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Governo balneare

Alla fine ci toccherà ripiegare sulle spiagge di cittadinanza, un metro quadrato di sabbia per almeno una settimana all’anno concesso ai cittadini come bromuro per evitare la virulenta crisi di astinenza del sogno vacanziero italiano. Mario Draghi ha capito in fretta come funziona in politica: se devi prendere una decisione che scontenta qualcuno del tuo governo basta non prenderla, inventarsi qualche burocratico intoppo e infine sperare che tutto vada ben aspettando che la matassa la sbrogli qualcun altro. Non male il capolavoro di risultare un decisionista ed europeista radicale e nel frattempo decidere di non decidere facendo incazzare l’Europa.

In Italia un ombrellone è per sempre 

La mancata liberalizzazione delle spiagge italiane a opera proprio di quelli che vorrebbero liberalizzare tutto è un capolavoro di italianità che potrebbe essere assurto a paradigma. Dentro c’è tutto il democristianissimo indugiare di chi teme anche da adulto l’uomo nero con questi “poveri imprenditori” che riescono a fare muro fottendosene delle regole. A questo aggiungeteci che le spiagge sarebbero, almeno sulla carta, un bene pubblico, il capolavoro di inettitudine è perfetto. Eppure è fondamento dello Stato che un bene x venga affidato a y attraverso un bando di gara pubblico e consultabile, con il dovere politico e morale di stabilire un giusto prezzo e delle giuste modalità. A fine “affitto”, come avviene i poveri cristi, ci si dovrebbe ritrovare al tavolo per stabilire nuovi prezzi e nuove modalità e decidere di continuare il rapporto. Dovrebbe essere così, certo, ma in Italia un ombrellone è per sempre, come i diamanti, e la proroga è la maschera con cui nascondere l’impaurita indolenza.

Meno della metà delle spiagge italiane è liberamente fruibile

Come scrive Legambiente nel suo rapporto sulle spiagge le concessioni sul demanio costiero sono 61.426 (erano 52.619 nel 2018), «di queste 12.166 rappresentano concessioni per stabilimenti balneari, contro le 10.812 del 2018, con un aumento del 12,5 per cento. Si può stimare che dal 2000 a oggi siano raddoppiate». Le restanti sono concessioni legate a campeggi, pesca o produzione. «Complessivamente si può stimare che meno di metà delle spiagge del Paese sia liberamente accessibile e fruibile per fare un bagno». Accade così che in regioni come la Liguria, la Campania o l’Emilia Romagna trovare una spiaggia libera diventi un’impresa (quasi il 70 per cento delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari). Se vi capita di passare dal Comune di Gatteo, in Provincia di Forlì-Cesena, potete lasciare la paletta e il secchiello nel bagagliaio, non c’è nemmeno un centimetro che non sia a pagamento. A Pietrasanta (Lu), Camaiore (Lu), Montignoso (Ms), Laigueglia (Sv) e Diano Marina (Im) siamo al 90 per cento di occupazione e non è troppo difficile immaginare che quel 10 per cento siano scogli degradati e degradanti. Insomma sono libere perché troppo brutte.

Dalle concessioni lo Stato incassa 115 milioni a fronte di un giro d’affari di 15 miliardi 

Capita di guardare i numeri delle concessioni e viene da pensare: «Vabbè, almeno lo Stato incassa qualcosa». E qui arriva il peggio: su un totale di 29.689 concessioni demaniali marittime, 21.581 pagavano un canone inferiore a 2.500 euro all’anno. Lo Stato incassa 115 milioni e quelli muovono un giro di affari di circa 15 miliardi di euro. A volte i numeri sono così, basta metterli in fila per disegnare i contorni di un’ingiustizia. E se volete rovinarvi ancora di più la giornata potete anche appuntarvi che dei 115 milioni che lo Stato dovrebbe incassare ne è riuscito a recuperare solo 83. Gli arretrati? 235 milioni dal 2017. Così accade, lo dice sempre Legambiente, che nel 2020 le 59 concessioni balneari del comune di Arzachena, nella Costa Smeralda, hanno versato allo Stato in tutto un canone di 19 mila euro l’anno. «Una media di circa 322 euro ciascuna l’anno. Praticamente nulla se confrontati ai 400 euro giornalieri richiesti per un ombrellone con due lettini all’Hotel Romazzino di Porto Cervo». Non è immorale un guadagno così stratosferico su un bene pubblico? Qui sta tutto.

