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pierluigi bersani

Figaioli e paninari dalla doppia morale

Che fine settimana scoppiettante, non c’è che dire: due di quei giorni in cui ci sarebbe da prendere appunti ogni minuto per la pioggia di insulsi starnazzamenti. La doppia morale vive la sua epoca migliore, qui in Italia e nel mondo, grazie alla presunzione di chi scambia il potere per potenza e esibisce una muscolarità ignorante e un po’ fessa pur di farsi sentire.

Così succede che metà mondo si scandalizzi per Trump che si bulla di come sia facile, con soldi e visibilità, poter avere a disposizione i corpi delle donne. In realtà Trump ha detto “donne” senza corpi usando una sineddoche al contrario, invertita come lui. E tutti giù a dire “che schifo”. Ma tutti. Compresi quelli che qui da noi sono stati fieri berluschini mentre il loro grande capo si sollazzava in potenti baccanali minorili raccontandoli a destra manca; compresi quelli che nella televisione e nella musica esercitano il solito larghissimo concetto di provino che con una donna non riesce ad esser scevro di animalità; compresi quelli che hanno questo strano concetto dell’esser capo se il sottoposto è femmina e poi tutti gli altri, i mariti che pestano le mogli, i fanatici del sesso scambiato di telefono in telefono e i violenti. Tutti contro Trump come se fosse un marziano, come se fosse solo lui.

Tra le perversioni poi spiccano gli ex bersaniani. Sì, loro. Soprattutto quelli che sono poi diventati renzini (dopo una parentesi da lettiani) e che saranno pronti a farsi mettere in piedi in faccia dal prossimo in odor di premierato. I “democratici” del Pd si sono inalberati perché l’ex segretario ha annunciato che voterà no al prossimo referendum sulla riforma costituzionale e tutti a pestare duro: gli hanno dato del falso, del fallito, dell’infame, del livoroso e poi tutta una serie di epiteti che non vale nemmeno la pena riportare. Chissà che soddisfazione per chi ha la natura del servo nello sputare sull’ex padrone. Questi, del resto, pensano che la libertà consista nell’avere un padrone che sia buono con loro: la libertà senza padroni non riescono nemmeno a immaginarla.

Buon lunedì.

(il mio buongiorno per Left è qui)

La titubante minoranza del PD

Sul voto di oggi credo che abbia scritto bene Alessandro Gilioli nel suo blog:

Bersani-Cuperlo-640Il tramonto di questa ex classe dirigente piddina tuttavia era iniziato molto prima e ha ragioni lontane. Affonda cioè le sue radici quando è cominciata la politica dell’acqua tiepida, l’inseguimento di Casini e Fini, i compromessi con cani e porci, l’appoggio a Monti – e via suicidandosi. In fondo anche l’opposizione a Berlusconi dura a parole ma morbida nei fatti non era tanto diversa dalla contrarietà parolaia ma inane e inconcludente mostrata contro Renzi: stessa mancanza di coraggio, stessa incoerenza tra parole e comportamenti. Alla fine, si raccolgono i frutti dei semi che si sono gettati, e troppi anni di tikitaka senza mai tirare in porta alla fine annoiano tutti.

Comunque quello che è successo oggi è stato un evento igienico, cioè che fa pulizia di equivoci e fraintendimenti: il Pd è il partito di Renzi e dei suoi, gli altri sono solo comparse un po’ ridicole e indecise a tutto, quindi alla favoletta del poliziotto buono che fa il controcanto a quello cattivo non ci crede più nessuno.

Meglio così, almeno in questo.

Per il resto, se mi capitasse di leggere ancora su qualche quotidiano un titolo sulle paurose minacce della minoranza dem al leader, mi limiterò a usarlo per il fondo della lettiera del gatto – sperando che il gatto non se ne abbia a male.

