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Destrorso e vigliacco

Basta poco per svelare il populismo becero di questa destra che infesta l’Europa: metterla di fronte alle proprie responsabilità. Perché Nigel Farage che si dimette da leader dell’Ukip dopo la Brexit è la dimostrazione più evidente di un odio innescato da promesse che non sono mantenibili. E così ora Farage (ispiratore dei nostri peggiori salvinismi) decide di dimettersi perché vuole “riprendersi la sua vita“. E ovviamente non si dimette mica dal Parlamento Europeo (che lui stesso vorrebbe chiudere).

Forse il modo migliore, davvero, sarebbe mettere Salvini al Ministero per l’Immigrazione. Per vedere quanto poco ci metterebbe a sbriciolarsi anche lui.

Siete come vi vogliono i padroni

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«Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo»: la frase, populista e rivoluzionaria, è di Don Lorenzo Milani, un prete che oggi sarebbe subito bannato nella pagina Facebook della ministra Boschi o di Lorenzo Guerini, due nomi a caso tra la folta schiera della mansuetudine che si simula cattolica nei politici nostrani.

Ieri Hollande, Merkel e Renzi si sono incontrati per un summit che avrebbe dovuto essere il primo passo per la grande soluzione europea. Wow, uno pensa, che esplosiva riunione di intelligenze internazionali. La Merkel, teutonica e stentorea, ha dichiarato che «serve ancora una richiesta ufficiale». In pratica, anche se potrebbe sembrare una barzelletta, i tre si sono pomposamente riuniti per convenire che manca l’oggetto della discussione: si legge dappertutto che il Regno Unito sia uscito dall’Europa ma a Bruxelles, non è nemmeno arrivato uno straccio di mail. Disdetta.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Suona la sveglia per i Millenials. Un appello da leggere.

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Lo scrive il Comitato Possibile dell’Università di Bologna. E vale la pena tenerselo in tasca per i prossimi mesi:

«Il referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione Europea, vinto di misura dai sostenitori del “Leave”, è il segnale inequivocabile della necessità di una presa di coscienza.

Le prime indicazioni che ci sono giunte dalle analisi dei flussi di voto dimostravano in maniera plastica una frattura generazionale: i giovani tra i 18 ed i 24 anni hanno votato in massa – circa il 74% – per la permanenza nell’Unione. Persino la fascia d’età successiva, se pur con un margine inferiore, ha sostenuto le ragioni del “Remain”: sono coloro che hanno vissuto la nascita del sistema Erasmus, che vanno dai 25 ai 49 anni. Mano a mano che l’età cresce questa situazione si capovolge. I dati più recenti sull’affluenza al voto, però, segnalano che tra gli elettori più giovani meno della metà sono andati a votare, mentre l’elettorato più maturo si è recato in gran parte alle urne per esercitare il diritto di voto. Questo aspetto deve far preoccupare ulteriormente: se tra gli anziani è prevalso il sentimento di chiusura, tra i più giovani è stata l’indifferenza a determinare i risultati a cui assistiamo oggi.

Ora, qui non si tratta di essere favorevoli al mantenimento dell’attuale stato di cose all’interno dell’Unione, non si tratta di essere aderenti alle scelte adottate nell’ultimo decennio dalla classe dirigente europea, non si tratta nemmeno di un posizionamento ideologico a favore dell’integrazione. Il problema è che il sentimento di rabbia, frustrazione, solitudine, chiusura, disincanto e sfiducia cavalcato dalle destre estreme sta definitivamente facendo breccia. Sono i partiti razzisti e xenofobi, spesso dichiaratamente neofascisti, a volere che questa dissoluzione dell’orizzonte comune avvenga il prima possibile. Sono i Farage, i Le Pen, i Salvini, a sostenere le ragioni di un ritorno al passato, ai particolarismi nazionali.

Dunque è giunto il momento per le giovani generazioni di alzare la voce, di conquistarsi lo spazio politico che ci è sempre stato negato, di assumersi la doppia responsabilità di salvare ciò che di buono è stato fatto dal Secondo Dopoguerra ad oggi per rendere l’Europa un luogo di pace dopo secoli di conflitti, violenze, guerre, morte e distruzione, e di delineare prospettive di cambiamento e progresso, anziché di arretramento. Come dimostra l’esito del Referendum inglese, e le reazioni che ha suscitato, non potremo farcela se non saremo in grado anzitutto di risvegliare nei nostri coetanei un sentimento di interesse per la dimensione pubblica, politica delle nostre vite, contro l’ indifferenza che oggi prevale.

