guerra

Italia, la silenziosa signora della guerra

Molte crisi migratorie sono conseguenza di conflitti. Combattuti con armi di frequente prodotte o in transito dall’Italia. Ma chi si oppone a questi traffici, come i portuali di Genova, rischia grosso

Le migrazioni sono solo l’ultimo stadio di una catena di eventi, soprattutto povertà, cambiamenti climatici ma prima di qualsiasi altra cosa la guerra. Che in tutti questi anni si riesca a parlare di migrazioni senza mai fare un minimo cenno alla guerra (tranne per l’Afghanistan ma è stata una svista quasi umana che è durata giusto qualche settimana) è la fotografia dell’ipocrisia di chi con la guerra continua ad arricchirsi e di chi in politica silenzioso e sotterraneo (vedi alla voce Lorenzo Guerini, ministro alla Difesa con una soporifera assenza pubblica) continua a fomentare le guerre fingendo di essere un portavoce della pace.

Tra le guerre di cui si parla sempre troppo poco (a dire la verità di tutte le guerre si parla sempre troppo poco) quella in Yemen è una delle più taciute poiché Arabia Saudita e Emirati Arabi sono troppo amici per permetterci di sporcare le foto ricordo (inutile specificare amici di chi, ci si arriva facile facile). In Yemen dopo sei anni di guerra c’è la peggior crisi umanitaria del mondo: sono stati sinora uccisi o feriti 18.400 civili e due terzi della popolazione – cioè circa 20 milioni di persone – richiedono assistenza alimentare, esposti alla crisi pandemica da Covid, le cui dimensioni sono difficili da valutare. In particolare sono state colpite le infrastrutture civili, comprese le scuole e gli ospedali. Nel Paese mancano il carburante e i servizi di base, e spadroneggiano le milizie abusive locali.

The Weapon watch (l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei) ci fa sapere che lo scorso 12 novembre «con qualche giorno di ritardo sul previsto, la nave “Bahri Abha” è arrivata in porto di Genova, accolta dal solito massiccio schieramento di polizia per scongiurare proteste violente che né a Genova né in altri porti italiani si sono mai verificate». Scrive Weapon watch: «Notizie in attesa di conferma indicano che la Bahri Abha sta trasportando decine di carri armati, un gran numero di casse e contenitori di esplosivi, container di merci infiammabili. Ogni 2-3 settimane, una nave della compagnia Bahri passa da Genova. Da molti anni. Weapon watch ha raccolto e pubblicato dal 2019 ad oggi innumerevoli prove che queste navi violano la legge 185/1990 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali. Tutto ciò continua ad accadere nell’apparente inerzia delle autorità e del governo italiano, in realtà con il loro pieno sostegno, e anzi su istigazione degli interessi economici coinvolti si è applicata la repressione di polizia a chi osa contestare il “traffico di morte” che continua a svolgersi sotto i nostri occhi».

Cosa trasportano le navi saudite? Ecco qui: «Si va dagli shelter e dai gruppi elettrogeni prodotti dalla società Teknel Srl di Roma ai cannoni Caesar, canons équipés d’un système d’artillerie della francese Nexter, motorizzati Renault su telai Mercedes-Unimog. Poi abbiamo visto una parte degli oltre 700 blindati Lav (Light armoured vehicles) mod. 6.0 fabbricati da General dynamics e il cui acquisto ha generato uno scandalo economico-finanziario in Canada. E anche sono passati da Genova i blindati Patria Amv 1 di produzione finlandese, i soli concorrenti sul mercato dei Lav di General dynamics. Notevoli i quantitativi di main battle tanks visti o documentati nelle stive delle navi Bahri, soprattutto gli Abrams M1a2 e probabilmente anche del modello Seepv 3, recente versione con importanti upgrade elettronici. E persino mezzi specializzati come gli Howitzer 109A6 Paladin e i M88A2 Hercules (Heavy equipment recovery combat utility lift and evacuation system). E, sempre, container e container di munizioni pesanti, missili, esplosivi, in particolare quelle prodotte dalle americane Raytheon e Lockheed Martin, dal gruppo tedesco Rheinmetall, dalla spagnole Defex e Maxam. Non sono mancati gli elicotteri. Sono stati notati gli AH-64 Apache prodotti da Boeing, elicotteri d’attacco che portano la scritta (in arabo e inglese) “God bless you”. Nella nave Bahri Abha, in porto a Genova in queste ore, sono stati rilevati almeno una mezza dozzina di Sikorsky UH-60M Black Hawk, in dotazione alla Guardia nazionale saudita».

Come racconta il giornalista Antonio Mazzeo su il manifesto «a metà marzo, le abitazioni di alcuni militanti del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) sono state perquisite dagli agenti della Digos su mandato della Procura della Repubblica. Gli inquirenti genovesi hanno contestato un’incredibile serie di reati, tra cui l’associazione per delinquere, la resistenza a pubblico ufficiale, il lancio di oggetti pericolosi, l’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, ecc… “Dallo sciopero indetto due anni fa per bloccare un carico destinato alla guerra in Yemen, a oggi, passando per la manifestazione di un anno fa contro il transito di esplosivi a bordo di un’altra Bahri diretti alla guerra siriana, gli armatori sauditi attraverso l’agenzia genovese Delta e il Terminal Gmt avevano chiesto a più riprese alla Procura la testa dei portuali”, scrivono i militanti del Calp. “Per quale colpa? Per avere messo in pratica, con le associazioni e i movimenti contro la guerra e per i diritti civili ciò che il Parlamento ha approvato poco dopo lo sciopero nel porto di Genova: lo stop alla vendita di bombe e missili ad Arabia e Emirati”».

