INNOVAZIONE

Aria fritta in Lombardia: persino la Corte dei Conti certifica il fallimento della Giunta di Fontana

Avviso a tutti quelli che si ritengono vittime di un non meglio precisato “spirito anti-lombardo” ogni volta che si scrive del disastroso stato di Regione Lombardia in campo sanitario e delle enormi falle in questo anno di pandemia (Fontana e Moratti in testa): c’è un documento di 331 pagine della Corte dei conti (Sezione regionale di controllo per la Lombardia) che mette nero su bianco il disastro della cricca leghista certificando il fallimento di Aria, la società per l’innovazione e gli acquisti del Pirellone, che proprio Fontana insisteva nel presentare come “fiore all’occhiello” di questa amministrazione.

Aria nasce nel 2019 fortemente voluta dalla Lega per “ridurre gli sprechi” e per provare a cancellare gli scandali che da anni travolgono la sanità lombarda. La Corte dei conti la descrive come un consulentificio per il “continuo ricorso ad incarichi esterni, con particolare riferimento a quelli legali, nonché una non significativa rotazione degli stessi”, una società con poco staff, che spende troppi soldi in consulenti spesso troppo ben pagati e che ha mancato il proprio scopo primario perché non partecipa “alla programmazione degli acquisti degli enti del Sistema sanitario regionale” e neppure “dispone dei loro piani biennali”. Per questo gli ospedali continuano il loro “sistematico ricorso a richieste di acquisto ‘estemporanee’”.

Tutto questo mentre la Giunta non ha “piena consapevolezza” della distanza tra la realtà e il traguardo, visto che non è stato adottato “alcun intervento correttivo”.

Forse adesso a qualcuno potrà risultare più chiaro perché in Lombardia la gestione del contenimento della pandemia prima e la gestione dei vaccini poi sia stata un’imperdonabile sequela di errori che poco hanno a che vedere con Gallera: la sanità lombarda era un coacervo di amici degli amici sotto la guida di Formigoni e continua ad esserlo nonostante la riverniciata leghista. Come avrebbe potuto Aria gestire i vaccini se non riesce nemmeno a gestire l’attività ordinaria per cui è stata creata?

E cosa serve d’altro per rendersi conto che siamo di fronte a un fallimento sistemico che non si risolve con gli annunci di Bertolaso o con le promesse di Letizia Moratti? Anche perché si sta parlando di un malfunzionamento che non ha provocato disagi o ritardi: si continua a contare gli infetti, i morti e i vaccini che stanno andando sparsi e a rilento.

Cosa altro serve per certificare il fallimento di una classe dirigente incompetente, inconsapevole e pericolosa?

Leggi anche: Vaccini, Regione Lombardia poteva usare gratis il portale di Poste ma ha deciso di spendere 22 milioni per Aria Spa (di L. Zacchetti) // Prima ha depredato la Sanità lombarda, ora gli restituiscono anche il vitalizio (di G. Cavalli)

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Nell’uovo, le armi

Quatti quatti, zitti zitti, i signori delle armi entrano nella proposta di Pnrr che il governo Draghi si prepara a stilare per la consegna del Recovery Plan alla Commissione europea. Il comparto militare, settore precedentemente ignorato dal governo precedente, sorride sotto i baffi intravedendo la luce.

Il governo Conte aveva presentato le linee guida del Piano nazionale di ripresa e di resilienza il 15 settembre del 2020, poi formalizzato con la proposta del 31 gennaio 2021. Il testo aveva tre assi di intervento, già condivisi in ambito europeo: digitalizzazione, transizione ecologica e inclusione sociale. Già durante la crisi di governo il Parlamento ha continuato a lavorarci con audizioni di operatori economici. Ebbene: il 9 febbraio si tiene alla Camera, davanti alle Commissioni riunite di Bilancio e Attività produttive, l’audizione informale della Leonardo S.p.A., azienda partecipata che si occupa di difesa, aerospazio e sicurezza. Subito l’insediamento del governo Draghi, poi, il 23 febbraio, la Commissione Difesa del Senato ascolta una rappresentanza di Anpam, Associazione Nazionale di Produttori di Armi e Munizioni, la settimana successiva è il turno dell’Aiad (Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), il cui presidente è il fedelissimo di Giorgia Meloni, Guido Crosetto.

Ecco la novità: le Commissioni Difesa di Camera e Senato propongono l’utilizzo di fondi «per promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca» e per «valorizzare il contributo a favore della Difesa sviluppando le applicazioni dell’intelligenza artificiale e rafforzando la capacità della difesa cibernetica e incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare».

Le osservazioni delle Commissioni Difesa vengono recepite nel parere della Commissione Bilancio ma anche il governo sembra essere d’accordo: nel resoconto della seduta del 17 marzo della Commissione Difesa del Senato, infatti, si legge che il sottosegretario Mulè «ringrazia il relatore per il lavoro svolto ed esprime apprezzamento per la bozza di parere della Commissione, che, nei contenuti e perfino nella scelta dei vocaboli, corrisponde alla visione organica che del Piano nazionale di ripresa e resilienza ha il Governo».

Dove siano innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale in tutto questo potrebbe spiegarcelo Draghi, magari ricordandosi che sono stanziati per i prossimi quindici anni ben 36,7 miliardi di euro in spese militari, più del 25% dei fondi pluriennali per l’investimento e lo sviluppo infrastrutturale dell’Italia.

Buon lunedì.

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L’intergruppo Pd-M5S-Leu: tra la lotta alle destre e la nostalgia di Conte

Mentre si insedia il governo Draghi al Senato la notizia che prova a incidere sulla geografia del Parlamento è la decisione della costituzione di un gruppo interparlamentare tra Pd, M5S e Leu che, “a partire dall’esperienza positiva del Governo Conte II, promuova iniziative comuni sulle grandi sfide del Paese, dalla emergenza sanitaria, economica e sociale fino alla transizione ecologica ed alla innovazione digitale”.

La notizia divide la platea degli elettori e dei commentatori, com’è normale che sia, ma segna una prima evoluzione del quadro politico nel centrosinistra. O un’involuzione, è da vedere. Da una parte che i tre partiti abbiano deciso di farsi “blocco unico” nella gestione delle proposte e dell’atteggiamento parlamentare rivendica l’azione di governo del Conte bis, che nessuno dei tre partiti ha mai rinnegato, per opporsi alla narrazione dell’esperienza fallimentare e dannosa.

È una questione di identità politica e di consapevolezza che facilita anche la composizione di alleanze sui territori in previsioni delle prossime elezioni amministrative e regionali e indica un preciso campo politico che continua ad aspirare a essere maggioranza di governo nell’ottica di future elezioni.

L’intergruppo (se funzionerà e se riuscirà a essere compatto) sarà l’interlocutore più importante per Draghi in termini di peso di governo e di parlamentari ed è un ottimo modo per arginare gli avversari politici. Potrà portare un contributo decisivo sui temi che il centrodestra ha interessa ad affievolire e può far pendere il governo verso se stesso. Ci sono anche i contro, non sono pochi: l’appiattimento sulla coalizione può costare molto in termini di consensi soprattutto al Partito Democratico che ha nel suo elettorato voci molto critiche su questa operazione che metterebbe a rischio l’identità del partito.

