giovanni falcone

Le domande che Giovanni Falcone avrebbe voluto fare a Roberto Fiore

(A proposito di legalità di cui tutti si sciacquano la bocca (soprattutto a destra) vale la pena leggere il pezzo di AntimafiaDuemila. E magari chiedergli le risposte. Perché oltre al nero del neofascismo c’è anche il nero delle responsabilità penali di cui troppi dimenticano di scrivere.)

Giovanni Falcone, nel 1987, avrebbe voluto interrogare Roberto Fiore, terrorista nero che oggi è diventato il leader di Forza Nuova e all’epoca si era rifugiato in Inghilterra, per porre alcune domande nell’ambito dell’inchiesta sui delitti politici, ed in particolare quello di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione siciliana ucciso il 6 gennaio 1980. A far riemergere il fatto è oggi il quotidiano La Repubblica con un articolo a firma del collega Salvo Palazzoloriportando le domande contenute in uno dei documenti che oggi sono conservati nell’aula bunker dell’Ucciardone tra le carte dell’“Ordinanza sentenza contro Greco Michele + 18, Volume 4, pagina 615”.
Falcone, all’epoca giudice istruttore, credeva che Fiore, esponente di Terza Posizione, conoscesse i termini di uno “scambio di favori” fra la mafia ed i neri.
L’ipotesi investigativa era che i terroristi dei Nuclei armati rivoluzionari, con Giusva Fioravanti in testa (anche se poi venne assolto), avrebbero ucciso Mattarella avendo come contropartita un aiuto per far evadere dal carcere il militante neofascista Pierluigi Concutelli. Un progetto, quest’ultimo, di cui proprio Fiore si sarebbe occupato alla fine del 1979, assieme a Francesco Mangiameli (poi ucciso dai Nar).

Dunque Falcone avrebbe voluto interrogare Fiore ed aveva anche avviato una rogatoria che fu ammessa dalle autorità inglesi soltanto dopo diciassette mesi e senza la presenza del giudice ucciso a Capaci nel maggio 1992.L’interrogatorio di Fiore ebbe luogo il 22 dicembre 1987 davanti alla corte londinese di Bow Street e Falcine, che lesse le risposte date da quest’ultimo, annotò: “Le risposte sono state estremamente generiche, ma purtroppo l’assenza del giudice istruttore non ha potuto colmare le evidenti lacune”.
Fiore rispose di aver incontrato Mangiameli “fra il 1978 ed il 1979”; di aver incontrato “poche volte, casualmente, in strada o al bar” Valerio e Cristiano Fioravanti; di “non ricordare” se aveva presentato Mangiameli a Valerio Fioravanti; di “aver letto sui giornali” del piano per l’evasione di Concutelli; e di“non sapere nulla sull’uccisione di Mattarella”. Risposte brevi, concise, a cui Falcone avrebbe voluto dare un seguito in particolare contestando a Fiore le parole di uno dei pentiti di Terza Posizione, Mauro Ansaldi. Questi disse che Fiore gli confidò che “dietro Fioravanti c’erano la P2 e Gelli”.

(fonte)

«Falcone non piaceva né a destra, né a sinistra»

Poiché la memoria è utile esercitarla confine leggere le parole di Giovanni Bianconi intervistato da Linkiesta. Sulle antipatie verso Falcone Bianconi esprime un concetto che in molti fingono di dimenticare:

«L’opposizione a Falcone è trasversale. Anche a destra non sono certo dalla sua parte. Però inizialmente la parte più di sinistra lo sostiene, così fa anche il PCI. A un certo punto però passa l’idea che lui non vuole andare oltre, che vuole fermarsi di fronte all’intreccio con la politica. Un’idea sbagliata, che non corrisponde in alcun modo al pensiero e all’azione di Giovanni Falcone. Lui vuole salvaguardare le indagini, far in modo che siano efficaci e giungano a sentenza. Detesta cioè l’idea dell’inchiesta-annuncio. Però Falcone è anche un magistrato ingombrante, che prende la parola, scrive sui giornali, dice a voce alta quello che pensa, sostenendo una verità scomoda come quella della necessità di riformare in modo drastico le modalità operative delle Procure per cercare di sconfiggere le mafie. Certo, lui si espone anche perché teme per la sua vita, usando la visibilità come strumento di difesa. Tutto ciò crea mille invidie, mentre a sinistra non piace l’idea di condizionare l’autonomia assoluta del pubblico ministero. Falcone ha in mente il modello americano, con forte separazione tra chi indaga e chi giudica.»

L’intervista è qui.

Sommerso dalla zona grigia. Giovanni Falcone venticinque anni dopo. (Di Corrado Stajano)

di Corrado Stajano

[Venticinque anni fa morivano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Questo articolo è uscito sul supplemento domenicale del «Sole24 ore»]

Brandelli di un diario scritto soltanto ora. Conobbi Falcone un pomeriggio d’autunno del 1979 in una stanzina che gli faceva da ufficio al pianterreno del Palazzo di Giustizia di Palermo, intimidente e avvelenato da sempre. Sostituto procuratore per 15 anni a Trapani, era arrivato alla fine dell’anno passato: le inchieste di mafia non gli erano mancate nel Trapanese, in quelle terre impestate dalle cosche aveva avuto modo di far pratica. Ma Palermo era allora la capitale del mondo criminale. Cosa nostra si considerava padrona del mondo e Falcone, in quella stanzina, doveva sentirsi l’ultimo degli ultimi.

