Vai al contenuto

Pino Maniaci

Quale antimafia? (di Salvo Vitale)

telejato

Ancora un articolo di Salvo Vitale. Da leggere.

UNA CONDANNA PRESTABILITA

Le vicende di Pino Maniaci suggeriscono alcune riflessioni. Partiamo dall’affermazione del giudice Teresi, sparata proprio nel giorno della conferenza stampa di un’operazione che doveva  essere quella dell’arresto di nove mafiosi di Borgetto e nella quale è stato “infilato” anche Maniaci. Non abbiamo bisogno dell’antimafia di Pino Maniaci, dell’antimafia a fini personali”.

Partiamo dalle azioni della Procura e dei carabinieri di Partinico. L’obiettivo era chiaro: assimilare Maniaci con i mafiosi, metterlo assieme con quelli che sono stati bersaglio delle sue denunce, fare di tutta l’erba un fascio, cioè suggerire l’idea che l’antimafia di Maniaci non serve come strumento di lotta alla mafia, ma che non c’è nessuna differenza tra il mafioso e Maniaci, tra Nicolò Salto, Giambrone e chi li chiama invece Pezzi di Merda. Insomma, nessuna differenza tra Maniaci che chiede il “pizzo” più IVA al sindaco di Borgetto, il quale si mette in bella vista sotto l’occhio della telecamera mentre conta i soldi, e chi taglieggia tutti i titolari degli esercizi commerciali della zona senza comunque rilasciare fatture. Anzi, a giudicare dal numero di pagine dedicate nell’ordinanza a Maniaci (circa 300) e quello dedicato ai nove mafiosi (circa 200), sembra che le vicende di Maniaci interessino colui o coloro che hanno commissionato le intercettazioni più di quelle dei mafiosi borgettani. Per non parlare delle modalità: alle tre di notte si presentano due capitani a casa di Maniaci per intimargli “lo sfratto”, cioè il divieto di soggiorno. Perché tale divieto e tale orario? C’è una tale pericolosità nel soggetto, da richiederne l’esilio immediato? No, ma si tratta di una misura preventiva che può essere assunta, a parte il carcere, senza bisogno di processo. In realtà è una misura “d’immagine”: mostrare che comunque un provvedimento è stato preso perché ci sono saldi elementi criminosi per giustificarlo. E poi il video, otto minuti che condensano quasi due anni d’intercettazioni: ancora una volta un preciso obiettivo maligno: mostrare a tutta Italia, prima dell’inizio di qualsiasi procedimento, che Maniaci chiede soldi, cioè estorce, che dice che Renzi è stronzo, che il premio che gli hanno regalato è un “premio del cazzo”, che ha l’amante e che interviene in suo favore presso il sindaco di Partinico obbligandolo a darle un lavoro, una carrozzella per la figlia malata, un sussidio. Anche qua salta tutto, ovvero viene fuori che, con i rapporti personali, tipo raccomandazione, si può ottenere tutto in barba a ciò che prescrive la legge. Altro che legalità! Ci troviamo davanti a un soggetto che, usando lo spettro del suo microfono e della sua telecamera, crede di poter fare tutto e di fottersene persino di quella stessa antimafia che egli dice di praticare. Si tratta, a un’attenta lettura, di mosse preventivate, studiate, accantonate al momento, cioè quand’è scoppiata la vicenda Saguto,  e poi tirate fuori “a scurdata”. In pratica “fare fuori” l’uomo attraverso la distruzione della sua immagine, vista l’inconsistenza penale delle accuse nei suoi confronti. Domanda: Perché?

GIORNALISMO E ANTIMAFIA

Assumiamo sempre come linea guida l’affermazione di uno dei giudici che si occupa del caso, Vittorio Teresi, la quale, è stato notato dall’ex collega Ingroia, che difende Maniaci, sembra già una sentenza di  condanna prima che si faccia il processo. Che ne sa Teresi dell’antimafia fatta da Telejato, di giorni e giorni con la telecamera in giro per documentare favori, abusi, disfunzioni, cattura di boss, sequestri e confische, manifestazioni, interviste alla gente comune, agli studenti,agli studiosi, ai fedeli, agli scettici? Che ne sa di imprenditori venuti in redazione per denunciare le ingiustizie nei loro confronti, in nome dell’antimafia? Delle interviste messe in onda a gente che, in nome dell’antimafia e per azione della legge aveva perso tutto, soprattutto il lavoro, ma che ci teneva a salvare almeno la dignità? Che ne sa delle riprese al matrimonio della figlia di Totò Riina (QUI), di quelle per l’arresto dei Lo Piccolo, di quelle a Montagna dei Cavalli nel covo di Provenzano? Che ne sa di ragazzi con la telecamera in mano che vanno a fare le interviste e si ritrovano aggrediti e malmenati, anche da parte di coloro dei quali volevano trasmettere la voce e le idee? Si potrebbe rispondere che altro è l’antimafia di alcuni ragazzi, l’antimafia di Salvo Vitale, che da Radio Aut ha continuato il percorso iniziato con Peppino Impastato, altro è l’antimafia di Pino Maniaci, ovvero che c’è un’antimafia di Telejato e una di Pino Maniaci, ma non è così, perché non c’è l’una e l’altra, è tutto la stessa cosa. Che ne sa degli estenuanti viaggi in tutta Italia, non per ritirare un “premio del cazzo” intestato agli “eroi del nostro tempo”, ma per parlare a centinaia di ragazzi e trasmettere loro il messaggio che senza i mafiosi il mondo è migliore? E allora, se di questa antimafia che usa il mezzo d’informazione televisivo come uno strumento per propagandare le iniziative di legalità, per far cambiare mentalità alla gente, per distruggere l’immagine di “uomo di rispetto” che il mafioso si porta addosso, per far conoscere le facce di malandrini, per diffondere i comunicati sull’operato delle forze dell’ordine, che denuncia le malefatte, anche le disfunzioni, da qualsiasi parte esse provengano, non ce n’è bisogno, qual’è l’antimafia giusta, di quale antimafia c’è bisogno?