All’interno del partito poi anche alcuni tra i parlamentari (molti dei residui renziani) non condividono questa scelta preferendo guardare al centro (se non addirittura a destra) rispetto all’esperienza del governo Conte. Anche all’interno del Movimento 5 Stelle alcuni vorrebbero tornare all’intransigenza promesse alle origini senza sporcarsi in alleanze così impegnative.

Intanto anche a destra Giorgia Meloni lancia la stessa iniziativa: Salvini le risponde senza rispondere dicendo “l’avevo detto prima io” e Berlusconi per ora tace. Certo i campi opposti, nonostante il governo così largo, si stanno già posizionando. Sarà da vedere quanto in questi movimenti saranno leali comunque al governo.

Leggi anche: 1. Il Pd e il “mistero” dell’intergruppo parlamentare: Zingaretti non ne sapeva nulla / 2. Qui Radio Colle: Draghi sui sottosegretari dovrà decidere da solo. Niente “aiutini” da Mattarella

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“Bene il ministero verde, ma il M5S in questi tre anni ha fatto solo danni all’Ambiente”: la portavoce di Green Italia a TPI

Quindi ora si esulta per il super ministero per la Transizione ecologica, come l’ha chiamato con enfasi Beppe Grillo. Ma serve davvero? Come siamo messi con le politiche ambientali? Ne abbiamo parlato con Annalisa Corrado, portavoce del movimento Green Italia, ingegnera meccanica specializzata in Ricerca Energetica, che si occupa di impianti alimentati da fonti rinnovabili, di efficienza energetica, di gestione virtuosa di rifiuti e sotto-prodotti e di  valutazione degli aspetti ambientali dei sistemi energetici.

Ora torna di moda l’ambientalismo. Grillo dice di avere ottenuto da Draghi un super ministero per la Transizione ecologica e il tema esplode sui media. È comunque un bene o rischia di essere l’ennesimo fuoco di paglia che passerà presto?
A Grillo ha fatto molto comodo intestarsi questa proposta con un colpo di teatro. Ma, avendo avuto a disposizione tre anni con il primo partito in Parlamento, avrebbe potuto fare molto se ci avesse tenuto tanto. Contano i fatti: i fatti dicono che non solo i Cinque Stelle non hanno fatto molto, ma anche che, di tutte le cose che si sono intestati come battaglie politiche sull’ambientalismo, non hanno fatto praticamente nulla, se non alcuni danni piuttosto importanti.

Fa un po’ sorridere che adesso l’ambientalismo emerga come una vittoria di Grillo, anche se il fatto che abbia spinto anche lui su questa soluzione torna comunque utile, soprattutto perché finalmente se ne parla nel dibattito politico e mediatico, cosa che non accade quasi mai. A mio avviso l’istituzione di questo ministero è un’ottima notizia: tutto si giocherà su quali deleghe avrà il ministero, su chi lo guiderà e con quale visione, con quali risorse e con quale sostegno politico.

Noi avevamo chiesto addirittura una cabina di regia in sede alla Presidenza del Consiglio perché combattere il cambiamento climatico prevede un’interdisciplinarietà tale che rende insufficiente un dipartimento del ministero dell’Ambiente com’è ora. Ci vuole delega sull’Energia, sui Trasporti, sulla Mobilità, sull’Industria, sull’Allevamento, sull’Innovazione, sulla Cultura, sulla Formazione, praticamente tutto deve essere organizzato per essere sinergico. Se il nuovo ministero sarà così, allora sarà esattamente quello che serve. Solo dall’annuncio comunque c’è stato un dibattito culturale e politico sicuramente positivo.

Qualcuno fa notare che al ministero esistesse già un dipartimento che avrebbe dovuto occuparsi proprio di questo. Ritiene utile che venga creato un ministero appositamente?
Sì, esiste un dipartimento, ma è totalmente insufficiente anche perché il ministero per l’Ambiente in Italia non ha deleghe forti, non ha disponibilità e importante e non ha una struttura forte. Basti pensare che al ministero per l’Ambiente non è mai stato fatto un concorso specifico: sono tutti funzionari e dirigenti che vengono da altre realtà e tutti i tecnici sono stati consulenti esterni con contratti super precari, con un turnover spaventoso per cui metterci le mani adesso è complicato. È un ministero super depotenziato che quando andava a interloquire con altri ministeri non ne aveva la forza.

Come valuta il governo Conte dal punto di vista delle politiche ambientali?
La valutazione è piuttosto desolante, anche se il M5S aveva fatto promesse e creato consenso intorno a temi come l’abolizione dei sussidi alle attività dannose per l’ambiente o i sussidi alle fossili. Nei due governi in cui il M5S avrebbe avuto modo di agire non ha fatto nulla,. Solo ipotesi, i soldi sono sempre tutti là belli fermi. Anche perché quando c’è da fare una battaglia meno comprensibile per le persone, penso alla plastic tax, ci si tira immediatamente indietro.

Ma soprattutto il M5S ha fatto danni rispetto all’economia circolare, che è un tema da loro molto cavalcato, perché ogni volta che in un territorio c’è un loro comitato contro un qualsiasi tipo di impianto sono sempre in prima linea. C’è una grande ambiguità tra il consenso popolare e le cose che si devono fare. La rivoluzione verde non sarà indolore: prevede uno stravolgimento importante delle nostre abitudini, del modo di fare produzione, di fare industria, di spostarsi. Tutte le rivoluzioni vanno costruite con attenzione ai più fragili, alle disuguaglianze sociali, però sono stravolgimenti che vanno spiegati e compresi con competenza e che vanno governati.

Noi abbiamo perso molti treni come tessuto industriale proprio perché non siamo stati in grado di capire che questa era la nuova direzione in tutta Europa. Faccio un esempio: ora che la plastica monouso è messa da parte, l’industria del nord Italia, che produce il 70% del monouso che viene venduto in Europa, è in crisi. Quando 15 anni fa gli ecologisti dicevano di investire in economia circolare li guardavano tutti come dei pazzi. Forse adesso un poco lo stiamo comprendendo.

Quali dovrebbero essere le priorità del governo Draghi sul tema, anche in previsione dei soldi che arriveranno dal Recovery Fund?
Serve una visione sistemica, mancano gli indicatori, manca una visione complessiva, mancano gli strumenti e mancano le indicazioni delle riforme per portare a termine gli obbiettivi. Noi già siamo in difficoltà nella gestione ordinaria delle risorse europee figuriamoci in una situazione del genere. C’è troppo poco sulle fonti rinnovabili, pensando solo a un potenziamento del bonus sull’edilizia residenziale.

Servirebbe una riconversione di tutto il sistema industriale verso l’economia circolare, che non può essere solo una nicchia: l’economia circolare è la lente attraverso cui progettare tutta la filiera industriale italiana. Ad esempio: vogliamo tornare a contare nell’automotive? Dobbiamo convertire le nostre produzioni, ancorate a un modello vecchissimo per i soliti interessi fossili che ci hanno penalizzato.