Era ottobre, ma sembrava ancora estate, da gennaio gli assassinati di mafia in città erano già una cinquantina, ghigliottinati, evirati, incaprettati, legati ai polsi e alle caviglie come capretti, abbandonati ai bordi delle strade, lasciati nei bauli delle macchine. Non erano tutti degli ignoti, la mafia doveva avere dei progetti, mirava alto in quell’alba del crudele decennio che stava per cominciare. In gennaio era stato assassinato un giornalista, Mario Francese, in marzo il segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Michele Reina, in luglio il capo della Squadra mobile Boris Giuliano e da poco, il 25 settembre, il magistrato Cesare Terranova, dal limpido passato, designato a dirigere l’Ufficio Istruzione del Tribunale, un ruolo chiave, temuto dalla mafia per la sua intelligenza e conoscenza del fenomeno. Nessuno, proprio nessuno aveva visto i tre killer a viso scoperto nella strada affollata di prima mattina.

Falcone mi osservava curioso, anch’io lo osservavo. Non aveva l’aspetto del giudice autoritario, un compagno di scuola, piuttosto. Sorrideva, il viso velato di ironia. Dovevo tentar di raccogliere notizie per un’inchiesta ed ero venuto a parlare con Falcone conosciuto da pochi, allora, su consiglio di Nicola Cattedra, il direttore dell’”Ora”, il quotidiano democratico che rappresentava a Palermo la vera opposizione alla DC di Lima, Gioia, Ciancimino, i padroni, da sempre, nel dopoguerra, dei destini della città purulenta.
La finestra era a livello della strada, si vedevano le gambe trotterellanti di chi passava, le biciclette, e a pochi metri anche le ruote delle automobili. Ci voleva poco allora a uccidere Falcone. Ma il magistrato non era ancora un pericolo per la mafia.

Aveva un intuito naturale – lo dimostrerà – e captò subito quel che stavo pensando. Sembrava un uomo chiuso, riservato, ma si fidava d’istinto, mi parve, del giornalista sconosciuto. “Sa, mi disse subito, i più dei magistrati di questo palazzo sostengono che la mafia non esiste, una fantasia”. E mi guardò con un sorriso amaro. Volle sapere da dove venivo. Ero un figlio dimezzato del Nord e del Sud e sentivo la mafia con dolore grande, un affronto, un’offesa, un oltraggio alla Sicilia amata.
Volle sapere che cosa avevo visto. Conoscevo bene Palermo, anche in quei giorni, ero andato in giro nei quartieri, la Kalsa, l’Albergheria, Ballarò, la Vucciria, il Capo, veniva voglia di piangere in quel mondo incancrenito, tra gli antichi nobili palazzi come smangiati dalla lebbra, la spazzatura che bruciava negli slarghi lasciati dalle bombe del 1943, i bambini che giocavano mimando l’arte degli scippi e degli omicidi, la povertà dei catoi. Sulla chiesa di Santa Maria della Catena qualcuno aveva scritto col carbone “Palermo implora Dio per Palermo”.

“Già, disse Falcone, l’eterna miseria di Palermo”. Lui era nato in quei luoghi, in un palazzotto di piazza della Magione, figlio del direttore del Laboratorio provinciale di Igiene e profilassi, una famiglia della media borghesia. Lo sentii imbarazzato dalle mie parole, nascostamente un po’ seccato, lo sarei stato anch’io. “Vede, mi disse, il problema è proprio quello di rendere vivibile la città. Esiste un’opinione diffusa che solo la mafia sia capace di risolvere quei mali. Ma la mafia, occorre metterselo bene in testa, non porta ricchezza alla comunità, porta solo povertà materiale e morale”. Seguitò a parlare alzando lievemente la voce, il problema, persino banale, gli stava a cuore: “Se la mafia si riducesse soltanto a una questione criminale, non pensa che in quasi un secolo sarebbe stata eliminata dai poteri repressivi dello Stato? Il guaio è che occorre tener conto non soltanto della politica, ma anche del tessuto sociale sostanzialmente ambiguo di Palermo. Cosa nostra non è un bubbone, è la degenerazione a livello criminale di uno stato d’animo diffuso fra tutti i ceti e tutte le classi della città. Sa che cos’è la zona grigia?” Lo sapevo da Primo Levi, amico indimenticato. Ne parlava sempre e ne scriverà (nel 1986) nel suo I sommersi e i salvati: è l’ibrido, dai contorni mal definiti, che separa, lega e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Anche per Falcone la definizione poteva adattarsi al costume mafioso.

“Vede”, mi disse ancora in quella prima conversazione, tra le tante che ebbi con lui, “qui purtroppo bisogna stare attenti persino a chi ci si trova accanto”.
Un po’ dopo quell’incontro, Falcone ha traslocato. Lavorava sempre a pianterreno, sulla sinistra del Palazzo, ma l’antro buio era ben vigilato da cancelli, sbarre, catenacci, carabinieri. Stava facendosi conoscere e cominciava ad avere dei detrattori, non solo mafiosi, politici, magistrati. “Che cosa vuole?”; “Dove mira?”
Avrà sempre davanti a sé un muro di invidia e di gelosie, Falcone. Difficili da immaginare quelle critiche nei confronti di un magistrato che fa, un uomo di intelligenza penetrante. E questo in una città d’Italia e d’Europa che ha portato il peso di una catena di morti. Una città ricca delle magnificenze di antiche culture, dai greci agli arabi ai normanni al barocco color del miele, degradata dalla furia assassina della mafia che in pochi anni, unica nel mondo civile, ha ucciso tutti gli uomini dello Stato.
All’Ufficio Istruzione si stava occupando della fondamentale sentenza nel procedimento penale contro Spatola Rosario di Salvatore e di Gaglio Giovanna e altri 120. Molti di loro risulteranno ai vertici di Cosa nostra. È allora che si forma un pool di magistrati con a capo Antonino Caponnetto e di cui fanno parte, con Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello che l’8 novembre 1985 deposita in Cancelleria l’ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni +706. È il maxiprocesso, la bibbia dell’antimafia. Il contributo di Falcone è stato essenziale, nutrito dalla confessione di Tommaso Buscetta e dalla tecnica da lui inventata di seguire in tutto il mondo il flusso del denaro sospetto.
È Falcone che chiede allora a Tullio De Mauro, a capo degli Editori Riuniti, se può fare in modo di rendere pubblico il documento e fa il mio nome come curatore di un possibile libro. Si tratta di raccogliere l’essenziale delle 8607 pagine dell’Ordinanza e di scrivere una non breve introduzione. Lavoro per qualche mese. Non è facile.

