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Franco Roberti

“Considerata troppo a lungo di Serie B”: Roberti sulla mafia foggiana

Il procuratore parla di “difficoltà ad investigare” e spiega come i traffici di droga con l’Albania siano il legame da spezzare per disturbare i clan. Il Comune di Foggia – spiega – non si è costituito parte civile in un importante processo che si è recentemente celebrato contro i clan: “Un segnale estremamente negativo che va stigmatizzato”

Il procuratore nazionale Antimafia lo dice senza giri di parole, il giorno dopo la strage di San Marco in Lamis: “La criminalità pugliese e in particolare questa efferatissima forma di criminalità foggiana, è stata considerata troppo a lungo una mafia di serie B“. Intervenendo nella trasmissione 6 su Radio 1, il magistrato ha spiegato che le faide tra clan nel Foggiano vanno avanti da 30 anni e “ci sono stati 300 omicidi, l’80% di questi è rimasto impunito”.

Solo da gennaio ad oggi sono stati 17, ai quali bisogna aggiungere almeno 2 casi di lupara bianca, l’ultimo risalente allo scorso maggio quando è scomparso nel nulla Pasquale Notarangelo, nipote del presunto boss Angelo ‘Cintaridd, ammazzato nel gennaio 2015, e figlio di Onofrio, tra i primi caduti del 2017 nella guerra di Vieste. Roberti, inascoltato, aveva ribadito un concetto simile già ad aprile definendo “quarta mafia” quella foggiana.

Il numero di omicidi irrisolti, spiega Roberti, “la dice lunga sulle difficoltà di investigare”. “Oggi lo scontro si è acceso attorno al traffico di stupefacenti, in particolare di droghe leggere dall’Albania. Un affare colossale che scatena gli appetiti dei clan e che investe, partendo dal foggiano, tutta la dorsale adriatica fino all’Europa. La mafia foggiana è una costola della camorra napoletana – ha spiegato il procuratore nazionale Antimafia – Negli ultimi tempi sono state rafforzate le strutture investigative sul territorio e credo che si procederà oltre. Ad aprile scorso è stata aperta una sezione del Ros a Foggia che mancava, la Procura distrettuale di Bari si prodiga moltissimo per coordinare le indagini”.

Nelle prossime ore, il ministro degli Interni Marco Minniti presiderà il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza in Prefettura a Foggia e poi incontrerà i sindaci dei Comuni coinvolti nelle faide che stanno insanguinando il territorio. La prima risposta – secondo quanto trapela – sarà proprio il raddoppio della struttura investigativa Anticrimine. Del resto, anche la presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, aveva spiegato come “nelle nostre missioni in varie zone d’Italia abbiamo registrato due criticità, una delle quali riguarda Foggia, dove ci è stato sottolineato il problema di immettere personale che abbia la capacità di leggere problematiche che prima non c’erano”. Investigatori ancora più numerosi – e specializzati – per contrastare l’escalation degli ultimi mesi.

“Servono più presidi di polizia, più professionalità nelle forze di polizia. Bisogna mandare in quel territorio il meglio delle professionalità investigative, lo ha detto recentemente la presidente della Commissione Antimafia – ha ricordato Roberti a Radio 1 – e io lo condivido perché se questa è una priorità, è non c’è dubbio che il contrasto alla criminalità foggiana sia una priorità assoluta, allora bisogna mettere in campo il meglio delle risorse”.

Allo stesso tempo, restano problemi strutturali. Come aveva spiegato ilfattoquotidiano.it a marzo, la Procura di Foggia, dove si fanno i salti mortali per star dietro ai delitti di mafia e a una microcriminalità diffusa, conta 18 sostituti procuratori e due aggiunti. Diciotto sostituti contro 28 clan criminali e circa 8-900 affiliati, secondo le stime del ministero dell’Interno risalenti alla primavera 2015. E invece dovrebbero essere in 22 a sorvegliare sulla Società foggiana e sulla mafia del Gargano. Quattro in meno, dunque, per controllare tutta la provincia più Margherita di Savoia, Trinitapoli e San Ferdinando di Puglia, comuni che appartengono alla provincia BAT ma ricadono sotto la giurisdizione della procura foggiana. A conti fatti vuol dire circa 700mila persone, oltre a circa 30mila irregolari. E la Direzione distrettuale Antimafia è a Bari, oltre cento chilometri di distanza.