Ci sono tante voci scoperte e non c’è un sistema di rendicontazione dei risultati. Poi non si può dire “il 37% va alle rinnovabili e il resto lo mettiamo dove ci pare”: serve una strategia complessiva che nemmeno un euro vada contro l’obbiettivo della de-carbonizzazione. L’altra priorità di Draghi deve essere l’infrastrutturazione di questo Paese, un welfare che crei una salubrità come concetto molto più profondo del semplice concetto sanitario e poi la ristrutturazione sociale per l’emersione della parità di genere e dei talenti femminili. Non dimentichiamoci che l’approccio ecologista segue l’agenda 2030 dell’Onu quindi il Pnrr deve essere illuminato da quel documento.

Com’è messa l’Italia in termini di politiche ambientali nello scacchiere europeo?
Siamo messi male, molto male. Abbiamo procedure d’infrazione su tantissimi temi come la qualità dell’aria e la gestione dei rifiuti. Le cose in Italia succedono solo quando le procedure d’infrazione diventano insostenibili: vedi la chiusura della discarica di Malagrotta. C’è stato un breve periodo in cui abbiamo fatto parecchio per le rinnovabili a cavallo del 2010 dopodiché ci siamo completamente fermati.

Abbiamo un territorio dove servono moltissime bonifiche, abbiamo zone aggredite dall’industria dove le industrie se ne sono andate e sono rimasti i danni. I numeri epidemiologici a causa dell’inquinamento sono spaventosi e le politiche non sono all’altezza. Ci sono nazioni che hanno uno sguardo molto più alto del nostro, come la Francia, la Germania e i Paesi del nord. Addirittura a prescindere dal colore del governo del momento.

Ritiene che quella stessa parte politica che per anni ha negato i cambiamenti climatici possa ora ravvedersi in nome della “responsabilità” invocata da Mattarella?
No, quella parte politica che nega i cambiamenti climatici con battute di spirito cambi le sue posizioni che sono sempre state sui fossili e sulla conversazione. Sono anche partiti antiscientifici, l’abbiamo visto anche per il Covid. Non credo cambieranno improvvisamente idea. Potrebbe essere ora che intuiscano che anche negli interessi dei loro interlocutori (industriali, piccole e medie imprese) è ora di mettere al centro la sostenibilità e la conversione ecologica.

Vince chi investe su questo e si fa trovare preparato alle crisi e i numeri dicono che sopravvivono le aziende più indipendenti dal punto di vista energetico, più pronte a affrontare un mercato che sta cambiando. Sta diventando un tema anche economico, con le linee guida dell’Europa bisogna sviluppare questa visione. In Germania i temi della transizione sono bipartisan, a parte Trump anche negli Usa i repubblicani parlano di carbon tax da anni.

Leggi anche: Verdi tedeschi contro Grillo: “Un partito che insulta le donne e fa annegare i migranti non sarà mai come noi”

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L’altra salute (oltre al Covid)?

Quasi un milione di interventi chirurgici rimandati, molte visite oncologiche saltate, la digitalizzazione degli ospedali ancora in alto mare. No, la sanità italiana non è in crisi solo sul fronte della lotta al coronavirus

C’è un’altra sanità, oltre alla questione Covid, su cui forse conviene fare una riflessione. Sono numeri spaventosamente alti che aggravano una situazione endemica che già esisteva: le liste di attesa degli interventi chirurgici si sono inevitabilmente allungate all’infinito e i numeri nel mondo sono spaventosi. Ora finalmente se ne ricomincia a parlare dopo che il viceministro Sileri ha confermato le stime che giravano già da mesi e il dibattito, badate bene, merita tutta la nostra attenzione perché dietro ai numeri ci sono sempre le persone. E allora parliamone.

Un’analisi dell’Università di Birmingham già lo scorso maggio stimava che, nel periodo di 12 settimane del picco epidemico che ha portato all’interruzione di molti servizi ospedalieri, gli interventi chirurgici elettivi annullati o rinviati potrebbero essere stati 28,4 milioni in tutto il mondo, cioè il 72,3% di quelli pianificati.

La situazione italiana era sulla stessa linea: Nomisma aveva contato circa 410mila interventi chirurgici rimandati a causa del dirottamento di anestetisti e infermieri verso i reparti Covid e della necessità di ridurre il rischio di esposizione al virus. Si va dal 56% dei ricoveri per interventi legati a malattie e disturbi dell’apparato cardiocircolatorio alla quasi totalità dei ricoveri per patologie afferenti all’otorinolaringoiatria e al sistema endocrino, nutrizionale e metabolico, oltre l’area ortopedica con 135mila ricoveri rimandati.

E, secondo Sileri, la situazione si sarebbe poi ulteriormente aggravata. «Abbiamo purtroppo un numero importantissimo, vicino al milione, di interventi chirurgici saltati e ovviamente rinviati, e un numero importantissimo di indagini e visite ambulatoriali saltate e rinviate, intorno ai 20 milioni», ha dichiarato il viceministro della Salute a fine settembre, in occasione della presentazione del rapporto annuale sull’innovazione in campo sanitario e farmaceutico dell’Istituto per la Competitività.

Le diagnosi di tumore e le biopsie, inoltre, sempre a maggio erano calate del 52% e nei reparti di oncologia si era registrata una diminuzione del 57% delle visite: gli oncologi dichiaravano che in media prima dell’insorgenza del Covid-19 visitavano circa 80 pazienti alla settimana, ma che nell’ultima settimana presa in esame ne hanno visitati 34. Ancora: il 45% dei malati oncologici aveva rimandato la chemioterapia. E nulla fa pensare che questa emergenza si sia risolta.

Volendo poi c’è il cronico problema della mancata informatizzazione del nostro sistema sanitario: un sistema che non dialoga con gli altri ospedali e che spesso addirittura non riesce a dialogare tra reparti e che nel mondo invece è considerato determinante per migliorare le cure e per diminuire gli sprechi (le ripetizioni di esami già fatti è solo un esempio).

C’è anche altra salute, oltre al Covid.

Buon mercoledì.

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Che brutto Paese ha in testa Bonomi

Lavoro, scuola, sanità: la visione dell’Italia del futuro proposta da Confindustria. E com’è? Pessima, disuguale e sempre più precaria

Sempre lui: Carlo Bonomi, il turbopresidente di Confindustria, quello che almeno ha il coraggio di non nascondere di odiare i poveri, quello che difende a oltranza i capitalisti che fanno i capitalisti con i capitali degli altri (quelli pubblici) e che chiama lo stato sociale “assistenzialismo” per racimolare applausi gaudenti. Ne abbiamo scritto lungamente nel numero di Left del 9 ottobre e ora Bonomi torna alla ribalta presentando un bel tomo di 385 pagine dal goloso titolo Il coraggio del futuro in cui non si limita a rappresentare gli industriali ma addirittura propone la visione del Paese del futuro, con la sua solita innata modestia.

