Vai al contenuto

isis

Li armano e poi li combattono /11

Basta andare qui.

Sembra incredibile, ma in Italia c’è chi di giorno indossa i panni del fruttivendolo e la notte gioca a fare la guerra. Un filo rosso che parte da un paesino in provincia d’Imperia e arriva fino a dentro i palazzi di Agusta Westland – Finmeccanica. Nell’inchiesta realizzata da Sigfrido Ranucci, un trafficante d’armi svela alcuni dei meccanismi con i quali le armi arrivano nei paesi africani e in Medio Oriente. Il trafficante racconta anche dell’addestramento fatto sotto copertura nello Yemen dai militari italiani, finalizzato a preparare guerriglieri arabi da utilizzare in funzione anti Isis. Finito l’addestramento, però, nel giro di poche ore i combattenti sarebbero passati nelle fila dei terroristi. Dall’inchiesta emerge soprattutto la storia di una struttura clandestina dedita all’arruolamento di contractor e all’addestramento di milizie. Una struttura formata da un ex camionista e rappresentante di aspirapolveri, coinvolto in passato in un traffico d’armi; un fruttivendolo sospettato di essere il punto di riferimento di Michele Zagaria, il più feroce dei capi del clan dei Casalesi; un colonnello dell’aeronautica in congedo; ex membri della legione straniera ed ex carabinieri. Tutti insieme, coordinati da un ex promoter della Mediolanum, avrebbero partecipato, con vari ruoli, a un progetto di addestramento di milizie su richiesta di un somalo che ha vissuto a lungo in Italia. Ufficialmente la finalità dell’addestramento sembra essere quella di formare milizie anti pirateria da utilizzare nei mari adiacenti il corno d’Africa. Ma è così? E perché il somalo utilizza una struttura clandestina invece di quelle ufficiali per realizzare il suo progetto? Sullo sfondo emerge il sospetto e il rischio che queste milizie possano confluire nelle fila delle organizzazioni terroristiche. Dall’inchiesta emerge anche che l’ex promoter della Mediolanum cercherebbe di piazzare in paesi sotto embargo elicotteri prodotti da Finmeccanica – Agusta, su incarico di Andrea Pardi, cioè del manager della società Italiana Elicotteri che si è reso protagonista circa un mese fa dell’incredibile aggressione al nostro inviato Giorgio Mottola. Pardi, per vendere a paesi in conflitto o sotto embargo, si sarebbe fatto aiutare da politici insospettabili.

Li armano e poi li combattono /10

Egitto-contro-Isis-638x425

Il più vicino territorio italiano (l’isola di Lampedusa) dista dalla Libia 355 km in linea d’aria (mentre dista dalla Tunisia 167 km), ma per qualcuno “l’invasione” dell’ex bel paese da parte della potente armata dell’Isis (che non dispone di un esercito regolare né tanto meno di una marina o un’aviazione da guerra) è prossima, quasi imminente, così al grido di “armiamoci e partite” c’è chi sostiene l’opportunità di un intervento armato italiano in terra libica, ex colonia tricolore un tempo governata. Ma chi ci guadagna da una guerra? Al di là dell’aspetto politico (è noto da tempo che l’Arabia Saudita da un lato, la Russia dall’altra, cercano di ottenere la supremazia nell’area medio orientale, interessi che contrastano quelli di paesi come Iran, ma anche Cina, Stati Uniti e persino Francia e Gran Bretagna) una guerra va quasi sempre a impattare sui traffici legali o illegali di armi di vario genere.

L’Isis, ad esempio, ha iniziato ad essere sotto i riflettori dei media occidentali da un paio d’anni, ossia da quando ha intensificato la sua lotta in Siria e in Iraq contro il regime del presidente sciita Bashar al Assad. Ma l’Isis è legato a Abu Musab al-Zarqawi, un combattente giordano che fonti vicine alla Cia e al partito Repubblicano Usa hanno presentato sin dal 2004 come un “lupo solitario” antagonista di Osama Bin Laden (la cui famiglia aveva fin troppo imbarazzanti relazioni d’affari con la famiglia Bush) per la guida di Al Qaida. Inizialmente descritto come “protetto” dai più alti livelli del governo iraniano al-Zarqawi è stato ucciso nel 2006 da un attacco aereo congiunto giordano-stattunitense dopo aver rischiato, secondo alcune fonti, di essere consegnato proprio dall’Iran agli Usa nell’ambito di un accordo poi sfumato e mai confermato da fonti ufficiali.