“Naturalmente bisogna fare di più, anche sul piano della cooperazione internazionale per frenare i fiumi di droghe leggere che arrivano dall’Albania perché sono quelli che stanno scatenando la faida. Siamo andati in Albania nei mesi scorsi a chiedere cooperazione, abbiamo incontrato a Roma il Ministro degli Interni albanese che ha promesso maggiore collaborazione – ha aggiunto Roberti – Bisogna vincere l’omertà e per farlo bisogna creare una cultura della legalità che in quel territorio è ancora molto latente. Il Procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe, fa benissimo a invocare maggiore collaborazione da parte dei cittadini”.

Nelle scorse ore, Daniela Marcone, foggiana e vice-presidente nazionale di Libera, ha parlato a ilfattoquotidiano.it di “nuova resistenza” della società civile, necessaria per sconfiggere i clan. E anche secondo il procuratore nazionale Antimafia “con il massimo sforzo da parte dello Stato, io sono convinto che arriverà anche la collaborazione dei cittadini perché senza collaborazione dei cittadini purtroppo non si va molto lontano”, ha concluso. Non prima di aver ricordato come nell’ultimo processo “importantissimo che si è celebrato a Foggia, condotto dalla Procura Distrettuale di Bari per una catena enorme di estorsioni, purtroppo non si è registrata la partecipazione della società civile. Il Comune di Foggia non si è nemmeno costituito parte civile del processo e questo è un segnale estremamente negativo che va stigmatizzato”.

Mafia: le colpe della Chiesa

resize.php“Sono convinto che la Chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie e gran parte delle responsabilita’ le ha proprio la Chiesa perche’ per secoli non ha fatto niente”. Cosi’ il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti alla presentazione a Roma della relazione annuale della Dna. “Penso al discorso di Giovanni Paolo II fatto alla Valle dei Templi ma dopo quello? Silenzio assoluto. Zero reazioni, nonostante omicidi come quello di Padre Puglisi, fino al 2009 quando la Conferenza Episcopale ne parlo’. Oggi dopo altri sei anni Papa Francesco ne parla apertamente e parla di scomunica”.

(Franco Roberti, Procuratore nazionale antimafia)

La relazione annuale della DNA: le mafie sono in ottima salute

NO-MAFIAAl Nord, e in particolare a Milano, la ‘ndrangheta ha conquistato una posizione di “predominio, a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana”. Cosa nostra mantiene il cervello a Palermo. L’ndrangheta si è specializzata in appalti pubblici, entrando nel privato laddove esiste una partnership pubblico-privato. Gioia Tauro è il porto di approdo della cocaina. Bologna è entrata a far parte dell’elenco delle “terre di mafia”. A Roma proliferano le mafie autoctone, come quella di Carminati. Mentre è in corso una indagine sul “protocollo fantasma”, sull’ipotesi che alcuni magistrati siano da anni spiati per conto di una misteriosa entità.

Sono, questi, i punti salienti della Relazione annuale presentata oggi al Senato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, alla presenza del presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. “Il tema dell’immigrazione clandestina – ha detto Roberti – si incrocia con il tema del terrorismo internazionale. L’immigrazione clandestina può alimentare, finanziarie il terrorismo internazionale, questo è un rischio concreto e tangibile”. Nella relazione di Roberti non compare mai la parola “politica”, neppure nel capitolo dedicato alla trattativa Stato-Mafia, né allorquando si parla della banda Carminati, entrata in Campidoglio proprio grazie ai contatti con la politica.

Expo 2015. Importante per Roberti l’obbligo di iscrizione delle imprese operanti in determinati settori ritenuti particolarmente a rischio di infiltrazioni mafiose, in una white list di “elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa”.

