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Da traditori a traditi: Renzi e Calenda hanno lasciato il Pd, ma continuano a essere ossessionati dai dem

La giornata successiva alle elezioni amministrative è una babele di vincitori che si esercitano in acrobatici ragionamenti per convincerci che hanno vinto. Accade sempre così, vincono tutti, vincono quelli che hanno vinto sul serio e vincono perfino quelli che fino a qualche ora fa ci avevano promesso che avrebbero “asfaltato tutti” e ora se ne stanno con le loro risibili percentuali a battersi le pacche sulle spalle.

Quelli che vincono sempre e che è sempre merito loro sono ovviamente gli adepti di Italia Viva (che è una cosa ben diversa dai stimabilissimi elettori del partito) che riescono addirittura a gonfiare il petto dopo un’elezione in cui il presidente del partito Ettore Rosato rivendica l’elezione del sindaco di Terzorio, unico candidato ovviamente eletto con il 100% dei voti che sono 124 in tutto.

In realtà Rosato si è dimenticato di dire che con il 70% dei voti è stato eletto anche il loro sindaco di Garda Davide Bendinelli ma avrebbe dovuto anche raccontarci che il loro sindaco è uno dei tanti prodotti di “Forza Italia Viva”, ex berlusconiani fulminati sulla strada di Renzi e dalle loro parti, si sa, insistono per sembrare di centrosinistra.

Stessa cosa accade per Calenda che incassa un ottimo risultato a Roma ma come al solito non riesce a trattenere il suo machismo politico: confronta i risultati della sua unica lista che lo sosteneva come candidato sindaco con quello del PD che era solo una delle tante liste a sostegno di Gualtieri (che è un po’ come fare la somma dei litri con i chili), confessa di avere preso voti da destra e da sinistra ma vorrebbe essere il federatore del centrosinistra (con la solita presunzione di essere lo spin doctor di tutto l’arco parlamentare) e poi finge di avere fatto una campagna elettorale “senza appoggi e senza media” (fa già ridere così). 

Il punto sostanziale però rimane sempre l’ossessione di Renzi e di Calenda per il PD. I calendiani e i renziani più agguerriti addirittura si spingono ad accusare il Partito Democratico di non avere appoggiato Calenda: “se avessero sostenuto lui sarebbe già sindaco” scrivono con il solito vizio di sommare le percentuali com se fosse un travaso di liquidi (come se gli elettori di entrambi non ragionassero ma barrassero semplicemente un nome).

A nessuno viene il dubbio che Calenda (come Renzi) sia lo stesso che ha deciso di lasciare il PD (dopo essere stato comodamente “creato” politicamente dal PD) sbattendo la porta e urlacciando le peggio cose, scappando come se fossero degli appestati e poi costruendo tutta sua campagna elettorale a demonizzare i suoi ex compagni di partito (mentre nel frattempo normalizzava i singulti fascisti che arrivavano da destra).

Qui siamo al capolavoro della presunzione: lasciano il proprio partito e pretendono di essere amati ancora, accusando i democratici di essere troppo scarsi per poter essere amati a lungo e incolpandoli della fine della relazione. Il ragionamento è piuttosto contorto ma viene riproposto in ogni dove: Renzi e Calenda ripetono ossessivamente che il PD fa schifo e indicano come unica possibilità di salvezza del PD il cominciare a fare esattamente quello che vorrebbero loro. Non è un po’ infantile come ragionamento politico, sinceramente?

Il fatto è che in politica le situazioni assumono contorni diversi in base a come vengono raccontate: Calenda, per dire, ha vinto di pochissimo su Virginia Raggi (che avrebbe dovuto essere la sindaca più catastrofica della storia di Roma, proprio secondo la narrazione di Renzi e Calenda) e ha preso qualche voto in più del precedente “candidato civico” Alfio Marchini (ve lo ricordate? Ecco, ricordatevelo, per avere un po’ il senso delle proporzioni). 

Che in Italia ci sia uno spazio per i liberali e che i liberali in Italia possano trovare un degno leader in Calenda (per molti aspetti molto più presentabile di Renzi che infatti ha capito benissimo l’aria che tira dopo queste amministrative) è sicuramente un buona notizia. Ma che Calenda e compagnia cantante vogliano convincere che il liberismo sia l’unica via della sinistra è qualcosa che lascia più che perplessi.

E forse sarebbe il caso di smetterla di menar calci e essere seri, sul serio (come diceva la campagna di Calenda) e dire chiaramente cosa si intende fare nel secondo turno senza dilungarsi in bizze da traditori che vorrebbero rivendersi come traditi. Altrimenti c’è sempre una via d’uscita: che gli scontenti cronici si trasferiranno a Terzorio.