Il Partito sedicente Democratico

E’ tutto nella penna dei Wu Ming:

Il ventennio berlusconiano, che forse volge al tramonto, ha visto salire alla ribalta e radicarsi nei centri di potere politico e istituzionale gente non necessariamente peggiore sul piano morale di quella della prima repubblica, ma che senz’altro non si è più posta il problema di salvare le apparenze. Quindi ha potuto incoraggiare – o meglio, istigare – determinate idee, reazioni, comportamenti, senza alcuna remora. Con questa gente – fossero ex picchiatori fascisti, autoimprenditori xenofobi nordisti, mammasantissima sudisti, o fancazzisti del bar sport in cerca di primo impiego parlamentare – i sedicenti democratici hanno costruito un’inverosimile ipotesi di normalizzazione del paese. Continuando intanto a pretendere di essere migliori.

Migliori. Due anni e mezzo fa il Pd cercava di sganciare la Lega da Berlusconi, adesso è il Pd a essere al governo con Berlusconi. Con buona pace di Bersani che si chiede dove vadano Milano e la Lombardia…

Spara più la politica che la ‘ndrangheta

Provate ad immaginare un sindaco antimafia. Non ce ne sono molti. Anzi ce ne sono molti che si professano sull’antimafia pubblicitaria delle commissioni come bomboniere politiche, ce ne sono alcuni che invitano un magistrato scelto a caso nel mazzo per schierarsi sui quotidiani locali, ce ne sono altri che professano antimafia come un catechismo incontestabile per questioni di fede e poi gli antimafiosi sulla scia di Maroni che si appuntano al petto le vittorie degli altri mentre li stremano per decreto.

Ma poi ci sono anche i sindaci antimafia: quelli che  la mafia la incrociano sotto casa, si sfiorano al bar e poi si mettono sotto a disinnescare mafie in Consiglio Comunale. Non fanno molta notizia, esistono solo se minacciati giusto il tempo di stare in una colonnina bassa dei quotidiani e di prendersi gli applausi e gli insulti più o meno in uguale misura. Poi spariscono, per gli altri, rimanendo comunque dentro lo stesso gorgo sotto casa, al bar e in Consiglio Comunale.

Maria Carmela Lanzetta è stata minacciata con le minacce sul serio, quelle che ti passano davanti agli occhi tutte le facce care della tua famiglia e ti chiedi mille volte se ne vale la pena. E lei si è risposta che sì, che ne vale sempre la pena. Maria Carmela Lanzetta è sindaco di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria, si è ‘meritata’ l’incendio della farmacia di famiglia e qualche pistolettata all’auto perché in terra così difficile ha deciso di stare dalla parte delle regole. Ha fatto notizia la sindaca minacciata: calabrese, donna, di centrosinistra e dal cuore pulito è sembrata un’ottima occasione anche a Pierluigi Bersani che ha pensato bene di portarle la vicinanza della coalizione di centrosinistra durante l’ultima campagna elettorale. Altri tempi: Bersani pensava di diventare premier e la coalizione credeva di coalizzarsi per davvero. Quando la politica si dichiara vicina ad una situazione si assume il dovere di risolverla. Nei paesi normali almeno, dico.

E invece Maria Carmela questa volta ha rinunciato al proprio mandato rassegnando le dimissioni dopo avere incassato un “no” secco dai suoi assessori alla costituzione di parte civile dell’Amministrazione nei confronti di alcune persone indagate nell’ambito di un procedimento contro il Comune. Sarebbe stata l’occasione buona per fare politica e fare cassa per recuperare i danni patrimoniali compiuti contro la Pubblica Amministrazione. Ma il coraggio non lo ottieni per mandato elettorale e la “sua” squadra ha pensato di lasciarla sola.

Maria Carmela ha dichiarato che è stata più “incompresa che intimidita” e mentre l’ha detto è crollata tutta l credibilità di stato tutta intorno. Si è consumata la foto di Bersani che la stringeva forte forte, si è smascherato il manierismo antimafia di un governo alleato con fiancheggiatori politici di mafiosi e si è spenta anche la poesia dei progressisti sempre fieri dei propri amministratori giusto il tempo della foto ricordo.