Non possiamo più attendere oltre per svegliarci: la sveglia sta suonando da un po’. Da quando è scoppiata la crisi economica, divenuta poi crisi sociale perché è stata fatta pagare agli ultimi ed alla classe media; da quando le diseguaglianze sono esplose; da quando fiumi di migranti in fuga dal Sud del mondo hanno cominciato a bussare alle nostre porte ed i nostri governi hanno deciso di non gestire il problema in maniera comune e solidale; da quando l’establishment europeo, trainato dalla Germania, ha deciso di voltare le spalle alla Grecia abbandonandola a se stessa in maniera tanto brutale e cinica; da quando hanno deciso che le conquiste sociali ed i diritti fossero un impedimento alla crescita economica; da quando hanno creduto che bastasse un’élite di tecnici e burocrati per governare processi tanto imponenti.

Abbiamo la responsabilità di mettere da parte le nostre appartenenze, le nostre divisioni, le nostre ambizioni particolari, per dare vita insieme ad un grande mobilitazione generazionale di risposta alla deriva reazionaria imboccata, come fecero i nostri nonni e bisnonni partigiani nella guerra di Resistenza. Ad ogni generazione la sua battaglia, e questo è il nostro turno per decidere da che parte della storia vogliamo stare. Alziamoci e prendiamo la parola prima che sia tardi – pretendiamola! – nella convinzione che l’Europa unita vada cambiata. ma non distrutta, ispirandosi ai principi di solidarietà, di eguaglianza, di rispetto nella diversità, di pace e di condivisione.

Perché tutto questo non rimanga solo retorica, vi invitiamo a fare rete con tutte le realtà e le singolarità che si dimostrino altrettanto preoccupate per la situazione attuale, che si dichiarino saldamente antifasciste e vogliano mettersi in gioco. Partiti, associazioni, sindacati, studenti, lavoratori, semplici cittadini. Organizziamo assemblee pubbliche, discutiamo, stendiamo una piattaforma comune ed il più possibile coinvolgente, al di là degli steccati e degli interessi particolari.

Poiché quello che c’è in gioco non è la vittoria alle prossime elezioni, né il consenso elettorale, ma il destino del nostro mondo e la possibilità di rendere il futuro un posto migliore in cui vivere, lasciandoci alle spalle i fantasmi del passato.»

Comitato Università Bologna di Possibile

A proposito degli scemi che si permettono di voler votare

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I giorni dell’isteria: l’ultima folata di sciocchezze è questa tiritera di un “eccesso di democrazia” che andrebbe controllato come se non bastassero tutti questi ultimi anni. Così mentre in molti ci propongono di dare il diritto di voto solo a quelli che votano come dicono loro (Monti, Gori e altri geni dell’ultima ora) in pochi pensano allo stato di salute delle due armi per sconfiggere l’ignoranza: la scuola e l’informazione. E a proposito di informazione forse vale la pena leggere Mantellini nel suo blog:

«In ogni caso l’aspetto più interessante è quello dell’informazione; sfuggito ormai da tempo ad ogni controllo economico del mercato, il ruolo dei media come elemento portante della corretta informazione (ridete ridete) è perfino più compromesso di quello della politica che parla parla ma che al posto di costruire biblioteche asfalta l’astaltabile, sogna il ponte sullo stretto o si applica alle prossime Olimpiadi di Roma. Detto diversamente: dove esiste un’informazione corretta i media giocano un ruolo fondamentale nella riduzione dell’analfabetismo funzionale. Dove invece gli stessi soggetti scendono direttamente in campo al di là di ogni deontologia, giornali radio e TV, pubblici o privati che siano, si trasformano in soggetti attivi nel mantenimento dell’incompetenza degli elettori. Questo accade dentro una eterogenesi dei fini fra il modello economico dei media (che hanno un padrone al quale rispondere) ed il loro ruolo presunto ma del tutto scomparso di sostegno alle democrazie in quanto garanti dei lettori.

Vogliamo elettori in grado di superare un ipotetico esame di cittadinanza che gli consenta di votare? L’unica strada possibile è quella di investire denaro per una vera politica culturale (Rai compresa) e forse – contro ogni tendenza – per immaginare nuove ipotesi di finanziamento pubblico all’editoria privata. Soldi tardivi, come certe vendemmie, denari dei cittadini in premio a chi abbia avuto il coraggio di informare con coscienza i propri lettori, fuori dall’immensa marea di fango che è il business dei media oggi, specie in Italia. Un’arena in peggioramento, che ormai non risparmia più quasi nessuno. Tutta gente che per una ragione o per l’altra ha un qualche interesse a mantenere i cittadini -perfino nei tempi della società digitale – ignoranti esattamente come prima. Ce lo ha detto Tullio de Mauro, ok, era vero, l’analfabetismo funzionale è un problema enorme. Ora magari proviamo a fare qualcosa. Che la patente per poter votare è certamente una cazzata, ma anche gli elettori che non sanno un accidente e che danno retta al Salvini di turno sono una faccenda mica da ridere.»