E com’è l’Italia vista da Confindustria? Pessima, disuguale e sempre più precaria. Partiamo dal lavoro: dice Bonomi di volere un «mercato del lavoro più libero e leggero» che in sostanza si traduce in licenziamenti più facili, facendo sempre meno ricorso al giudice del lavoro e sostituendo i diritti con compensazioni economiche. Soldi, soldi, soldi, siamo sempre lì: i diritti si comprano, come al mercato. Eccola la visione. Ma la chicca sul mondo del lavoro sta lì dove Confindustria spiega che «occorre avere il coraggio di affrontare in modo equilibrato anche il tema dei licenziamenti per motivi oggettivi, in modo tale che non costituiscano più un evento traumatico ma possano essere vissuti dal lavoratore in un quadro di garanzie tali da renderlo un possibile momento fisiologico della vita lavorativa». Chiaro? Allevare una nuova generazione di lavoratori sempre pronti a essere licenziati. È la turboprecarietà come ricetta per rilanciare l’economia. Roba da pelle d’oca. E non è tutto: «lo smart working può essere un terreno ideale per portare avanti questa maturazione culturale che chiede di “essere” partecipativi: non è certamente foriero di risultati stabili pensare la partecipazione in termini di “avere” – cioè ottenere attraverso la contrattazione – se poi la mentalità di fondo è e rimane quella antagonista», scrive Confindustria. In sostanza i lavoratori maturi sono quelli che non avanzano pretese. A posto così.

Poi c’è il sogno di Confindustria e di Bonomi: il lavoro a cottimo. Però le argute menti degli industriali chiamano il lavoro a cottimo “purezza”. Scrivono infatti: «Occorre disciplinare questo rapporto non restando rigidamente ancorati a tutte le caratteristiche del contratto di lavoro classico, connotato da uno spazio e da un tempo di lavoro. Serve una regolamentazione che consenta, da un lato, di vedere il lavoro “in purezza” come creatività, sempre più orientato al risultato, e, dall’altro, di remunerarlo per il contributo che porta all’impresa nel processo di creazione del valore». Fenomenale l’idea di cancellare anni di lotte sindacali e sociali, non c’è che dire.

Poi c’è la scuola, che Bonomi e i suoi associati vedono unicamente (ma va?) come fabbrica per produrre lavoratori, mica persone. Per farlo addirittura scomodano il vecchio (e fallimentare) pensiero dell’homo faber. Scrive Confindustria: «il sapere, il saper fare, il saper essere insiti nelle risorse umane, combinati insieme, influiscono positivamente sulla produttività del lavoro a livello di singola azienda e, per aggregazioni successive, innalzano il potenziale di crescita del sistema nel suo complesso». La scuola come fabbrica (di Stato) che produce lavoratori in serie, mica persone.

E poi la sanità. Sanità che per Confindustria non significa “salute” ma mera economia. Si legge: «è necessario misurare gli effetti delle politiche sanitarie in base al loro impatto sulla struttura industriale (occupazione e produzione) e sulla capacità di attrarre investimenti (…) Occorre valutare le prestazioni, non solo in base al costo, ma anche al rendimento, quindi ai risultati generati, che nel caso della sanità sono di natura clinica, scientifica, sociale, ma anche economica. Abbandonare modelli di gestione che non tengono conto delle forti interazioni nei percorsi di cura e determinano costi molto elevati per le imprese, a danno dell’innovazione e della sostenibilità industriale». Una salute che Bonomi vede sempre più verso il privato (ma va?) e che addirittura viene rivenduta ai dipendenti dalle aziende come pacchetti di welfare.

E questo è solo un assaggio.

Buon martedì.

Per approfondire: Left del 9-15 ottobre 2020

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Elly Schlein a TPI: “Io segretario Pd? Sto bene dove sto. Sui migranti troppe ambiguità, ci vuole più coraggio”

Vicepresidente della Regione Emilia Romagna ed ex europarlamentare, Elly Schlein fondato le liste “Coraggiosa” hanno corso alle ultime elezioni amministrative con buoni risultati. TPI l’ha intervistata su Ue, politiche migratorie e futuro del governo.
L’Europa dice “superiamo gli accordi di Dublino” e poi esce con questa solidarietà invertita tra stati del Migration Pact. Che ne pensi?
È un errore strategico perché, al di là della dichiarazione del volere abolire il regolamento di Dublino, non risolve il nodo fondamentale che solo la riforma approvata dal parlamento nel 2017 risolveva: cioè un ricollocamento automatico per condividere equamente tra gli stati la responsabilità sull’esame delle richieste di asilo, valorizzando i legami delle persone. Quello è il tema. Mi sembra un piano deludente perché in questo modo mette da parte il lavoro fatto dal parlamento e approvato dalla maggioranza e che poteva essere utilizzato anche per convincere i governi dentro al consiglio a votare, anche a maggioranza qualificata. E invece ripropone l’idea molto vecchia della solidarietà flessibile. Un’operazione culturalmente molto pericolosa è mettere sullo stesso piano i ricollocamenti (e quindi la condivisione dell’accoglienza) e la sponsorizzazione dei rimpatri. Mi sembra che lasci le mani libere a quei governi che si sono dimostrati molto interessati alla solidarietà europea quando vuol dire fondi strutturali e assolutamente indisponibili quando si tratta di un’altra forma di responsabilità europea che è quella che già i trattati chiedono sull’asilo e sull’accoglienza. Mi sembra anche un errore strategico perché anziché farsi forte di una posizione già approvata dal parlamento si riparte da zero con una proposta che non risolve il tema della solidarietà obbligatoria.

L’Europa dice che è solidarietà obbligatoria perché comunque devi dare un contributo…
Cosa sceglieranno i paesi del blocco di Visegrad tra i ricollocamenti e tra il dare un po’ di soldi per fare i rimpatri o dare altro supporto operativo? C’è poi un’altra preoccupazione che sono le procedure accelerate alle frontiere che sembrerebbero aumentare il carico di lavoro ai paesi di confine come l’Italia e soprattutto non si capisce basate su cosa. La convenzione di Ginevra chiede un pieno esame individuale delle domande d’asilo e se tu fai una procedura accelerata – magari basata sul concetto molto discrezionale di paese terzo sicuro – rischi di costituire un filtro d’ingresso che nega il permesso di asilo a seconda del paese da cui provieni. Non mi sembra un passo avanti. Mi sembra un passo indietro. Perfino la commissione Junker, anche se con soglie altissime, faceva scattare un obbligo di ricollocamento per tutti i paesi europei. Al governo italiano spetta un difficile negoziato in cui trovare alleati sui ricollocamenti obbligatori.