Mafia. L’arresto dei suoi capi, dice Roberti, non le impedisce di esistere. L’assenza di leader carimatici in stato di libertà non ha portato a una guerra di mafia. Anzi, al contrario sta tentando di ricostituire il mandamento centrale, il cui capo risulta tutt’ora Totò Riina. Sono false le analisi che teorizzano una sorta di “balcanizzazione” dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra e un suo inarrestabile declino. Si conferma invece che la città di Palermo è e rimane il luogo in cui l’organizzazione criminale esprime al massimo la propria vitalità, la sua struttura sopravvive anche in assenza di importanti capi riconosciuti in stato di libertà. L’assenza, in Cosa Nostra palermitana, di personaggi di particolare carisma criminale in stato di libertà, seppure latitanti, non ha riproposto la violenta contrapposizione interna tra famiglie e mandamenti del passato. Cosa nostra rinnova l’interesse per il traffico di stupefacenti e per la gestione dei “giochi” sia di natura legale che illegale.

La cattura di Matteo Messina Denaro resta una priorità (foto: l’identikit). Mentre Salvatore Riina, del tutto inaspettatamente, osserva Roberti, ha preso a parlare apertamente, intrattenendo il compagno di detenzione sui più disparati temi: dalla sua storia criminale, all’ideazione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, a quelle commesse nel 1993/94 nel continente, al processo cosiddetto “Trattativa” in corso avanti la Corte d’Assise di Palermo, alle reiterate minacce di morte rivolte al magistrato Di Matteo.

Protocollo Fantasma. Altro procedimento che merita menzione riguarda quello inerente il cosiddetto “Protocollo fantasma”. Trattasi di un esposto anonimo nel quale oltre a varie vicende, in gran parte di competenza della Dda di Palermo, riguardanti processi anche risalenti nel tempo ed appartenenti alla Storia del contrasto giudiziario a Cosa Nostra, emergono notizie di reato a carico di ignoti, asseritamente appartenenti alle forze dell’ordine, che avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine.

‘Ndrangheta. La ‘ndrangheta è amministrata da una sorta di “consiglio di amministrazione della holding” che elegge il suo “Presidente”. Del resto era difficilmente ipotizzabile che ad amministrare centinaia di milioni di euro, a governare dinamiche economiche, lecite ed illecite, in decine di comparti diversi e che attraversano, non solo l’Italia, ma buona parte del pianeta (dall’Australia al Sud America, dall’Europa al Nord America passando per tutti i possibili paradisi fiscali ), potesse essere questione affidata allo spontaneismo anarcoide di gruppi criminali disseminati e slegati, di decine e decine di cosche e locali, sorta di piccole monadi auto-referenziali.

Le cosche operanti nella città di Reggio Calabria, la particolare capacità della ‘ndrangheta cittadina di inserirsi nella gestione delle cd società miste  –  pubblico/privato  –  attraverso cui vengono forniti i principali servizi pubblici alla cittadinanza. In particolare, attraverso una serie concatenata di prestanomi, la ‘ndrangheta ha il controllo totale delle quote di spettanza del partner privato e, attraverso la sua capacità collusiva ed intimidatoria, riesce a condizionare la parte pubblica.

Gioia Tauro. La ‘ndrangheta ha il controllo controllo totalizzante del Porto di Gioia Tauro, ove attraverso una penetrante azione collusiva, gli ‘ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni. Il Porto di Gioia Tauro è divenuta la vera porta d’ingresso della cocaina in Italia. Sul punto basterà osservare che nel solo periodo di riferimento (Giugno 2012-Luglio 2013) quasi la metà della cocaina sequestrata in Italia (circa 1600 kg su circa 3700 complessivi ) è stata intercettata a Gioia Tauro.

Bologna “Terra di Mafia”. Quanto al distretto di Bologna, l’imponente attività di indagine durata oltre due anni ha consentito di accertare la esistenza di un potere criminale di matrice ‘ndranghetista, la cui espansione si è appurato andare al di là di ogni pessimistica previsione, con coinvolgimenti di apparati politici, economici ed istituzionali. A tal livello che oggi, quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione costituente modello di sana amministrazione ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti, oggi può ben definirsi “Terra di mafia” nel senso pieno della espressione.

