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Dodici Paesi Ue vogliono muri anti-migranti: da una parte noi con i nostri diritti, dall’altra bestie da allontanare

In fondo l’Europa è questa roba qui, questa che avrebbe dovuto essere “casa” comune e invece si è fatta “cassa” comune sempre attenta a lasciare passare le merci e a bloccare le persone. Non è una questione che può sorprendere che 12 Paesi su 27 decidano di prendere carta e penna per chiedere all’Europa di avere il coraggio di fare quello che è, senza troppi formalismi, e pagare di tasca sua i muri e i fili spinati che questi vorrebbero costruire illudendosi di bloccare la disperazione con qualche mattone.

Un bel pezzo dell’Europa sogna di farsi isola, di spalancare i confini per ingollarsi di soldi, di merci, di petrolio e di gas e allo stesso tempo di filtrare le persone suddividendole in utili e inutili, uno stomaco mai sazio di roba e intollerante alle persone.

È vero che i sovranisti di casa nostra hanno smodatamente esultato per la lettere dei loro colleghi sovranisti e frugali europei, ma è altresì vero che questa Europa è la stessa che, nei fatti, ha appaltato proprio a loro le frontiere, li ha lasciati liberi di bastonare e torturare per respingere, che sta concedendo alla Libia in questi giorni di mettere in atto una strutturata operazione di pulizia etnica in nome di una presunta “sicurezza” (i sovranisti sono come il McDonald, in qualunque posto del mondo tu vada hanno tutti lo stesso pessimo sapore, usano gli stessi ingredienti).

La lettera dei 12 mette per iscritto un vento che si vorrebbe nascondere ma che spira fortissimo: pochi giorni fa le immagini del reportage di Lighthouse, organizzazione giornalistica indipendente, dalla frontiera fra Bosnia e Croazia ci hanno mostrato eserciti fantasma non riconoscibili che seviziano donne, bambini e disperati. Lighthouse sostiene di poter dimostrare che le milizie-ombra che proteggono i confini dell’Unione fanno capo ai governi dei Paesi coinvolti e a Frontex, cioè all’Europa: sta dicendo che i muri a forma di manganelli li paghiamo noi.

Ci sono confini che delimitano l’essere uomini, da questa parte siamo noi con i nostri diritti e dall’altra invece ci sono bestie da punire e allontanare. Questa è l’Europa che lucra su un presunto “diritto alla sicurezza” e che ha lasciato completamente perdere la sicurezza dei diritti per tutti, è un circolo privato che vorrebbe circondarsi di mare e avere le chiavi dell’unico ponte levatoio.

“I confini non esistono in natura”, ha detto ieri don Luigi Ciotti in un’intervista a Famiglia Cristiana: “Sono convenzioni che quando diventano frontiere invalicabili generano ingiustizie, violenze, guerre. Oggi i confini si manifestano da un lato come distanza e come diseguaglianza, dall’altro come processi di esclusione e come atti di respingimento. I “confini” lasciano passare le merci ma spesso sbattono la porta in faccia a persone che scappano da conflitti, miseria, drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici”.

No, non è solo una questione di 12 Paesi che esagerano con le richieste. Questa à l’Europa che ad aprile 2019 con Christophe Castaner, ministro di Macron, si disse addirittura d’accordo con le immorali gesta di Salvini ministro dell’Interno. È l’Europa in cui la Commissaria all’immigrazione Ylva Johansson dice candidamente “non ho nulla contro di loro che stanno costruendo muri. Ma non si può fare con i fondi europei: sono gli Stati membri dell’Ue che hanno deciso di tagliarli sull’immigrazione”. E la politica italiana non sembra nemmeno agitarsi. È un tempo buio. L’Europa avrebbe voluto essere la culla della civiltà e invece giorno dopo giorno diventa un cortile triste di un condominio sempre più arrabbiato.

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Rimpatri senza diritti, ecco i numeri italiani

Sono uno dei punti di forza di certe campagna elettorali di certa politica eppure nei numeri e nei modi dei rimpatri forzati sembra che vogliano metterci il naso in pochi. La situazione ha provato a definirla ieri il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, in occasione del convegno “Rimpatri forzati e tutela dei diritti fondamentali”, organizzato a Palazzo Merulana ha snocciolato i dati da gennaio a settembre 2021.