L’Europa balbetta nel dover riprendere un europeista come Draghi

Ma il punto politico è la solita Italietta che ci frantuma con il ritornello del “ce lo chiede l’Europa” e poi dal 2006 non ha ancora fatto ciò che l’Europa ci chiedeva di fare. Nei governi precedenti gli illuminati editorialisti ci dicevano che la colpa era degli esecutivi non all’altezza della Ue. Ora con Draghi che della Ue è una diretta emanazione era facile confidare un’inversione di rotta (non sono del resto i sovranisti a urlare che siamo sotto una “dittatura europea”?). Confidenza sbagliata. Draghi e i suoi decidono di aspettare e hanno chiamato l’aspettare “censimento”. L’Europa balbetta piuttosto imbarazzata nel dover sculacciare il figliol prodigo. In realtà da anni anche il Consiglio di Stato e l’Antitrust dicono di darsi una mossa ma il risultato è praticamente nullo. L’importante è stanare l’evasore con il reddito di cittadinanza che infiamma l’opinione pubblica. Il risultato finale, guarda la coincidenza, è sempre lo stesso: bastonare i poveri e condonare i ricchi. Ma che ce ne fotte. Tanto nei prossimi giorni probabilmente piove.

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Il governo dei Maroni

La ministra Lamorgese decide di nominare Roberto Maroni per guidare la Consulta contro il caporalato. Il governo dei migliori, si sa, per sua costituzione deve tenere dentro tutti e la ministra deve avere pensato che non ci fosse modo migliore per rispondere agli attacchi di Salvini di queste settimane nominando un suo nemico interno, come se non avesse già abbastanza problemi dopo i pessimi risultati delle amministrative.

Maroni del resto è lo stesso che in questi ultimi mesi non ha lesinato critiche al segretario della Lega (nonostante l’abbia inventato lui, ve lo ricordate?, quando prese a ramazzare con la scopa di saggina una Lega che era ai minimi storici per i disastri combinati da Umberto Bossi): «Umberto Bossi, stratega per eccellenza, aveva una visione», disse Maroni al Foglio. «Usava me come tattico, sì, ma si capiva che guardava lontano. E io non voglio certo parlare male di Salvini, però insomma, qui la tattica rischia di sconfinare nell’assenza di progetto per il domani della Lega. Non a caso i governatori sul territorio non ragionano così». Sempre sul Foglio Maroni attaccò Salvini quando si trattò di trovare un candidato in Regione Lombardia (poi ci misero Fontana) e qualche malalingua disse che Maroni puntasse a un ministero: accusò Salvini di aver usato nei suoi confronti «metodi staliniani». «In tanti si affannano a dire che io non sarò ministro», spiegò Maroni, «ma chi vuole fare il ministro? Non pretendevo di sentirmi dire che sono stato un bravo governatore, pretendevo però che il segretario del mio partito non utilizzasse la mia scelta di vita per cercare di colpirmi». E poi l’affondo: «Io sono un leninista convinto, uno che crede nella leadership. Ma non avrei mai creduto di trovarmi di fronte un leader stalinista».

Qualcuno gode: guardate che bello scherzetto ha fatto Lamorgese a Salvini, si dicono dandosi di gomito, come se il governo fosse una cosa talmente poco seria da poter diventare il cortile delle scaramucce. Pochi, vedo, rimangono sul punto: nominare in un ruolo così delicato per quanto riguarda disperazioni e diritti un ex ministro dell’Interno che diede il via alla stagione dei respingimenti (con tanto di condanna all’Italia, come nel caso Hirsi), un ex ministro che difese con i denti quella legge Bossi-Fini che creò la sacca di disperati invisibili che sono il serbatoio perfetto per il caporalato, un ex ministro che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom, un ex ministro che volle il trattenimento nei Cie per 18 mesi è un’evidente scelta politica. Una pessima scelta politica.

Lo dice benissimo l’associazione Terra! (che di caporalato si occupa da anni) che nel suo comunicato scrive: «Desta stupore la decisione di istituire un ulteriore organo – oltre al già esistente Tavolo Caporalato – presieduto dagli stessi Ministeri e impegnato nella stessa missione, cioè l’attuazione del Piano Triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo. Riteniamo infatti che la moltiplicazione dei luoghi deputati a dare impulso alle iniziative contro il caporalato abbia come effetto il rallentamento dei processi decisionali e, quindi, il raggiungimento degli obiettivi. La scelta della ministra Lamorgese – dichiara Fabio Ciconte, direttore di Terra! – ha come effetto l’indebolimento degli spazi di democrazia, di confronto e dialogo sul tema del caporalato, che ci ha visti finora protagonisti, al fianco dei sindacati e di tante reti associative, nel ripensamento della filiera agroalimentare e nella tutela dei diritti di tutti gli attori del comparto. Affidare ad una personalità con la storia e le idee di Maroni la presidenza di un organo che replica le azioni portate avanti in altri Tavoli, renderà complicata la consultazione degli attori coinvolti nell’azione di contrasto». E ancora: «Conosciamo bene la storia politica dell’ex ministro del Lavoro e dell’Interno, e del suo partito, la Lega, che negli anni scorsi ha contribuito a creare nel paese un clima di persecuzione nei confronti delle persone migranti, che risiedono nelle nostre città e lavorano nelle nostre campagne. Da oggi, a Roberto Maroni viene affidata una delle sfide più difficili del nostro tempo: il contrasto allo sfruttamento di quelle stesse persone che lui e i suoi colleghi di partito avrebbero voluto espellere, spesso residenti negli insediamenti informali che punteggiano la nostra penisola, sgomberati con forza negli anni in cui alla testa del Ministero dell’Interno c’era Matteo Salvini. La nomina giunge come un attacco netto a tutte le vittime di caporalato e anche a quelle associazioni, come la nostra, che, nel corso di questi anni, si sono spese con determinazione per l’approvazione della legge anti caporalato, un provvedimento criticato e deriso dalla Lega, che più volte ha chiesto di modificarlo, ritenendolo “persecutorio” nei confronti dei datori di lavoro e dei caporali».