Il processo inizia il 10 febbraio 1986. Sono arrivate minacce di morte anche per me. Mi viene ordinato allora dai magistrati di lasciare Milano e di non andare a Palermo ad assistere al processo togliendomi il piacere di vedere in faccia quegli uomini di cui ho letto e scritto le gesta. Passo così una ventina di giorni sul lago Maggiore e perdo quel grande spettacolo. La nuova aula bunker dell’Ucciardone, dalla moquette verde, circondata tutt’intorno dalle gabbie degli imputati è diventata un circolo di lettura. I mafiosi consultano febbrili il libro bianco che ho curato, Mafia. L’atto d’accusa dei giudici di Palermo. Cercano il loro nome, spettegolano, fanno piccoli dibattiti. Il processo termina con un’infinità di condanne che la Corte di Cassazione confermerà il 31 gennaio 1991. Presidente della Corte è Alfonso Giordano, ma a condurre l’arduo processo di primo grado è, in effetti, il giudice a latere, l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il 23 maggio 1992 ero a Torino, al salone del libro, e, ironia della sorte, partecipavo a un dibattito con Tana de Zulueta, giornalista di alto livello – scriveva sul “Sunday Times” – futura parlamentare: il tema era la mafia. Gli altoparlanti danno la notizia che è accaduto un grave incidente a Falcone e alla sua scorta, sulla strada che dall’aeroporto conduce a Palermo. Le notizie sono contraddittorie, vengono minimizzate, smentite, confermate. È vero. Falcone è morto. Lui, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Il “Corriere della Sera” mi chiede di andare subito a Palermo.
La chiesa di San Domenico mi è sempre sembrata il palcoscenico macabro della Repubblica. Là dentro avevo assistito a diversi funerali solenni e cupi, quello del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, tra gli altri, quando il cardinale Salvatore Pappalardo pronunziò la famosa frase: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.

Ho cancellato la memoria dolorosa di quella mattina. Ricordo soltanto la folla urlante che, quasi correndo, sale sull’altare ad abbracciare le bare, ricordo gli uomini politici che fuggono e la voce incrinata di una giovane donna vestita in bianco e nero, Rosaria, la moglie dell’agente Vito Schifani morto a Capaci. Una piccola Giovanna d’Arco dolce e innocente di furia cristiana. Chiede quella giustizia che, un quarto di secolo dopo, tarda ancora a venire.

Io, Falcone, vi spiego cos’è la mafia

In quest’articolo pubblicato da “L’Unità” il 31 maggio 1992, otto giorni dopo la strage di Capaci, il giudice Giovanni Falcone traccia con chiarezza un quadro dell’evoluzione di Cosa Nostra a partire dal dopoguerra e denuncia la sottovalutazione che, per molto tempo, ha caratterizzato l’approccio delle istituzioni al problema della mafia.

Nella relazione finale della Commissione d’inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che «la mafia non è un’associazione che abbia forme stabili e organismi speciali… Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non… specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati»…«una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori»; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione: «Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120».

Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti.

Nell’immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962/1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell’anno giudiziario pronunciati dai Procuratori Generali di Palermo.

Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insisteva nel concetto che la mafia «più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto», ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di “qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l’attività criminosa”; il riferimento è chiaro, riguarda il Procuratore Generale di Palermo, dottor Pili espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Viterbo il 3/5/1952: «Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di Pubblica Sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d’appello di Palermo: Emanuele Pili». Nella relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti.

Così, nella relazione del 1956 si legge che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da scrivere, si dice ad «opposti gruppi di delinquenti». Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di «lenta ma costante sua eliminazione» e, in quella del 1968, si raccomanda l’adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che «il mafioso fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo».

Questi brevissimi richiami storici danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente valutato da parte degli organismi responsabili benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall’esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità. E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall’attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà.

Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l’autorevolezza della fonte, il Capo della Polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i proventi della maggior parte delle attività illecite del nostro paese tra le quali spiccano soprattutto il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolineando che la criminalità organizzata – e quella mafiosa in particolare – è, come si sostiene in quell’intervento, «la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici… e acquisizioni culturali moderne ed interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco».

L’argomentazione del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l’attenzione sulla specifica realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti – ovviamente, non senza contropartite – di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si domanda allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità.

Un convincimento diffuso è quello – che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte – secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di un’associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l’espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un “comune sentire” di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi. Tale opinione è antistorica e fuorviante.

Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa – unica ed unitaria – ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito mutazioni a livello strutturale e operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell’avvio di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una della ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa.

Se oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle “punizioni” inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l’elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere però conto dello straordinario spessore di questa organizzazione sempre nuova e sempre uguale a sé stessa. Altro punto fermo da tenere ben presente è che, al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono “terzi livelli” di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra.

Ovviamente, può accadere ed è accaduto, che, in determinati casi e a determinate condizioni, l’organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere.

“Cosa Nostra” però, nelle alleanze, non accetta posizioni di subalternità; pertanto, è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne dall’esterno le attività. E, in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell’esistenza di una “direzione strategica” occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d’onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell’organizzazione, ne sconoscono l’esistenza.

Lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide ed inquietanti come il golpe Borghese ed il falso sequestro di Michele Sindona non costituiscono un argomento “a contrario” perché hanno una propria specificità tutte ed una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell’organizzazione mafiosa.

E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di “Cosa Nostra”, è pur vero che in seno all’organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità. Queste peculiarità strutturali hanno consentito alla mafia di conquistare un ruolo egemonico nel traffico, anche internazionale, dell’eroina.

Ma, per comprendere meglio le cause dell’insediamento della mafia nel lucroso giro della droga, occorre prendere le mappe del contrabbando di tabacchi, una delle più tradizionali attività illecite della mafia. Il contrabbando è stato a lungo ritenuto una violazione di lieve entità perfino negli ambienti investigativi e giudiziari ed il contrabbandiere è stato addirittura tratteggiato dalla letteratura e dalla filmografia come un romantico avventuriero. La realtà era però ben diversa, essendo il contrabbandiere un personaggio al soldo di Cosa Nostra, se non addirittura un mafioso egli stesso ed il contrabbando si è rivelato un’attività ben più pericolosa di quella legata ad una violazione di un interesse finanziario dello Stato, in quanto ha fruttato ingenti guadagni che hanno consentito l’ingresso nel mercato degli stupefacenti della mafia ed ha aperto e collaudato quei canali internazionali – sia per il trasporto della merce sia per il riciclaggio del danaro – poi utilizzati per il traffico di stupefacenti.

Occorre precisare, a questo proposito, che già nel contrabbando di tabacchi, si realizzano importanti novità della struttura mafiosa. È ormai di comune conoscenza che Cosa Nostra è organizzata come una struttura piramidale basata sulla “famiglia” e ogni “uomo d’onore” voleva intrattenere rapporti di affari prevalentemente con gli altri membri della stessa “famiglia” e solo sporadicamente con altre famiglie, essendo riservato ai vertici delle varie “famiglie” il coordinamento in seno agli organismi direttivi provinciali e regionale.

Assunta la gestione del contrabbando di tabacchi – che comporta l’impiego di consistenti risorse umane in operazioni complesse che non possono essere svolte da una sola famiglia – sorge la necessità di associarsi con membri di altre famiglie e, perfino, con personaggi estranei a Cosa Nostra. Per effetto dell’allargamento dei rapporti di affari con altri soggetti spesso non mafiosi sorge la necessità di creare strutture nuove di coordinamento che, pur controllate da Cosa Nostra, con la stessa non si identificassero.

Si formano, così, associazioni di contrabbandieri, dirette e coordinate da “uomini d’onore”, che non si identificavano, però, con Cosa Nostra, associazioni aperte alla partecipazione saltuaria di altri “uomini d’onore” non coinvolti operativamente nel contrabbando, previo assenso e nella misura stabilita dal proprio capo famiglia.

In pratica, dunque, l’antica, rigida compartimentazione degli “uomini d’onore” in “famiglie” ha cominciato a cedere il posto a strutture più allargate e ad una diversa articolazione delle alleanze in seno all’organizzazione. Cosa Nostra però non si limita ad esercitare il controllo indiretto su altre organizzazioni criminali similari, specialmente nel Napoletano, per assicurare un efficace funzionamento delle attività criminose. Il fatto che esiste anche a Napoli una “famiglia” mafiosa dipendente direttamente dalla “provincia” di Palermo, non deve stupire perché la presenza di “famiglie” mafiose o di sezioni delle stesse (le cosiddette “decine”), fuori della Sicilia, ed anche all’estero, è un fenomeno risalente negli anni. La stessa Cosa Nostra statunitense, in origine, non era altro che un insieme di “famiglie” costituenti diretta filiazione di Cosa Nostra siciliana.

Quando Cosa Nostra interviene sul contrabbando presso la malavita napoletana, dunque, lo fa allo scopo dichiarato di sanare i contrasti interni ma più verosimilmente con l’intenzione di fomentare la discordia per assumere la direzione dell’attività. Ecco perché, nel corso degli anni, sono stati individuati collegamenti importanti tra esponenti di spicco della mafia isolana e noti camorristi campani, difficilmente spiegabili già allora con semplici contatti fra organizzazioni criminali diverse. Ed ecco, dunque, perché il contrabbando di tabacchi costituì una spinta decisiva al coordinamento fra organizzazioni criminose, tradizionalmente operanti in territori distinti; coordinamento la cui pericolosità è intuitiva. Nella seconda metà degli anni ’70, pertanto, Cosa Nostra con le sue strutture organizzative, coi canali operativi e di riciclaggio già attivati per il contrabbando e con le sue larghe disponibilità finanziarie, aveva tutte le carte in regola per entrare, non più in modo episodico come nel passato, nel grande traffico degli stupefacenti.

In più, la presenza negli Usa di un folto gruppo di siciliani collegati con Cosa Nostra garantiva la distribuzione della droga in quel paese. Non c’è da meravigliarsi, allora, se la mafia siciliana abbia potuto impadronirsi in breve tempo del traffico dell’eroina verso gli Stati Uniti d’America.

Anche nella gestione di questo lucroso affare l’organizzazione ha mostrato la sua capacità di adattamento avendo creato, in base all’esperienza del contrabbando, strutture agili e snelle che, per lungo tempo, hanno reso pressoché impossibili le indagini. Alcuni gruppi curavano l’approvvigionamento della morfina-base dal Medio e dall’Estremo Oriente; altri erano addetti esclusivamente ai laboratori per la trasformazione della morfina-base in eroina; altri, infine, si occupavano dell’esportazione dell’eroina verso gli Usa.