Dall’inizio del 2021 al 15 settembre sono state rimpatriate 2.226 persone, più della metà verso la Tunisia (1.159) con Albania (462) e Egitto (252) tra i principali Paesi di destinazione. Il 61,2% dei rimpatri sono stati operati tramite voli charter con scorta a bordo, il 12,3% con voli commerciali con scorta e il 26,5% con voli commerciali senza scorta (al 58% verso l’Albania). Per quanto riguarda i 71 voli charter, su 1.362 persone, 1.105 sono state quelle rimpatriate in Tunisia, 227 in Egitto, e 30 in Georgia. Il dato complessivo, anche a causa della pandemia, registra un’evidente flessione rispetto agli anni scorsi: 6.398 le persone rimpatriate nel 2018, 6.531 nel 2019, 3.351 nel 2020 e 2.226 nel periodo dal primo gennaio al 15 settembre di quest’anno.

Al di là dei numeri poi ci sarebbero anche i diritti e il Garante ha sottolineato come serva imitare “alcune informalità delle prassi” e “assicurare l’esercizio del diritto di difesa” per innalzare “il livello di tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte”. In particolare il Garante ha formulato alcune raccomandazioni: in particolare, “garantire il controllo parlamentare sugli accordi di riammissione”, introdurre una “banca dati per gli eventi critici o altri accadimenti particolari”, quali atti di contenimento, interventi sanitari, proteste, fughe, episodi di autolesionismo o reclami, come “strumento di trasparenza e tutela”. E ancora: investire nella formazione di tutte le Forze di polizia impiegate nelle operazioni di rimpatrio forzato, prevedere nuove professionalità nei voli di rimpatrio per la mediazione culturale e il supporto socio-psicologico, garantire al cittadino straniero interessato un “congruo preavviso” a tutela del “diritto di difesa e nel rispetto della dignità della persona”.

Secondo il Garante, inoltre, serve un “deciso allineamento dell’uso delle misure coercitive agli standard internazionali” e va migliorata l’assistenza sanitaria “garantendo valutazioni preventive di idoneità effettive e la continuità di trattamenti e programmi terapeutici”. Infine serve un “deciso e urgente” adeguamento dei locali utilizzati negli scali aeroportuali. Tutto questo è descritto nel “Rapporto tematico sull’attività di monitoraggio di rimpatrio forzato di cittadini stranieri tra gennaio 2019 e giugno 2021” (presentato durante il convegno) dove si raccomanda anche “di avere aggiornamenti rispetto alla realizzazione di programmi formativi che coinvolgano tutte le unità di personale delle Forze di Polizia impiegate in un’operazione di rimpatrio forzato fin dalle prime fasi della procedura, a partire dal momento in cui il rimpatriando viene informato dell’avvio dell’operazione e successivamente prelevato dalla propria stanza detentiva”.

Poi, volendo, ci sarebbe da capire anche perché l’Egitto sia un partner ineludibile anche sui rimpatri su un’intesa tecnica che risale addirittura al 2017 come se in mezzo non ci fosse stato il caso di Giulio Regeni e 1.520 casi di sparizione forzata fra il luglio 2013 e l’agosto 2018, con dodici vittime di minore età e dove 15.000 civili sono stati giudicati da tribunali militari dal 2014. Ma questo è un altro lungo discorso.

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Italia Viva è il partito dei diritti civili usati come suppellettili

Si stanno incartando. Tutti, su tutto. C’è Renzi che dice a Repubblica che l’identità di genere sarebbe un “punto controverso”, dimenticando che è un concetto già presente nel nostro ordinamento. Ci sono quasi tutti quelli di Italia Viva che ci raccontano come le “femministe” siano contrarie, riferendosi a un minuscolo mondo delle femministe che torna comodo per fare leva.

C’è Davide Faraone (capogruppo al Senato, ndr), che ha il coraggio di dire “Il fatto che io mi senta di un sesso piuttosto che di un altro, autocertificando la mia condizione interiore, e che questo possa cambiare nell‘arco dell’esistenza più volte, ecc…” senza nemmeno avere una minima idea su cosa significhi iniziare un percorso di transizione (e questo è il capogruppo di quelli che devono votare la legge, fate voi).

Ci sono gli altri di Italia Viva, che ora ci vorrebbero insegnare che alla legge non va affidata una finalità pedagogica (che invece è proprio il cuore della legge e, volendo vedere, anche della nostra Costituzione, visto che si dovrebbe educare più che punire).

