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Trump e lo show del Covid da cui uscire vincitore

L’ultimo in ordine di tempo è Donald Trump ma gli esempi si sprecano. Il presidente USA è risultato positivo al Coronavirus e la sua situazione continua a preoccupare i medici. Alcuni media USA rilanciano addirittura la notizia che il presidente avrebbe saputo di essere positivo fin dallo scorso giovedì, addirittura prima di apparire sul canale Fox ma non avrebbe rivelato nulla limitandosi solo a confermare la positività di alcune persone vicino a lui. Ma non è questo il punto: ieri Trump ha lasciato il Walter Reed Military Medical Center di Bethseda per un piccolo giro con il suo suv presidenziale salutando i suoi sostenitori richiamati con un messaggio su Twitter. Anche questo non stupisce: chi ha negato per mesi la pericolosità del virus (addirittura come nel caso di Trump mettendo in dubbio le statistiche sui decessi) e chi per mesi si è vantato di non indossare la mascherina (nel suo confronto televisivo con il democratico Biden Trump non ha esitato a prenderlo in giro proprio perché indossava sempre la mascherina) ha bisogno di un po’ di bullismo mediatico per rinverdire la propria immagine di uomo forte.

Fa niente che il suo show abbia messo rischio la vita di altre persone, questo sembra contare poco. Il dottor James Philips, assistant professor alla Georgetown University, chief of Disaster Medicine al dipartimento di Medicina di emergenza e analista della Cnn che frequenta anche il Walter Reed, è stato netto: «Ogni singola persona che si trovava nel veicolo durante il giro presidenziale completamente inutile ora deve essere messa in quarantena per 14 giorni. Potrebbero ammalarsi. Possono morire. Per una sceneggiata politica. Gli è stato ordinato da Trump che dovevano mettere a rischio le loro vite per una sceneggiata. Questa è follia». Ma il punto interessante è un altro: anche Trump, come molti dei leader politici che si sono ritrovati ad avere esperienza diretta della malattia, ha romanticizzato il suo contagio dicendo di avere imparato molto sul Covid, «è stata una vera scuola», ha detto in un video, ringraziando medici, infermieri e il personale sanitario. Accade sempre così: si nega un pericolo, ci si cade dentro, ci si affida alla scienza e alle regole che prima si sono sempre contestate e infine ci si riallinea velocemente per la paura di morire.

E qui si apre una disdicevole abitudine di quest’era: governanti e pezzi della classe dirigente che imparano la lezione solo se gli cade addosso personalmente, come se i numeri, le notizie, i fatti e le testimonianze non abbiano nessun effetto sulla loro consapevolezza, incapaci di essere riflessivi e empatici su quello che gli accade intorno a meno che non avvenga nel proprio ristretto cortile. E sono quegli stessi governanti che dovrebbero occuparsi delle situazioni più estreme, capaci di sentire tutti i cittadini come propri e capaci di solidarizzare anche e soprattutto con le condizioni lontane da loro. Sono gli stessi governanti (e pezzi di classe dirigente) che faticano a trovare il vocabolario delle povertà, delle disperazioni, dei soprusi e del calpestamento dei diritti dalla loro torre dorata dove vivono una realtà anestetizzata. Ma siamo davvero sicuri che abbiamo bisogno di politici che trasformino le proprie disgrazie in un reality da cui uscire vincitori come se lo scenario di un’intera nazione possa dipendere dagli accadimenti privati? Siamo consapevoli che esistono capi di Stato che hanno a disposizione una schiera di professionisti e di esperti e invece riducono tutto solo al proprio sentire?

Perché a questo punto allora viene il dubbio che potremmo sperare di avere scelte lungimiranti solo passando per l’esperienza diretta, allora dovremo aspettare che i nostri leader del mondo diventino poveri per riuscire a conoscere le povertà, vengano arrestati per rendersi conto della terribile situazione giudiziaria e carceraria, salgano su un gommone per provare l’ebbrezza di una migrazione disperata e così via all’infinito in un tour sentimentale che possa formarli per riuscire a governare. Sarebbe una disgrazia e una partita persa. Quindi attendiamo con fiducia e urgenza di avere leader con visioni larghe e inclusive, davvero, e riconosciamo una volta per tutte che la personalizzazione della realtà è forse il più sfortunato vizio che possiamo ritrovare in un personaggio politico. Stacchiamoci dallo show e pretendiamo governanti educati alla complessità. Ci farà bene a tutti, indipendentemente dalla parte politica. In fretta.

L’articolo Trump e lo show del Covid da cui uscire vincitore proviene da Il Riformista.