In Italia qualche giorno fa hanno bloccato la Mare Jonio ed è la sesta nave ferma in porto per questioni burocratiche anche piuttosto discutibili. I decreti sicurezza rimangono sempre lì e Lamorgese ha parlato di possibili profili penali per le Ong. Come siamo messi qui da noi a criminalizzazione della solidarietà?
Evidentemente male. Mi sembra che ci sia ancora troppa ambiguità in relazione all’obbligo di ricerca e soccorso in mare e non mi sembra che si sia risolto il tema facendo la guerra a coloro che cercano di sopperire alle mancanze istituzionali. Non si sta discutendo di rimettere in mare un’operazione di ricerca e soccorso istituzionale come è stata Mare Nostrum, no, e a fronte di questo a maggior ragione è sbagliato criminalizzare chi si sta occupando di salvare vite in mare che è un obbligo giuridico e morale. Male.

Troppe ambiguità anche da parte di questa maggioranza. Spero possa risolverla in modo diverso anche con la modifica di questi decreti sicurezza che davvero stiamo aspettando da troppo tempo. Era il primo segnale necessario di discontinuità del governo Conte e ne stiamo parlando ancora dopo un anno. È importante che arrivi in fretta e che corregga non solo la criminalizzazione delle Ong ma anche gli altri profili gravissimi come quello che tendeva a smantellare l’unico sistema di buona accoglienza che è quello diffuso, che rifiuta la grande concentrazione di persone dove spariscono i diritti e spesso si infila l’ interesse economico, quello che privilegia le piccole soluzioni abitative distribuite sul territorio con adeguati servizi di inserimento nella società e con adeguati controlli da parte delle amministrazioni locali e con trasparenza sull’utilizzo dei fondi. Chi ha scritto i decreti sicurezza privilegiando le grandi concentrazioni rispetto all’accoglienza diffusa è proprio chi vorrebbe fare dell’accoglienza un business, calpestando i diritti. Con un po’ di coraggio in più questa maggioranza dovrebbe riscrivere complessivamente le leggi sull’immigrazione rimediando ai disastri delle destre che hanno prodotto irregolarità e ingiustizia, non certo inclusione e sicurezza per le comunità.

Molti ti vorrebbero segretaria del Pd ma le tue liste “Coraggiosa” hanno corso alle amministrative ottenendo ottimi risultati. Hai intenzione di continuare su questa linea o pensi che si possa pensare a un partito di centrosinistra che tenga insieme tutto?
Noi stiamo bene dove stiamo. Anzi, in una tornata che ha segnato dei risultati importanti ma non brillanti per le forze progressiste e la sinistra siamo rimasti positivamente sorpresi che le liste di coraggiosa abbiano avuto una crescita significativa. a Faenza abbiamo fatto il 7,22 per cento, a Vignola abbiamo avuto una crescita del 145 per cento rispetto alle regionali di 8 mesi fa. A Imola è andata bene, siamo cresciuti al 5 per cento. Quindi in una tornata in cui il centrosinistra si è difeso bene ma non c’è stata una crescita in valori assoluti, “Coraggiosa” è in controtendenza forse perché stiamo provando a dare una chiarezza di visione che in questo momento a livello nazionale manca. Stiamo cercando, dentro le coalizioni, di contribuire a fermare la destra ma qualificando la nostra proposta sui temi della lotta alle disuguaglianze e alla transizione ecologica, due temi su cui chi si sta mobilitando anche fuori dalla politica è stufo di titubanze e di ambiguità. Questo può essere anche uno spunto importante per le forze che formano questa maggioranza. Sui temi del clima, dell’immigrazione e del lavoro di qualità bisogna che si sblocchi questo governo. Su giustizia sociale e transizione ecologica questo governo può fare fronte comune e fare un balzo in avanti. “Coraggiosa” non ha mai avuto l’ambizione di essere un nuovo partito o una sigla in più, ha sempre avuto l’ambizione di scuotere l’intero campo delle forze ecologiste e progressiste pretendendo chiarezza nella visione condivisa di futuro. Unità sì ma non ha senso se non è accompagnata dalla coerenza di un progetto condiviso. Quindi per ora noi continuiamo a stare dove stiamo e continueremo su questa strada.

Come vedi il futuro del governo?
I risultati elettorali danno un respiro ampio ma non per stare fermi, guai a sedersi sui risultati. Quei risultati consegnano la responsabilità alle forze di governo di rilanciare in avanti. Abbiamo un’occasione straordinaria, le risorse in arrivo vanno utilizzate coinvolgendo i territori e le parti sociali, non è un sfida di governo, è una sfida che riguarda il paese. Quelle risorse ci danno l’occasione di ricostruire il paese su basi nuove, possiamo risolvere alcuni ritardi accumulati nei decenni.
Quali sono le priorità?
Transizione ecologica, su cui bisogna investire il 37 per cento delle risorse del Recovery Fund, la trasformazione digitale, su cui bisogna investire il 20 per cento e la coesione sociale. Le priorità indicate dalla commissione europea centrano proprio la congiunzione tra lotta alle diseguaglianze e transizione ecologica che sono i temi su cui insistiamo da tempo. Se il governo avrà la capacità di progettare il nuovo e non semplicemente aprire cassetti polverosi per accontentare qualcuno, si potranno spendere bene. Nei vecchi cassetti ci sono progetti scritti troppi anni fa per riuscire a interpretare i cambiamenti che servono. Io credo che la tenuta di questo governo si misurerà se le forze che lo compongono, piuttosto che continuare a distinguersi, proveranno a lavorare concretamente sui temi che li uniscono. E questi sono i temi su cui possono provare a fare un passo avanti insieme.

Transizione ecologica significa investire su un nuovo modo di spostarsi, una mobilità dolce e sostenibile puntando su ferro, intermodalità e ciclabili, vuol dire creare occupazione di qualità nelle rinnovabili, nell’efficientamento energetico degli edifici e nella prevenzione del dissesto, perché l’unica grande opera che serve al paese è la cura del territorio così colpito dai cambiamenti climatici. E poi investire sulla trasformazione digitale per rimediare i ritardi enormi che abbiamo a partire dalle pubbliche amministrazioni, ma vuol dire riuscire a governare anche processi di innovazione tecnologica per metterli al servizio delle persone, perché non governati hanno prodotto un’enorme concentrazione di ricchezze e saperi. Si dovrà assicurare pari accesso alla rete per chiudere i divari territoriali, e per il privato investire nel digitale vuol dire innovare e contribuire all’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese.

Coesione sociale significa anche fare un enorme investimento sulla scuola, sul capitale umano, sulla formazione a partire dagli asili nido. Investire sui nidi vuol dire rendere più solidi i percorsi educativi contrastando povertà educative e dispersione scolastica, ma significa anche fare politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro indispensabili per colmare il divario occupazionale delle donne, favorendo una migliore distribuzione del carico di cura. Dopo la crisi del 2008, le ricette hanno reso il lavoro più precario, specie per donne e giovani. Oggi dobbiamo evitare quegli errori e ricostruire su basi diverse. Non abbiamo più scuse, le risorse ci sono.