Tutte queste strutture erano controllate e dirette da “uomini d’onore”. In particolare, il funzionamento dei laboratori clandestini, almeno agli inizi, era attivato da esperti chimici francesi, reclutati grazie a collegamenti esistenti con il “milieu” marsigliese fin dai tempi della cosiddetta “French connection”.

L’esportazione della droga, come è stato dimostrato da indagini anche recenti, veniva curata spesso da organizzazioni parallele, addette al reclutamento dei corrieri e collegate a livello di vertice con “uomini d’onore” preposti a tale settore del traffico. Si tratta dunque di strutture molto articolate e solo apparentemente complesse che, per lunghi anni, hanno funzionato egregiamente, consentendo alla mafia ingentissimi guadagni.

Un discorso a sé merita il capitolo del riciclaggio del danaro. Cosa Nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali, operanti in Italia, di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi, ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti, derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro, altresì, che nel tempo i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto dalla necessità di eludere investigazioni sempre più incisive.

Per un certo periodo il sistema bancario ha costituito il canale privilegiato per il riciclaggio del danaro.

Di recente, è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi paesi nelle operazioni bancarie di cambio di valuta estera. Senza dire che non poche attività illecite della mafia, costituenti per sé autonoma fonte di ricchezza (come, ad esempio, le cosiddette truffe comunitarie), hanno costituito il mezzo per consentire l’afflusso in Sicilia di ingenti quantitativi di danaro, già ripulito all’estero, quasi per intero proveniente dal traffico degli stupefacenti.

Quali effetti ha prodotto in seno all’organizzazione di Cosa Nostra la gestione del traffico di stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano alcuni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali.

Le alleanze orizzontali fra uomini d’onore di diverse “famiglie” e di diverse “province” hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa Nostra ed al contempo, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni ’70 per assicurare un migliore controllo dell’organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo verticale, la “commissione” regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso.

Ma le fughe in avanti di taluni non erano state inizialmente controllate. Esplode così nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni 1981-1982. Due opposte fazioni si affrontano in uno scontro di una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano uomini d’onore delle più varie famiglie spinti dall’interesse personale – a differenza di quanto accadeva nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra le famiglie – e ciò a dimostrazione del superamento della compartimentazione in famiglie. La sanguinaria contesa non ha determinato – come ingenuamente si prevedeva – un indebolimento complessivo di Cosa Nostra ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose, che, depurate degli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si ricompattavano sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente a dimostrazione della sua potenza, a cominciare dall’aprile 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele nonostante l’impegno delle forze dell’ordine. La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite e ponderose hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione tra difficoltà di ogni genere di questi processi ha indotto Cosa Nostra ad un ripensamento di strategie, non ha determinato l’inizio della fine del fenomeno mafioso.

Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, prevedibile nemmeno. È vero che non pochi “uomini d’onore”, diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti; tuttavia i vertici di Cosa Nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all’angolo.

Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività a fronte di una organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta talché le notizie in nostro possesso sulla attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti sono veramente scarse.

Né è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue peraltro circoscritta al Palermitano e solo in minima parte ascrivibile all’azione repressiva. La tregua iniziata è purtroppo frequentemente interrotta da assassinii di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti non è finita e soprattutto da omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale; si pensi agli omicidi dell’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco e dell’agente della PS Natale Mondo, consumati appena qualche mese addietro. Si ha l’eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi “omicidi eccellenti”, non si potranno fare molti passi avanti.

Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina e che comincia ad interessarsi sempre più alla cocaina; e si hanno già notizie precise di scambi tra eroina e cocaina già in America, col pericolo incombente di contatti e collegamenti – la cui pericolosità è intuitiva – tra mafia siciliana ed altre organizzazioni criminali italiane e sudamericane.

Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati.

Per quanto riguarda poi le attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali come ad esempio le estorsioni sistematizzate, e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti di imprenditori non mafiosi, che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all’impresa e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia.

Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.

L’agente sopravvissuto a Capaci: «Hanno distrutto un mondo»

di Paolo Borrometi
Per distruggere una persona hanno distrutto un mondo. Ricordo che Falcone scendendo dall’aereo aveva in mano una valigetta, ma di quella valigetta non si parla mai e non verra’ piu’ trovata. Lui era solito tornare con quella valigetta, di cui fara’ menzione anche l’autista giudiziario, Costanza. Dove e’ finita? Che cosa aveva dentro? Sarebbe giusto rispondere anche a questi interrogativi”. A parlare con Paolo Borrometi per l’AGI è Angelo Corbo, uno dei tre poliziotti sopravvissuti alla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Angelo Corbo ricorda quel 23 maggio come “una giornata splendida. La classica giornata di una terra baciata dal sole e cullata dal mare. Quel giorno ero euforico. Avevo giocato al Totocalcio e avevo detto ad Antonio Montinaro, che mi chiedeva il perche’ della mia insolita euforia, che ero sicuro di fare il 13 che avrebbe cambiato la mia vita. Questa affermazione mi pesa ancora oggi, mi pesera’ finche’ la morte non mi chiamera’”.

Giovanni Falcone con la moglie, la dottoressa Morvillo, scese dall’aereo e si mise alla guida della croma, con l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, seduto dietro. Noi pensavamo gia’ alla giornata dell’indomani. All’improvviso, pero’, cambiò tutto. Ricordo le parole del caposcorta di quel giorno,Gaspare Cervello, che disse ‘cazzo, perchè rallenta cosi’ tanto?’. Poi sentii un fortissimo boato, la sensazione di volare e sbattere all’interno della croma. E massi, tanti massi, che ci cadevano addosso. Scendemmo subito dalla macchina – racconta Angelo Corbo – e davanti a noi quella che doveva essere l’autostrada era diventata un paesaggio lunare.