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11 settembre, dove siamo ora? Gli uomini che cadono dal cielo di Kabul ci hanno fatto tornare al punto di partenza

“11 settembre 2001, dove eravate?”, chiedono oggi moltissimi giornali. Si sa, l’aspetto emozionale è utile per sviluppare empatia facile ma è utile anche a chi ha bisogno di umanizzare la guerra per rivendere la vendetta come giustizia. 11 settembre 2001, dove siamo ora? È cambiata la percezione del terrore e del terrorismo, questo sicuro, e la paura è diventata un’arma di governo potentissima. Certo, come sottolinea con la solita puntualità l’Ispi, “nell’ultimo decennio il numero di attacchi terroristici di matrice jihadista è aumentato di 6 volte rispetto al decennio precedente” (quindi la lotta al terrorismo ha dato combustibile all’ingrossarsi del terrorismo) e 20 anni dopo (lo dice sempre Ispi) ci sono quasi quattro volte più militanti islamici sunniti oggi di quanti ce ne fossero l’11 settembre 2001 e restano inoltre attivi quasi 100 gruppi estremisti islamici.

I numeri però vanno usati e vanno osati: gli attacchi terroristi successivi a quello dell’11 settembre negli Usa hanno provocato 91 morti. Negli USA sono morte nel frattempo 566 morti per sparatorie di massa. Il processo di trasformazione della sensibilità per il terrorismo ha creato, come spesso succede, terrorismi brutti, sporchi e cattivi e terrorismi che invece non vengono raccontati. Sono passati 20 anni, siamo ancora qua.

Dove siamo oggi? Siamo alla resa dei conti per quanto riguarda la fallibilità dell’esportazione di democrazia: la forza militare americana (e la NATO) attraversano uno dei loro punti più bassi di credibilità. Sono morte 900mila persone nelle guerre post-11 settembre di cui almeno 335mila civili. Sono stati spesi dagli USA 8 trilioni di dollari: sempre Ispi sottolinea come “la guerra afghana è durata più delle due guerre mondiali e delle operazioni in Vietnam, con la perdita di 2500 soldati US, 67mila militari afghani e 47 mila civili”.

Cosa siamo oggi? Ci eravamo ripromessi di curare l’odio degli altri e intanto abbiamo concimato l’odio interno. I populismi di destra sparsi in giro per il mondo da quell’11 settembre hanno raccolto e manipolato barili di islamofobia per incendiare gli umori: Ispi sottolinea come “se nel 2000 ci furono solo 12 aggressioni anti-musulmane negli Stati Uniti segnalate all’FBI, nel 2001 divennero 93, e nel 2020 se ne contano 227”. Per toccare l’aria qui da noi basterebbe anche solo leggere i comunicati stampa e i tweet dei nostri leader più destrorsi. Anche “l’importazione della democrazia” non è andata benissimo, no.

In Afghanistan l’impertinente sceneggiatura della Storia ci ha lasciato uomini che cadono dal cielo, ancora, come se questi vent’anni avessero semplicemente fatto il giro per tornare al punto di partenza. Nel frattempo gli USA hanno speso 233 miliardi di dollari per l’assistenza sanitaria ai veterani di guerra in Afghanistan, 433 miliardi di dollari per l’aumento del budget del dipartimento della Difesa, 532 miliardi di dollari di interessi stimati sui prestiti di guerra, i 60 miliardi di dollari di budget afghano del Dipartimento di Stato e 1055 miliardi di dollari del dipartimento della Difesa. Tutto questo per lasciare un Paese più povero di com’era, con i talebani ancora al potere.

Dove siamo oggi? Quando gli Usa 20 anni fa invadevano l’Afghanistan (ripetendo il messaggio “non siamo venuti qui solo per catturare Osama Bin Laden, Al Qaeda e coloro i quali aiutano Osama Bin Laden”) venivano diffusi filmati in cui gli afghani si erano rasati barba e capelli, le donne si erano tolte il burqa e ballavano a ritmo di musica. Abbiamo passato 20 anni a tenere i riflettori su Kabul mentre nelle zone rurali i cittadini provavano la terribile esperienza della guerra. 20 anni dopo siamo sommersi dalla narrazione che ora la guerra sia “più sicura” grazie ai droni. Nel sud del Paese, nella provincia di Kandahar, il 7 ottobre del 2001 è avvenuto il primo attacco con droni nella storia dell’umanità. L’obiettivo era il leader dei talebani Mullah Mohammad Omar che però morì un decennio dopo per cause naturali. Fu solo il primo di una serie di casi: qualche settimana fa dopo la caduta di Kabul è riapparso Khalil ur-Rahman Haqqani, leader talebano della famigerata Rete Haqqani: lui, come Khalil ur-Rahman o suo nipote Sirajuddin (vice leader dei talebani), erano stati dichiarati “uccisi” dagli USA. Vengono chiamati “fantasmi” perché regolarmente riappaiono vivi e vegeti. E allora chi hanno ucciso quei droni? Nel 2014, il gruppo britannico per i diritti umani Reprieve ha rivelato che tra il 2002 e il 2014 in Pakistan e Yemen, i tentativi di uccidere 41 uomini tramite droni armati hanno provocato la morte di circa 1.147 persone. 20 anni dopo dovremmo sapere che no, che la guerra non è diventata buona e giusta e che i combattenti talebani sono capaci di nascondersi dai droni con successo a differenza dei civili agricoltori, negozianti o tassisti che ci rimangono uccisi. Anche qui siamo, ora.

Nel palazzo presidenziale di Kabul intanto ci ritroviamo comandanti che rivendicano la propria detenzione a Guantanamo e un ministro con un’enorme taglia sula sua testa per terrorismo. Dove siamo 20 anni dopo? Siamo qui. E chissà che non siano bastati 20 anni perché gli analisti e i politici abbiano imparato ad allargare lo sguardo.