Spara la politica più della ‘ndrangheta in Italia, dove la solitudine per mozione è più funzionale e silenziosa di uno sparo. E vince senza colpevoli ma al massimo un paio di inopportuni ma l’inopportunità dura la parentesi di una febbre e poi va via qui nel Paese dei molti sindaci antimafiosi.

E Maria Carmela si ostinava a non crederci.

(scritto per Il Fatto Quotidiano)

Lo scorpione, affogando, disse: – Perché sono del PD

Francesco inaugura il suo spazio su Fanpage con una favola. E l’ironia porta all’isterismo.

C’era una volta uno scorpione. Dopo aver letto il suo oroscopo, nel quale c’era scritto “Tenetevi asciutti”, decise di farsi una passeggiata e arrivò nei pressi di un corso d’acqua. Lì incontrò una rana, che lo guardò con sospetto. Lo scorpione disse: – Di che segno sei? La rana rispose: – Pesci. Lo scorpione pensò: brutto segno, Pesci. Pignoli, sospettosi. Quindi ci fu un silenzio imbarazzato, di quelli che  piombano tra rana e scorpione nei pressi di un corso d’acqua. Per rompere questo terribile momento, lo scorpione disse: – Senti… La rana lo interruppe: – No. – “No” cosa? – disse lo scorpione – Non ho ancora parlato. – Lo so cosa vuoi dirmi. Mi vuoi chiedere se ti posso portare in groppa per attraversare il fiume. Allora io ti dirò che non mi fido e che ho paura di essere punta a morte. Tu mi dirai di ragionare, e che se mi uccidessi moriresti anche tu, dato che affonderemmo insieme in acqua, io mi fiderò, ti porterò, tu mi pungerai e mentre affonderemo e moriremo insieme io ti chiederò disperata “Perché?” e tu mi risponderai che è nella tua natura. Lo scorpione rispose: – Sembra un film di Ozpetek però con un finale migliore. La rana allora s’appersuase e caricò in groppa lo scorpione. Questi, circa a metà fiume, estrasse il suo pungiglione e colpì a morte la rana. La rana con un filo di fiato gridò disperata: – Perché? Perché l’hai fatto? Lo scorpione, affogando, disse: – Perché sono del PD.

continua su: http://www.fanpage.it/la-favola-della-rana-e-dello-scorpione-ai-tempi-del-pd/#ixzz2RD4ahZr9

Incapaci

Bisogna essere degli inetti per pensare a Marini. Niente contro Marini, per carità (certo non ne tengo il poster in camera di fianco a Berlinguer) ma farsi sorpassare in “sentimento collettivo” da un codice binario (altresì detto “internet”) significa avere la coscienza politica di una caffettiera. Oppure avere tutta l’intelligenza occupata per nascondere altro.

Che schifo.

Esterni al concorso esterno, per favore

Ora si fa insistente la voce di un accordo PD, PDL: ne parlano i giornali ma se ne parla anche qui tra i corridoi a Roma. La notizia è la solita commistione delle sopraffine menti degli antichi strateghi politici che in Parlamento “fanno da conto” sui numeri e non sulle idee (figurarsi sugli ideali).

Se accade il grande inciucio (resta solo da trovare un nome elegante) saranno chiare le responsabilità di chi ci ha provato e chi no e, soprattutto, di chi ha ostacolato ad ogni costo. E non sarà solo Bersani a dovere lasciare il campo, no. Qualcuno anche dalle nostre parti dovrà spiegare la strategia di SEL e perché ancora una volta l’abbraccio è stato narcotizzante e deleterio e i patti non rispettati.

Il mancato cambiamento in Parlamento cambierà molte cose, qui fuori.