Quell’aria splendida, celeste, di quella giornata era diventata marrone. Vedevo il mio sangue che colava e all’improvviso la macchina di Falcone a metà. Ci avvicinammo a quella macchina e, insanguinati e con diverse fratture (io il naso rotto, il collega il braccio), riprendemmo il nostro lavoro: proteggere il giudice Falcone. Pur con la consapevolezza che non potevamo piu’ difendere nessuno, per le condizioni in cui ci trovavamo. Sapevamo che loro non avrebbero lasciato incompiuta l’opera, ci aspettavamo che scendessero in campo per finirci. Falcone era ancora vivo, ricorderò per sempre che si girò verso di noi e ci guardò con gli occhi imploranti. Noi eravamo li’, non riuscivamo ad aprire la macchina, così ci rimase solo di fare scudo”. Corbo sapeva sin da giovane quanto la mafia fosse feroce, lo capi’ quando il 7 ottobre 1986 Claudio Domino, suo compagno di giochi, “venne freddato con un colpo alla testa, alla tenera eta’ di 11 anni”. Ed e’ anche per questo motivo che Angelo Corbo decise di entrare in Polizia. “Dopo due anni, nel 1990, venni chiamato dal capo della Mobile, La Barbera, mi disse che dovevo far parte della scorta di Falcone per una ventina di giorni. Da allora passarono quasi tre anni fino a quelle 17:58 del maledetto 23 maggio 1993”.

Corbo lascia scorrere i suoi dolorosi ricordi e racconta che da quel giorno sono stati diversi i tentativi di diminuire il livello di sicurezza del giudice e della sua scorta: “All’inizio avevamo a disposizione 21 uomini, fucili a pompa, auto blindate, radio specializzate e un elicottero che ci sorvolava sulla testa, ci ritrovammo nel ’92 con appena 12 uomini”. Inoltre “a volte ci levavano le pettorine e spesso anche le macchine blindate”. “Avevo la consapevolezza di essere impreparato, non avevo fatto nessun corso scorte ma avevo l’orgoglio di scortare Falcone”. Il lavoro con il giudice, rivela Corbo all’AGI, “era molto difficile. Stavamo con lui 20 ore al giorno, perchè lavorava dalle 7 del mattino alle 10 di sera. Non permetteva un rapporto di amicizia fra lui e noi. Era una persona meravigliosamente professionale e pretendeva un’enorme professionalità da noi che lo dovevamo proteggere”.

Fra i ricordi piu’ belli per il poliziotto c’e’ l’intesa fra Falcone e la moglie. “In quei due anni e mezzo ricordo il loro rapporto come dolcissimo. Ricordo i loro sorrisi, la loro complicità, erano una coppia molto affiatata, sembravano un’unica persona e sono sicuro che, come hanno vissuto insieme, avrebbero voluto rimanere insieme anche nella morte. Diciamocelo, separarli oggi è stata una bastardata”.

Corbo prosegue con amarezza il racconto di un sopravvissuto, dando la sensazione che si senta addosso la responsabilita’ del non essere morto, anche lui, quel 23 maggio a Capaci. “L’essere sopravvissuti è stata una colpa. Sappiamo tutti quanti che per lo Stato fa più piacere che, in casi del genere, non ci siano sopravvissuti, testimoni. Sembra quasi che lo Stato e le istituzioni vogliano nascondere di aver sbagliato, perchè se noi siamo rimasti vivi hanno sbagliato. Il problema, comunque, è che noi ci sentiamo in colpa perchè siamo vivi, mentre i nostri colleghi e la persona che dovevamo proteggere sono morti”. Da allora per loro, sopravvissuti, solo “dimenticanze”. “Mai invitati e anche quest’anno, a 25 anni da Capaci, nessuno di noi ha ricevuto una telefonata per chiederci di partecipare a quelle che definiamo le ‘Falconiadi’, delle vere e proprie sfilate”.

Angelo Corbo non è tenero neanche con Maria Falcone, sorella di Giovanni: “Di noi non le è mai fregato nulla. Non si è mai degnata di considerarci, e dire che siamo state le ultime persone che hanno visto in vita il fratello. E’ giusto che lei faccia di tutto per ricordare il fratello, ma dovremmo avere sempre presente che all’epoca fu abbandonato da tutti. Non potrò mai scordare come in quegli anni il dottor Falcone venne denigrato e ostacolato in tutto, perchè era diventato un personaggio scomodo: veniva trattato come una pezza da piedi. Oggi, invece, viene celebrato da persone che amici suoi sicuramente non lo erano e anche lei, Maria Falconespiega Corbo -, oggi ha accanto persone che tutto erano fuorche’ amici del dottore”.

Angelo Corbo oggi è “molto diverso dalle 17:58 di quel 23 maggio. Ho avuto bisogno, ma nessuno ha mai alzato un dito, nessuno mi ha mai aiutato”. Infine un sogno, lo stesso di padre in figlio: “Manuel, mio figlio, sogna di diventare poliziotto, nonostante tutto. Io, da padre, sono orgoglioso – conclude -, ma purtroppo sta prendendo molte porte in faccia: sta pagando l’essere figlio mio”.

Tratto da: laspia.it

La necrofilia di quelli del SÌ: ora tocca anche a Giovanni Falcone

“Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando c’è da rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare” disse Giovanni Falcone. Il giudice antimafia era convinto che la lotta alla criminalità organizzata avesse bisogno di una reale voglia di cambiamento.

Gli amici del PD di Ercolano invece evidentemente ci leggono un appoggio alla loro riforma costituzionale e così inseriscono la frase in bella mostra nel volantino del loro evento per il sì. Ci sarebbe da piangere se non fosse che non ne abbiamo il tempo. Noi, da parte nostre, per favore, rimaniamo seri. Grazie.