Leggi anche: TPI intervista Elly Schlein, campionessa di preferenze in Emilia-Romagna: “Vi racconto la nuova sinistra che può battere Salvini”

L’articolo proviene da TPI.it qui

Uno vale uno ma congresso lo stesso

Ma chi dovrebbe volere un congresso, la scelta di un capo in un partito in cui gli unici capi avrebbero dovuto essere gli elettori e in cui semplicemente serviva un garante per il rispetto del regolamento interno? A proposito di regolamento interno: perché Di Maio avrebbe dato il via libera all’abolizione della regola dei 2 mandati (in particolare alle sindache Virginia Raggi e Chiara Appendino), in quale veste. E poi: chi c’è dietro l’estromissione di Casaleggio dagli ultimi movimenti interni al Movimento 5 Stelle? Oltre al non invito agli stati generali dell’economia a Casaleggio ormai ben pochi parlamentari versano i 300 euro mensili per l’Associazione Rousseau. A proposito di soldi: che fine hanno fatto i tagli agli stipendi degli eletti (fatevi un giro sul sito tirendiconto.it per verificare con i vostri occhi) e i famosi mega assegni che Beppe Grillo mostrava (giustamente) soddisfatto con tutte le restituzioni?

E poi: Beppe Grillo? Del Movimento 5 Stelle (a parte quelli comodamente seduti al governo) si sente solo la voce di ritorno di Alessandro Di Battista che ora torna alla carica per riprendersi in mano il Movimento (con posizioni completamente opposte ai suoi compagni di partito sul Mes che “non rispetterebbe gli interessi nazionali”, detto come un Salvini qualunque, e contro Conte che se vuole fare il leader “deve iscriversi al M5S”, come se non sapesse che il progetto di Conte è tutt’altro). Quelli che “uno vale uno” ora vogliono fare un congresso perché uno valga più degli altri, un altro dopo Grillo, dopo Casaleggio e dopo tutti quelli che in realtà valevano di più ma non avevano il fegato di ammetterlo.

Allora facciamo una cosa, cari amici del Movimento 5 Stelle: riconoscete che la maturazione di un movimento in forma-partito è la naturale sequenza delle cose in politica, riconoscete che molta dell’innovazione che avete sventolato è stata perlomeno annacquata (per usare un eufemismo) e mettetevi a fare politica con gli organi democratici che la Costituzione prevede. Semplicemente. Avrebbero dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e ora sono i tonni pronti a farsi pescare dal nuovo leader all’orizzonte. È normale, accade sempre così. E chissà se qualcuno nel Partito Democratico comincia a capire che questa alleanza (e questo governo) poggia su un Movimento che non è mai stato in movimento com’è adesso.

Buon lunedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il colonialismo digitale e l’ultimo libro dell’ultima libreria

Su Doppiozero si è aperto un dibattito partendo dal libro Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati e vale la pena leggere tutti gli interventi e possibilmente allargare il campo della discussione e gli interpreti (trovate tutto qui).

Il punto di partenza è un mondo (e una scuola, una cultura e le loro leggi) che ha a che fare con nativi digitali disabituati alle occasioni di concentrazione e di lettura come per la nostra infanzia. Si parla molto di libri, ebooks e di editoria calante in questi anni ma quasi sempre dalla voce dei produttori (siano scrittori o editori) e sempre troppo poco dei consumatori. L’eccessiva fascinazione del cartaceo o del digitale mi ha sempre destato qualche sospetto (sono del 1977, ho vissuto l’epoca del vinile poi cd poi mp3) ma credo che un cambiamento (che non debba per forza essere un’apocalisse) sia da leggere il prima possibile. Anche in questo siamo un paese che deve riuscire a svecchiarsi senza depauperarsi per forza e che non può accontentarsi delle lavagne elettroniche.

Scrive Dino Baldi:

In una parte significativa del suo pamphlet Casati affronta il tema dell’utilizzo delle nuove tecnologie nell’educazione. Se questa parte fosse tutto il libro applaudirei senza riserve o quasi. La scuola anche su questo fronte attraversa un periodo delicato, di disorientamento, confusione e qualche illusione. Nel libro di Casati, il rifiuto di quella che viene chiamata “innovazione automatica” e del principio, contrario ad ogni buon senso logico e pedagogico, secondo il quale la scuola deve replicare il mondo esterno e assecondare i gusti dei discenti anche sul piano del nuovo digitale, è giusto e ben argomentato. Allo stesso modo la rivendicazione della scuola come ambiente protetto (o per meglio dire “altro”) nel quale il mondo esterno viene interpretato, discusso, messo alla prova per imparare a farci i conti da pari a pari e non a subirlo acriticamente, è io credo il punto focale di qualunque riflessione in proposito, ben oltre i confini di un dibattito sulle tecnologie. Gli interventi legislativi che ad oggi regolamentano il digitale scolastico (per ultimo il decreto Profumo, sulla scia di decreti analoghi degli anni passati) tendono a far passare l’idea che l’innovazione a scuola sia una mera questione di travaso da fuori a dentro. Scarseggiano riflessioni non accademiche sulla didattica, che devono essere di necessità critiche, e quindi sul ruolo degli strumenti nei diversi ambiti, dei formati, dell’ecosistema a tendere; mancano ragionamenti sul valore dell’autorialità e del “progetto” editoriale, rispetto alla sciagurata convinzione che fuori, nella rete, ci sia già tutto quello che serve e basti solo impacchettarlo (e questo al di là della polemica sul libro di testo, che è perlopiù strumentale da qualunque parte venga condotta); mancano infine dibattiti maturi e ampi (non di nicchia) sulle opportunità che il digitale offre anche in questi ambiti, al di là delle sperimentazioni dei privilegiati. Sarebbe, questa, una discussione non inutile e anche piuttosto nuova, se fatta uscire dalla cerchia degli addetti ai lavori, per la quale il libro di Casati pone ottime basi.

La discussione è aperta, eh.

Lavoro: una brutta riforma. Le alternative di Sbilanciamoci!

Le proposte della campagna sbilanciamoci.org, perché le alternative esistono e perché forse sarebbe il caso di smetterla di sentirsi dire che è l’unica soluzione possibile. Poi ovviamente in democrazia ogni governo prende le proprie decisioni. Ma in democrazia i governi si eleggono.

Oggi la condizione dei giovani in Italia è particolarmente drammatica e la crisi economica ha accentuato le difficoltà che in Italia sono strutturali e ben più marcate che nel resto dell’Unione Europea. Tutto questo è testimoniato dalla difficoltà di accesso al mercato del lavoro e dall’impossibilità di far seguire la propria carriera formativa ad una professione corrispondente, dalla grande difficoltà di costruirsi una vita indipendente, dalla difficoltà di accesso al credito, dalla drammatica condizione dei giovani nel mezzogiorno e dei giovani migiranti.