Sì, lo so, non l’avete letto da nessuna parte. Osservare e interrogare sugli armamenti richiede la schiena piuttosto dritta e soprattutto provoca l’irritazione dei signori della guerra che muovono molti, moltissimi soldi. Però varrebbe la pena riempirsi un po’ meno la bocca della parola pace e provare a praticarla. Per questo conviene scriverne e sperare che la voce arrivi a chi dovrebbe dare risposte. Si fa così, la pace.

Buon mercoledì.

* In foto, il ministro della Difesa Guerini partecipa alla cerimonia di giuramento degli allievi della scuola militare Teulié di Milano

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Sul confine tra Polonia e Bielorussia si sta consumando una guerra contro i migranti

Polonia e Bielorussia si fanno la guerra e le guerre oggi non hanno nemmeno bisogno di armi, bastano i migranti. È dall’inizio dell’estate che la Bielorussia accoglie migliaia di migranti per poi spingerli verso il territorio polacco e dei paesi baltici, con il chiaro obiettivo di mettere in difficoltà quell’Unione Europea che da sempre è avversaria del regime autoritario di Alexander Lukashenko.

Già alcune settimane fa la Polonia aveva denunciato almeno 30mila tentati accessi alle frontiere con la Bielorussia. Alcune testimonianze dei migranti raccontano di viaggi organizzati e addirittura incoraggiati dalle autorità bielorusse che svolgono un vero e proprio ruolo di “scafisti” via terra: il viceministro della Lituania Kęstutis Lančinskas raccontò a Bbc News di avere saputo «che il governo bielorusso stava semplificando le procedure burocratiche per rilasciare visti “turistici” in Iraq».

Per un migrante che vuole arrivare in Europa ottenere il via libera per raggiungere il confine di un Paese europeo significa molto spesso essere a un passo dalla salvezza. Da mesi molte agenzie di viaggio in Iraq (ma anche in nazioni vicine) riescono a ottenere il visto nel giro di pochi giorni e a imbarcare i profughi sugli aerei delle molte compagnie che ha aperto una rotta su Minsk, la capitale bielorussa. Qui (ovviamente con l’aiuto dei trafficanti) l’ultimo passo è quello di superare il confine dove arrivano scortati dalle forze di sicurezza bielorusse con appositi bus e taxi. Allo stato attuale sarebbero almeno 2.000 le persone ammassate vicine al confine polacco (secondo la stima della Commissione Europea, il governo polacco parla di circa 4.000 persone) che si trovano sulla strada dalla bielorussa Bruzgi e la polacca Kuźnica. Si tratta di uomini ma anche famiglie, donne e bambini che stanno all’aperto con temperature vicine allo zero, senza acqua e senza cibo, con i due eserciti che si fronteggiano a pochi metri. L’accesso ai giornalisti è vietato e per ora anche l’ingresso delle associazioni umanitarie è resa molto difficile. Migliaia di persone sono di fronte al filo spinato dove il governo polacco ha schierato 22mila uomini per impedire che attraversino la frontiera. «Siamo pronti a qualsiasi scenario. La nostra priorità è una difesa solida del confine», ha twittato il ministro dell’Interno polacco, Mariusz Kaminski e ha nessuno viene in mente di preoccuparsi dell’incolumità dei migranti. «Né la Bielorussia né la Polonia ci stanno accogliendo», ha raccontato a Bbc News Shwan Kurd, un iracheno di 33 anni che si trova al confine: «Non ci lasciano dormire e siamo affamati, qui non ci sono né acqua né cibo. Ci sono bambini piccoli, anziani e famiglie».

Per abbattere il filo spinato vengono usati tronchi come arieti ma anche utensili che difficilmente i profughi possono essersi portati con loro. Per questo il governo Polacco accusa il governo di Alexander Lukashenko di rifornire alle persone tutto l’occorrente per superare la barriera. Il gioco dall’altra parte è semplicissimo accusando la Polonia di “disumanità” per la sua sospensione di procedura della richiesta d’asilo.

Dietro a tutto questo la Nato ha preso le difese della Polonia mentre la Russia (accusata da molti di essere la mente del progetto di pressione sui confini europei) ha preso le parti di Lukashenko. La tensione è altissima e basta pochissimo (un colpo sbagliato) per accendere un incendio che provocherebbe un’enorme crisi internazionale. Il fatto che la Polonia poi appoggi tutta la propria credibilità internazionale in un sovranismo dal pugno di ferro rende inevitabilmente tutto più difficile. La Polonia ovviamente ha tutto l’interesse a ingigantire il problema.

Matteo Villa dell’Ispi osserva in un’intervista a Adnkronos che «le autorità polacche a ottobre hanno detto che ci sono stati tra i 15mila e i 30mila tentativi di attraversare frontiera, ma hanno contato le stesse persone che più volte hanno provato a superare il confine». Secondo Villa la Polonia gioca per «ottenere lo sblocco dei fondi del suo Pnrr e, allo stesso tempo, spingere Bruxelles – su impulso tedesco – a chiudere un occhio sulla questione dello stato di diritto e distogliere l’attenzione dalle proteste interne per la legge sull’aborto». E in effetti anche questo è un ulteriore tassello di una crisi internazionale che sarebbe troppo banale vedere come un semplice affare di qualche migliaio di persone da ricollocare. L’Europa raccomanda la calma ma servirà molto di più per sbloccare la situazione.