Infine c’è il deputato Ivan Scalfarotto, che propone la mediazione come unica soluzione possibile. Che uno cambi idea, si sa, è nell’ordine naturale delle cose, ma che Scalfarotto riesca a smentire una sua intervista che risale solo al 26 giugno, pochi giorni fa, rende perfettamente l’idea del punto in cui siamo.

Il “compromesso”, per Scalfarotto e compagnia renzista, significa sostanzialmente contraddirsi in toto: era proprio Scalfarotto lo scorso 26 giugno a dire: “Il termine sesso non copre la transessualità: faremmo una legge che tutela le persone omosessuali ma non i transessuali, sarebbe quasi un invito alla discriminazione”.

Era Scalfarotto, che a proposito delle scuole, ci diceva che “il fatto di veicolare un messaggio di rispetto e inclusione nei confronti di ragazzi gay non dovrebbe fare paura a nessuno” e ci spiegava che “se la scuola si mette accanto a loro fa il suo mestiere”.

Del resto, è lo stesso Scalfarotto di quella sua legge del 2013 contro l’omofobia, che fu simbolo del primo fallimento politico-personale, quando accettò il sub-emendamento Gitti-Verini (un salva-vescovi che riservava il diritto di offendere alle associazioni e formazioni religiose e che fece infuriare tutte le comunità Lgbt).

Durante le unioni civili Scalfarotto sostenne la mediazione con Alfano e, da sottosegretario, disse che andava bene lo stralcio della stepchild: “È un po’ come scegliere tra la padella e la brace. E ovviamente io scelgo la padella, perché i grillini sono dei traditori e dei disertori”.

Oggi il deputato di Italia Viva fa lo stesso ragionamento sulla legge Zan, che però ha votato in prima battuta alla Camera e che ha difeso sui social (“no, le mediazioni no”) fino a un paio di settimane fa.

Incartati, ancora, sulla pelle di una comunità che non ne può più. Usando i diritti come feticci per poi annacquarli per loschi giochetti di potere. Un attivismo omeopatico, sostanzialmente.

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Fare il leghista con i diritti degli altri

Un consigliere comunale leghista, apostrofato sui social con la parola “frocio”, lo ha ritenuto un insulto ed ha iniziato una battaglia giudiziaria finita in Cassazione. E nella sentenza in sostanza c’è tutto l’impianto giuridico che sta dietro al ddl Zan

La notizia era uscita qualche giorno fa ma è passata inosservata e l’ha ripescata con curiosità chirurgica Cathy La Torre, avvocatessa da sempre attiva sui diritti. Leggetela bene perché dentro c’è tutta l’ipocrisia di questo tempo politico e della manfrina tirata strumentalmente in piedi intorno al Ddl Zan e ai diritti Lgbt.

Accade nell’hinterland milanese dove un esponente della Lega, consigliere comunale del Carroccio in un comune dell’hinterland milanese, ha querelato Efe Bal (transessuale impegnata da anni per la regolarizzazione della prostituzione) che lo aveva apostrofato su Facebook dandogli del “frocio”.

Il leghista se l’è presa moltissimo, ha ritenuto la parola “frocio” un insulto ed è iniziata una battaglia giudiziaria che è finita in Cassazione. Ora, seguite con attenzione: per i giudici della Cassazione gli epiteti «costituiscono, oltre che chiara lesione dell’identità personale, veicolo di avvilimento dell’altrui personalità e tali sono percepite dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana». Non solo, aggiungono che «è destituita di ogni fondamento l’affermazione che tale espressione abbia perso il suo carattere dispregiativo per una presunta evoluzione della coscienza sociale. Perché nella prassi, molti ricorrono a quella parola per offendere». In sostanza nella sentenza c’è tutto l’impianto giuridico che sta dietro al Ddl Zan e il consigliere leghista ha combattuto in tribunale perché venisse riconosciuto.

Fenomenale la risposta della condannata che tramite il suo avvocato fa sapere che «rimane convinta di avere ragione. Resta convinta che frocio non è un insulto, che lei è libera di esprimere le proprie considerazioni. E per sostenere fino in fondo le sue idee sarebbe disposta anche a finire in galera. Se il ddl Zan fosse stato legge – ha detto il legale – sotto accusa per omofobia sarebbe finito lui, l’ex consigliere comunale leghista: in interviste e post ha fatto dichiarazioni pesantissime contro i gay».