Che dite, tutto bene?

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Regeni, il processo si incaglia per volere di Al Sisi e il governo italiano si dichiara parte civile: ci fate così ingenui?

Il processo per la morte di Giulio Regeni dunque si incaglia sull’ennesimo intoppo. La verità del resto è un bene raro e prezioso, per questo qualcuno vorrebbe risparmiarla. Dopo il rapimento di Giulio, dopo la tortura, dopo la morte con indicibili sofferenze (come scrive la Procura di Roma), dopo la protervia di Al Sisi che dice di non “accettare lezioni dall’Europa sui diritti umani”, dopo i depistaggi di Stato ora è tutto da rifare.

La terza sezione della corte dAssise di Roma ha deciso che gli atti devono tornare al giudice per ludienza preliminare perché non ci sarebbe la prova che i quattro imputati (gli 007 egiziani Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti accusati di sequestro di persona e l’ultimo anche per omicidio) siano a conoscenza del processo aperto in Italia a loro carico.

Nel dispositivo della sentenza si legge: Lacclarata inerzia dello Stato egiziano a fronte di tali richieste del ministero della Giustizia italiano, certamente pervenute presso lomologa autorità egiziana, seguite da reiterati solleciti per via giudiziaria e diplomatica nonché da appelli di risonanza internazionale, effettuato dalle massime autorità dello Stato italiano, ha determinato limpossibilità di notificare agli imputati, presso un indirizzo determinato, tutti gli atti del procedimento a partire dallavviso di conclusione delle indagini. Gli imputati, dunque, non sono stati raggiunti da alcun atto ufficiale. I giudici sottolineano che le richieste inoltrate tramite rogatoria allautorità giudiziaria egiziana contenenti linvito a fornire indicazioni sulle compiute generalità anagrafiche e sugli attuali residenza o domicilio utili per acquisire formale elezione di domicilio ai fini della notificazione degli atti del procedimento instaurato a loro carico non hanno avuto alcun esito”. Bisogna quindi ripartire dall’udienza preliminare.

«Riteniamo importante che il governo italiano abbia deciso di costituirsi parte civile. Prendiamo atto con amarezza della decisione della Corte che premia la prepotenza egiziana. È una battuta di arresto, ma non ci arrendiamo. Pretendiamo dalla nostra giustizia che chi ha torturato e ucciso Giulio non resti impunito. Chiedo a tutti voi di rendere noti i nomi dei 4 imputati e ribaditelo, così che non possano dire che non sapevano», ha commentato lavvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, lasciando laula bunker di Rebibbia al termine delludienza.

La nuova udienza del gup, infatti sarà fissata entro gennaio 2022. In quella sede il giudice dovrà intraprendere tutte le strade possibili che il tribunale potrà intraprendere, a cominciare da una nuova rogatoria in Egitto, per rendere effettiva e non solo presunta la conoscenza agli imputati del procedimento a loro carico. Entro 20 giorni tutti gli atti del processo, circa 15 faldoni, torneranno all’attenzione del giudice Pierluigi Balestrieri che dovrà quindi fissare una nuova udienza.

La decisione di ieri rientra nel campo del Diritto e l’Italia (a differenza dell’Egitto) ha dimostrato di essere una democrazia utilizzando uno strumento di garanzia per gli imputati e per un Paese che invece non ha mai dimostrato in questa vicenda nessuna collaborazione e nessun rispetto delle leggi.

Ma la vicenda di Giulio Regeni, nonostante in molti fingano di non capirlo, è una vicenda politica, fortissimamente politica. L’Al Sisi che non rende noti alla Procura di Roma i domicili dei suoi uomini accusati di avere rapito, torturato e ucciso il giovane studente italiano è lo stesso Al Sisi che è ritenuto un “partner ineludibile” dai nostri rappresentanti di governo (a partire da Alfano quando era ministro fino ai giorni nostri). Appare piuttosto ipocrita stupirsi dell’arroganza del presidente egiziano fingendo di non sapere che il combustibile della sua prepotenza sia nei rapporti dorati che i nostri ministri intrattengono con lui pur di fare affari con gli armamenti.