L’articolo Sul confine tra Polonia e Bielorussia si sta consumando una guerra contro i migranti proviene da Il Riformista.

Fonte

Il chierichetto della guerra

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, e così via

I ministri più talentuosamente spaventosi sono quelli che non esistono, quelli che riescono ad agire sotto traccia spostando miliardi di euro mentre sulle colonne dei giornali si accapigliano su qualche sparuto milione, quelli che pesano moltissimo nel bilancio dello Stato eppure quando li vedi sembrano dei boy scout in gita a Roma, con l’espressione incredula di chi scoppierebbe a ridere confessando di essere arrivato fin lì.

Al ministero della Difesa c’è Lorenzo Guerini, uomo politico che ha avuto come più grande pregio quello di essere l’amichetto del cuore di Matteo Renzi in quel periodo in cui perfino il lattaio di Renzi finiva in qualche consiglio di amministrazione. Guerini però con Renzi ha rotto quando è nata Italia Viva e i ben informati dicono che Matteo non l’abbia presa benissimo, no. Del resto, pensateci bene, perché rischiare di scendere dal tram quando si è già arrivati alla fermata più prestigiosa. Guerini attraversa i governi e li attraverserà ancora a lungo, la scuola democristiana insegna l’arte della facoltosa immersione, e alla Difesa sta facendo cose di cui non si sente mai parlare in giro.

Cosa sta facendo Guerini? Come racconta Luciano Bertozzi in un suo articolo Guerini ha ordinato: tranche di elicotteri multiruolo Light utility helicopter (Luh) per i carabinieri, con un costo di 246 milioni di euro; programma pluriennale di ammodernamento e rinnovamento per lo sviluppo di un sistema europeo di aeromobili a pilotaggio remoto (cioè senza pilota): costo di 1.903 milioni; veicoli ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre dei carabinieri: costo 112 milioni di euro; implementazione, potenziamento e aggiornamento di una capacità di Space situational awareness (Ssa), basata su sensori (radar e ottici) e un centro operativo Ssa per la conoscenza di oggetti spaziali artificiali: costo di 90 milioni di euro.

E ancora, aggiornamento e completamento della capacità di comando e controllo multidominio delle Brigate dell’esercito italiano: costo di 501 milioni; acquisizione di ulteriori 175 veicoli di nuova generazione Vtlm Lince 2 per l’esercito italiano (mezzi ampiamente usati nelle missioni italiane all’estero): costo 385 milioni; ammodernamento e rinnovamento dei sistemi missilistici di difesa aerea navale Principal anti air missile system (Paams) e dei radar per la sorveglianza a lunga distanza imbarcati sulle navi Andrea Doria e Caio Duilio: costo di 640 milioni; munizioni a guida remota per le forze speciali.

Infine, ammodernamento, rinnovamento e potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza atlantica, e a garantire la protezione di teatro alle forze schierate in aree di operazione: costo 2.378 milioni di euro.

Guerini ha appena chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Del resto il ministro della Difesa italiano, all’incontro Nato del 17-18 febbraio, aveva annunciato di voler aumentare la spesa militare (in termini reali) da 26 a 36 miliardi di euro annui. Manlio Dinucci sul Manifesto del 23 febbraio scorso scriveva: «l’Italia si è impegnata a destinare almeno il 20% della spesa militare all’acquisto di nuovi armamenti all’interno della Nato. Per questo, appena entrato in carica, il 19 febbraio Guerini ha firmato un nuovo accordo con 13 paesi dell’Alleanza atlantica più Finlandia, denominato Air Battle Decisive Munition, per l’acquisto congiunto di “missili, razzi e bombe che hanno un effetto decisivo in battaglia aerea”».

Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, si costruiscono 48mila case popolari, si costruiscono 1.200 chilometri di autostrada. E così via, solo per dare un’idea di ordine di grandezza.

Poi ci sarebbe la domanda delle domande? Perché in Italia non esiste mai un dibattito sul convertire le spese militari in sedi civili? Bisognerebbe chiederlo a Guerini. Ma Guerini è uno di quei ministri che non esistono.

Buon lunedì.

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Gino Strada: «L’Italia ripudia la guerra ma siamo in guerra da oltre vent’anni»

Una larga fetta del Paese rifiuta l’odio xenofobo diceva Gino Strada in questa intervista per poi aggiungere: «Ma c’è bisogno di un nuovo soggetto politico. Spero che nasca»

