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Il gran rifiuto

Il ministro per il Sud Peppe Provenzano ritira la sua partecipazione a un convegno sul futuro del Paese in cui i relatori sono tutti maschi. A volte non esserci è un segnale che parla molto di più di qualsiasi presenza

“Me ne accorgo solo ora, è l’immagine non di uno squilibrio, ma di una rimozione di genere. Mi scuso con organizzatori e partecipanti, ma la parità di genere va praticata anche così: chiedo di togliere il mio nome alla lunga lista. Spero in un prossimo confronto. Non dimezzato, però”.

Sono le parole con cui Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud e la coesione territoriale. ha declinato l’invito a un tavolo virtuale in cui avrebbe dovuto confrontarsi con sindaci e docenti universitari e esperti sul futuro del Paese. Uno dei tanti convegni in cui gli invitati sono tutti maschi e in cui vengono superate a spallucce le critiche di chi fa notare che spesso si attua una totale rimozione di genere dagli eventi come se fosse una cosa normale e scontata.

Il gesto del ministro Provenzano però ci insegna anche qualcos’altro, prezioso di questi tempi: per contestare pratiche che non accettiamo e per reclamare diritti che rimangono troppo nascosti si può anche decidere di rifiutarsi di partecipare. A volte non esserci è un segnale che parla molto di più di qualsiasi presenza: l’assenza va dosata con intelligenza e con cura e contiene molti sensi.

Decidere ad esempio di non appartenere a un parterre che dell’appartenenza di genere fa il suo marchio di fabbrica è un gran rifiuto, composto e significativo, che ha molto da insegnarci. Spinge l’occhio a notare come il tuttimaschi sia una costante anche in ambienti dove esistono talenti e professionalità femminili. E le polemiche fatte sottovoce ogni tanto sono un’ottima lezione.

Buon martedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il razzismo in divisa ha ammazzato ancora: e ora, caro Trump, è il momento di provare vergogna

È successo ancora. Succederà ancora. Come quando accade un incidente, che ne so, di un treno e tutti i giornali si mettono a scovare i più piccoli disguidi dei viaggi dei treni, così negli USA si moltiplicano le segnalazioni e le notizie delle violenze della polizia sua afroamericani. Solo che in questo caso Manuel Ellis è morto, a soli 33 anni, dopo un pestaggio violento in cui la divisa è solo un elemento scenografico di un pestaggio della peggior specie, niente a che vedere con il ruolo pubblico e la responsabilità che ci si aspetterebbe da un tutore della legge. È morto perché, dicono i poliziotti, ha aggredito lui per primo, come nelle risse fuori da scuola in cui la legge del taglione o l’abuso di una difesa sia una cosuccia normale da giustificare come un incidente di percorso.

Eppure che Manuel Ellis sia stato ammazzato lo dice chiaramente il medico legale e ora altri quattro poliziotti, dopo il caso Floyd, si ritrovano sotto i riflettori per l’uso sconsiderato della forza. Se sei nero, dalle parti degli USA, rischi di essere processato per direttissima dalle suole delle scarpe di chi dovrebbe garantirti giustizia.Il video rimbalzato sulle pagine del New York Times lascia poco spazio ai dubbi e infervora ancora di più una protesta che ha assunto proporzioni più ampie del solo sdegno per una morte. Oggi negli USA si critica uno sdoganamento della violenza come mezzo per controllare l’ordine pubblico e che la violenza chiami solo violenza è uno di quegli insegnamenti che di solito vengono dati fin da bambini e che hanno chiaro quasi tutti, escluso il presidente del Paese più potente del mondo.

Ora il giochetto sarà sempre lo stesso, quello che non è solo americano: lamentarsi per lo spirito poliziottofobico dell’opinione pubblica e per il troppo spirito indagatore dei media. Di solito quando un potere non riesce a fare smettere che accada una vergogna si concentra sul non farla raccontare, come se potesse funzionare un silenzio omeopatico che vorrebbe fare sparire i fatti. Di certo Manuel Ellis è morto e anche di questo cadavere qualcuno dovrà rispondere. Tra l’altro Trump ha anche la sfortuna che l’omicidio sia avvenuto ben prima delle proteste (sarebbe stato fin troppo facile dare la colpa ai contestatori) e ora dovrà inventarsi qualcosa di nuovo, probabilmente di stupido. E l’aspetto peggiore di tutta la vicenda è che probabilmente lo farà presto e senza nemmeno troppa fatica e troppa vergogna.

Leggi anche: 1. “Non riesco a respirare”. L’arresto, le botte: così è morto Manuel Ellis. Ricostruzione del caso / 2.Il sindaco di Minneapolis si inginocchia e piange davanti alla tomba di George Floyd | VIDEO/3.George Floyd, il rapper Kanye West dona 2 milioni di dollari e paga l’istruzione della figlia Gianna/4. Il video postumo di George Floyd, lo straziante appello ai giovani sulla non violenza

L’articolo proviene da TPI.it qui

Tutte le persone bullizzate da Salvini. Vi sembra normale?