Quel che appare certo è che i suoi successori (Abu Omar al-Baghdadi prima, ucciso a sua volta nel 2010, Abu Bakr al-Baghdadi autoproclamatosi “califfo” dell’Isis ora) si trovano di fatto sul fronte opposto dei loro ex protettori, visto che l’Iran al momento schiera le proprie milizie in Iraq per combattere i guerriglieri dell’Isis, mentre l’Arabia Saudita è tra i sostenitori dell’Egitto, impegnato a sua volta come la Giordania a combattere i guerriglieri dopo le ultime uccisioni di civili e militari giordani ed egiziani. Ma oltre a chi ha fornito soldi, armi e coperture all’Isis e ai suoi leader, chi è tuttora tra i suoi sostenitori?

La verità la sanno, forse, i servizi segreti militari, ma certo se il quadro delle alleanze “politiche” è a dir poco variabile e incerto, le fonti economiche del “business” dell’Isis sembrano molto più stabili. La sola vendita di petrolio estratto da una sessantina di pozzi in precedenza sotto il controllo di Siria e Iraq avrebbe permesso lo scorso anno di incassare una cifra che Issam al-Chalabi, già ministro del Petrolio iracheno ai tempi di Saddam Hussein stimò attorno ai 150 milioni di dollari, pur trattandosi di petrolio venduto a “forte sconto” (30-40 dollari al barile quando le quotazioni ufficiali erano ancora attorno ai 100 dollari al barile).
Ai prezzi attuali è tuttavia ipotizzabile che tali ricavi si siano dimezzati o ridotti a un terzo. Ci sarebbero poi i saccheggi compiuti nei territori conquistati: l’assalto alla sola banca centrale di Mossul, città caduta in mano all’Isis nel giugno dello scorso anno, avrebbe fruttato qualcosa come 430 milioni di dollari. Cifre, va ribadito, estremamente difficili da verificare, come non è facile verificare di quali forze disponga nel concreto l’Isis. Nel giugno dello scorso anno secondo Charles Lister il totale dei miliziani era di circa 8 mila uomini mentre secondo Michael Pregent e Michael Weiss, in gran parte dotati di fucili AK-47 come armamento individuale. Sempre dopo la caduta di Mossul l’Isis avrebbe messo le mani su una trentina di carri armati M1 Abram di fabbricazione americana, più varie armi anche pesanti di fabbricazione russa.

Altre fonti hanno indicato la disponibilità di 10-20 carri armati T-54/55, 20-30T-62 e una mezza dozzina di T-72, più alcune decine di missili a medio raggio SA-6 Gainful (utilizzato come sistema antiaereo e con una gittata utile di 24 km massimi, quindi del tutto incapace di colpire obiettivi italiani anche se fosse sparato dalla punta estrema della Tunisia, oltre che dalla ben più lontana Libia). Numerosi anche i missili anticarro, i lanciarazzi (montati su Suv) i lanciagranate e una serie di obici e cannoni anticarro e antiaereo, anche di produzione cinese (ma pure statunitense come nel caso dei missili Stinger), con gettate dai 900 metri ai 27 km massimi. Non è chiaro tuttavia in che misura tale arsenale sia mantenuto in efficienza ed eventualmente da chi. Escluso che possano essere forniti aiuti militari ufficiali, rifornimenti e parti di ricambio potrebbero giungere attraverso canali illegali o comunque non ufficiali.