Cosa rispondere a chi ancora continua con la retorica dell’invasione?
Risponderei di informarsi. Qui non c’è nessuna invasione, sembra che il problema dell’Italia non siano i trecento miliardi e passa lucrati dalle mafie, i centocinquanta miliardi di evasione fiscale, altri centinaia di miliardi di corruzione ma sembra che il problema siano quaranta migranti fuori dal porto di Lampedusa. Su questo si è costruita una narrazione fasulla. In Italia in questo momento sono più i giovani che se ne vanno di quelli che arrivano. Certo, gli stranieri vengono qui per ragioni diverse rispetto a chi emigra poiché l’Italia è un Paese mediamente ricco. Ma dov’è questa invasione? Calcoliamola in termini demografici: è una follia, non esiste, è una cosa costruita ad arte perché bisogna alimentare l’odio verso il diverso. Diverso che può essere declinato in vari modi: può essere il rom, il sinti, l’ebreo o il nero. Ma è un odio che si riversa sempre su chi sta al di sotto nella scala sociale. Come se la responsabilità dei problemi, anche drammatici, che vivono gli italiani, come la crisi economica e la difficoltà di arrivare a fine mese, fossero colpa degli ultimi e non colpa di chi invece sta più in alto nella scala sociale. E questa è una pazzia tipica della mentalità fascista.
Però molte persone dicono: «Non ho rappresentanza politica, non ho molti mezzi, sono un cittadino normale, cosa posso fare?». Come gli risponderesti?
Io sono tra quelli che non hanno rappresentanza politica. “Nel mio piccolo” è sempre la domanda più grande su cosa possa fare una persona. Io credo che di cose da fare ce ne siano tantissime. Cominciando dall’informarsi e dal capire l’entità reale dei problemi e delle questioni. Fino al continuare ad esercitare delle pratiche alternative, delle pratiche di resistenza e ce ne sono tantissime. Non c’è soltanto Riace, c’è una solidarietà diffusa molto importante. Poi il cittadino normale non ha spesso altri modi per dire le sue opinioni se non votando. Fino a quando non ci saranno più le elezioni, che, attenzione, non significano per forza democrazia: a volte è un esercizio tecnico e poi quando si va sui tecnicismi elettorali si vede che in realtà di possibilità di scelta il cittadino non ne ha. Però si potrebbe iniziare prendendosi l’impegno di non votare per nessuno che non ripudi sul serio la guerra. Io non voterei mai un partito che non mi garantisce che non farà mai la guerra in nessun caso, tranne ovviamente il caso di subire un’invasione militare ma non mi sembra il nostro. Io credo che il primo compito della politica sia quello di rispettare la Costituzione e i suoi principi fondamentali tra cui il ripudio della guerra e invece abbiamo una classe politica che delinque tranquillamente contro la Costituzione, senza nessun problema, e nessuno glielo fa notare.
L’Italia ripudia la guerra…
Sì, ma siamo in guerra da oltre vent’anni. O ce lo siamo dimenticati? Ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan. Certo si possono fare le solite operazioni di trasformismo: se un mio avversario compie un gesto di violenza è terrorismo mentre se lo compio io è un atto umanitario. Dobbiamo fare sparire queste nebbie, chiamare le cose con il loro nome: la guerra è guerra. L’Afghanistan è l’esempio più lampante: siamo andati lì con una decisione presa un mese dopo l’inizio dell’attacco americano e siamo ancora lì, abbiamo avuto tanti morti, abbiamo speso miliardi. C’è qualcuno che mi sa dire una ragione per cui noi siamo in Afghanistan al di là del servilismo verso gli Usa? Puro servilismo. Diciamo che siamo una colonia. Abbiamo 70 testate nucleari americane sul nostro territorio, la nostra politica estera non esiste, si prendono solo ordini. Perché oggi siamo nella Nato? Perché siamo in un’alleanza militare? Queste domande ormai non si possono nemmeno più fare, si dà per scontato che siamo una dependance degli Usa. I nostri politici fanno ridere, non hanno nemmeno quella dignità e quell’orgoglio nazionale che tra l’altro tanto vantano.
L’argomento del momento è la vicenda della Sea-Watch e la decisione presa della sua comandante…
Al di là dei dettagli tecnici mi pare che qui sia in gioco un principio: si tende a criminalizzare chi aiuta. Questa cosa è intollerabile, inaudita, perfino inaspettata nella sua rozzezza, nella sua stupidità. E questo purtroppo è un processo che va avanti da qualche anno, dal governo precedente: la guerra alle Organizzazioni non governative è iniziata con il governo a guida Pd e Minniti ministro dell’Interno.
Improvvisamente sembra che una parte degli italiani sia diventata legalitaria, tutti rispettosi delle leggi e tutti pronti a crocifiggere Carola Rackete, che ne pensi?
Vedo che siamo in un periodo in cui tutti urlano, tutti gridano, c’è gente che parla di cose che non conosce, sembra che l’incompetenza sia diventata la regola. Però io non ci credo che a questo schiamazzo di una politica ormai vergognosa corrisponda un vero sentire degli italiani. Credo che molta gente, probabilmente la maggioranza, stia mal sopportando questo clima. Per questo credo che la situazione sia ancora reversibile almeno nel nostro Paese. È vero che c’è una macchina propagandistica pazzesca e che c’è un’assenza delle più alte cariche dello Stato. Che non ci sia nessun commento sul fatto che ormai la politica si faccia con i tweet e il dibattito si faccia con gli insulti, se non con i pestaggi, è preoccupante. Un membro del Parlamento che si permette di dire «affondiamo la nave»… sono cose che erano impensabili alcuni anni fa. Però io non credo che tutto questo sia il sentire degli italiani.
Quindi sei ottimista?
Io vedo un Paese dove c’è molta solidarietà. Un Paese dove ci sono migliaia di organizzazioni, di associazioni, piccole o grandi o medie che siano, che si danno da fare comunque per migliorare la vita delle persone. Questa cosa è incompatibile con la politica attuale. Se pensassi che veramente gli italiani la pensano come Salvini dovrei concludere da medico che ci sia stato un cambiamento genetico e antropologico degli italiani. Tutta questa società civile, una volta si chiamava così, credo che vorrebbe un mondo diverso, più equilibrato, più giusto, più sereno, meno carico di odio. Credo che questa sia una brezza che c’è già e che spero diventi vento forte.
Un fischio?
Sì. Non c’è bisogno che urli una bufera però, insomma…
Però è vero che sembra che questa parte d’Italia non trovi da una parte una rappresentanza politica e dall’altra una narrazione sui media aderente alla realtà…
Questo è sicuro. Basti pensare che qualche giorno fa l’ex ministro della Difesa (Pinotti, Pd, ndr) ha emesso un comunicato di solidarietà alla Guardia di finanza e questa dovrebbe essere l’opposizione. Poi si chiedono perché perdono i voti. Ma questi sono loro. Non c’è dubbio che ci sia bisogno di un nuovo soggetto politico, non ho il minimo dubbio su questo. Credo che il Pd sia morto, sepolto e purtroppo non prenderanno mai la decisione di sciogliersi che sarebbe un grande passo avanti per l’Italia. C’è bisogno di un nuovo soggetto politico che ridefinisca le regole del vivere associato. Spero che nasca.