I dati parlano chiaro:

  • −  la disoccupazione giovanile nella fascia di età 15-24 anni è al 29,4% (in Europa il 20%)
  • −  metà dei giovani che lavorano hanno un contratto da precari
  • −  l’occupazione è calata dell’1,6% in Italia nel 2010, ma tra i giovani il calo è stato dell’8%
  • −  solo il 25% dei giovani che hanno un contratto a termine poi viene assunto a tempo indeterminato
  • −  in Italia i laureati sono il 19%, nei paesi dell’Unione Europa il 30%
  • −  nel 2010 gli iscritti all’università sono calati del 5% rispetto al 2009
  • −  l’abbandono scolastico è al 19, 2% (in Europa il 15%)
  • −  la popolazione studentesca coperta da borse di studio in Italia è l’8,4%, mentre in Francia è il 23,8% ed in Germania il 25,5%
  • −  il 41% degli studenti fuori sede deve prendere in affitto una casa/camera “in nero”
  • −  i giovani che a 34 anni ancora vivono con un genitore sono il 25% della fascia giovanile
  • −  nel mezzogiorno il 20% dei giovani non studia e non cerca lavoro.

E potremmo continuare.

E’ per questo motivo che la campagna Sbilanciamoci propone -sul modello dei Rapporti prodotti in occasione della discussione della legge finanziaria- un piano sintetico di 10 proposte per affrontare la condizione dei giovani di questo paese. Si tratta di un primo elenco di proposte alle quali si possono affiancare le altre elaborazioni e proposte che le organizzazioni giovanili e studentesche hanno formulato in questi anni.

Si tratta di proposte che possono in gran parte essere “autofinanziate” e che se portate avanti con coerenza e determinazione possono -secondo i nostri calcoli- portare anche ad un aumento dell’1% del PIL. Si tratta -anche sulla condizione giovanile e per questo motivo può avere un significato paradigmatico- di contrastare le politiche restrittive e di puro contenimento della spesa (e spesso di taglio selvaggio alla spesa per la formazione, alle politiche ed ai servizi sociali, all’ambiente, alla ricerca) che Tremonti ed il governo Berlusconi hanno sin qui messo in campo. Si tratta di mettere in campo politiche di protezione sociale con politiche di investimento nella formazione, nella ricerca, nell’innovazione, nel capitale sociale ed umano. In una parola si tratta di investire nel futuro, nella qualità sociale ed ambientale, nella sostenibilità ambientale in un’autentica società della conoscenza che favorisca una maggior benessere, maggiori diritti, oppurtunità ed eguaglianza, che contribuisca ad un nuovo modello di sviluppo al quale i giovani possono dare un contributo fondamentale.

1.LE PENSIONI DEI GIOVANI

Attualmente i giovani che hanno un contratto come lavoratori parasubordinati (collaborazioni a progetto e collaborazioni coordinate e continuative) con basso reddito non avranno mai la pensione. Un giovane che inizia a lavorare oggi con uno stipendio lordo di 1000 euro, avrà nel 2049 -quando andrà in pensione- un’indennità annua di 6608 euro che sarà inferiore all’assegno sociale che oggi è di 5.429 euro ma che in 39 anni, per il combinato di inflazione e rivalutazione, arriverà nel 2049 a 7.049 euro. Al giovane converrà rinunciare alla pensione e prendersi l’assegno sociale (oggi non sono cumulabili se non in minima parte). La proposta è di poter cumulare -per i bassi redditi- in modo progressivo parte dei contributi maturati e l’assegno sociale (come una sorta di pensione di base uguale per tutti) per garantire un sostentamento minimo.

2. LOTTA ALLA PRECARIETA’

Oggi, il 29% dei giovani sono disoccupati e tra chi lavora il 50% ha un rapporto di lavoro precario. Si propone un intervento per limitare la precarietà attraverso: a) l’innalzamento in cinque anni dell’aliquota contributiva dal 26% al 33%: b) il limite di reiterazione a due anni di rapporti di lavoro (co.pro e co.co.co) in presenza di monocommittenza e senza la presenza di altri rapporti di lavoro c) la concessione di credito di imposta fino a 3000 euro l’anno per l’assunzione dopo due anni di rapporti di lavoro parasubordinati, d) la previsione di una indennità di disoccupazione del 60% per sei mesi per tutti i lavoratori subordinati che abbiamo almeno maturato un anno di versamenti di contributi. Il costo di queste misure è di 800 milioni di euro che possono essere recuperati aumentando di 1 punto l’aliquota massima dell’Irpef (dal 43% al 44% sui redditi superiori ai 75mila euro).

3. AUTOIMPRENDITORIALITA’ GIOVANILE

Sul modello della legislazione per le cooperative sociali (legge 381 del 1991) si propongono forme di incentivazione analoga per l’imprenditorialità cooperativa giovanile, favorendo in questo campo anche l’autoimprenditorialità dei giovani migranti: riduzioni sugli oneri fiscali (IVA al10%) sulle prestazioni alla PA e dimezzamento dei contributi previdenziali (dal 33 al 16,5%) sull’assunzione di dipendenti in fascia giovanile per un massimo di 3 anni. Su uno scenario di creazione di circa 2mila imprese cooperative in 3 anni con complessivamente circa 30mila occupati, la maggior spesa dello Stato (riduzione di ricavi IVA ed INPS) si compensa con l’aumento del gettito dell’IRPEF e la crescita del PIL (+0,052%).

4.INCENTIVI PER LE ASSUNZIONI

Una proposta ragionevole è quella di mettere in campo misure di incentivazione fiscale per favorire l’assunzione di 100mila giovani: questo lo si potrebbe ottenere prevedendo un credito di imposta di 3mila euro l’anno. Si tratterebbe di una spesa per lo Stato di 300milioni l’anno, per un totale di 900 milioni in tre anni. In compenso lo Stato incasserebbe -su un compenso lordo di 20mila euro lordi l’anno- circa 460 milioni di Irpef e 660 milioni di contributi sociali per un totale di 1 miliardo e 120 milioni di euro l’anno, ovvero un saldo attivo di 820 milioni in tre anni e di 2 miliardi e 460 milioni in tre anni. Si tratta di una misura straordinaria per incentivare le assunzioni tra i giovani. Secondo calcoli dell’Istat l’aumento di 100.000 occupati della fascia giovanile tra i 15-24 (uomini e donne) produrrebbe un aumento del PIl del 0,25%. Quindi se si allinerebbe il tasso di disoccupazione giovanile italiano (pari al 29%) alla media europea (pari al 20%), si produrrebbe un aumento del PIL del +1,3%. L’aumento del PIL produce un altro importante effetto, ovvero quello della riduzione dello stock del debito pubblico.

5. IL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE

Le ultime finanziarie hanno disinvestito nel servizio civile. Si è passati dai 266 milioni di euro del 2008 ai 113 milioni del 2011: un taglio del 60%. Il crollo era già avvenuto nel 2010: solo 18.668 giovani a fronte dei 54.772 del 2007. Questo significa che nel 2011 saranno solo 16mila i giovani che potranno svolgere un servizio civile utile alla comunità. La proposta è di portar a 300 milioni di euro gli stanziamenti per il servizio civile permettendo a 50mila giovani di poter svolgere questo servizio. Ogni giovane costa allo Stato 6.027 euro (433,88 euro mensili più costi di formazione). E’ stato calcolato (IRS Milano) che i benefici per la comunità ammontino a 13.103 euro per ciascun volontario (i volontari svolgono attività nel campo dei servizi sociali, dell’assistenza, della protezione civile, dei beni culturali, ecc: i 13.103 euro sono la stima dei costi che lo Stato dovrebbe spendere per sostituirli in quelle funzioni). A fronte di 187 milioni in più di spesa lo Stato (e per recuperarli basterebbe ridurre da 131 a 129 i cacciabombardieri F35 che l’Italia si è impegna a a costruire) ricaverà 410 milioni di euro in benefici (servizi sociali, culturali, ambientali, eccetera).