Camorra. La Camorra non è un’entità assimilabile dal punto di vista delle forme di manifestazione né a Cosa Nostra né alla ‘ndrangheta. Va ribadita, forse in modo ancor più accentuato, la caratteristica propensione delle aggregazioni camorristiche alla contrapposizione, talvolta, passando con eccessiva disinvoltura, da situazioni di alleanza a situazioni di contrasto violento. La Camorra si dedica alle agenzie di scommesse che  – per la sua peculiare ramificazione territoriale (che può corrispondere alla dislocazione delle singole agenzie di una determinata società di raccolta di scommesse sportive), oltre che per la stretta relazione con il gioco on-line, per sua natura, dematerializzato – spesso implica il coinvolgimento di più di un sodalizio criminale. Su questo terreno spesso si formano e consolidano alleanze o, viceversa, si consumano sanguinose rotture.

Mafia Capitale. Le organizzazioni mafiose autoctone nel distretto di Roma. Se sul territorio laziale sono dunque presenti le articolazioni di tutte le organizzazioni mafiose tradizionali, che si dedicano al riciclaggio e al reinvestimento dei capitali illecitamente accumulati, vi è poi un altro fenomeno, del tutto peculiare alla realtà della Capitale, rappresentato da organizzazioni che sono state qualificate dalla Dda come associazioni di stampo mafioso ma che non fanno riferimento ai sodalizi tradizionali del sud Italia, essendo, per così dire, autoctone.

In una città come Roma, una città di servizi e di attività terziarie, gli affari più lucrosi si fanno appunto attraverso l’acquisizione e il controllo di tali servizi e attività, e dunque attraverso l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali e nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici. L’associazione capeggiata da Massimo Carminati si dedica ad attività prettamente criminali quali l’usura, le estorsioni, il commercio di armi, ma soprattutto si dedica all’acquisizione di appalti in variegati settori in favore delle società controllate dall’organizzazione.

(fonte)

A cosa serve la Brebemi? Ad interrare rifiuti tossici.

xInaugurazione-Brebemi-765-x-420.jpg.pagespeed.ic.SdpQb_0pSLiqwnB7LCdv“La Brebemi è servita ad interrare rifiuti”.  E’ stata questa la clamorosa affermazione emersa durante l’audizione del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e del sostituto procuratore Roberto Pennisi  presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti il 4 novembre scorso.

Pennisi ha dhichiarato, infatti, che frequentemente si reca con il treno da Brescia a Napoli è, poiché la ferrovia corre parallelamente alla BreBeMi, ha avuto modo di costatare che è “sempre vuota”; in particolare il giudice ha precisato che l’autostrada è oggetto di una importante indagine della Dda di Brescia per traffico illecito di rifiuti. 

Nello stesso giorno lo stesso giorno dell’audizione di Roberti e Pennisi sono stati auditi anche il direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Giuseppe Peleggi Rocco Antonio Burdo, Direttore dell’ufficio intelligence della Direzione centrale antifrode e controlli, ai quali il commissario Bartolomeo Pepe ha chiesto notizie in merito ad una indagine del procuratore di Brescia Pier Luigi Maria Dell’Osso, la quale ha per oggetto un traffico di rifiuti tossici ( cianuri, fluoruri, bauxite e altro) che arriverebbero in container trasportati dalle navi attraverso l’Oceano indiano e il canale di Suez provenienti addirittura dall’Australia o su dall’Est Europa.

Burdo ha confermato che ci sono tre  inchieste sul territorio nazionale al riguardo. Una di queste è partita da Brescia e da Bergamo e riguarda un monitoraggio di prodotti elettrodomestici rottamati (Raee), che inizialmente sembravano riferibili all’attività di migranti che avevano messo nei container frigoriferi e lavatrici usate, perché venissero utilizzati tal quali presso i Paesi di origine”. Dietro questo traffico ci sarebbero le mafie ed in particolare la Ndrangheta calabrese, la quale ha in Lombardia profonde ramificazioni.

La società che gestisce l’autostrada respinge al mittente le denunce che essa sia desolata, ma la verità è che, fino ad oggi, essa non ha havuto volumi di traffico tali da giustificare la sua costruzione.

(clic)