Sono mesi che i leghisti ci spiegano che davanti alla parola “frocio” bisogna saper ridere poi arriva uno di loro che ci dà una mano a ribadire l’ovvio in tribunale. Fantastici, non c’è che dire. Meglio di uno sketch di Pio e Amedeo.

Buon martedì.

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Dal bacio di Biancaneve a «è una vergogna signora mia…»

Era inevitabile ed è accaduto: a furia di moltiplicare iperboli per leccare anche l’ultimo clic indignato sul fondo della scatola perfino Enrico Mentana decide di dire la sua sulla “cancel culture” con due righe veloci, di passaggio, sui social paragonandola niente popò di meno che ai roghi dei libri del nazismo, con annessa foto di in bianco e nero di un rogo dell’epoca perché si sa, l’immagine aumenta a dismisura la potenza algoritmi del post.

Una polemica partita da un giornalino di San Francisco

La settimana delle “irreali realtà su cui pugnacemente dibattere” questa settimana in Italia parte dal bacio di Biancaneve cavalcato (in questo caso sì, con violenza amorale) da certa destra spasmodicamente in cerca di distrazioni e si conclude con gli editoriali intrisi di «è una vergogna, signora mia» di qualche bolso commentatore pagato per rimpiangere sempre il tempo passato. Fa niente che non ci sia mai stata nessuna polemica su quel bacio più o meno consenziente al di là di una riga di un paio di giornaliste su un quotidiano locale di San Francisco: certa intellighenzia Italiana si spreme da giorni sull’opinione di un articolo di un giornalino oltreoceano convinta di avere diagnosticato il male del secolo, con la stesa goffa sproporzione che ci sarebbe se domani un leader di partito dedicasse una conferenza stampa all’opinione di un avventore del vostro bar sotto casa. Un ballo intorno alle ceneri del senso di realtà per cui si son agghindati tutti a festa, soddisfatti di fare la morale a presunti moralisti di una morale distillata dall’eco dopata di una notizia locale.

Se la battaglia “progressista” si ispira a Trump

Chissà se i democraticissimi e presunti progressisti che si sono autoconvocati al fronte di questa battaglia sono consapevoli di avere come angelo ispiratore l’odiatissimo Donald Trump, il migliore in tempi recenti a utilizzare la strategia retorica del politicamente corretto per spostare il baricentro del dibattito dai problemi reali (disuguaglianze, diritti, povertà, discriminazioni) a un presunto problema utilissimo per polarizzare e distrarre. Nel 2015 Donald Trump, intervistato dalla giornalista di Fox Megyn Kelly su suoi insulti misogini via Twitter («You’ve called women you don’t like fat pigs, dogs, slobs and disgusting animals…») rispose secco: «I think the big problem this country has is being politically correct». Che un’arma di distrazione di massa venisse poi adottata dalle destre in Europa era facilmente immaginabile ma che si attaccassero a ruota anche disattenti commentatori e intellettuali (?) convinti di purificare il mondo era un malaugurio che nessuno avrebbe potuto prevedere. Così la convergenza di interessi diversi ha imbastito un fantasma che oggi dobbiamo sorbirci e forse vale la pena darsi la briga di provarne a smontarne pezzo per pezzo.

La banalizzazione delle lotte altrui è un modo per disinnescarle

C’è la politica, abbiamo detto, che utilizza la cancel culture per accusare gli avversari politici di essere ipocriti moralisti concentrati su inutili priorità: se io riesco a intossicare la richiesta di diritti di alcune minoranze con la loro presunta e feroce volontà di instaurare una presunta egemonia culturale posso facilmente trasformare gli afflitti in persecutori, la loro legittima difesa in un tentativo di sopraffazione e mettere sullo stesso piano il fastidio per un messaggio pubblicitario razzista con le pallottole che ammazzano i neri. La banalizzazione e la derisione delle lotte altrui è tutt’oggi il modo migliore per disinnescarle e il bacio di Biancaneve diventa la roncola con cui minimizzare le (giuste) lotte del femminismo come i cioccolatini sono stati utili per irridere i neri che si sono permessi di “esagerare” con il razzismo. Il politicamente corretto è l’arma con cui la destra (segnatevelo, perché sono le destre della Storia e del mondo) irride la rivendicazione di diritti.