L’intervista di Giulio Cavalli a Gino Strada è stata pubblicata su Left del 5 luglio 2019

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Le altre interviste a Gino Strada pubblicate negli anni su Left sono qui–> https://left.it/tag/gino-strada/

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La vigliaccheria fiscale

Aumento dei ricavi per Amazon Europa che nel 2020 è arrivata a 44 miliardi di euro. Ma zero tasse. Si diceva che dalla pandemia sarebbe uscito un “nuovo mondo”… Ecco, per ora è esattamente come prima, con i ricchi sempre più ricchi. E una questione enorme politica che passa sottovoce

Complice la pandemia che è stata tutt’altro che una livella per sofferenza dei diversi lavoratori e per danni alle diverse aziende la ricchissima Amazon del ricchissimo Bezos è diventata ancora più ricca aumentando di 12 miliardi i ricavi rispetto all’anno precedente in Europa e arrivando a un totale di 44 miliardi di euro.

Poiché i numeri sono importanti vale la pena ricordare che sono 221 miliardi circa tutti i soldi che l’Italia ha a disposizione dall’Europa per risollevarsi. Giusto per fare un po’ di proporzioni. L’ultimo bilancio della divisione europea di Amazon (lo trovate qui) racconta della società con sede legale in quel meraviglioso paradiso per ricchi che è il Lussemburgo gestisce le vendite delle filiali di Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna, Olanda, Polonia, Svezia. Ovviamente le tasse si pagano sui profitti, non certo sui ricavi, eppure le acrobazie fiscali di Amazon hanno permesso di risultare in perdita per 1,2 miliardi di euro nonostante un aumento del ricavo del 30%. «I nostri profitti sono rimasti bassi a causa dei massicci investimenti e del fatto che il nostro è un settore altamente competitivo e con margini ridotti», ha spiegato un dirigente di Amazon. Insomma, poveretti, lavorano per perderci. E infatti hanno accumulato 56 milioni di euro di credito d’imposta che potranno usare nei prossimi anni e che portano a 2,7 miliardi di euro il credito totale.

È incredibile che un’azienda che vale in Borsa quanto il prodotto interno lordo dell’Italia non riesca proprio a fare profitto o forse semplicemente i profitti vengono spostati altrove, complice la vigliaccheria fiscale di un’Europa che è sempre forte con i deboli ma è sempre piuttosto debole con i forti, come sempre. Attraverso compravendite fittizie infragruppo tra filiali dei diversi Paesi i guadagni vengono spostati da dove si realizzano a dove più conviene e le contromisure del Lussemburgo contro queste pratiche sono volutamente morbide.

In una nota la commissione Ue commenta: «Abbiamo visto quanto apparso sulla stampa, non entriamo nei dettagli, in linea generale la Commissione ha adottato un’agenda molto ambiziosa in materia di fiscalità e contro le frodi fiscali, nelle prossime settimane pubblicheremo una comunicazione e sul piano globale siamo impegnati con i partner internazionali nella discussione in corso» sull’equa tassazione delle imprese. Si tratta del negoziato per definire un’imposta minima globale per evitare la concorrenza fiscale al ribasso. Quanto agli aspetti di concorrenza, del caso Amazon/Lussemburgo il dossier resta in mano alla Corte di Giustizia Ue: il gruppo Usa e il Granducato hanno contestato la decisione comunitaria che nel 2017 concluse che il Lussemburgo aveva concesso ad Amazon vantaggi fiscali indebiti per circa 250 milioni di euro, un trattamento considerato illegale «ha permesso ad Amazon di versare molte meno imposte di altre imprese». Peccato che contro la decisione europea abbia ricorso Amazon (e questo ci sta) e perfino il Lussemburgo.

Sono numeri spaventosi che raccontano perfettamente come la guerra tra poveri e tra disperati non riesca mai a guardare in alto dove si consumano le ingiustizie peggiori. Vi ricordate quando si diceva che dalla pandemia sarebbe uscito un “nuovo mondo”? Ecco, per ora è esattamente come prima, con i ricchi sempre più ricchi. E invece una questione politica enorme passa sottovoce mentre i nostri leader stanno litigando sul bacio a Biancaneve.

Buon giovedì.

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A proposito di priorità

Ogni tanto converrebbe prendersi la briga di leggere gli atti parlamentari perché in fondo è proprio il Parlamento che dovrebbe essere la sede per l’azione politica più importante, quella più sostanziosa e evidente.

Le parole, si sa, sono importanti e in politica le parole disegnano l’azione che si ha in mente per il futuro. Ogni tanto si crede che i leader politici esagerino durante le loro comparsate televisive per semplificare il loro messaggio e per fomentare un po’ la propaganda.