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Afghanistan: che fine hanno fatto i bambini?

L’Unicef ha registrato 300 bambini afgani evacuati dal Paese, non accompagnati e separati dalle proprie famiglie. Ma è un numero destinato a crescere. E in Afghanistan sono 10 milioni i piccoli che hanno bisogno di assistenza umanitaria

Le scene dell’aeroporto di Kabul hanno fatto il giro del mondo. I bambini passati di mano in mano, con i genitori che accettavano lo strappo pur di salvarli. Di bambini poi si sono riempiti la bocca tutti, perfino i più sovranisti dei più destrorsi sovranisti, quelli che ci dicevano che bisognasse “salvare i bambini” e noi ci siamo permessi fin dall’inizio di fare notare che dividere le famiglie fosse davvero un modo discordante con la sacralità della “famiglia tradizionale” che proprio loro continuano a cavalcare.

Ma che fine hanno fatto i bambini? L’Unicef e i suoi partner hanno registrato circa 300 bambini non accompagnati e separati evacuati dall’Afghanistan. Ma sono numeri assolutamente precari, destinati a crescere mentre proprio in questi giorni sono in corso le identificazioni. Parliamo di circa 300 bambini che non hanno accanto a loro nessun legame famigliare, vulnerabili e scossi. Per questo Unicef ieri ha raccomandato che «durante i processi di tracciamento e ricongiungimento, i bambini dovrebbero ricevere un’accoglienza alternativa sicura e temporanea, preferibilmente con parenti o in un contesto familiare. La collocazione all’interno di centri di accoglienza dovrebbe essere l’ultima risorsa, e solo temporanea».

Dice Henrietta Fore, direttrice generale del’Unicef: «I governi dei Paesi in cui si trovano i membri della famiglia di bambini separati e non accompagnati dovrebbero cooperare e facilitare il ricongiungimento e percorsi migratori sicuri e legali per questi bambini, se ciò è nel superiore interesse del bambino. La definizione di membri della famiglia dovrebbe essere abbastanza ampia affinché i bambini non accompagnati possano essere affidati in sicurezza a parenti che si prendano cura di loro. Allo stesso modo, i bambini che viaggiano con adulti di fiducia dovrebbero rimanere con loro se ciò è nel loro superiore interesse. Separare i bambini da adulti che conoscono e dai quali ricevono cure potrebbe causare ulteriori problemi. Tutti i bambini hanno il diritto di stare con le loro famiglie. Le parti coinvolte nell’evacuazione e nell’accoglienza delle persone che fuggono dall’Afghanistan dovrebbero compiere ogni sforzo per evitare la separazione delle famiglie in primo luogo. Questo significa assicurare un adeguato coordinamento tra gli attori civili e militari, stabilire una registrazione di base dei bambini e delle famiglie, e verificare le liste di volo».

La solidarietà non si decanta, la solidarietà si attua mettendo in campo tutti gli strumenti a disposizione. Ora, passati i giorni convulsi dell’assalto all’aeroporto per la fuga, è il tempo di stabilire le priorità e di trovare le soluzioni. Quei bambini (così come tutti gli afgani) non durano il tempo utile per essere filmati in qualche servizio di un telegiornale ma esistono anche (e soprattutto) dopo, mentre soggiornano in centri di accoglienza senza avere la bussola per immaginare una ricostruzione affettiva. Non è un questione di bontà, è quello che si deve fare. A proposito: in Afghanistan più di 550mila persone sono state sfollate a causa del conflitto e 10 milioni (10.000.000) dei bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria. Il dolorosissimo disastro è qui, ora, sotto i nostri occhi.

Buon mercoledì.

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Poveri, ovvero ricchi che non ce l’hanno fatta

Forse sarà che abbiamo una classe politica più dedita alla rappresentazione che alla rappresentanza ma questa estate la ricorderemo come la stagione dell’esplosione definitiva della pauperofobia. Non si tratta di un’irrazionale paura della povertà, come ci si potrebbe perfino aspettare in un Paese di aspiranti borghesi sempre sul limite del bonifico, dove l’autopreservazione è la realizzazione più alta a cui aspirare. È piuttosto una paura epidermica e nervosa di poveri, un’irritazione sociale che provoca reazioni scomposte ogni volta che se ne incontra qualcuno. Come per quelli che temono i ragni e agitano le tende con le dita, terrorizzati che la bestiolina possa saltare fuori.

Che paura, i poveri. Li incroci girando l’angolo di qualche periferia, li trovi in mandria che prendono il primo treno del mattino. E ogni volta una vocina nella testa ripete che no, non è tutto così serenamente previsto. Per evitarli, fisicamente e intellettualmente, i pauperofobici fanno il giro lungo. Non è volontà di disinfestazione (anche i pauperofobici sanno che senza poveri non esisterebbero i ricchi), piuttosto il sogno di una modalità di vita e di mondo che gli permetta di non doversene curare, di poter adottare un distanziamento sociale, politico e culturale utile ad alimentare l’illusione che non esistano.