Da parte sua l’Italia, che dall’intervento armato in Libia voluto dalla Francia ha finora avuto più problemi che benefici, perdendo tra l’altro varie commesse che erano state concesse dal precedente regime libico a imprese italiane in particolare nel settore petrolifero e delle costruzioni e opere civili, oltre che nei trasporti e nella meccanica, con gruppi come Eni, Terna, Finmeccanica, Prysmian o Trevi che hanno visto svanire investimenti pluriennali per decine di miliardi di euro, rischia ora di subire la perdita, nel caso di totale destabilizzazione della Libia, delle forniture di gas (quello del giacimento libico di Bahr Essalam, ma anche quello tunisino di Wafa) che raggiungono il nostro paese attraverso il gasdotto Greenstream, il più grande del Mediterraneo che collega Mellitah, in Libia, con Gela, in Sicilia.

Greenstream, che ha già subito temporanee chiusure nel 2011 e nel 2013, può trasportare sino a 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno e per la sua realizzazione Eni, con la francese Total la più esposta tra le major petrolifere occidentali in Libia, ha investito 7 miliardi di euro, ossia poco meno di un anno di interscambio import-export tra Italia e Libia, interscambio che dal 2011, quando è iniziata la rivolta contro il regime di Geddafi si è sensibilmente ridotto e che gli scontri tra varie fazioni libiche, anche prima della minaccia dell’Isis, ha ulteriormente fatto calare, tanto che dai 10,942 miliardi del 2013 (pari a poco più della metà rispetto ai 20,054 miliardi segnati nel 2008), nei primi sei mesi del 2014 si erano fermati a 4,786 miliardi.

Di questi 1,732 miliardi erano rappresentati da esportazioni italiane verso la Libia e 3,054 miliardi da importazioni italiane dalla Libia. Per difendere questi interessi, vale la pena di scatenare una guerra contro un esercito fantasma, consci dei fallimenti di almeno 15 anni di politica occidentale in Medio Oriente? O non è forse meglio provare altre strade, affiancando ad una sorveglianza di tipo militare, che pure ha i suoi costi (Mare Nostrum, l’operazione di pattugliamento marittimo durata un anno, è costata 9,5 milioni al mese per complessivi 114 milioni di euro, Triton, successiva operazione tuttora in essere, costa 3,5 milioni), la cui copertura finanziaria andrebbe trovata verosimilmente con ulteriori tasse o addizionali sulle accise e che peraltro sarebbero di gran lunga inferiori a quelle di una nuova missione militare in terra straniera (per fare un esempio, quella in Afghanistan costa oltre 130 milioni di euro a trimestre, quella in Libano una quarantina, quella in Kossovo oltre 22 milioni), una maggiore cooperazione con forze locali che si oppongono all’Isis?

(fonte)

Li armano e poi li combattono /8

 di Davide Mancino per Wired)
Schermata 2015-11-16 alle 21.47.54“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controverse internazionali.” Facile a dirsi, lo prevede la Costituzione – articolo 11. Ma la realtà è molto diversa: basta guardare in Siria. Secondo i documenti ufficiali dell’Unione Europea e i dati resi disponibili dal Campaign Against Arms Trade (Caat), l’ Italia è il primo partner europeo per le spese militari del regime di Assad. Dal 2001 la Siria ha acquistato in licenza armi nel vecchio continente per 27 milioni e 700mila euro. Di questi, quasi 17 arrivano dal nostro Paese.Il Regno Unito, al secondo posto, supera appena i due milioni e mezzo; segue l’ Austria che ha fornito veicoli terrestri per altri due milioni, poi Francia Germania, e infine Grecia Repubblica Ceca, con poco più di un milione di euro. Dai dati ufficiali si scopre che Parigi e Atene hanno ceduto soprattutto aerei droni, mentre mancano all’appello armi per altri cinque milioni di euro, non dichiarate.

E l’ Italia, invece, cosa ha venduto esattamente? Non sappiamo con precisione quali armi abbiamo esportato, ma qualche indizio ci viene dalla Rete, guardando uno dei tanti video in cui si vedono carri armati siriani fare fuoco – anche sui civili. In quei fotogrammi si distingue il sistema Turms: un visore termico e laser che consente ai carri di sparare con altissima precisione anche in movimento, commercializzato da Selex Es. Ovvero un’impresa del gruppo Finmeccanica – a partecipazione pubblica – firmataria nel 1998 di una mega-commessa da 229 milioni di dollari durante i governi Prodi-D’Alema.

