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Tutti uguali proprio per niente. Oppure tutti.

uguali

Non esistono i profughi, non esistono i siriani, non esistono i rifugiati e non esistono i medici o gli avvocati o i musicisti o gli scrittori così come non esistono gli italiani. Meglio: esiste una formula matematica che disegna un italiano medio per reddito, preferenze, consumi, abitudini ma davvero, in carne e ossa, quell’italiano lì, perfettamente medio non esiste perché se esistesse sarebbe l’uomo più ricercato per la politica, le analisi di vendita, i sondaggi di ogni tipo. L’italiano veramente medio sarebbe l’oro, l’incenso e la mirra intorno al quale si muoverebbero milioni di voti e decine di milioni di euro. E quindi non sarebbe più medio e smetterebbe di esistere.

Dire “gli italiani”, “i cittadini” e quindi anche “gli immigrati” o “i comunisti” e allo stesso modo “i leghisti” comporta una responsabilità lessicale e politica enorme, forse anche inimmaginabile per la superficialità del dibattito di questo tempo.

Oppure, forse, esistono tutti. Nel senso che le differenze sono o enormemente minime oppure quasi nulle. Siamo uomini che si perdono subito nei mille rivoli della miriade di declinazioni. Siamo infinitamente uguali, insomma.

Il Bicicletterario

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Per chi ama la parola e la bicicletta c’è un premio nazionale di poesia e narrativa che prova a tenerle insieme. C’è tempo fino a fine febbraio e trovate tutte le informazioni qui.

Io, da ciclista e parolafilo, la trovo un’idea bellissima.

Non dimenticarsi mai nemmeno gli anni da dimenticare

2016

Se dovessi farmi un augurio, pensare a che forma dovrebbe avere il prossimo anno che tra qualche ora viene, non potrei evitare di ricordarmi di mio nonno Cleto, alla sera, nei giorni che vengono appena prima di capodanno. Stava fermo per decine di minuti, in salotto, come potrebbe stare ore una statua di sabbia quando non c’è vento, e fissava un punto qualsiasi che, potevi scommetterci, non era mica intorno ma dentro. Sì, dentro: seduto in un angolo nel suo costato. Con quello sguardo lì.

Non aveva mai raccontato della guerra, della prigionia o di com’era bella quell’Italia povera ma fremente di speranza; riuscivamo a sapere qualcosa di lui se capitava uno di quei compiti a scuola per cui interroghi il nonno. Poca roba: dettagli minimi, le vicende generali e un racconto anestetizzato prima di essere detto. Eppure bastava un suo cenno e subito gli ritrovavi il capitolo scritto in qualche parte della faccia, in una ruga che diceva della paura o in un angolo della bocca che aveva scritto di tutto il freddo. Gente così, i nonni della mia generazione, con la voce come sottotitoli di tutto il resto che comunque scorre.

Quando si incastrava zitto, il nonno, nei giorni ultimi di dicembre, l’ho capito solo dopo, stava seduto nel suo costato per fare l’inventario di tutte le storie che conteneva. Dentro quel silenzio c’era l’operosità polverosa e compita di chi infila faldoni attaccandogli le etichette sui dorsi, c’era dentro tutto lo sforzo di un muscolo, quello della memoria, che al contrario di tutti gli altri si allunga invecchiando, agile con gli anni mentre tutto intorno si sclerotizza.

Ecco, se dovessi pensare ad un buon proposito per l’anno che viene vorrei che davvero si possa non dimenticare. Non dimenticare nemmeno le ingiustizie minime o i propositi più lontani. Tenere tutto. Ricordarsi bene di non dimenticare soprattutto gli anni da dimenticare. Come questo che passa. Come nonno.

(scritto per Left)

Stupire i sensi e chetare i nervi

nuovoepossibile

Stefano Bartezzaghi da leggere su ‘nuovo’ e ‘possibile’:

Quindi, quando diciamo «nuovo» non stiamo dicendo molto: in un certo senso è nuova persino la ripetizione ennesima di un jingle o di un luogo comune e le strategie di comunicazione spesso consistono proprio nel fare apparire come nuovo qualcosa che tanto nuovo non è. Il bello è che ciò che si vuol far apparire come nuovo deve essere ripetuto un numero sufficiente di volte da farlo diventare banale: si potrebbe dire che la comunicazione contemporanea consiste nello stupire i sensi e chetare i nervi.

Si potrebbe pensare che la sinistra sia per il nuovo di rivoluzione e di riconfigurazione e la destra sia per il nuovo di ripetizione e di variazione. Categorie come quelle di «conservatori», «moderati», «progressisti», «radicali» potrebbero infatti suggerirlo, nei loro nomi. Purtroppo queste categorie sono davvero vecchie, nel senso che si riferiscono a un mondo in cui la trasmissione del potere era appena passata dai modelli dinastici e aristocratici a quelli democratici.