6.DIRITTO ALL’ALLOGGIO

E’ già sperimentato in alcuni paesi europei ed anche in alcune regioni del nostro paese. Per la casa si dovrebbero stabilire accordi con agenzie immobiliari private e pubbliche per introdurre od allargare ancora di più il patto di futura vendita per favorire l’acquisto della casa di giovani famiglie e andrebbe sostenuto di più canone agevolato per giovani famiglie. In sostanza con il patto di futura vendita l’affitto pagato -dopo un certo numero di anni- può essere riscattato e contabilizzato come anticipo sul mutuo per l’acquisto della casa. Si propone altresì di innalzare gli oneri di urbanizzazione – mentre nel contempo è necessario limitare questa modalità di recupero straordinario di risorse (spesso l’unica) per gli enti locali che provoca un eccessivo consumo di territorio- con cui finanziare l’housing sociale per i giovani.

7. DIRITTO ALLO STUDIO

In Italia si spendono 481 milioni di euro per le borse di studio. In Germania ed in Francia 1miliardo e 400milioni di euro in ciascun paese. In Italia i giovani coperti da borse di studio sono 151.760 (8,4% della popolazione studentesca), in Francia 525.000 (23,8%) ed in Germania 510mila (25,5%). Non pretendiamo di arrivare ai livelli della Germania e della Francia… ma potremmo passare da 151.760 a 350mila studenti beneficiari con circa 700milioni di euro, quanto ogni anno si spende per sovvenzionare le scuole e le università private: cancellando quei sussidi, lo Stato non spenderebbe nulla per garantire ad altri 200mila studenti bisognosi di poter affrontare gli studi. Nell’ambito degli interventi di “diritto allo studio” anche per i giovani migranti andrebbero previsti corsi pubblici e gratuiti di insegnamento della lingua italiana e un sistema di borse studio specifiche per i giovani di origine straniera.

8. MESSA IN SICUREZZA DELLE SCUOLE ITALIANE

Dagli studi della Legambiente e di Cittadinanzattiva si evince che oltre 11mila scuole italiane -dove ogni mattina si recano milioni di giovani- non rispettano le norme della legge 626 e delle altre disposizioni relative alla sicurezza. La stima della messa in sicurezza di tutte le scuole che ne hanno bisono è di circa 7 miliardi di euro. Si propone che si avvii alla messa in sicurezza del 50% delle scuole italiane, senza nessun aggravio di spesa pubblica, prendendo i soldi dagli stanziamenti per il ponte sullo stretto (circa 3miliardi e 500 milioni di euro), cancellando questa grande opera. Tra l’altro in questo modo si potrebbero avere altri effetti collaterali positivi: dare opportunità a migliaia di imprese, dare lavoro a circa 50mila lavoratori nel settore dell’edilizia, riconvertire all’efficienza ecologica oltre 5mila edifici pubblici favorendo un abbattimento delle emissioni di C02. Si calcola che il saldo positivo di questa operazione è di circa 400 milioni di euro.

9. UNIVERSITA’ E PIL

Secondo lo Studio Ambrosetti (che organizza ogni anno il forum di Cernobbio), una università efficiente e adeguata alla sfida dei tempi vale ben 15 miliardi di PIL in due anni. Ecco perchè è necessario invstore almeno 3 miliardi l’anno nel settore della conoscenza per raggiungere la media europea (attualmente siamo indietro intutti) relativamente a al numero di laureati per abitante (passare dal 20% al 30% di laureati nella fascia tra i 25 ed i 34 anni) e numero di borse di studio (almeno il 23% sulla popolazione studentesca). I 3 miliardi potrebbero essere recuperati grazie al passaggio all’open source nella PA. Sono necessarie altresì altre misure di “welfare studentesco” (agevolazioni su alloggi, credito finanziario, acquisto libri e computer, ecc.) che permettano di far crescere il capitale umano del nostro paese.

10. OBBLIGO SCOLASTICO E TITOLI

Sul modello di molti paesi europei (Germania, Austria, Belgio, Ungheria), la proposta è quella di far coincidere il termine dell’obbligo scolastico con il conseguimento del titolo di studio. In questo modo si determina una diminuizione dell’abbandono scolastico (che in Italia al 19,2%, molto maggiore della media EU pari al 15%). Ricordiamo che uno degli obiettivi della strategia europea 2020 è quello riportare il tasso di abbandono scolastico sotto il 10%. In questo modo si migliora la qualificazione del lavoro e della coesione sociale. Non ha costi significativi, ma può invece far aumentare la competitività delle imprese e della produzione e quindi il PIL. La stima è di un aumento dello 0,3% del PIL con una riduzione dell’abbandono scolastico alla media europea: circa 600 milioni di euro l’anno.

TABELLA RIASSUNTIVA

Misura

Costi

Copertura

Benefici

Aumento PIL

Pensioni per i giovani

0

0

Copertura pensionistica per 1milioni di parasubordinati a basso reddito

Lotta alla precarietà

800milioni

Dal 43% al 44% l’aliquota massima Irpef (75mila euro)

Passaggio 250mila lavoratori da parasubordinanti a dipendenti

Indennità di disoccupazione per i parasubordinati

1 miliardo (0,065%)

Autoimprenditoralità giovanile

300milioni

Maggiori entrate Irpef ed Inps

Creazione di 2mila imprese cooperative e 30mila posti di lavoro

800 milioni (0,052%)

Incentivi assunzioni

300milioni

Maggiori entrate Irpef ed Inps

Creazione di 100mila posti di lavoro

4 miliardi (0,25%)

Servizio civile nazionale

187 milioni

Cancellazione di due caccia bombardieri F35

410milioni

200 milioni (0,013%)

Diritto all’alloggio

0

0

Maggiore accesso dei giovani all’alloggio

Diritto allo studio

700milioni

Cancellazione di 700milioni di sussidi alle scuole ed università private

Borse di studio per 200mila giovani

400 milioni (0,026)

Messa in sicurezza scuole

3miliardi e 500milioni

Cancellazione ponte sullo stretto

Messa in sicurezza di 5mila scuole – Lavoro per 1000 imprese e 50mila lavoratori- riduzione emissioni di C02

2 miliardi (0,13%)

Università e PIL

3 miliardi

Passaggio all’Open Source nella PA

Qualità dell’offerta formativa Miglioramento ricerca Stabilizzazione precari

7,5 miliardi (0,49%)

Obbligo scolastico e titoli

0

0

Aumento tasso di scolarizzazione

600 milioni (0,039%)

TOTALE

8,787 miliardi

8,787miliardi

16,5 miliardi

(1,065%)