A proposito di armi: nel 2008, il Consiglio europeo ha adottato una risoluzione che definisce le norme per il controllo dellexport di armamenti e dovrebbe essere vincolante per gli Stati membri: sono otto criteri impediscono lexport di armi verso paesi che le utilizzano per la repressione interna o in regioni dove possono contribuire all’instabilità, oltre agli Stati che violano i diritti umani e le convenzioni internazionali. In Italia tra l’altro ci sarebbe una legge nazionale (la legge 185 del 1990) che viene regolarmente calpestata oltre al Trattato Onu del 2013, che tutti i membri dellUe hanno ratificato, Italia inclusa. Pochi hanno fatto caso alle parole del ministro Guerini il 28 luglio dell’anno scorso quando con molto candore disse: «in seguito allomicidio di Regeni la Difesa, in completa sintonia e raccordo con le altre amministrazioni dello Stato, in primis con il ministero per gli Affari esteri e la cooperazione internazionale, ha prontamente diradato il complesso delle relazioni bilaterali con lomologo comparto egiziano».

Il ministro della Difesa, sempre bravo a fingersi trasparente, si è dimenticato che nel 2016, lanno della morte di Regeni, la Polizia italiana ha addestrato in diversi centri i poliziotti di al-Sisi oltre a spedire in Egitto un migliaio di computer e di apparecchi; che dal 13 al 16 novembre 2017, una delegazione del Comando generale del Corpo delle capitanerie di porto ha fatto visita ufficiale per incontrare la Guardia costiera egiziana; che nel gennaio 2018 lItalia spediva in Egitto 4 elicotteri AugustaWestland già in uso alla Polizia di Stato e il ministero dellInterno cofinanziava al Cairo un progetto di formazione nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori”; che il Comando generale del Corpo delle capitanerie di porto si è recato nuovamente in visita ad Alessandria dEgitto dal 25 al 27 giugno 2018 («LItalia reputa lEgitto un partner ineludibile nel Mediterraneo, affinché questarea raggiunga un assetto stabile, pacifico e libero dalla presenza terroristica», disse l’allora ministra Trenta); che il 13 agosto 2018 era la nuova fregata multimissione (Fremm) Carlo Margottini” della Marina militare a recarsi ad Alessandria dEgitto per svolgere con la Marina egiziana un breve ma intenso addestramento, che ha permesso al personale delle due fregate di misurarsi in un contesto multinazionale”; che il 22 novembre 2018 una delegazione della Forza aerea egiziana, accompagnata da rappresentanti del gruppo militare-industriale Leonardo S.p.a., si recava in visita al 61° Stormo e alla Scuola internazionale di volo con sede nellaeroporto di Galatina (Lecce); «Italia ed Egitto hanno completato nel 2019 un programma congiunto per lindividuazione degli effetti dellesposizione alle radiazioni in caso di unemergenza nucleare e delle contro-misure e dei trattamenti che possono essere predisposti», come rivela un recentissimo dossier dello Science for peace and security programme della Nato; che a Roma dal 25 al 27 maggio 2016 si è tenuto un meeting in ambito nucleare-chimico-batteriologico tra Italia e Egitto tenuto segreto e rivelato da un dossier della Nato. A questo aggiungete (Guerini sbadatamente se n’è dimenticato, accidenti) le due fregate Fremm, le navi militari costruite da Fincantieri, preparate in Italia per il governo egiziano per un affare di circa un miliardo di euro.

E allora sarebbe da chiedere chiaramente, guardandosi dritti negli occhi, ai ministri Guerini e Di Maio e al presidente Draghi: davvero credete che la costituzione in giudizio come parte civile della Presidenza del Consiglio basti per “lavare” una relazione che si incaglia su quattro indirizzi mentre stringe le mani insanguinate per miliardi di euro? Davvero credete che qui fuori si sia tutti così tremendamente ingenui, quasi cretini?

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Il Pd ha vinto le amministrative, ma non può pensare di restare appiattito sul governo Draghi

Il centrosinistra vince dicono dalle parti del Partito Democratico e hanno ragione ad esserne soddisfatti. Fino a qualche mese fa la cavalcata di Salvini e Meloni, con Berlusconi al traino, sembrava essere inarrestabile e nemmeno il più incauto degli ottimisti avrebbe potuto pensare che in queste elezioni amministrative il PD potesse festeggiare un risultato che immediatamente lo proietta come riabilitato alla corsa e punto centrale della possibile prossima coalizione.