Brexit, nell’UE l’inglese resta la lingua ufficiale e gli inglesi se ne vanno

Pensa te, la lingua ufficiale in Europa (insieme a francese e tedesco) s’è persa per strada i suoi abitanti. L’inglese come lingua universale, ci dicevano, perché già ampiamente diffusa e perché era per noi la lingua delle multiculturalità, da tenere in tasca negli incontri multietnici che capitano nella vita, la lingua da imparare a scuola perché chiave universale di lettura e intelligenza. Per i nati negli anni ’70 e ’80 l’inglese (in senso largo) era il contenitore delle differenze e delle aperture. Prima del mito americano, insomma, erano loro la “terra promessa” della fantasia. Oggi l’Europa parla inglese mentre gli inglesi invece se ne vanno (i britannici, almeno, non ce ne vogliano gli irlandesi).

La questione non è linguistica e culturale ma è soprattutto politica: questa Europa ha riservato al Regno Unito un’attenzione particolare, una tensione all’accomodamento che ha permesso a Cameron e i suoi di stare nell’Europa con un piede dentro e uno fuori. Erano sì in Europa ma senza euro, piuttosto stretti alla loro sterlina, partner commerciali ma senza Schengen e con una narrazione tossica dell’Europa per la propaganda interna: la Gran Bretagna ha giocato sull’Europa una partita egoista e ora ne paga le conseguenze. “Populismo” dicono come al solito i commentatori dalle posizioni indefesse sprecando tempo per convincerci, al solito, che in un referendum ci sia una scelta giusta e una sbagliata mentre gli elettori sono banalmente una carta delle probabilità da tenerne conto fino al prossimo giro; ma non è populista il demagogo che cerca di rendere potabile la priorità del mercato sulle persone? Non è populista chi ha iniettato la finanza nella politica fino a renderla mera rappresentazione di una gestione di bilancio travestita da amministrazione di popoli? Non è populista chi usa referendum su temi così spessi e complessi per rinforzare il proprio peso all’interno di un governo o del proprio partito (come Cameron e come sta facendo Renzi, del resto)? Non è populista chi ha affidato alla statica burocrazia la ricerca di soluzioni per un mondo che sta cambiando così velocemente in un’orribile discesa di diritti, di salari, di benessere e di partecipazione alla vita pubblica?

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Jo Cox. Quando muoiono i buoni.

C’è qualcosa che fa paura nell’omicidio della giovane deputata laburista Joe Cox, ammazzata per strada per la Gran Bretagna in questi caldi giorni di discussione sul referendum in cui gli inglesi si esprimeranno su una loro eventuale uscita dall’Unione Europea ed è un particolare che merita attenzione perché sembra essere il campanello d’allarme di un’esasperazione che esce dai confini inglesi e suona in tutta l’Europa: qui si uccidono i buoni. In quanto buoni.

Jo Cox non è un nome abbastanza altisonante per poter ipotizzare l’azione di un mitomane in cerca di fama; non è però nemmeno appartenente alla schiera dei fragili seminascosti che troppe volte subiscono violenza perché hanno troppa poca voce per chiedere aiuto, essendo la Cox una parlamentare; non ricopriva comunque una carica fondamentale nei gangli amministrativi né aveva il potere di poter condizionare pesantemente il referendum; uccidere Joe Cox non ha un particolare interesse (deviato) per la strategia militare essendo stata uccisa mentre passeggiava sola, sul marciapiede, nel suo quartiere. Jo Cox è stata uccisa perché buona.

Che poi nella parola “buona” di questi tempi c’è uno spettro di significati che ne ha svuotato completamente il senso: della Cox sappiamo che (come molti altri) riteneva la politica lo strumento per costruire un cambiamento. C’è un filo rosso nella sua esperienza professionale che da Oxfam a Save The Children arrivando fino al parlamento è stata dedicata ai diritti. Nel delirio di un nazionalismo esasperato dalla paura e dalla crisi la Cox, del resto, aveva voluto porre l’attenzione anche sulla netta chiusura della Gran Bretagna rispetto all’accoglienza dei rifugiati siriani e continuava a spendersi.

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Colpire un cretino per educarne cento

Lui è uno di quesi senatori che possono sperare al massimo di non farsi notare. Ce ne sono, a Roma, di parlamentari, che si insabbiano sperando semplicemente di non fare cazzate. Tipo un “prendi i soldi e scappa” solo che in questo caso i soldi non sono nemmeno da cercare, arrivano direttamente sul conto corrente personale insieme alla diaria su carta intestata del Senato della Repubblica. Eppure lui, il senatore Bartolomeo Pepe (volutamente minuscolo) ieri sera proprio non ce l’ha fatta a non dire la sua e così ha twittato:

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(il mio buongiorno per Left continua qui)