La retorica sul reddito di cittadinanza e sulle colpe di chi è in stato di indigenza è il mezzo dei politici per scacciare la paura dei poveri
Milano, un “muro della gentilezza” (Getty)

La povertà come punizione giusta per un fallimento

Il pauperofobico, poi, ha bisogno di trovare le colpe. Per lui la povertà non esiste ma è solo una punizione giusta per un fallimento. Così si rincuora, scoprendo ogni volta quale sia il peccato mortale che ha ridotto qualcuno in cenci. «Se conosco gli errori da non fare e poiché sono sicuro della mia capacità di non compierli, allora non rischierò mai di diventare povero», si ripete ossessivamente e, in quest’estate di pauperofobia, tutti i malati si sono strizzati le meningi per scovare le cause e dormire sereni. Le cause, appunto. Va forte l’indolenza, un sempreverde che dura da decenni e sostiene una visione del mondo per cui se fai quello che devi allora non avrai problemi di sorta (sì, ciao). Va forte la mancata educazione: «beh, con una famiglia così», dicono i pauperofobici dandosi pacche sulla spalla, convinti che lo scopo di uno Stato sia quello di assegnare il marchio doc alla famiglia giusta. E del resto se qualcuno paga lo scotto di nascere in una famiglia così (che significa povera, ma il pauperofobo non ha il coraggio di una parola che gli risuona come bestemmia) è normale diventi così anche lui.

La vera novità però è il reddito di cittadinanza. Il duo dei Mattei ha capito benissimo che i poveri sono tali perché ne hanno ricevuto lo status. E poiché, secondo loro, la parola genera realtà, si ingegnano per dire ai poveri che non sono solo poveri ma semplicemente colpevoli. Hanno passato tutta l’estate a ripeterci che non si trovavano lavoratori perché i poveri sono dei privilegiati che possono cullarsi della loro situazione. Poi è accaduto che l’Inps abbia dato i numeri  – 142mila contratti per gli «stagionali che non si trovano», mai così tanti in 8 anni – e loro abbiano fatto finta di niente. I pauperofobici sono così, scollegati da una realtà che altrimenti li schianterebbe.

I pauperofobici vorrebbero solo un bidone in più per la differenziata

Poiché odiano i poveri, i pauperofobici non sopportano nemmeno che esista un dibattito sulla povertà, vorrebbero semplicemente un bidone in più nella raccolta differenziata per buttarceli dentro e di solito quel bidone si chiama periferia. Sostengono, poi, che il reddito di cittadinanza sia discriminatorio: se esiste un sostegno per i poveri allora perché non pensarne uno anche per i biondi oppure per i cittadini che hanno troppo spazio tra i denti?

Sapete perché odiano i poveri? Perché, in fondo in fondo, hanno la netta sensazione di non conoscere davvero le chiavi del proprio successo. In cuor loro, anche se non lo diranno mai, sanno benissimo che la ricchezza non è un merito (nonostante insistano nel gridarlo) ma spesso una concatenazione di fattori, dal censo alle possibilità che altri non hanno avuto. Come gli artisti che non riescono a governare la propria ispirazione temono fortissimamente di svegliarsi una mattina scoprendo di averla persa. I pauperofobici odiano i poveri perché hanno una paura fottuta di diventarlo. Hanno costruito un’architettura di tesi che non stanno in piedi per rassicurare la loro ossessione nascosta. Convinti se non esisteranno più poveri, svanirà anche l’incubo di risvegliarsi tale. Solo che hanno ammantato questa loro giustificazione rivendendola per tesi politica. Che povertà, di spirito.

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Vaccini: questi non li vogliono, quelli non li hanno

Mentre protestano le piazze no vax in Italia, in Francia, in Australia, soltanto l’1,5% della popolazione dell’Africa ha ricevuto il vaccino. Ancora una volta i Paesi ricchi del mondo hanno strombazzato un presunto piano di solidarietà che, guarda un po’, sta fallendo miseramente…

Nel frastuono delle proteste delle piazze no vax in Italia, in Francia, in Australia e c’è da scommettere presto in tutto il mondo (come si esportano ultimamente le battaglie che tornano utili ai complotti non si era mai visto) la disuguaglianza del mondo assume un contorno chiarissimo che disegna il momento in cui siamo.

Europa e Usa stanno cercando modi per convincere più persone possibili a vaccinarsi (modi spesso sbagliati, questo possiamo dirlo perché pare che sia un argomento intoccabile e invece non lo deve essere, ci torniamo nei prossimi giorni) e intanto in Africa finora solo 20 milioni di africani (parliamo dell′1,5% della popolazione del continente, tanto per avere un’idea) sono stati interamente vaccinati contro Covid-19 e solo l′1,7% dei 3,7 miliardi di dosi somministrate a livello globale è stato destinato all’Africa. Situazione simile dall’America Latina al Medio Oriente al sud-est asiatico e mica per niente qualche giorno fa l’ex presidente brasiliano Lula ha lanciato un appello (caduto nel vuoto per ora) a Mario Draghi.

Ancora una volta i Paesi ricchi del mondo hanno strombazzato un presunto piano di solidarietà che, guarda un po’, sta fallendo miseramente. E guai a parlarne troppo in giro: è sempre il solito trucco di appuntire l’emergenza più vicina per offuscare quelle più lontane e scrollarsi di dosso la responsabilità collettiva, una sorta di sovranismo che però si ammanta di una certa eleganza pur avendo la stessa ferocia di quello più populista.