L’avvento del governo Draghi e le mosse tutte sbagliate in casa Lega (non ultimo l’affare Morisi) ha determinato la possibilità di nuovi equilibri prima inimmaginabili e anche lo sgonfiamento del Movimento 5 Stelle (questo sì assolutamente atteso, sarebbe bastato non esserne ciechi tifosi) pone Letta in posizione di assoluta superiorità.

Il centrosinistra ha vinto le amministrative (nonostante Giorgia Meloni veda un “pareggio”, beata lei) ma il futuro del centrosinistra continua a essere piuttosto nebuloso e conoscendo bene le attitudini da quelle parti non viene difficile immaginare che la tattica del “lasciare tutto così” sia molto popolare tra qualche dirigente del partito.

Negli ultimi anni è accaduto spesso che la strategia ritenuta vincente fosse quella di non toccare niente, di non spostare niente, di non dire niente pensando (male) che la politica sia una zattera inerme che deve solo farsi trascinare alle prossime elezioni.

Eppure se c’è una condotta suicidaria in questo momento è proprio quella di appiattirsi sul governo Draghi facendosi notare il meno possibile, chiamando l’immobilismo senso di responsabilità e limitandosi a ratificare decisioni che l’idolatria diffusa continua (e continuerà) a mettere in capo a Draghi. Fare i camerieri, semplicemente, non porterà lontano, no.

Il Partito Democratico in questi ultimi mesi si è intestato le battaglia di diritti individuali (a partire dal Ddl Zan) che a fatica troveranno luce ma non può pensare di prendere voti senza prendere una posizione decisa (che non si limiti solo a qualche timido tweet) sui diritti dei lavoratori (schiacciati da una certa narrazione imperante, dalla congiuntura postpandemica e dall’enorme peso che Confindustria esercita su questo governo), sulla transizione ecologica (che no, che non può essere un burocratico impegno da espletare senza coglierne le opportunità), e dalla costruzione e manutenzione di uno stato sociale evidentemente sotto attacco (le guerra ai sussidi sta vivendo un’epoca fiorente e diffusa).

Il Partito Democratico non può permettersi di subire battaglia lontane dal suo ruolo e dalla sua natura che per di più sono già nel paniere di un centro liberale che si sta formando in questi ultimi mesi.

Insomma, il PD potrebbe cogliere l’occasione per fare il PD, senza paura. Perché il serbatoio di voti va coltivato e perché anche queste amministrative hanno dimostrato che, nonostante il bombardamento di certi leader e di certi media, questo è un Paese che ci tiene eccome ai diritti e all’uguaglianza. Se non ora, quando?

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Miliardi di euro in arrivo dall’Europa eppure il governo non ha stanziato i fondi per le quarantene

Sarà per questa moda dei due Mattei (Renzi e Salvini, gemelli nella lotta contro i poveri fingendo di lottare contro la povertà) o sarà per questa egemonia confindustriale che sembra avere attecchito benissimo nel Paese ma che l’Inps il 6 agosto abbia fatto sapere che la quarantena per contatto Covid non sia più considerata malattia e che quindi l’assenza non sia più a suo carico sembra avere interessato poco o niente, giusto qualcuno che oggi (19 giorni dopo, evviva!) si accorge del risultato finale della sfortunata novità: alla fine a pagare le conseguenze, anche economiche, dell’emergenza sanitaria saranno ancora una volta i lavoratori. Sempre loro.

LIstituto, in particolare, ha chiarito che lindennità di malattia per quarantena Covid non può essere erogata per gli eventi relativi al 2021, ma solo per tutto il 2020 nel limite delle risorse stanziate: i 631 milioni di euro previsti dal legislatore per il 2021 sono svaniti nel nulla, senza nemmeno un plissé da parte dei partiti, nemmeno da quelli che oggi si battono per la gratuità dei tamponi per accarezzare gli sfinteri delle persone che non si vogliono vaccinare. 

Tanto per fare un esempio: TNI Italia (un gruppo di associazioni nato dopo il primo lockdown nel mondo della ristorazione) valuta in circa 600 euro il costo di un’eventuale quarantena sulla busta paga. Chi tirerà fuori questi soldi?

Viene fin troppo facile indovinare: il lavoratore, sicuro. Chi dovrà mettersi in quarantena dovrà presumibilmente usare ferie e permessi, pagando di tasca propria la tutela della propria salute e quella dei colleghi e dei clienti, in nome di un nuovo sovranismo sanitario in cui ammalarsi costa.

La novità porta con sé anche un’ulteriore inevitabile conseguenza: chi ammetterà di avere avuto contatti con un positivo se è consapevole che questo comporterà un inevitabile scontro con il proprio datore di lavoro? Cos’è se non un’istigazione all’omertà?