Ecco, proviamo a metterci le mani, tanto per capire di cosa stiamo parlando. Per Fratelli d’Italia il deputato De Toma è intervenuto alla Camera per presentare una mozione (la 1/00469) di cui è primo firmatario il suo compagno di partito Lollobrigida, dal titolo impegnativo: Mozione concernente iniziative per il rilancio produttivo e economico della nazione. Uno si immagina finalmente di vedere una proposta di soluzione da parte dell’unico partito di opposizione, sono quelli che dicono che i diritti non siano una priorità e che bisogna occuparsi del bene del Paese, non perdersi in chiacchiere. Benissimo. Nel suo discorso alla Camera ha usato parole altissime: «Più volte è stato annunciato l’avvento di tempi nuovi. Oggi ci staremmo preparando ad affrontare un’altra svolta, con il Governo dei migliori alla guida del Paese, eppure è evidente a tutti che così non è. L’Italia ha bisogno di gente che sappia fare le cose e che abbia il contatto con la vita reale».

E uno pensa: oh, finalmente si esce dalle barriere ideologiche e si lavora per il bene del Paese. Perfetto, cosa si dice nella mozione? Ecco qui uno stralcio, del “visto che”:

si assiste alla perdurante furia «gender» portata avanti dalla sinistra, a cominciare dalla sostituzione della mamma e del papà con la triste dizione «genitore uno» e «genitore due», mentre per alcune forze di Governo tematiche quali lo «ius soli» sembrano avere maggiore importanza della ripresa economica, che è la vera sfida di oggi, con la crisi che morde milioni di famiglie e di imprese italiane;

la cosiddetta «cancel culture» e l’iconoclastia, cioè la vandalizzazione o addirittura l’abbattimento di parte del patrimonio culturale considerato «politicamente scorretto», è un fenomeno che dagli Usa e da alcune nazioni europee sta arrivando, grazie ad alcuni presunti intellettuali, in Italia; il dibattito sul passato, totalmente decontestualizzato, rischia d’inasprire il confronto e di cancellare, dai libri e dal nostro patrimonio, la nostra cultura;

è insensato pensare di invertire il trend della caduta della curva demografica e della natalità zero nel nostro Paese, attraverso l’agevolazione di un ingresso incontrastato di immigrati e clandestini, anche attraverso la semplificazione contenuta nell’ultimo «decreto sicurezza» delle pratiche necessarie per ottenere accoglienza e residenza, non solo per chi provenga da zone teatro di guerra ma anche per motivi di lavoro, ove ne ricorrano i requisiti;

sul fronte della sicurezza e della lotta all’immigrazione clandestina Fratelli d’Italia ha proposto fin da subito la soluzione del blocco navale: per evitare che il Mediterraneo continui ad essere un mare di morte, regno degli scafisti e delle organizzazioni non governative che, dietro presunte operazioni umanitarie, sono state spesso complici anche involontarie ma non per questo meno colpevoli del traffico di esseri umani.

Fa bene leggere gli atti parlamentari. Perché di questo stiamo parlando: della propaganda che addirittura non viene più usata per rendere vendibili i contenuti ma che diventa essa stessa contenuto. Il rilancio del Paese, per Giorgia Meloni, è anche questa cosa qui. Segnatevelo.

Buon martedì.

(nella foto Francesco Lollobrigida e Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia)

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Draghi, Lega, ddl Zan: il male non è fare politica al Primo Maggio ma i partiti che controllano la Rai

Le domande giuste e le domande sbagliate, a prima vista, sembrano sempre più o meno la stessa cosa. La differenza è che le domande sbagliate di solito vengono poste per non ottenere risposte, ma per aumentare la polvere e la schiuma e inevitabilmente per ottenere più coinvolgimento. Più dibattito confuso, più viralità, più clic, più introiti pubblicitari e più popolarità.

Le domande sbagliate sono quelle che oggi si attorciglieranno su Fedez, come in una guerra tra galli in cui si chiede di parteggiare per il cantante o per Salvini, con Fedez o con la Rai, e infatti già scivolano le battute sulla Lamborghini, sui soldi, perfino sulla pubblicità visibile del marchio del suo cappellino.


Le domande giuste, invece, sarebbero da porre alla politica tutta, a destra e a sinistra, su un sistema che ottunde, ammortizza, diluisce tutto quello che deve passare in televisione, sulla televisione pubblica italiana, non tanto per censura ma più per una sorta di autocensura che tiene in piedi il carrozzone dell’informazione italiana in cui il primo obiettivo è quello di non incrinare relazioni che valgono molto più delle competenze per la propria carriera in Rai.

Qualcuno fa notare che non c’è stata censura poiché Fedez ha potuto comunque parlare [qui il testo integrale del suo discorso] ma si dimentica di osservare la cappa che sta sulla testa di quelli che, senza i mezzi e senza la potenza di fuoco, invece, non arrivano nemmeno allo scontro e si allineano.

Uscendo dalla diatriba tra Fedez e gli altri, allora, rimangono due punti fondamentali. Primo: che la televisione pubblica e la politica si siano adagiati su questa abitudine vigliacca di credere che i diritti vadano celebrati senza essere esercitati è la fotografia perfetta di un Paese senza coraggio.


Il Primo Maggio è la festa dei diritti ed è doveroso, ognuno secondo le proprie idee, esercitare e reclamare diritti. Altrimenti chiamatelo concerto e non ammantatelo di altri significati.

Secondo: che la politica ogni volta, ciclicamente, faccia finti di stupirsi di quel mostro che è la Rai, che la politica stessa ha creato, è un’ipocrisia intollerabile. Quello che accade a Fedez accade ai conduttori, ai giornalisti, ai collaboratori (ancora di più).

Un’azienda che ha dirigenti il cui merito è sempre quello di essere “diligenti” più che capaci è ovvio che vada a finire così e la responsabilità è tutta politica, è tutta della politica. Questa scena dei piromani che si disperano per l’incendio ce la potreste anche risparmiare, almeno per il gusto della verità e della dignità.