Correttori del politicamente corretto a caccia di clic

Poi c’è una certa fetta di artisti e di intellettuali, quelli che hanno sguazzato per una vita nella confortevole bolla dei salottini frequentati solo dai loro “pari”, abituati a un applauso di fondo permanente e a confrontarsi con l’approvazione dei propri simili: hanno lavorato per anni a proiettare un’immagine di se stessi confezionata in atmosfera modificata e ora si ritrovano in un tempo che consente a chiunque di criticarli, confutarli e esprimere la propria disapprovazione. Questi trovano terribilmente volgare dover avere a che fare con il dissenso e rimpiangono i bei tempi andati, quando il loro editore o il loro direttore di rete erano gli unici a cui dover rendere conto. Benvenuti in questo tempo, lorsignori. Poi ci sono i giornalisti, quelli che passano tutto il giorno a leggere certi giornali americani traducendoli male con Google e il cui mestiere è riprendere qualche articolo di spalla per rivenderlo come il nuovo ultimo scandalo planetario: i politicamente correttori del politicamente corretto è un filone che garantisce interazioni e clic come tutti gli argomenti che scatenano tifo e ogni presunta polemica locale diventa una pepita per la pubblicità quotidiana. A questo aggiungeteci che c’è anche la possibilità di dare fiato a qualche trombone in naftalina e capirete che l’occasione è ghiottissima. Infine ci sono gli stolti fieri, quelli che da anni rivendicano il diritto di essere cretini e temono un mondo in cui scrivere una sciocchezza venga additato come sciocchezza. Questi sono banalissimi e sono sempre esistiti: poveri di argomenti e di pensiero utilizzano la provocazione come unico sistema per farsi notare e come bussola vanno semplicemente “contro”. Chiamano la stupidità “libertà” e pretendono addirittura di essere alfieri di un pensiero nuovo. Invece è così banale il disturbatore seriale. Tanti piccoli opportunismi che hanno trovato nobiltà nel finto dibattito della finta cancel culture.

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La sinistra si scalda per i processi a Salvini e ignora i migranti: 500 morti in 4 mesi (+200%)

Il Mediterraneo continua ad essere un cimitero liquido e il campo di battaglia di emergenze che spuntano solo quando tornano comode alla sfida politica. L’ipocrisia dei partiti sta tutta in quei numeri che diventano roncole quando servono per attaccare l’avversario e poi scompaiono se richiedono senso di responsabilità. Fra qualche mese, sicuro, comincerà di nuovo la fanfara degli sbarchi incontrollati come accade ciclicamente tutte le estati (con il miglioramento delle condizioni atmosferiche e quest’anno anche con l’allentamento del virus) e intanto sembra impossibile riuscire a costruire una chiave di lettura collettiva su cui dibattere e da cui partire per proporre soluzioni.

Però nel Mediterraneo un’emergenza c’è già, innegabile, e sta tutta nello spaventoso numero di morti in questi primi mesi dell’anno: mentre nel 2020 furono 150 le vittime accertate nel Mediterraneo quest’anno ne contiamo già 500, con un aumento quasi del 200%. A lanciare l’allarme è stata Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, che ha partecipato al briefing con la stampa del Palais des Nations di Ginevra dal porto di Trapani in Sicilia, dove circa 450 persone stavano sbarcando in seguito al salvataggio da parte della nave della ONG Sea Watch: «Dalle prime ore di sabato 1 maggio – ha spiegato Sami – sono sbarcate in Italia circa 1.500 persone soccorse dalla Guardia Costiera italiana e dalla Guardia di Finanza o da Ong internazionali nel Mediterraneo centrale. La maggior parte delle persone arrivate è partita dalla Libia a bordo di imbarcazioni fragili e non sicure e ha lanciato ripetute richieste di soccorso».

Sami ha anche tracciato un primo quadro degli sbarchi nel 2021: «Mentre gli arrivi totali in Europa sono in calo dal 2015, – ha spiegato Sami – gli ultimi sbarchi portano il numero di arrivi via mare in Italia nel 2021 a oltre 10.400, un aumento di oltre il 170 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma siamo anche profondamente preoccupati per il bilancio delle vittime: finora nel 2021 almeno 500 persone hanno perso la vita cercando di compiere la pericolosa traversata in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, rispetto alle 150 dello stesso periodo del 2020, un aumento di oltre il 200 per cento. Questa tragica perdita di vite umane sottolinea ancora una volta la necessità di ristabilire un sistema di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale coordinato dagli Stati».