Il progetto Covax era studiato per permettere ai 92 Paesi a basso reddito di acquistare le dosi di vaccino con l’aiuto dei donatori (gli Stati più ricchi che avrebbero dovuto pagare in anticipo le loro dosi di vaccini entro metà settembre 2020) organizzati dall’Advance Market Commitment, a cui però i soldi sono arrivati in ritardo. L’ingordigia invece ha vinto e così ad agosto 2020 gli Stati Uniti avevano già stipulato sette accordi con sei aziende da più di 800 milioni di dosi (sarebbero il 140% della popolazione) mentre il Regno Unito addirittura ha siglato accordi per il 225% della popolazione. L’Europa ha cercato di tenere il passo con accordi (molto confusi).

Covax aveva lo scopo di fornire vaccini Covid-19 per tutti sulla base della solidarietà e dell’equità. Invece, si basa sulla volontà dei Paesi ricchi di condividere le loro dosi, scrive Ann Danaiya Usher in un articolo su Lancet. Insomma, è andata come sempre.

Ma c’è un altro aspetto fondamentale: oltre che immorale l’atteggiamento dei Paesi ricchi continua anche a essere stupido, un sabotaggio di se stessi poiché la variante Delta ora sta sviluppando la necessità di una terza dose (e quindi nuovi approvvigionamenti) nonché delle possibili varianti proprio dai Paesi più poveri e scoperti dal vaccino. Un capolavoro di idiozia, insomma.

E in tutto questo l’ipotesi di superamento dei brevetti continua a rimanere incagliata nelle maglie dell’ingordigia delle industrie farmaceutiche. Insomma, siamo ben lontani dalla narrazione del “tutto va bene” che viene imposta a piè sospinto da quasi tutti i media. Basterebbe allargare lo sguardo per accorgersene.

Buon martedì.

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La festa alle mamme

Un altro giorno da reality show è passato. Con i politici che festeggiano la mamma senza proporre soluzioni per sostenere le donne madri. Che nel 2020 in tante hanno perso il lavoro o vi hanno rinunciato per seguire i figli. Anche perché mancano gli asili nido

In questo tempo in cui tutti i giorni i politici non possono permettersi di dimenticare di onorare le feste ieri si è assistito a un profluvio di auguri dei leader (e pure di quelli meno leader) alle loro mamme e a tutte le mamme d’Italia (i patriottici) e a tutte le mamme del mondo (i globalisti). Ci siamo abituati, senza nemmeno farci più troppo caso, ad aspettarci dai politici gli stessi input di un influencer, mettiamo il mi piace alla sua foto con la mamma e ci scaldiamo per un augurio pescato su qualche sito di aforismi.

Le mamme, dunque. Su 249mila donne che nel corso del 2020 hanno perso il lavoro, ben 96 mila sono mamme con figli minori. Tra di loro, 4 su 5 hanno figli con meno di cinque anni: sono quelle mamme che a causa della necessità di seguire i bambini più piccoli hanno dovuto rinunciare al lavoro o ne sono state espulse. D’altronde la quasi totalità – 90mila su 96mila – erano già occupate part-time prima della pandemia. È questo il quadro che emerge dal 6° Rapporto Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021, diffuso in occasione della Festa della mamma da Save the Children. Uno studio sulle mamme in Italia che, oltre a sottolineare le difficoltà affrontate fa emergere ancora una volta il gap tra Nord e Sud del Paese.

Già prima della pandemia la scelta della genitorialità, soprattutto per le donne, è spesso interconnessa alla carriera lavorativa. Stando ai dati, nel solo 2019 le dimissioni o risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro di lavoratori padri e lavoratrici madri hanno riguardato 51.558 persone, ma oltre 7 provvedimenti su 10 (37.611, il 72,9%) riguardavano lavoratrici madri e nella maggior parte dei casi la motivazione alla base di questa scelta era la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze della prole.

Lo «shock organizzativo familiare» causato dal lockdown, secondo le stime, avrebbe travolto un totale di circa 2,9 milioni di nuclei con figli minori di 15 anni in cui entrambi i genitori (2 milioni 460 mila) o l’unico presente (440 mila) erano occupati. Lo «stress da conciliazione», in particolare, è stato massimo tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi (formali o informali) per la cura dei figli: si tratta di 853mila nuclei con figli 0-14enni, nello specifico 583mila coppie e 270mila monogenitori, questi ultimi in gran parte (l’84,8%) donne.

Il problema è urgente: nonostante gli asili nido, dal 2017, siano entrati a pieno titolo nel sistema di istruzione, ancora oggi questa rete educativa è molto fragile e, in alcune regioni, quasi inesistente. Una misura necessaria a dare ai bambini maggiori opportunità educative sin dalla primissima infanzia, che contribuirebbe a colmare i rischi di povertà educativa per le famiglie più fragili, ma anche a riportare le donne e in particolare le madri nel mondo del lavoro. La Commissione europea ha indicato come obiettivo minimo entro il 2030 per ciascun Paese membro di almeno dimezzare il divario di genere a livello occupazionale rispetto al 2019 ma per l’Italia, numeri alla mano, la missione sembra praticamente impossibile.