Poi ci sono i tracciamenti (che fin dall’inizio della pandemia non sono stati il nostro forte) che risentiranno inevitabilmente della nuova misura. Se disincentivi (decurtando ferie, permessi ai lavoratori) la denuncia di contatti con positivi rischi di veder incrementare proprio i positivi?

E badate bene: tutto questo accade in un mondo del lavoro ancora flagellato dalla pandemia, con capi di partito che dai loro hotel a centododici stelle invitano a educarci alla sofferenza, con un “bonus terme” spalmato a piacimento e con miliardi di euro in arrivo dall’Europa per uscire dalla pandemia. Non notate che, al solito, ci sia qualcosa di sbagliato?

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Salvini finge di non essere al Governo: sbraita contro Lamorgese senza proporre nessuna soluzione

Matteo Salvini si è incagliato. Come un giradischi rotto che insiste ossessivo a suonare la solita canzone da mesi ripete sempre le stesse cose, cambia solo qualche aggettivo e l’immagine a corredo dei suoi post, non riesce a trovare un guizzo, non trova un nuovo concetto, nemmeno mezzo straccio di slogan, niente di niente.

E così dopo avere fotografato la sua bilancia per dirci che è ingrassato di tre chili durante la sua permanenza in Calabria e quindi si metterà a dieta (sempre sull’onda dei politici che avrebbero voluto essere influencer e che ci informano delle loro attività intestinali ) oggi prova a fare un po’ di rumore con un tweet che è la sindone del suo essersi arenato: “Rave party con morti e feriti che durano giorni – scrive Salvini – orde di baby gang che terrorizzano da tempo la riviera romagnola e non solo, dopo navi francesi e tedesche, oggi una nave con bandiera norvegese lascerà 322 immigrati in Italia. Lamorgese, dove sei?”. 

Vale la pena spulciarlo: l’ex ministro dell’Interno mette insieme una questione di ordine pubblico (il rave), una questione culturale che ha a che fare con l’infanzia e l’educazione (le presunte “baby gang”) e una questione umanitaria (i salvataggi nel Mediterraneo) tutti sotto l’ombrello della “sicurezza” dimostrando ancora una volta di non avere nessuna contezza politica (oltre che empatia, ma quella rientra nel suo personaggio di “cattivissimo me” che ormai non fa più nemmeno sorridere i bambini) dei temi di cui vorrebbe trattare.

La sua retorica ormai è stantia, zoppicante, prevedibile e la sua propaganda sembra non volere tenere conto della contemporaneità rendendolo terribilmente sgraziato.

Solo che Salvini continua a fingere di dimenticare che questa volta al governo c’è seduto anche lui, lui e tutta la sua truppa di salviniani che si stanno ottenendo nell’entusiasmo e sembra funzionare poco o niente la narrazione della Lega al governo per “pungolare” Draghi: il sottosegretario della ministra Lamorgese, solo per fare un esempio, è il leghista Molteni e perfino gli elettori salviniani si chiedono perché il Capitano non chiami il suo compagni di partito piuttosto che sputare qualche tweet.

La profezia di Giorgia Meloni si avvera ogni giorno di più: Salvini all’angolo che si consuma mentre lei con le mani libere che cresce nei sondaggi. Resta da capire quanto questa sia una buona notizia per il Paese poiché i due sembrano sovrapponibili nelle idee, differenti solo per i contesti che si trovano ad affrontare. E forse ci stiamo occupando del Salvini sbagliato.

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Il paradosso di Confindustria (e di parte del governo): “C’è la ripresa quindi si può licenziare”

Ieri un’altra piccola perla: Repubblica spreme tutta la fantasia che ha per intossicare la narrazione e spara un titolo che è una visione del mondo, raccontandoci che “i posti di lavoro ci sono” ma “mancano i lavoratori” e che quelli che “si sentono” sfruttati rinunciano.

La scelta delle parole è un capolavoro di manipolazione e, oltre alla solita manfrina degli sfruttatori che si lamentano perché non trovano schiavi, ora si aggiunge la novità dello sfruttamento percepito (come avviene per la temperatura). E il meccanismo è perfetto per vittimizzare gli sfruttati, mica lo sfruttamento.

Ieri Matteo Salvini, un fannullone che non ha mai lavorato in vita sua (lo stabilisce un giudice del tribunale di Bergamo) ha avuto l’ardire di dire che i ragazzi non vogliono fare i camerieri quest’estate per 600 euro al mese perché preferiscono prendersi il reddito di cittadinanza e guardarsi gli Europei sdraiati sul divano. Altra narrazione tossica: un fannullone che guadagna 15mila euro al mese (per molti politici la politica è un reddito di cittadinanza esageratamente ricco) invita i ragazzi a lavorare da stagionali per uno stipendio da fame.