Il giornalista Federico Mello si è preso la briga di comporre la lista di tutte le persone che sono state attaccate sui social da Matteo Salvini da quando è ministro. Si tratta di un elenco tanto lungo quanto ridicolo per certi aspetti, che copio e incollo qui perché, scorrendolo tutto insieme, dice molto sulla strategia mediatica del vicepremier:

PERSONE ATTACCATE DA MATTEO SALVINI DAL PRIMO GIUGNO A OGGI:

1. Gad Lerner;
2. Roberto Saviano;
3. Laura Boldrini;
4. Gino Strada;
5. Padre Zanotelli;
6. don Paolo Tofani parroco di Pistoia:
7. Matteo Renzi;
8. Maria Elena Boschi;
9. Aboubakar Soumahoro;
10.  Eugenio Scalfari;
11. Elsa Fornero;
12. Alan Friedman;
13. JAx;
14. Emanuelle Macron;
15. Luigi De Magistris;
16. Enrico Rossi;
17. il settimanale Left;
18. Leoluca Orlando;
19. Maurizio Martina;
20. Claudio Baglioni;
21. Massimo Cacciari;
22. Famiglia Cristiana;
23. Luciano Canfora;
24. Mario Monti;
25. Heater Parisi;
26. Susanna Camusso;
27.  Francesca Re David;
28.  il prof. Alex Corlazzoli;
29. Fabio Fazio;
30. Morgan; Carlo Lucarelli;
31. l’Associazione Nazionale Partigiani;
32.  la Cgil;
33. l’Arci; Piero Sansonetti;
34.  Valentina Nappi;
35. Giuseppe Genna;
36. Marco Minniti;
37. Pamela Anderson;
38. Gonzalo Higuain;
39. Frankie Energy;
40. i Pearl Jam;
41. Beppe Sala;
42. Jean-Claude Juncker;
43. Tito Boeri;
44. Armando Spataro;
45. Mario Draghi;
46. monsignor Galantino;
47. l’Unicef;
48. Mimmo Lucano;
49. Virginia Raggi;
50. Roberto Fico;
51.  Mario Balotelli;
52. il rapper Gemitaiz;
53. Asia Argento;
54. Fiorella Mannoia;
55. Nina Zilli;
56. Ghali;
57. Oliviero Toscani;
58. Chef Rubio;
59. Michele Riondino;
60. Don Biancalani;
61. il sindaco di Latina Damiano Coletta;
62. Pif;
63. il rapper francese Nick Conrad;
64. l’Associazione Nazionale Magistrati;
65. il ministro del Lussemburgo Jean Asselborn;
66. Spike Lee;
67. Ugo De Siervo;
68. Pierre Moscovici;
69. Gianluigi Donnarumma;
70. Giovanni Malagò;
71. il rapper Salmo;
72. Michela Murgia;
73. la preside della scuola elementare Anita Garibaldi di Terni;
74. la Cina;
75. Avvenire;
76. Hezbollah;
77. il vescovo di Caltagirone; ,
78. il ministro francese Nathalie Loiseau;
79. Marco Damilano;
80. Vauro;
81. Yanis Varoufakis;
82. Repubblica;
83. Giampiero Mughini;
84. il sindaco di Barcellona Ada Colau;
85. Martin Schulz;
86. Federico Fubini;
87. Reinhold Messner;
88. Lello Arena;
89. Valeria Fedeli;
90. Udo Gumpel;
91. il Roma Pride;
92. Emma Bonino;
93. Fabrizio Corona;
94. la Coca-Cola.

Come potete vedere, dentro c’è un po’ di tutto: politici, giornalisti, associazioni, aziende, cantanti, presentatori, gruppi musicali, economisti, calciatori, insegnanti, preti, vignettisti, alpinisti, chef, influencer di vario tipo. Persino pornostar

Come altri prima di lui, ma in maniera mai così sistematica, Matteo Salvini e il suo team social spulciano ogni giorno giornali e siti web a caccia di qualcuno che si è permesso di esprimere una critica nei confronti del “Capitano” per poi metterlo alla berlina sulle pagine del ministro e farlo sbranare dai branchi di odiatori virtuali.

La “vittima” perfetta di solito è qualcuno che abbia visibilità e abbia raggiunto il successo, la fama o la ricchezza nel suo campo, meglio ancora se si tratta di ambiti legati alla cultura e allo spettacolo. Due settori che possono facilmente essere screditati perché “non sono lavori veri” o sono lavori “da radical chic”, da contrapporre all’italiano che invece “lavora veramente”.

Questa ricerca compulsiva di oppositori è motivata dalla necessità di fare gruppo perché niente più di un “nemico esterno” rafforza la base attorno al suo leader. L’intero storytelling intorno alla figura del Capitano esiste solo in funzione di un Salvini che lotta o fa la guerra a qualcuno: se non avesse più nemici, non sarebbe più utile. E allora, quando i nemici sono già stati sconfitti (al governo c’è già Salvini e praticamente comanda da solo), allora i nemici bisogna inventarseli, accanendosi contro chunque osi esprimere dissenso.

Ora rileggetevi la lista sopra e ditemi se tutto questo vi sembra normale.

http://munafo.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/01/30/lista-persone-bullizzate-matteo-salvini/?ref=twhe&twitter_card=20190130163904