In un Paese normale nel giorno della Festa della mamma i politici non festeggiano la mamma ma illustrano le proposte. La politica funziona così: c’è un tema e si propongono soluzioni. Il dibattito politico ieri era polarizzato sui disperati che sono sbarcati (vedrete, ora si ricomincia) e su una libraia (una!) che ha liberamente scelto di non vendere il libro di Giorgia Meloni (censura! censura! gridano tutti).

E intanto un altro giorno da reality show è passato.

Buon lunedì.

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Brescia, da negazionisti a disperati: la parabola dei due no vax che hanno incendiato un hub vaccini


Da baldanzosi sostenitori delle teorie negazioniste, della fantomatica “dittatura sanitaria” ad agnellini pronti a chiedere scusa. È la parabola dei due no vax e negazionisti del virus che lo scorso 3 aprile hanno incendiato con due molotov un centro vaccinale a Brescia. Il primo maggio sono stati arrestati e accusati di terrorismo: davanti al giudice sono prima rimasti in silenzio, ma poi hanno rinnegato le loro farneticanti tesi chiedendo scusa alla cittadinanza. “Sono disperati, sanno di avere fatto una sciocchezza, intendono dimostrare di non essere terroristi”, hanno detto i loro avvocati.
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Dal bacio di Biancaneve a «è una vergogna signora mia…»

Era inevitabile ed è accaduto: a furia di moltiplicare iperboli per leccare anche l’ultimo clic indignato sul fondo della scatola perfino Enrico Mentana decide di dire la sua sulla “cancel culture” con due righe veloci, di passaggio, sui social paragonandola niente popò di meno che ai roghi dei libri del nazismo, con annessa foto di in bianco e nero di un rogo dell’epoca perché si sa, l’immagine aumenta a dismisura la potenza algoritmi del post.

Una polemica partita da un giornalino di San Francisco

La settimana delle “irreali realtà su cui pugnacemente dibattere” questa settimana in Italia parte dal bacio di Biancaneve cavalcato (in questo caso sì, con violenza amorale) da certa destra spasmodicamente in cerca di distrazioni e si conclude con gli editoriali intrisi di «è una vergogna, signora mia» di qualche bolso commentatore pagato per rimpiangere sempre il tempo passato. Fa niente che non ci sia mai stata nessuna polemica su quel bacio più o meno consenziente al di là di una riga di un paio di giornaliste su un quotidiano locale di San Francisco: certa intellighenzia Italiana si spreme da giorni sull’opinione di un articolo di un giornalino oltreoceano convinta di avere diagnosticato il male del secolo, con la stesa goffa sproporzione che ci sarebbe se domani un leader di partito dedicasse una conferenza stampa all’opinione di un avventore del vostro bar sotto casa. Un ballo intorno alle ceneri del senso di realtà per cui si son agghindati tutti a festa, soddisfatti di fare la morale a presunti moralisti di una morale distillata dall’eco dopata di una notizia locale.

Se la battaglia “progressista” si ispira a Trump

Chissà se i democraticissimi e presunti progressisti che si sono autoconvocati al fronte di questa battaglia sono consapevoli di avere come angelo ispiratore l’odiatissimo Donald Trump, il migliore in tempi recenti a utilizzare la strategia retorica del politicamente corretto per spostare il baricentro del dibattito dai problemi reali (disuguaglianze, diritti, povertà, discriminazioni) a un presunto problema utilissimo per polarizzare e distrarre. Nel 2015 Donald Trump, intervistato dalla giornalista di Fox Megyn Kelly su suoi insulti misogini via Twitter («You’ve called women you don’t like fat pigs, dogs, slobs and disgusting animals…») rispose secco: «I think the big problem this country has is being politically correct». Che un’arma di distrazione di massa venisse poi adottata dalle destre in Europa era facilmente immaginabile ma che si attaccassero a ruota anche disattenti commentatori e intellettuali (?) convinti di purificare il mondo era un malaugurio che nessuno avrebbe potuto prevedere. Così la convergenza di interessi diversi ha imbastito un fantasma che oggi dobbiamo sorbirci e forse vale la pena darsi la briga di provarne a smontarne pezzo per pezzo.

La banalizzazione delle lotte altrui è un modo per disinnescarle

C’è la politica, abbiamo detto, che utilizza la cancel culture per accusare gli avversari politici di essere ipocriti moralisti concentrati su inutili priorità: se io riesco a intossicare la richiesta di diritti di alcune minoranze con la loro presunta e feroce volontà di instaurare una presunta egemonia culturale posso facilmente trasformare gli afflitti in persecutori, la loro legittima difesa in un tentativo di sopraffazione e mettere sullo stesso piano il fastidio per un messaggio pubblicitario razzista con le pallottole che ammazzano i neri. La banalizzazione e la derisione delle lotte altrui è tutt’oggi il modo migliore per disinnescarle e il bacio di Biancaneve diventa la roncola con cui minimizzare le (giuste) lotte del femminismo come i cioccolatini sono stati utili per irridere i neri che si sono permessi di “esagerare” con il razzismo. Il politicamente corretto è l’arma con cui la destra (segnatevelo, perché sono le destre della Storia e del mondo) irride la rivendicazione di diritti.