Nessuno slancio su reddito, su tutele, su futuro, su salario minimo. Non sia mai. Del resto, siamo lo stesso Paese che si è reso ridicolo per mesi con la favola dei rider felici e straricchi contrapposti agli sfigati pelandroni che non hanno voglia di lavorare. Peccato che, subito dopo, si sia scoperto che i rider sono schiavi.

Stesso giochetto sullo sblocco dei licenziamenti: Confindustria e pezzi di governo ci ripetono a reti unificate che siamo di fronte a un “miracolo economico” (l’hanno chiamato così, come i piazzisti che in effetti sono) ma aggiungono che per renderlo possibile hanno bisogno di licenziare. Ma come? Ma se l’economia riparte non dovrebbero aumentare i posti di lavoro? A che servono i licenziamenti?

Poi, volendo essere un po’ perfidi, si potrebbe anche chiedere che senso abbia avuto sostenere le aziende con soldi pubblici (i soldi quando vanno alle aziende, notatelo, non sono più “sussidi” ma magicamente diventano “investimenti”), se poi quelle aziende non garantiscono i propri lavoratori.

“È la crisi”, rispondono. Ma come? E il “miracolo economico”? Intanto, a Empoli, Sammontana cerca 350 stagionali e si presentano in 2.500. È il vero “miracolo economico” che funziona e che quelli vorrebbero negare: se paghi il giusto, i lavoratori si trovano. Eppure il lamento per gli schiavi che si lamentano di essere schiavi continua.

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Dopo 4 mesi possiamo dirlo: quello di Draghi è un governo di destra

Toh, che sorpresa. Il governo dei migliori, quello che avrebbe dovuto essere apolitico, tecnico, impolitico e uno a caso di quel milione di aggettivi che sono serviti per truccarlo da “superiore”, ora si scopre che ha una naturale predisposizione verso destra.

Era difficile prevedere che fare entrare nel governo Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e tutta la combriccola liberale avrebbe prodotto politiche di destra? Evidentemente sì, visto che tutti gli editorialisti si sorprendono.

Così siamo a 22 giorni dallo sblocco dei licenziamenti con la farlocca narrazione delle “aziende che corrono e devono essere libere di agire sul mercato”, che – tradotta (però c’è da dire che il governo dei migliori è fortissimo sulla narrazione) – significa che le aziende devono essere libere di licenziare.

La linea politica la detta, manco a dirlo, il presidente di Confindustria Bonomi, che accusa i sindacati di fare terrorismo mediatico e ci dice che siamo di fronte a un “miracolo economico” e parla di solo 100mila posti di lavoro in meno. Peccato che, secondo la Banca d’Italia, siano 550mila. Ma soprattutto: se siamo nel bel mezzo di un “miracolo economico” perché c’è bisogno di licenziare?

E poi: che dire dell’Anac svuotata dall’ultimo decreto del Consiglio dei ministri che ha trasferito i controlli anti-corruzione da un ente indipendente agli uffici governativi? Il controllato che diventa controllore è un classico del nostro Paese che ha sempre aperto le porte a mafie e corruzione.

Del resto c’è solo una valanga di miliardi in arrivo. E sarà proprio per questo che al governo hanno pensato bene di liberalizzare i subappalti, confondendo come al solito la legalità con la burocrazia per risultare efficaci e convincenti.

A proposito di lavoro: a parte i post su Facebook e i discorsi per il cerimoniale, vi viene in mente un’azione o una parola per evitare la strage? Niente, figurarsi. In compenso si sono versate parole per affossare qualsiasi dibattito sul salario minimo, considerato dalle nostre parti troppo di sinistra. Non vorrete mica disturbare il “miracolo economico”. Dai, su.

La caciara sulla tassa di successione è un altro capitolo degno dei berlusconiani di altri tempi. Ultimo ma non ultimo, questo insopportabile paternalismo sui giovani che non accettano di fare gli schiavi e che vengono additati come indolenti e fannulloni. Del resto, è sempre così: quando ci tengono a ripetere di non essere né di destra né di sinistra sono quasi sempre di destra. Anche se si fanno chiamare tecnici.

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Conte sbugiarda Travaglio sulla caduta del governo: “Nessun complotto contro di me”

L’ex presidente del Consiglio Conte è molto più scaltro di quello ci vorrebbe sembrare, lui che ha goduto di questa allure del nuovismo che in questi ultimi anni è andata così di moda, quando bastava non essere mai stati politici per essere pregiudizialmente già migliori, e intervistato dal Corriere della Sera alla domanda «lei crede al “Conticidio” per mano di un complotto internazionale» replica rispondendo che «nessuno ha mai pensato a un complotto internazionale». Ed è una mezza risposta che come al solito serve per accontentare tutti e soprattutto non scontentare nessuno.