Nella società di massa non è più così. Quello che è successo quando il nuovo ha fatto mitologia è che il nuovo, il progresso, le riforme, la riconfigurazione e addirittura la rivoluzione non sono stati più bandiere esclusive della sinistra e valori a questa intrinseci. Per dirla in termini gloriosamente vecchi, questa è stata una vera e propria perdita di egemonia.

Anche la creatività, altro termine orribilmente ambiguo, è passata da Bruno Munari e dal movimento del Settantasette ai consigli di amministrazione e ai ministri di economia e finanza. Anzi alla nostra epoca persino i conservatori, con il nome che si ritrovano, hanno dovuto procedere a un rebranding vero e proprio, inventando la buffa sigla «neocon», un ossimoro incarnato da due mozziconi di parola che assieme non dovrebbero poter stare. Ma i conservatori non hanno conservato sé stessi: si vede che hanno fatto qualche progresso.

Inutile dire che spesso il «nuovo» non si realizza neppure: è un’apparenza di nuovo e tutta la polemica da talk show è l’accusa reciproca di propugnare come nuovo qualcosa che nuovo non è, ma è anzi profondamente vecchio. Sempre senza mai mettere in dubbio l’equivalenza fra nuovo e buono, cioè la valorizzazione positiva del nuovo. Cioè la sua mitologia che è anche un’ideologia vera e propria, poiché è ideologica ogni assegnazione a priori di valori positivi e negativi.

Il risultato finale è che, divenuto mitologia, il nuovo non è più utile a orientare alcun discorso verso le differenze fra destra e sinistra che ora, non a caso, vengono date per cadute. Non ci sono linee: c’è una sfera unificata da quel principio di retorica da campagna elettorale per cui il nuovo è buono e bisogna sempre propugnarlo almeno a parole. Partiti e personalità che aspirano direttamente al potere devono collocarsi obbligatoriamente dentro a quella sfera.

Chi vuole ragionarci sopra, si accomodi fuori, dove non c’è obbligo di nuovismo (ma da dove, probabilmente, non si arriva a vincere elezioni). A meno che a cambiare non sia, innanzitutto, questa situazione.

Ma per cambiarla basta la critica e la smitizzazione del Nuovo? C’è di che dubitarne, per quanto il lavoro puntiglioso di analisi critica delle proposte e delle riforme sia necessario.

Il resto è qui.

Le piantiamo e poi guardiamo non crescere le mele

mela

«Nonno!»
Sorride identica ad Angela, sua madre. Ha anche le mani e la forza di Michele e il sorriso del Nonno: è una bambina con tutta la famiglia dentro. Michele l’aveva im- maginata così, sua nipote, quando provava a rassicurare suo nonno su una famiglia che non si sarebbe fermata con la sua partenza.
«Michela, adesso andiamo con nonno ai campi, vuoi?» «Sì!»
«Com’è andata a scuola?»
«Bene.»
«Cosa hai mangiato?»
«Al ristorante…»
«Ah, già al ristorante.»
Per Michela la mensa scolastica è il ristorante, i campi
una meravigliosa vacanza e qualsiasi amico gentile il suo nuovo fidanzato.
«E cosa hai mangiato al ristorante?»
«La pasta. Col bis.»
Mondragone verso gli orti diventa quasi irlandese: verde, umida più forte dello scirocco.
«Mettiamo le mele, nonno?»
«Non crescono le mele, Michela. Stanno in montagna.
Dove c’è il freddo, la neve.»
«Qui a Mondragone non nevica, no.»
«No, quindi niente mele.»
«E proviamo a mettere le mele?»
«Non crescono.»
«E noi le mettiamo e poi le guardiamo insieme che non
crescono, allora.» «Va bene.»

(Mio padre in una scatola da scarpe, p 154)

Il prurito per i giornalisti

È una buona notizia che il potere continui a non essere in cordiali rapporti con i giornalisti. La vedo così, semplicemente, come la normale dinamica funzionale tra il controllore e il controllato dove il giornalismo, quando è capace di rendersene conto, è un buon cane da guardia.

Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto.

(Horacio Verbitsky)

Cuffaro e il figlio di Vespa

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Di Federico Vespa, negli atti dell’inchiesta, si legge: “In merito alla possibilità per Cuffaro Salvatore di dialogare con l’esterno si segnalano alcuni volontari che hanno operato all’interno della casa circondariale di Rebibbia (in primis Federico Vespa) i quali si sono più volte adoperati per mettere in comunicazione Cuffaro con i suoi familiari e con persone di sua fiducia. È stato in questo modo consentito al Cuffaro di continuare ad occuparsi di proprie attività, questioni ed interessi nonostante le preclusioni connesse al suo status di detenuto”.