Correttori del politicamente corretto a caccia di clic

Poi c’è una certa fetta di artisti e di intellettuali, quelli che hanno sguazzato per una vita nella confortevole bolla dei salottini frequentati solo dai loro “pari”, abituati a un applauso di fondo permanente e a confrontarsi con l’approvazione dei propri simili: hanno lavorato per anni a proiettare un’immagine di se stessi confezionata in atmosfera modificata e ora si ritrovano in un tempo che consente a chiunque di criticarli, confutarli e esprimere la propria disapprovazione. Questi trovano terribilmente volgare dover avere a che fare con il dissenso e rimpiangono i bei tempi andati, quando il loro editore o il loro direttore di rete erano gli unici a cui dover rendere conto. Benvenuti in questo tempo, lorsignori. Poi ci sono i giornalisti, quelli che passano tutto il giorno a leggere certi giornali americani traducendoli male con Google e il cui mestiere è riprendere qualche articolo di spalla per rivenderlo come il nuovo ultimo scandalo planetario: i politicamente correttori del politicamente corretto è un filone che garantisce interazioni e clic come tutti gli argomenti che scatenano tifo e ogni presunta polemica locale diventa una pepita per la pubblicità quotidiana. A questo aggiungeteci che c’è anche la possibilità di dare fiato a qualche trombone in naftalina e capirete che l’occasione è ghiottissima. Infine ci sono gli stolti fieri, quelli che da anni rivendicano il diritto di essere cretini e temono un mondo in cui scrivere una sciocchezza venga additato come sciocchezza. Questi sono banalissimi e sono sempre esistiti: poveri di argomenti e di pensiero utilizzano la provocazione come unico sistema per farsi notare e come bussola vanno semplicemente “contro”. Chiamano la stupidità “libertà” e pretendono addirittura di essere alfieri di un pensiero nuovo. Invece è così banale il disturbatore seriale. Tanti piccoli opportunismi che hanno trovato nobiltà nel finto dibattito della finta cancel culture.

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“Donna, ricordati di procreare altrimenti non ti realizzi”

A destra la concezione dell’identità di donna è sempre la stessa dai tempi di Adamo: essa per la Lega o Forza Italia ha il supremo compito di partorire come accadeva in quei tempi in cui in Italia avevamo qualche problemino con la democrazia

Antonio Tajani è coordinatore nazionale di Forza Italia, mica uno qualunque. Uno dei suoi pregi, per chi ha uso di seguire la politica, è quello di essere sornione sempre allo stesso livello mentre si ritrova a parlar degli argomenti più diversi, come se recitasse a memoria il ruolo che Forza Italia si propone nel centrodestra: essere quelli “seri”, quelli “non populisti”, quelli “libertari” e così via.

Ieri Tajani era presente alla presentazione degli eventi della festa ‘Mamma è bello’ e ovviamente gli è toccato sfoderare qualche riflessione politica sul ruolo di mamma (i politici, quelli che funzionano sono così, hanno un’idea su tutto e un mazzo di slogan per qualsiasi occasione, dalla sagra della porchetta fino al complesso tema di maternità e famiglia) e così ha sfoderato la solita frase come una tiritera, forse rendendosi poco conto di quello che stava dicendo. «La famiglia senza figli non esiste», ha detto Tajani, e poi, tanto per non perdere l’occasione di peggiorare la propria figura ha deciso anche di aggiungerci che «la donna non è una fattrice, ma si realizza totalmente con la maternità».

Ma come? Ma Forza Italia non è proprio il partito delle libertà? Niente: Tajani non si è nemmeno reso conto di essere riuscito in pochi secondi a tagliare completamente fuori migliaia di persone che avrebbero tutto il diritto di sentirsi feriti dalle sue parole. Mettere in dubbio la legittimità di un amore e di una famiglia, del resto, sembra essere diventato il giochino del momento dalle parti del centrodestra e così le famiglia che non hanno figli e quelle che non ne possono avere improvvisamente si accorgono di essere meno degne di tutti gli altri. E badate bene, qui siamo addirittura oltre al solito attacco alle coppie omosessuali: qui siamo proprio a un’idea di donna che ha il supremo compito di partorire come accadeva in quei tempi in cui in Italia avevamo qualche problemino con la democrazia.

Molti sono inorriditi, giustamente e si sono lamentati ma in fondo è proprio sempre la stessa idea di mondo, anche se esce con toni e con modi diversi, che nel centrodestra si coltiva da anni: «Le donne preferiscono accudire le persone, gli uomini preferiscono la tecnologia», ha detto ieri a Piazza Pulita (solo per citare uno dei tanti esempi) Alberto Zelger, consigliere comunale della Lega a Verona.

Insomma, anche oggi, care donne vi è stato ricordato il sacro comandamento di realizzarvi solo attraverso la procreazione. E se è vero che qualcuno potrebbe fregarsene della sparata di Tajani, come accade per le boiate di Salvini, occorre ricordare che questi sono leader di partiti che decideranno come spendere i soldi che dovrebbero servire per rimettere in piedi l’Italia, sono lì a stabilire quali dovrebbero essere le priorità. E questo, vedrete, è molto di più di una semplice frase sbagliata.