Fonte

Nel merito. Zaccaria: «Ecco i numeri dell’invasione refendaria del governo nell’informazione»

(di Roberto Zaccaria, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università di Firenze, dove insegna Diritto costituzionale generale e Diritto dell’informazione)

Il presidente del Consiglio, che aveva dichiarato di voler spersonalizzare il referendum costituzionale da ogni collegamento con se stesso e di escludere ogni conseguenza sul governo legata al voto del 4 dicembre, non perde occasione per invadere la tv e di invaderla in prima persona. In questo segue perfettamente le orme del maestro Berlusconi.

Ieri ne abbiamo avuto una dimostrazione esemplare. Tutti i telegiornali, a partire dal mattino, per arrivare a quelli del pranzo e poi all’ora di cena, hanno aperto sull’intervento conclusivo di Renzi alla Leopolda.

Difficile classificare l’intervento nella categoria degli interventi istituzionali. Il taglio è stato piuttosto quello del capo partito, con accenti molto coloriti da super tifoso che non a caso ha definito la partita del referendum come il derby d’Italia. Un modo inconsueto per definire il referendum sulla costituzione, sulla nostra Carta fondamentale.

Pensiamo solo per un attimo se De Gasperi avrebbe potuto usare questa immagine per definire il referendum istituzionale tra monarchia e repubblica che molti evocano proprio in questi giorni. Non contento di questa super presenza, che certamente segnerà un record, nel panorama dei TG, il presidente è corso (uso l’espressione in forma letterale) negli studi de La7 per farsi intervistare (naturalmente da solo) nella nuova trasmissione di Giovanni Minoli, dal titolo Faccia a faccia, collocata alle 20.30 nello stesso spazio di Otto e mezzo di Lilli Gruber.

Forse, come scherzosamente si è detto, per utilizzarne il traino. L’ascolto comunque è stato discreto 4,1% pari a 1.105 mila spettatori. Sul livello del TG di Mentana. Sullo stesso livello della trasmissione della Gruber di sabato (4,2), ma decisamente più basso di Otto e mezzo di Venerdì che aveva raggiunto il 6,6 con 1.673 mila spettatori.

Naturalmente si è parlato molto, direi soprattutto, di referendum anche se Minoli ha provato a ingentilire il discorso con riferimenti famigliari o con spazi dedicati alle private virtù del Premier. Sarebbe interessante soffermarsi sul format che assomiglia alla Mezz’ora di Lucia Annunziata anche se qualcuno ricorderà anche Mixer dello stesso Minoli. A me è parso che non ci sia stato un vero contraddittorio e soprattutto non ricordo una nuova domanda di fronte a una risposta evasiva o sommaria.

Su due diverse questioni voglio però soffermarmi un momento. Entrambe riguardano il rispetto della par condicio in questa fase delicatissima della campagna elettorale. In una competizione che si svolge sul filo del rasoio, la presenza preponderante di una parte in tv può risultare decisiva. Lo sanno anche i ragazzi!
Abbiamo detto nei giorni scorsi che i “programmi dedicati” risultano in equilibrio tra Sì e No, ma che il presidente del Consiglio e il governo hanno una presenza debordante nei tg e negli spazi extra tg. Questo è grave per la par condicio perché Matteo Renzi è il principale testimonial del Sì e questo aiuta vistosamente (e scorrettamente) una delle due parti in gioco.

L’Agcom, cioè l’arbitro della partita, aveva detto il 19 ottobre che sia Rai che Sky avevano tempi eccessivi dedicati al governo e aveva richiamato le emittenti a un maggior equilibrio perché la legge impone agli organi istituzionali in campagna elettorale la maggior sobrietà possibile.

Nella riunione della settimana scorsa, nonostante i dati della Geca continuino a evidenziare un tempo di parola molto alto nelle edizioni principali dei tg Rai (42%) e anche delle altre emittenti, l’Agcom non ha fatto ulteriori richiami e forse si sarà limitata alla tradizionale moral suasion. Certo con il passare dei giorni ed il probabile persistere del fenomeno, un atteggiamento morbido sarebbe assolutamente ingiustificato.

La seconda considerazione riguarda sempre l’autorità della comunicazioni e l’emittente La7.
Questa tv, accusata dai sostenitori del Sì di essere più favorevole alle tesi del NO, non solo è stata richiamata per ben due volte dall’Agcom, ma è stata oggetto di un esplicito ricorso da parte del Comitato del SI, a causa delle sue presunte parzialità.

In questo contesto si inquadra dunque l’intervista a Renzi nel nuovo programma Faccia a faccia di Minoli andato in onda ieri sera. A prescindere da ogni altra considerazione, un bello spot a favore del SI.

Dopo tutto questo accanimento verso la tv, come si spiega tutto ciò? Visto che non mi sembra il caso di scomodare la sindrome di Stoccolma, non so se interpretare il comportamento come un indennizzo anticipato o semplicemente come una soluzione editoriale legata a pure logiche di mercato. Se così fosse sarei curioso di sapere quale altra personalità politica del NO verrà intervistata nei prossimi giorni.

(fonte: Huffington Post qui)