Sì, perché il “Conticidio” è l’ultima tesi travestita da inchiesta che il direttore de Il Fatto Quotidiano ha deciso di lanciare a tamburo battente per spiegare all’universo mondo che il suo Giuseppe Conte (il giocattolo più divertente che abbia mai potuto sognare di possedere) è stato fatto fuori dalle trame oscure di poteri forti che hanno voluto abbatterlo per misteriosi motivi. Del resto per Travaglio la politica è un agone in cui ciò che conta è che i fatti gli diano ragione e non il contrario. Essere ugualmente innamorato di un governo a trazione leghista e poi innamorarsi subito di nuovo di un governo che pendeva dalla parte opposta indica un’evidente culto per la persona (una, una sola, Giuseppe Conte) che è lo stesso che dalle parti de Il Fatto Quotidiano hanno ferocemente sbeffeggiato quando si trattava di avversari.

Caduta quindi l’ipotesi del complotto internazionale e di un’oscura massoneria mondiale che abbia voluto fare cadere Conte rimane lo scenario nazionale, ovvero Renzi e Salvini. Ed è pur vero che Renzi, Salvini e probabilmente anche Berlusconi abbiano avuto tutto l’interesse di fare cadere quel governo per conquistare un posto più centrale nel panorama politico. Si tratta di scelte consapevoli (tra l’altro direi anche piuttosto rivendicate, non c’era bisogno di fingere di farne materiale d’inchiesta) che piacciano o no (e badate bene, a chi scrive piacciono pochissimo quasi niente) che rientrano nelle dinamiche della politica. O forse dovrebbe scandalizzarci che Renzi abbia parlato con Salvini facendo finta di non sapere che Conte ci aveva addirittura governato? Insomma, pare proprio che manchi “la notizia”. Ma si sa che l’amore per se stessi trasforma in notizie le proprie opinioni. Il “Conticidio” è già diventato la solita guerra di bottega tipica italiana. O forse Conte si è permesso di saperne di se stesso più di quanto ne sappia Travaglio. Che irrispettoso maleducato.

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Crisi di governo, battaglia sugli sbarchi e mojito: la prevedibile estate di Salvini per inseguire la Meloni

Ecco cosa accadrà: l’operazione simpatia di Giorgia Meloni per innescare la sua ascesa è iniziata, dalle interviste su quotidiani progressisti in cui sfoggia tutto il suo lato umano (e con giornalisti disattenti che si scordano di chiederle dei drammi umani degli altri) e con l’obiettivo per Fratelli d’Italia di riuscire a continuare la sua ascesa puntando ai voti anche dei moderati dopo avere svuotato l’elettorato incazzoso e deluso per gli ultimi smussamenti di Salvini.

Matteo Salvini dal canto suo continua a rimanere male in equilibrio nel suo doppio ruolo di uomo di governo e arrabbiato d’opposizione, apparendo piuttosto confuso e smussato. Per riuscire a farsi notare deve riuscire a intestarsi qualcuno delle sue battaglie e poterla poi rivendere e per questo negli ultimi giorni ha insistito tanto sulla cancellazione del coprifuoco: sa benissimo che con i vaccini e con la diminuzione dei contagi prossimamente si avranno nuove aperture e gli verrà facile dirci con fare sornione che è solo merito suo e fa niente che in realtà il ritorno alla normalità stia semplicemente rispettando il cronoprogramma di governo. In molti gli crederanno, gliene saranno grati e sarà l’occasione per dire che con Speranza e senza Salvini non sarebbe andata così.

Solo che la battaglia sul coprifuoco ormai è praticamente esaurita e allora Salvini tornerà di corsa al suo pezzo forte, gli sbarchi che inevitabilmente d’estate torneranno a intensificarsi sulle nostre coste, e così il nuovo “caso Speranza” si sposterà puntando la ministra dell’interno Lamorgese a cui Salvini chiederà di continuo di essere “più decisa”, di “fare rispettare i confini italiani” e di “battere i pugni sul tavolo dell’Europa”. Segnatevi le frasi, è tutto terribilmente prevedibile.

Solo che anche in questo caso per Giorgia Meloni sarà tutto più facile avendo le mani libere da qualsiasi briglia di governo e così presumibilmente Salvini alzerà la voce, affilerà i denti, arriverà perfino a sventolare lo scenario della crisi (“la pandemia è finita possiamo tornare a votare”, segnatevi anche questa) e il re dei giustizialisti, quello della “galera e buttare via le chiavi”, intanto sarà in giro per l’Italia a raccogliere firme con i Radicali (che brutta fine, i Radicali). 

Insomma il leader della Lega è tutt’altro che tranquillo e il copione per l’estate sembra già scritto per essere recitato furioso come al solito. Sullo sfondo, ovviamente, il Papeete e il mojito. Non sarà difficile per Giorgia Meloni, no.

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