L’agenzia Onu «sta lavorando con i suoi partner e con il governo italiano nei porti di sbarco per aiutare ad identificare le vulnerabilità tra coloro che sono arrivati e per sostenere il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo» ma Sami sottolinea come continuino a mancare «percorsi legali come i corridoi umanitari, le evacuazioni, il reinsediamento e il ricongiungimento familiare devono essere ampliati» mentre «per le persone che non hanno bisogno di protezione internazionale, devono essere trovate soluzioni nel rispetto della loro dignità e dei diritti umani». L’incidente più grave finora è quello del 22 aprile, quando un naufragio ha causato la morte di 130 persone sollevando i prevedibili lamenti che ogni volta vengono spolverati per l’occasione. Solo una questione di qualche ora, come sempre, poi niente. La zona continua a essere completamente delegata alla cosiddetta Guardia costiera libica: «Nell’ultimo naufragio si parla di almeno 50 morti, noi abbiamo la certezza solo di 11 persone.  Quello che sappiamo è che erano in zona una nave mercantile e un’altra barca e che non sono intervenute, nonostante sia stato lanciato l’sos. E questo è molto grave: se c’è un natante in distress si deve intervenire, perché l’imbarcazione può affondare in qualsiasi momento. Ma ormai questa sembra essere una prassi consolidata: nessuno interviene in attesa che arrivi la Guardia costiera libica e riporti le persone indietro. Questo ci preoccupa molto», ha spiegato Carlotta Sami.

Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) siamo al 60% di persone che tentano la traversata in mare e che vengono sistematicamente riportate indietro: «Almeno una su due è matematicamente riportata in Libia – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce Oim, a Redattore Sociale -. Dopo l’ultimo naufragio abbiamo lanciato un appello all’Ue perché si rafforzi il sistema di pattugliamento in mare e si evitino altre tragedie, ma è caduto nel vuoto. C’è un silenzio politico assordante su questo tema. Si parla solo genericamente di un aumento degli arrivi: ma attenzione a evitare narrazioni propagandistiche perché nonostante la crescita i numeri restano bassi. Non esiste un’emergenza in termini numerici ma solo un’emergenza umanitaria, di morti e dispersi in mare».

Sempre a proposito di proporzioni poi ci sarebbe da capire perché le eventuali (gravi) responsabilità penali di Salvini quando fu ministro e lasciò alla deriva le navi delle Ong debbano infiammare più di questo spaventoso numero di morti che sembra non avere responsabili. Forse anche il centrosinistra, se vuole davvero occuparsi di diritti umani e non solo di dialettica politica, dovrebbe avere il coraggio di ripartire da qui.

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A proposito di priorità

Ogni tanto converrebbe prendersi la briga di leggere gli atti parlamentari perché in fondo è proprio il Parlamento che dovrebbe essere la sede per l’azione politica più importante, quella più sostanziosa e evidente.

Le parole, si sa, sono importanti e in politica le parole disegnano l’azione che si ha in mente per il futuro. Ogni tanto si crede che i leader politici esagerino durante le loro comparsate televisive per semplificare il loro messaggio e per fomentare un po’ la propaganda.

Ecco, proviamo a metterci le mani, tanto per capire di cosa stiamo parlando. Per Fratelli d’Italia il deputato De Toma è intervenuto alla Camera per presentare una mozione (la 1/00469) di cui è primo firmatario il suo compagno di partito Lollobrigida, dal titolo impegnativo: Mozione concernente iniziative per il rilancio produttivo e economico della nazione. Uno si immagina finalmente di vedere una proposta di soluzione da parte dell’unico partito di opposizione, sono quelli che dicono che i diritti non siano una priorità e che bisogna occuparsi del bene del Paese, non perdersi in chiacchiere. Benissimo. Nel suo discorso alla Camera ha usato parole altissime: «Più volte è stato annunciato l’avvento di tempi nuovi. Oggi ci staremmo preparando ad affrontare un’altra svolta, con il Governo dei migliori alla guida del Paese, eppure è evidente a tutti che così non è. L’Italia ha bisogno di gente che sappia fare le cose e che abbia il contatto con la vita reale».