Equipaggiamenti che non sono stati certo fermi: nel 2003 – con Silvio Berlusconi in carica – le consegne raggiungono il loro picco, per poi proseguire fino al 2009. Nel mezzo, però, c’è l’ invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Proprio nel 2003, dopo un’inchiesta del Los Angelese Times, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld accusava il regime di Assad di aver fornito armi a Saddam Hussein aggirando l’embargo militare imposto all’Iraq. Gli equipaggiamenti forniti da Damasco sarebbero visori per il puntamento notturno dei carri armati: proprio come quelli venduti dal nostro Paese.

Il dubbio, che successive indagini non hanno mai confermato né smentito, è che a beneficiare dei sistemi prodotti da Selex sia stato proprio l’ esercito iracheno. Non proprio un colpo di genio per la politica estera italiana, chiamata poco più avanti a partecipare alla stabilizzazione del Paese con un proprio contingente.

La storia continua fino ai giorni nostri, quando la guerra civile sconvolge la Siria e spinge Assad a schierare il proprio esercito. I carri armati che sparano sui ribelli – ma anche su semplici civili – hanno la mira più accurata, una precisione garantita dalla migliore tecnologia italiana.

Ma la Siria non è quasi più una nazione che possa definirsi tale: il livello del conflitto è tale che persino l’esercito non ha più il controllo delle proprie armi. Anche i ribelli sono entrati in possesso di carri armati catturati o consegnati da ufficiali disertori, in un crescendo che rende la possibilità (o la necessità) di un intervento militare straniero sempre più incerta e confusa.

Abbiamo ricostruito la storia delle vendite di armi italiane in Siria in una visualizzazione interattiva che vi proponiamo qui di seguito. Per andare avanti nella lettura basta cliccare sulla freccia a destra sulla vostra tastiera oppure a schermo. Per un risultato migliore vi consigliamo di ingrandire la finestra a schermo intero.


(Credit per la foto: LaPresse)

Vinti e vincitori egualmente.

CTukshqVEAAZdHX.jpg-large

“La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”.

(Bertold Brecht)

Rispondere al terrorismo con il coraggio di avere paura, restando umani

ATTO-DI-GUERRA-BREAKING

L’attacco dell’integralismo islamico è una trappola: provano ad accendere la bestialità di una contrapposizione sul campo dell’odio. L’ISIS vince ogni volta che diventa “normale” sdoganare l’odio e la violenza. Non è solo terrorismo, questa è la strategia dell’odio che vorrebbe infettarci, spingerci lì dove la civiltà è sconfitta dal pelo e dai denti di chi insegue il sangue. Se perdiamo l’equilibrio di una civiltà democratica loro avranno vinto: diventare come loro sarebbe il modo migliore per legittimarli.

La semplificazione del “noi contro loro” è il fine di questo attacco organizzato nel cuore d’Europa. Ogni volta che avremo paura di compiere un’azione normale (una sera a teatro, un pomeriggio allo stadio) i terroristi saranno riusciti ad infilarsi nelle corde delle nostre giornate e la nostra inquietudine sarà il loro vessillo.

Restare umani non significa accettare inermi l’attacco. Restare umani, oggi, significa avere per la vita e per l’uomo tutto il rispetto di cui siamo capaci, non imbarbarirci, non accettare la liberalizzazione dell’odio e del sangue.

(l’articolo completo è qui)

Morire per delle idee

11130110_10206403208820096_334649194537890733_n

 

Eppure credo che anche da laici, atei o addirittura anticlericali non si possa che rimanere sconvolti di fronte ad una selezione tra la vita e la morte basata sulla fede religiosa. Non so quando abbiamo deciso che certi morti fossero “politicamente più usabili di altri”, non so quando abbiamo deciso dei rimanere umani solo con i nostri morti imparando a scavalcare quelli degli altri. Prego (da laico) di non abituarmi alle stragi. Mai.