Giovanni Falcone sulle gambe degli immigrati di Ballarò

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C’è un Paese con le fasce tricolori che inaugura vie, sale e monumenti. C’è un Paese per cui Giovanni Falcone è una tappa commemorativa obbligatoria tutti gli anni, come al Monopoli ogni volta che si passa dal via e si ritirano le ventimila lire. Parole e impegno che durano il tempo delle riprese dei telegiornali e poi si spandono in un effluvio di comunicati stampa tutti uguali, tutti gli anni, ogni anno.

Poi c’è una di quelle storie che ti viene da pensare che forse, a Falcone e Borsellino, avrebbero acceso un sorriso dello stesso sapore di quella foto di loro due che sorridono e che rimbalza dappertutto. Quando ridono, Falcone e Borsellino, hanno il sorriso luminosissimo di chi prende terribilmente sul serio il proprio mestiere: quel sorriso lì che fa il giro di tutta la faccia.

E l’alba di Ballarò, quartiere storico e maledetto di una Palermo impigliata tra i denti della mafia, ieri è stata un’alba da incorniciare, da farne un libro di storia: una decina di arresti tra gli esattori del pizzo nel quartiere. Soldatini prepotenti e scontati di una mafia che succhia la fragilità degli altri per farne sostentamento economico. In più le vittime questa volta non sono nemmeno italiane: commercianti arrivati dal Bangladesh che subiscono la violenza mafiosa con una punta di razzismo. Figurati se si ribellano ‘sti negri, avranno pensato questi quattro picciotti sgarrupati che vivono come zecche sulle schiene del lavoro degli altri.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Non li voglio vedere (di Salvo Vitale)

Salvo Vitale

Salvo Vitale è lo storico compagno di Peppino Impastato. Quello vero, mica quello del film. E ha scritto un pensiero prima delle straboccanti commemorazioni di domani. Vale la pena leggerlo:

«Stanno preparando il vestito buono per la festa.
Passeranno la notte a lustrarsi le piume.
E domani, l’uno dopo l’altro, 
con una faccia
che definire di bronzo è un eufemismo,
correranno da una parte all’altra della penisola
cercando i riflettori della tivvù,
il microfono dei giornalisti,
per inondarci della loro vomitevole retorica
su twitter, facebook, e in ogni angolo della rete;
loro, tutti loro, gli assassini di Giovanni Falcone,
della moglie, e dei tre agenti della sua scorta,
saranno proprio quelli
che ne celebreranno la memoria.
Firmandola. Sottoscrivendola.
Faranno a gara per raccontarci
come combattere ciò che loro proteggono.
Spiegheranno come custodire
l’immensa eredità di un magistrato coraggioso;
loro, proprio loro
che ne hanno trafugato il testamento,
alterato la firma,
prodotto un perdurante falso ideologico
che ha consentito ai loro partiti
di rinverdire i fasti di un eterno potere.

Li vedremo tutti in fila, schierati come i santi.
Ci sarà anche chi oserà versare qualche calda lacrima,
a suggello e firma dell’ipocrisia di stato,
di quel trasformismo vigliacco e indomabile
che ha costruito nei decenni
la mala pianta del cinismo e dell’indifferenza,
l’humus naturale dal quale tutte le mafie attive
traggono i profitti delle loro azioni criminali.

Domani, non leggerò i giornali,
non ascolterò le notizie,
non seguirò i telegiornali,
e men che meno salterò come una pispola allegra
da un mi piace all’altro su facebook
a commento di striscette melense e ipocrite
che inonderanno la rete
con una disgustosa ondata
di piatta e ipocrita demagogia.

Domani, uccideranno ancora Giovanni Falcone,
sua moglie e la sua scorta.
E io non voglio farne parte.
Per questo ne parlo oggi, con un giorno di anticipo.

Seguitano a ucciderlo, ogni giorno,
nella società civile e in parlamento.
Per questo vogliono museizzarlo,
trasformandolo in una specie di santino
da usare ad ogni buona occasione.
Perché sono proprio loro gli eterni assassini,
questa è la verità,
altrimenti non ci ritroveremmo, venti anni dopo,
nella stessa identica situazione di allora.

Domani, vestiti a festa,
faranno a gara a chi lo commemora e piange di più.
Tutti i funzionari pubblici della repubblica,
anche quelli del più piccolo e povero comune,
tutti quelli che hanno preso tangenti
privilegiando l’interesse personale
a quello del bene pubblico,
sono quelli che seguitano ogni giorno ad assassinare
Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta.
Quelli che hanno reso vana e vacua la loro morte.

Gli imprenditori che partecipano alle gare
sostenendo che bisogna pagare le tangenti
se si vuole sopravvivere sul mercato.
I direttori editoriali responsabili delle case editrici,
delle società di produzione cinematografica,
televisiva e radiofonica,
che riconoscono e accolgono come autori
solo persone presentate, suggerite, spinte ,
imposte dalle segreterie dei singoli partiti politici
che poi provvederanno a fornire i loro buoni uffici
facendo piovere su di loro sovvenzioni statali
pagate con le nostre tasse.
Loro, nessuno escluso, sono gli assassini di Falcone,
di sua moglie e dei tre agenti della scorta.

Io non li voglio vedere.
Non voglio vedere le loro facce ipocrite.
Sono assassini tutti quelli, nessuno escluso,
che dicono “lo fanno tutti, che cosa ci vuoi fare?”.
Così come lo sono tutti coloro che si trincerano
dietro il “ma io ho una famiglia”
e fingono di non sapere che in italiano esiste la frase
“no, io queste cose non le faccio”.