E uno pensa: oh, finalmente si esce dalle barriere ideologiche e si lavora per il bene del Paese. Perfetto, cosa si dice nella mozione? Ecco qui uno stralcio, del “visto che”:

si assiste alla perdurante furia «gender» portata avanti dalla sinistra, a cominciare dalla sostituzione della mamma e del papà con la triste dizione «genitore uno» e «genitore due», mentre per alcune forze di Governo tematiche quali lo «ius soli» sembrano avere maggiore importanza della ripresa economica, che è la vera sfida di oggi, con la crisi che morde milioni di famiglie e di imprese italiane;

la cosiddetta «cancel culture» e l’iconoclastia, cioè la vandalizzazione o addirittura l’abbattimento di parte del patrimonio culturale considerato «politicamente scorretto», è un fenomeno che dagli Usa e da alcune nazioni europee sta arrivando, grazie ad alcuni presunti intellettuali, in Italia; il dibattito sul passato, totalmente decontestualizzato, rischia d’inasprire il confronto e di cancellare, dai libri e dal nostro patrimonio, la nostra cultura;

è insensato pensare di invertire il trend della caduta della curva demografica e della natalità zero nel nostro Paese, attraverso l’agevolazione di un ingresso incontrastato di immigrati e clandestini, anche attraverso la semplificazione contenuta nell’ultimo «decreto sicurezza» delle pratiche necessarie per ottenere accoglienza e residenza, non solo per chi provenga da zone teatro di guerra ma anche per motivi di lavoro, ove ne ricorrano i requisiti;

sul fronte della sicurezza e della lotta all’immigrazione clandestina Fratelli d’Italia ha proposto fin da subito la soluzione del blocco navale: per evitare che il Mediterraneo continui ad essere un mare di morte, regno degli scafisti e delle organizzazioni non governative che, dietro presunte operazioni umanitarie, sono state spesso complici anche involontarie ma non per questo meno colpevoli del traffico di esseri umani.

Fa bene leggere gli atti parlamentari. Perché di questo stiamo parlando: della propaganda che addirittura non viene più usata per rendere vendibili i contenuti ma che diventa essa stessa contenuto. Il rilancio del Paese, per Giorgia Meloni, è anche questa cosa qui. Segnatevelo.

Buon martedì.

(nella foto Francesco Lollobrigida e Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia)

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Draghi, Lega, ddl Zan: il male non è fare politica al Primo Maggio ma i partiti che controllano la Rai

Le domande giuste e le domande sbagliate, a prima vista, sembrano sempre più o meno la stessa cosa. La differenza è che le domande sbagliate di solito vengono poste per non ottenere risposte, ma per aumentare la polvere e la schiuma e inevitabilmente per ottenere più coinvolgimento. Più dibattito confuso, più viralità, più clic, più introiti pubblicitari e più popolarità.

Le domande sbagliate sono quelle che oggi si attorciglieranno su Fedez, come in una guerra tra galli in cui si chiede di parteggiare per il cantante o per Salvini, con Fedez o con la Rai, e infatti già scivolano le battute sulla Lamborghini, sui soldi, perfino sulla pubblicità visibile del marchio del suo cappellino.


Le domande giuste, invece, sarebbero da porre alla politica tutta, a destra e a sinistra, su un sistema che ottunde, ammortizza, diluisce tutto quello che deve passare in televisione, sulla televisione pubblica italiana, non tanto per censura ma più per una sorta di autocensura che tiene in piedi il carrozzone dell’informazione italiana in cui il primo obiettivo è quello di non incrinare relazioni che valgono molto più delle competenze per la propria carriera in Rai.

Qualcuno fa notare che non c’è stata censura poiché Fedez ha potuto comunque parlare [qui il testo integrale del suo discorso] ma si dimentica di osservare la cappa che sta sulla testa di quelli che, senza i mezzi e senza la potenza di fuoco, invece, non arrivano nemmeno allo scontro e si allineano.

Uscendo dalla diatriba tra Fedez e gli altri, allora, rimangono due punti fondamentali. Primo: che la televisione pubblica e la politica si siano adagiati su questa abitudine vigliacca di credere che i diritti vadano celebrati senza essere esercitati è la fotografia perfetta di un Paese senza coraggio.


Il Primo Maggio è la festa dei diritti ed è doveroso, ognuno secondo le proprie idee, esercitare e reclamare diritti. Altrimenti chiamatelo concerto e non ammantatelo di altri significati.

