sarà costruita su tecnologie prodotte in un contesto industriale che risponde a logiche di sicurezza e controllo sviluppate in un quadro di conflitto permanente. È un orientamento che ridisegna la filiera italiana della cybersicurezza, spinge le imprese a dipendere da partner stranieri per essere competitive e limita lo spazio per una reale autonomia tecnologica. Non è una scelta neutrale. È una scelta di campo. E produce effetti difficili da invertire.

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Occhi su Gaza, la tregua trema e l’artiglieria colpisce

C’è una tregua che trema a ogni ora e un “dopo” che si scrive già prima di seppellire i morti. A New York circola la bozza statunitense per una forza internazionale con mandato Onu e un organismo di transizione che dovrebbe “governare” Gaza per due anni. Washington la presenta come soluzione. Sul terreno, intanto, gli ordini sono di radere al suolo le gallerie rimaste, ripulire i quartieri, premere sugli ultimi nuclei combattenti. Le parole rassicuranti nei corridoi diplomatici e l’artiglieria che ancora si sente nella notte. Tutto insieme. Come se fosse normale.

Dicono che la tregua “tenga”. A Gaza City tornano a muoversi le colonne di sfollati che inseguono l’illusione dell’acqua potabile. Nelle tendopoli del sud ci si scambia la posizione di un pozzo come si scambia una notizia di famiglia. Gli ospedali funzionano a sezioni stanche: reparti che si aprono e si richiudono, generatori che tossiscono. L’Ocha parla del 90% della popolazione costretta a spostarsi almeno una volta. Alcuni due, tre, quattro. La terra che scotta sotto i piedi.

Ma c’è un’altra crepa che oggi faceva rumore nelle agenzie: giuristi militari israeliani avrebbero avvertito i vertici dell’esercito che esistono rischi concreti di responsabilità per crimini di guerra. Una nota interna, cauta, burocratica. Una frase che entra di colpo nella stanza dove fino a ieri dominava il “poi vedremo”. Non è giustizia. È soltanto la consapevolezza che un giorno qualcuno chiederà conto. E questo, in guerra, pesa. Intanto, a Istanbul e Ankara si discute del mandato Onu. Tutti d’accordo sulla cornice, nessuno pronto a firmare il cemento. Forza internazionale, ma chi la guida Chi risponde? Chi indaga Chi ricostruisce?

Le mappe si disegnano in fretta. I bambini non ricrescono così.

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In passerella sulla pelle della gente

Il 12 dicembre sarà giornata di sciopero generale promossa da Cgil contro la legge di bilancio. Nel mezzo di richieste nette – salari “emergenza fondamentale” secondo il segretario generale Maurizio Landini. Nel frattempo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ironizza con un post su X (“In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?”) come se lo sciopero fosse un gioco di calendario e non la rivendicazione di chi fatica. Anche solo evocare uno “sciopero del weekend lungo”, come fa Meloni parlando dello stesso venerdì scelto dai lavoratori, significa sminuire una mobilitazione che avviene su mandato collettivo.

È un gesto che tradisce la pelle – letteralmente – di chi ogni mattina si alza, va a lavorare, paga tasse e vede la propria vita consumarsi fra rincari, fisco pigro, contratti da rinnovo eterno. La Cgil cita in particolare il fiscal drag: lavoratori dipendenti e pensionati hanno versato 25 miliardi di euro in più in tre anni solo perché gli scaglioni fiscali non sono stati adeguati. Eppure, sul gradino più alto delle istituzioni, la frase ironica diventa strategia: trattare la protesta come un dettaglio, un fastidio da calendario. Le rivendicazioni – aumenti contrattuali, detassazione per tutti i lavoratori, investimenti su sanità e servizi – diventano macerie retoriche, mentre si celebra la “normalità” dello status quo. Quando Meloni parla di “gente” – il popolo che la elegge e che “interpreta” – ma ne deride le rivendicazioni, si consuma una disconnessione grave.

Se si considera prioritaria l’immagine della leader ma non la voce concreta di chi conta su un salario e contratti rinnovati, allora l’ideologia del “popolo” diventa solo scenografia. E le scenografie prima o poi crollano. Perché la pelle della povera gente non è una stoffa su cui fare passerella politica. È la superficie sensibile di un Paese che lotta per sopravvivere. Quando i lavoratori scioperano rinunciando allo stipendio, come ricorda Landini, non sono costretti “a regalare” il proprio tempo né i propri diritti. Se si ignora quel corpo sociale alla fine non è la leader a restare “la voce del popolo”: è il popolo che la lascia fuori dal microfono. E allora, la prossima battuta ironica sarà solo il segno di una distanza che non potrà più essere sanata.

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Terzo mandato, la Consulta conferma il divieto: bocciata la legge del Trentino

La Corte costituzionale ha bocciato la legge della Provincia autonoma di Trento che avrebbe consentito al proprio presidente di ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo. La decisione è netta: il limite ai mandati non è una scelta discrezionale dei singoli territori, ma un principio generale dell’ordinamento della Repubblica, valido anche per le autonomie speciali. In altre parole, non c’è spazio per deroghe locali costruite su misura.

Per mesi il tema era diventato una partita politica ad alto tasso simbolico. La maggioranza guardava al caso Trento come a un possibile apripista: se una provincia autonoma fosse riuscita a superare il limite, la discussione si sarebbe inevitabilmente spostata sulle regioni ordinarie. L’effetto sarebbe stato immediato soprattutto nel Nord, dove alcune leadership governano da oltre un decennio e il ricambio rischia di essere più traumatico che fisiologico.

Terzo mandato, la decisione della Consulta

La sentenza colpisce in particolare la Lega, che da tempo rivendica il principio secondo cui chi è eletto direttamente dovrebbe poter essere rieletto senza limiti. Luca Zaia aveva più volte definito “paradossale” che solamente i sindaci e i presidenti di Regione fossero sottoposti a un tetto, mentre incarichi di Governo e Parlamento non lo sono. La Corte però ribadisce un punto che riguarda l’equilibrio dei poteri: la democrazia non è solo espressione della volontà popolare, ma anche garanzia di alternanza.

Le reazioni confermano la frattura interna alla coalizione. Zaia parla di “rispetto della sentenza” ma invita il Parlamento a riaprire il dossier. Matteo Salvini insiste sul principio dell’investitura diretta degli elettori. Fratelli d’Italia, più defilata finora, può ora rivendicare la necessità di una nuova fase, con candidature diverse e leadership rinnovate nei territori.

La decisione della Consulta non chiude il dibattito, ma cambia il perimetro. Da oggi, il terzo mandato non è più una possibilità sospesa, ma una strada sbarrata. Chi governa da anni dovrà misurarsi con la fine del ciclo, non come sconfitta, ma come parte naturale della vita istituzionale. La politica, invece, dovrà trovare nuovi volti e nuovi equilibri, senza cercare scappatoie normative.

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