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Insozzare la Liberazione

Ci sono molti modi di insozzare il 25 aprile, ognuno con il proprio stile ma tutti tesi (come un braccio teso) per svilire e in fondo per provare a non scontentare i fascisti. Siamo ancora al punto in cui almeno si vergognano di leccare spudoratamente i fascisti e quindi provano ad accarezzarli di sponda. Almeno questo.

Giorgia Meloni se la gioca (come era immaginabile) trasfigurando la libertà di andare al ristorante e mette in mezzo partigiani (senza citarli, sia mai) e lavoratori provando a innescare la solita guerra tra disperazioni: “La libertà, mentre la celebriamo, non è più scontata – scrive – a oltre 70 anni dall’inizio della nostra Repubblica democratica, e ad oltre un anno dall’inizio della pandemia, il governo ancora pensa di potersi arrogare il diritto di decidere se e quando gli italiani possano uscire di casa. Appello a tutti coloro che credono nel valore della libertà: aiutateci ad abolire il coprifuoco“. Insomma: il coprifuoco è il nuovo fascismo, dice Giorgia Meloni. Complimenti.

A ruota arriva Salvini, che ormai è una Meloni in versione analcolica. Pubblica un video sui suoi social e urla: “Noi, donne e uomini liberi d’Italia, chiediamo la cancellazione dell’insensato COPRIFUOCO e la riapertura di TUTTE le attività nelle zone (gialle o bianche) in cui il virus sia sotto controllo’. Al momento le adesioni sono 7.750. Nel video pubblicato sul web, Salvini aggiunge: “Se saremo 10mila è un conto, se saremo 100mila o un milione… Oggi è la giornata della Liberazione. Io e la Lega daremo l’anima dentro al governo, perché le le battaglie si combattono stando dentro e non uscendo o scappando, cercando di limitare la prepotenza di chi vede solo rosso, divieti, chiusure e coprifuoco”. Insomma, una Giorgia Meloni al maschile con la differenza che lui sta al governo con quelli che vorrebbe pugnacemente combattere. Un eroe.

Pietro Ichino prova a allargare il campo riuscendoci male: “La Festa della Liberazione non può ridursi a un’acritica celebrazione dell’epopea partigiana: deve essere anche occasione per riflettere sulle responsabilità delle forze antifasciste nell’avvento della dittatura”. Benissimo: poi scriviamo un saggio sulla colpa degli ebrei che la Shoah se la sono andata a cercare.

Il sindaco di Codogno Francesco Passerini dimostra di essere più pandemico della pandemia rifiutando di togliere la cittadinanza onoraria a Mussolini con motivazioni che fanno spavento: “Codogno diede l’onoreficenza a Mussolini nel 1924, fu una iniziativa nazionale dell’Anci del tempo. E’ un atto storico, come quando Napoleone ha dormito a Codogno e poi andò a Lodi a far guerra. Non è che poi è venuto giù il palazzo dove dormì. Abbiamo anche alcune strutture che ricordano il periodo fascista, come Villa Biancardi che è ancora lì. E per fortuna. Non si può pensare di cancellare e demolire tutto perché costruito da una parte della storia ‘particolare’”. Insomma erano particolari, mica fascisti.

Fenomenale anche il sindaco di Salò: “Dopo la caduta del Fascismo – dice all’opposizione che chiedeva simbolicamente di togliere la cittadinanza onoraria a Mussolini – sui banchi dove state ora accomodati, si sono seduti uomini che di antifascismo e lotta partigiana potevano sicuramente fregiarsi di sapere tanto, tanto più di Voi, e di Noi, avendo fatto parte personalmente di quella lotta, avendoci messo la faccia e, avendo spesso, rischiato la vita per gli ideali in cui credevano. Eppure queste persone non si posero, allora, il problema della Cittadinanza onoraria”. Insomma: se non l’hanno fatto gli altri io mi sento assolto.

Sceglie la linea del banalissimo e goffo provocatore anche il professore universitario Riccardo Puglisi, star presso se stesso su Twitter, che ci butta un po’ di liberismo d’accatto: “Mi sembra di capire che parecchi partigiani comunisti volessero passare direttamente dalla liberazione alla dittatura del proletariato”. Che spessore, ma dai.

Infine lui, Renzi: “Oggi è festa di libertà. Memoria di chi ha combattuto per salvarci, impegno per il futuro. Rileggere oggi le lettere dei condannati a morte della resistenza commuove e spalanca l’anima”. Non è festa di libertà ma festa della Liberazione dal nazifascismo, ma figurati se riesce a dirlo. E scrive “resistenza” in minuscolo, genio. Però la festa della libertà, se gli può interessare, si festeggia proprio domani in Sudafrica. Sempre che non abbia impegni dal principe saudita.

Buon lunedì.

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Sono già in campagna elettorale

Il governo dei migliori incassa le bordate di alcuni scienziati, dice il professor Galli che «Draghi non ne ha azzeccata una sul virus» e dice Andrea Crisanti che «purtroppo l’Italia è ostaggio di interessi politici di breve termine, che pur di allentare le misure finiranno per rimandare la ripresa economica» definendo le riaperture una «stupidaggine epocale» ma su queste questioni ci si accorge di chi aveva ragione sempre dopo. E quindi tra qualche mese qualcuno potrà dire “l’avevo detto”.