Secondo: che la politica ogni volta, ciclicamente, faccia finti di stupirsi di quel mostro che è la Rai, che la politica stessa ha creato, è un’ipocrisia intollerabile. Quello che accade a Fedez accade ai conduttori, ai giornalisti, ai collaboratori (ancora di più).

Un’azienda che ha dirigenti il cui merito è sempre quello di essere “diligenti” più che capaci è ovvio che vada a finire così e la responsabilità è tutta politica, è tutta della politica. Questa scena dei piromani che si disperano per l’incendio ce la potreste anche risparmiare, almeno per il gusto della verità e della dignità.

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La bugie di Conte sui migranti: “Con me porti mai chiusi”

Riposizionarsi in politica, si sa, costa fatica, richiede spalle molto larghe e soprattutto una credibilità che va trattata con cura. Se dovessimo pensare al principe del riposizionamento di questi ultimi anni non potremmo che cadere sulla figura di Giuseppe Conte, l’ex due volte presidente del Consiglio che è riuscito nell’impresa di governare con la Lega di Salvini per poi, nel giro di qualche mese, essere addirittura indicato come “il punto di riferimento dei progressisti” dal Partito democratico. Merito anche della liquidità di un’epoca politica in cui una buona narrazione conta molto di più degli ideali, Conte è riuscito a imbastire una drammaturgia perfettamente pop e magistralmente funzionale.

Cambiare opinioni e posizioni non è un peccato, in politica può essere un pregio se l’evoluzione è motivata e risulta credibile a vecchi e nuovi elettori ma Conte sceglie per riposizionarsi la svilente strada della negazione e questo no, non è accettabile: «con i miei governi i porti non sono mai stati chiusi» ha detto l’ex presidente del Consiglio al webinar delle Agorà a cui ha partecipato con il segretario del Pd Enrico Letta. Un’affermazione (furbescamente accettabile dal punto di vista giuridico) che cozza furiosamente con il primo Conte, quello con Salvini al ministero dell’Interno e con tutta la fanfara dei “taxi del mare” e le Ong finite in decine di inchieste che si sono tutte dissolte. Basterebbe un’immagine per raccontare quel Conte: c’è il futuro leader del Movimento 5 Stelle che sorride sornione con il suo ministro Salvini reggendo un foglio con l’hashtag #decretosalvini e la dicitura “sicurezza e immigrazione”. Quello è stato il punto più alto (o più basso, a seconda dei punti di vista) della piena condivisione della linea leghista. Quel testo era stato approvato il 24 settembre 2018: il comunicato stampa del Consiglio dei ministri precisa che ci si riunì «alle ore 11.41 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del presidente Giuseppe Conte».

Le parole sono importanti. Vale la pena ricordare anche come Conte, rispondendo al Pd (in quel caso nella veste di oppositore) sul caso Aquarius, appoggiò in toto la linea dura di Salvini: usare il divieto di sbarco per mostrare i muscoli contro l’Europa. Poi la Sea Watch e la comandante Carola Rackete. «È stato – disse Conte – un ricatto politico sulla pelle di 40 persone». Insomma, non proprio le parole di chi vuole prendere le distanze dalla politica di Salvini. A luglio 2018 anzi proprio l’allora premier rivendicava (sta ancora sul suo profilo Facebook) il risultato della spartizione dei migranti ottenuto lasciandoli in mare per giorni: «Francia e Malta prenderanno rispettivamente 50 dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri Paesi europei». Come dire: se non li facciamo sbarcare gli altri si muovono, quindi il nostro agire è utile e chi se ne frega dei diritti.

L’ultimo atto del Parlamento prima della caduta del primo governo Conte? Agosto 2019, decreto sicurezza bis che stringeva ancora di più i lacci dell’immigrazione: il governo pose la fiducia per farlo passare. E anche i 159 migranti sulla nave Open Arms a cui fu impedito per 19 giorni l’accesso ai porti italiani nell’agosto del 2019 sono figli del governo gialloverde. Che Conte oggi ci dica di non avere “mai chiuso i porti” è una presa in giro alla memoria e alla verità. Potrebbe dirci di avere sbagliato, potrebbe dirci di essersi accorto che i diritti sono più importanti degli slogan, potrebbe perfino dirci di essere sceso a compromessi per tenere salda la propria posizione ma la narrazione per invertire il passato questa volta è miseramente fallita e che il Pd non alzi nemmeno un’osservazione aggiunge desolazione: se la prossima alleanza nasce sulle frottole non è un buon inizio.

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