Gli assassini sono tutti i cittadini italiani
che nel silenzio garantito dalla privacy,
cautelati dal fatto di non avere testimoni,
nel segreto della cabina elettorale,
mettono una crocetta su un certo simbolo,
su un certo nome,
perché sanno che quella lista e quella persona,
domani, a elezioni avvenute (e vincenti)
mi risolveranno il mio problemino,
o daranno il posto a mio figlio,
o sistemeranno mia sorella.

Sono decine di milioni
Perché la mafia non è una persona,
non è una cosa astratta.
La mafia è un’idea dell’esistenza.
La mafia è una interpretazione della vita,
e chi vi aderisce è un mafioso.
Anche se non lo sa.
Anche se non se lo vuole dire.
Sempre mafioso è.

L’intera classe politica di questo paese,
intellettuale, mediatica, imprenditoriale,
ha partecipato al processo di delegittimazione
di Giovanni Falcone,
isolandolo, diffamandolo,
voltandosi dall’altra parte
quando sapevano che stavano arrivando i killer.
Così come fecero poi con Paolo Borsellino
e con tutti coloro che ebbero l’ardire
di armarsi di coraggio
e combattere contro la mafia attiva.
Le stesse persone che allora scelsero di non guardare,
oggi sono in prima fila
a commemorarne la scomparsa.
Sono tutti loro i veri assassini.
Io non li voglio né vedere né ascoltare.

Perché i dirigenti mafiosi sono affaristi,
e non corrono il rischio di mettersi nei guai
uccidendo gli affari, se non sanno di avere
un territorio amico che li sorregge.
La mafia, di per sé, non esiste, esistono i mafiosi.
La mafia è la somma dei singoli comportamenti
che ne determinano l’esistenza.
E noi siamo un paese con troppi mafiosi.
Purtroppo, non è uno stereotipo, è la tragica realtà
con la quale noi tutti dobbiamo a fare i conti.
Perché questi sono i veri conti,
non lo spread, che è una invenzione astratta.

Potete aderire a qualunque ideologia,
essere, anarchici o democratici,
conservatori o progressisti,
amanti di Keynes, di Marx
o della teoria della Moneta Moderna.
Non cambia nulla,
finchè non cambieremo il nostro comportamento
individuale, quotidiano, esistenziale,
e non prenderemo atto di ciò che siamo,
per poterci evolvere e liberarci da questo cancro

Ogniqualvolta un cittadino italiano
rinuncia ad esercitare il libero arbitrio,
e rinuncia all’ambizione e al tentativo,
anche se estremo e disperato ,
di farsi valere per i propri meriti,
per le proprie competenze tecniche,
privilegiando la facile e sicura strada
della mediazione politica e della malleveria,
per prendere la scorciatoia del sistema del malaffare,
il registratore di cassa della mafia segna un incasso.
Perché sa che, domani,
quel cittadino sarà un mafioso sicuro.
Anche se non lo sa.
E’ una porta alla quale andranno a bussare,
sicuri che verrà subito aperta.
Loro, lo sanno benissimo, che è così.
Lo sappiamo tutti.

Io non li voglio vedere i loro telefilm celebrativi
interpretati da attori raccomandati,
prodotti da aziende mafiose,
e distribuiti alla nostra visione
da funzionari mafiosi in doppiopetto.
Proprio no.
Perché sono tutti assassini di Giovanni Falcone,
di sua moglie e dei tre agenti della scorta.

Domani, dedicherò la giornata
al tentativo di ripulirmi spiritualmente,
cercando di fare ordine interiore,
per eliminare ogni residuo di retro-pensiero mafioso,
che alligna dentro di me,
come dentro la mente di ogni singolo italiano,
anche quando non lo sa.
Perché il paese è così.
Altrimenti, non staremmo,
dopo venti lunghi anni,
e una caterva di governi inutili,
nella stessa identica situazione di allora.»

I falsari dell’antimafia

Un atto d’accusa di Saverio Lodato che credo vada letto. Si può essere d’accordo o meno ma, credetemi, vale la pena leggerlo e pensarci:

capaci-copyright-shobhaDicevamo prima: ma di quale “antimafia” stiamo parlando? Ecco, appunto.
Dell’”antimafia” che trova le porte spalancate a Palazzo Chigi, a Palazzo Madama, al Quirinale o in Vaticano?
O stiamo parlando di un‘altra “antimafia”?
Di un'”antimafia” minuscola, piccola piccola, quella che non compare nei tg, nelle prime pagine dei quotidiani, nelle rappresentazioni epiche del regime?
E’ stata fatta un’operazione sporca.
E cercheremo adesso di spiegarla in due parole.
E’ accaduto che in questi 23 anni di anniversari, anno dopo anno, su un piatto della bilancia veniva scaraventato il peso del passato, sotto forma di enfasi, di cerimonia, di retorica pomposa.
Il piatto del presente, dell’attualità, invece, restava vuoto.
Questo era il trucco, questo era il giochetto.
Un sottilissimo bisturi invisibile recideva così, per mano di istituzione, il filo fra passato e presente, fra il c’era una volta e il “qui e ora”.
Una cosa, insomma, era Falcone, una cosa sono le mafie romane.
Una cosa sono gli inquisiti per mafia, che non risparmiano più nessuna regione e nessun capoluogo di provincia e nessun partito, una cosa sono i “mafiosi” battezzati come tali da Falcone trent’anni fa.
Una cosa sono “quelli” di allora, una cosa sono “quelli” di oggi (Nino Di Matteo docet!).
Non facciamola troppo lunga.
In Italia, la mafia oggi c’è. Ce ne sono tante.
E che ci sia (e che ci siano), lo sanno in tutto il mondo.
Ma noi, che siamo un Paese di guitti, il 23 maggio e il 19 luglio facciamo finta di commemorare ciò che accadde. E ci diciamo “antimafiosi”.
Che in molti si siano stancati, è fisiologico.

(fonte)