Intanto però la maggioranza freme perché la politica, l’abbiamo ripetuto più volte anche qui, è una continua ricerca di consenso, più della responsabilità di governo e così Matteo Salvini (dopo essersi intestato il merito delle progressive aperture) ora spinge ancora di più sull’acceleratore chiedendo ancora di più. È normale, il suo elettorato gli chiede questo, per esistere lui deve fare questo: spingere, spingere, spingere e non dare il tempo di ragionare. Così ora la richiesta è di aprire anche i locali al chiuso e di togliere il coprifuoco. Sia chiaro: la discussione è legittima ma non chiedete a Salvini di dare delle indicazioni in base ai dati in nostro possesso. Il suo ragionamento non esiste e quindi la giustificazione è sempre quella del “buonsenso”. A ruota, ovviamente, ci sono i renziani che chiedono di riaprire le palestre (anche al chiuso) e gli impianti sportivi prima del termine di giugno fissato dal governo. È una guerra ad accalappiarsi ognuno il proprio settore. Avanti così.

Salvini intanto riesuma Berlusconi per parlarci del suo rinvio a giudizio sulla vicenda Open Arms: «Silvio ha dovuto affrontare 80 processi, io per ora solo 5-6 … Ma è evidente che la sinistra vuole vincere in tribunale le elezioni che perde nelle urne. In nessun Paese al mondo si mandano un processo gli avversari politici». Intanto ne approfitta per leccare un po’ anche Eni e Finmeccanica: «In Italia – dice – si fanno tante inchieste che poi finiscono nel nulla. Come quelle che hanno riguardato grandi società come Eni e Finmeccanica. Difendere gli interessi dell’Italia significa anche difendere le aziende italiane». Per lui difendere le aziende italiane significa non indagare. Chiaro, no?

Poi ha un’illuminazione: una commissione d’inchiesta sulla pandemia (che in effetti potrebbe fare luce su molte responsabilità che meritano di essere indagate) ma anche qui riesce a buttarla in caciara sparando sulle «responsabilità del ministro Speranza», come al solito trasformando tutto in guerriglia ad personam, la stessa di cui si lamenta. E a chi pensa per trovare i voti di un’operazione del genere? Lo dice lui stesso: il centrodestra e Italia Viva di Renzi. E intanto getta l’amo.

Vi ricordate quando si diceva che Draghi li avrebbe tenuti tutti in riga? La riga si è già spezzata e vedrete che basterà che si abbassino i numeri drammatici del contagio perché inizi subito la campagna elettorale. In testa, ovviamente, i due Mattei che stanno già muovendo le code sotto traccia.

Buon lunedì.

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Lo stolto guarda il dito

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha incontrato il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen decidendo di fare apparecchiare una sedia accanto alla sua per il presidente del Consiglio Europeo e lasciando di lato la presidente della Commissione. Di lato, con tutto il significato simbolico che ha quell’immagine in cui i due maschi se la cantano e se la suonano in posizione padronale mentre Von der Leyen appare lì solo di passaggio. Erdoğan, come molti dei sovranisti di questa epoca triste, sa benissimo che un’immagine può essere utilissima per solleticare gli sfinteri dei suoi elettori senza nemmeno prendersi la briga di dovere aggiungere altro. Del resto chi è povero di contenuti ha sempre bisogno di simboli per non apparire vuoto.

Von der Leyen ha capito al volo e non ha gradito se è vero che il suo portavoce Eric Mamer in conferenza stampa ha raccontato come sia rimasta “sorpresa” e dopo la «sorpresa, Von der Leyen ha deciso di andare avanti, dando priorità alla sostanza dell’incontro più che al protocollo». Anche sul fatto che la scelta del premier turco sia stata presa contro le donne non sembra lasciare molti dubbi (e lo scriviamo prima che qualche fallocrate venga a spiegarci che si tratta delle solite fisime da femministe) se è vero che Mamer ha dichiarato apertamente che «indipendentemente dal fatto che von der Leyen sia una donna, la presidente doveva essere accomodata come le altre istituzioni europee».

C’è da dire che anche l’atteggiamento del presidente del Consiglio Europeo Charles Michel è riuscito a brillare per mediocrità: se è vero che da Erdoğan non ci sia molto di diverso da aspettarsi il collega di Von der Leyen avrebbe potuto fare un gesto, almeno un cenno, anche perché dalle informazioni a disposizione sembra che sia stato proprio il suo staff a eseguire il sopralluogo prima dell’incontro. Ma vuoi mettere la soddisfazione di fare il maschio tra maschi con una donna di lato? Deve essere stato irresistibile.

Poi, volendo, ci sarebbe il punto politico: Erdoğan già si è distinto per pessimi commenti discriminatori e offensivi nei confronti delle donne, nel 2016 disse che erano da considerarsi «prima di tutto delle madri». Poi il suo governo ha annunciato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. In Turchia tra l’altro si viaggia alla media di due femminicidi al giorno e la pandemia ha escluso ulteriormente le donne dalla partecipazione al mondo del lavoro e alla politica.

Infine c’è la domanda delle domande e c’è anche la risposta: l’Europa si tiene stretto Erdoğan (con i nostri 6 miliardi regalati) per le sue ingerenze militari e per assolvere il lavoro sporco che l’Europa gli ha appaltato. I signori della guerra sono i sicari dell’Europa per fingere di dimenticarsi dei diritti umani. In cambio basta blandirli un po’ (come ha fatto nei giorni scorsi Draghi) oppure ingoiare qualche sgarbo nel cerimoniale. E chissà che i bifolchi non siano solo quelli che vengono colti in fallo, chissà che non si stia guardando il dito.

Buon giovedì.

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