Buon venerdì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La sinistra si scalda per i processi a Salvini e ignora i migranti: 500 morti in 4 mesi (+200%)

Il Mediterraneo continua ad essere un cimitero liquido e il campo di battaglia di emergenze che spuntano solo quando tornano comode alla sfida politica. L’ipocrisia dei partiti sta tutta in quei numeri che diventano roncole quando servono per attaccare l’avversario e poi scompaiono se richiedono senso di responsabilità. Fra qualche mese, sicuro, comincerà di nuovo la fanfara degli sbarchi incontrollati come accade ciclicamente tutte le estati (con il miglioramento delle condizioni atmosferiche e quest’anno anche con l’allentamento del virus) e intanto sembra impossibile riuscire a costruire una chiave di lettura collettiva su cui dibattere e da cui partire per proporre soluzioni.

Però nel Mediterraneo un’emergenza c’è già, innegabile, e sta tutta nello spaventoso numero di morti in questi primi mesi dell’anno: mentre nel 2020 furono 150 le vittime accertate nel Mediterraneo quest’anno ne contiamo già 500, con un aumento quasi del 200%. A lanciare l’allarme è stata Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, che ha partecipato al briefing con la stampa del Palais des Nations di Ginevra dal porto di Trapani in Sicilia, dove circa 450 persone stavano sbarcando in seguito al salvataggio da parte della nave della ONG Sea Watch: «Dalle prime ore di sabato 1 maggio – ha spiegato Sami – sono sbarcate in Italia circa 1.500 persone soccorse dalla Guardia Costiera italiana e dalla Guardia di Finanza o da Ong internazionali nel Mediterraneo centrale. La maggior parte delle persone arrivate è partita dalla Libia a bordo di imbarcazioni fragili e non sicure e ha lanciato ripetute richieste di soccorso».

Sami ha anche tracciato un primo quadro degli sbarchi nel 2021: «Mentre gli arrivi totali in Europa sono in calo dal 2015, – ha spiegato Sami – gli ultimi sbarchi portano il numero di arrivi via mare in Italia nel 2021 a oltre 10.400, un aumento di oltre il 170 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma siamo anche profondamente preoccupati per il bilancio delle vittime: finora nel 2021 almeno 500 persone hanno perso la vita cercando di compiere la pericolosa traversata in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, rispetto alle 150 dello stesso periodo del 2020, un aumento di oltre il 200 per cento. Questa tragica perdita di vite umane sottolinea ancora una volta la necessità di ristabilire un sistema di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale coordinato dagli Stati».

L’agenzia Onu «sta lavorando con i suoi partner e con il governo italiano nei porti di sbarco per aiutare ad identificare le vulnerabilità tra coloro che sono arrivati e per sostenere il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo» ma Sami sottolinea come continuino a mancare «percorsi legali come i corridoi umanitari, le evacuazioni, il reinsediamento e il ricongiungimento familiare devono essere ampliati» mentre «per le persone che non hanno bisogno di protezione internazionale, devono essere trovate soluzioni nel rispetto della loro dignità e dei diritti umani». L’incidente più grave finora è quello del 22 aprile, quando un naufragio ha causato la morte di 130 persone sollevando i prevedibili lamenti che ogni volta vengono spolverati per l’occasione. Solo una questione di qualche ora, come sempre, poi niente. La zona continua a essere completamente delegata alla cosiddetta Guardia costiera libica: «Nell’ultimo naufragio si parla di almeno 50 morti, noi abbiamo la certezza solo di 11 persone.  Quello che sappiamo è che erano in zona una nave mercantile e un’altra barca e che non sono intervenute, nonostante sia stato lanciato l’sos. E questo è molto grave: se c’è un natante in distress si deve intervenire, perché l’imbarcazione può affondare in qualsiasi momento. Ma ormai questa sembra essere una prassi consolidata: nessuno interviene in attesa che arrivi la Guardia costiera libica e riporti le persone indietro. Questo ci preoccupa molto», ha spiegato Carlotta Sami.

Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) siamo al 60% di persone che tentano la traversata in mare e che vengono sistematicamente riportate indietro: «Almeno una su due è matematicamente riportata in Libia – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce Oim, a Redattore Sociale -. Dopo l’ultimo naufragio abbiamo lanciato un appello all’Ue perché si rafforzi il sistema di pattugliamento in mare e si evitino altre tragedie, ma è caduto nel vuoto. C’è un silenzio politico assordante su questo tema. Si parla solo genericamente di un aumento degli arrivi: ma attenzione a evitare narrazioni propagandistiche perché nonostante la crescita i numeri restano bassi. Non esiste un’emergenza in termini numerici ma solo un’emergenza umanitaria, di morti e dispersi in mare».

Sempre a proposito di proporzioni poi ci sarebbe da capire perché le eventuali (gravi) responsabilità penali di Salvini quando fu ministro e lasciò alla deriva le navi delle Ong debbano infiammare più di questo spaventoso numero di morti che sembra non avere responsabili. Forse anche il centrosinistra, se vuole davvero occuparsi di diritti umani e non solo di dialettica politica, dovrebbe avere il coraggio di ripartire da qui.

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