Ci saranno morti, molti morti

Mimmo Càndito racconta molto bene cosa potrebbe significare una guerra per l’Italia, oggi:

Sento parole di guerra, per la Libia. Vedo politici che alzano al vento del consenso proclami di impegno militare, muscoli in rodaggio, campagne africane sul bel suol d’amore. Calma, calma. Nessuna spedizione militare è possibile se, prima, non si definisce un obiettivo politico, e se una strategia militare non abbia il supporto di una coerenza di forze in campo.

1) Si dice che ormai non vi sia altra possibilità di soluzione che l’invio di una spedizione militare. A voler essere chiari, questo vuol dire non soltanto raid aerei ma anche, e soprattutto, invio di truppe combattenti sul terreno. E truppe sul terreno significa morti e feriti, e non in piccola quantità poiché si tratta di azioni che si spalmeranno in varie località: il conflitto non avrebbe un fronte unico, ma si torcerebbe negli scontri drammaticamente letali della guerriglia urbana, dove una eventuale supremazia tecnologica conta poco o niente e le trappole e le insidie inevitabili del battersi casa per casa hanno mostrato già in Somalia o in Cecenia quanto pesante sia il costo del guadagnarsi il controllo del territorio.

2) Si parla di creare una operazione di peace keeping. Ma, come le parole in inglese dicono in modo inequivocabile, queste operazioni si fanno quando la pace c’è già, e l’obiettivo è di mantenerla. Se invece la pace non c’è, come in Libia, allora bisogna avere la forza di dire che si fa una guerra vera e propria, o comunque, se si vuol tenere ancora il solito velo dell ipocrisia, che l’operazione è comunque di peace enforcement, cioè di strutturazione e consolidamento di un processo di pace tutto da realizzare. La diversità non è affatto nominalistica. C’è anzitutto il costo di vite umane, che nel PK è statisticamente assai meno elevato che nel PE; e questo conta parecchio, specie per il rapporto tra scelte politiche e consenso dell’opinione pubblica. E poi c’è il problema delle regole di ingaggio, molto più rigide e costrittive per i combattenti del PE: insomma, si fa una guerra e non una operazione più o meno di polizia.

3) Si dice guerra all’Is. Non c’è dubbio che sul terreno oggi l’Is si proponga come la formazione più operativa, con una dinamica di espansione molto accentuata. Ma la Libia postgheddafiana è nel caos attuale perché è mancata finora una forza (militare, non soltanto politica) capace di realizzare una credibile forza centrale, e lo stesso scontro continuo tra miliziani islamisti e miliziani diciamo laici è una definizione di comodo che non riesce a rappresentare la frammentazione estrema dei gruppi armati, migliaia più che centinaia, con identificazioni localistiche, tribali, claniche, gangsteristiche, e di settarismi d’ogni tipo.

4) Come hanno drammaticamente dimostrato la guerra in Afghanistan e quella in Iraq, la definizione di un nation building è fondamentale quanto la vittoria militare. Occorre cioè avere un piano preciso di politiche capaci di realizzare il “dopoguerra”: dunque, individuare le forze politiche e sociali che guideranno il tempo successivo alla fine della guerra, individuare il sistema istituzionale da impiantare, individuare i soggetti con cui relazionarsi già ora perché venga cancellata dall’operazione qualsiasi ombra di un atto di occupazione.

5) Chi guiderà l’operazione, e con quale identità. Posta la latitanza del Consiglio di sicurezza dellOnu, e poste le gelosie e anche gli interessi che sono coinvolti (gli stessi che portarono francesi, e poi inglesi, a lanciare l’attacco a Gheddafi), non appare facile dire quali saranno le forze militari chiamate a partecipare all’attacco e chi ne avrà il comando operativo. L’Italia ha già rivendicato a se’ la leadership, ma l’anticipo non è garanzia sufficiente.

Su questi cinque punti c’è finora il massimo della confusione e dell imbroglio nominalistico. Ma poiché si tratta di lanciare una guerra vera e propria, e poiché ci saranno morti, molti morti, è opportuno che si proceda con chiarezza, e che l’opinione pubblica venga informata di tutto e su tutto