Personalmente non credo all’antimafia della magistratura e a quella delle forze dell’ordine: quella non è antimafia, è lavoro, è il loro lavoro. Essere mafiosi è un reato, perseguire i mafiosi, da chi è pagato dallo stato per farlo è un obbligo, un dovere. Sulla correttezza di questo lavoro, ma non di tutto il lavoro, qualche dubbio è d’obbligo: quattro giorni prima dell’inizio dell’operazione denominata Kalevra le imputazioni a Maniaci e l’indagine su di lui erano state anticipate sapientemente da un articolo di Francesco Viviano su “La Repubblica”: lo stesso giornale ha tenuto una linea d’accusa e di condanna prestabilita anche nei successivi articoli. Domanda: chi ha fornito le informazioni a Francesco Viviano? C’è stato un disegno preventivo per incastrare Maniaci, l’azione è stata progettata predisponendo attentamente ogni mossa? Il discorso si allarga al rapporto strettissimo tra alcuni giornalisti e i magistrati della Procura di Palermo. Non ci vuole molto a rispondere su chi fornisce a costoro informazioni riservate, frammenti d’indagine, testi delle intercettazioni. Ma questo stretto rapporto può diventare funzionale ad alcune strategie che i magistrati adottano quando vogliono andare oltre le comuni garanzie che tutelano i diritti della persona sotto indagine, nel tentativo di aggiungere ulteriori tasselli al materiale probatorio di cui dispongono. Il giornalista è uno strumento che può gonfiare o distruggere l’immagine e la credibilità di qualsiasi persona. Il sospetto, il “pare che…” “si dice…”, “secondo voci di corridoio” “negli ambienti bene informati gira voce che…” sono premesse professionali indispensabili per poter dire ciò che non è provato, di cui non si hanno completi riscontri. A volte basta buttare un cerino acceso, basta ingenerare il sospetto. Supponiamo che io dica: il procuratore Vittorio Teresi ha lavorato fianco a fianco della Saguto nell’ufficio misure di prevenzione: se qualcuno non conosce Vittorio Teresi e non sapesse delle sue posizioni di distacco dall’operato della Saguto, potrebbe pensare che egli stia agendo per “vendicare” l’azione di Telejato nei confronti della collega.

E qua entra il giornalismo di Maniaci, quello che non fa sconti a nessuno, neanche ai due sindaci di Borgetto e Partinico, neanche alle associazioni antimafia o alle icone intoccabili dell’antimafia ufficiale, a cominciare da Ciotti per finire a Giovanni Impastato, senza per questo voler metterne in discussione l’operato e i meriti di nessuno. A questo giornalismo d’assalto, spesse volte aggressivo e istintivo, sino a colpire la dignità della persona accusata, si contrappone quello di coloro che Maniaci chiama “porgitori di microfono”, pronti a scrivere un articolo col telecomando, magari a colpi di copia-incolla, dimentichi dei rischi e ormai incapaci di portare avanti un’inchiesta sul campo. In questo contesto si possono leggere le interviste piene di incensamenti, vedi quella fatta da Leopoldo Gargano alla presidente Saguto nello scorso maggio, quasi contemporanea all’articolo sull’attentato farlocco alla stessa Saguto, che portò a un rafforzamento della scorta e alla possibilità di disporre di una nuova macchina blindata. Nelle intercettazioni si legge della volontà della stessa Saguto di mettere a disposizione di Gargano, e quindi dell’ordine dei giornalisti un appartamento confiscato, in zona centrale a Palermo. E comunque a Gargano va riconosciuto di avere raccolto nel suo archivio un’enorme mole di materiale di ogni provenienza sulle vicende dell’antimafia in vetrina.

Fuori discussione l’antimafia dei politici: è passerella, vetrina, in qualche raro caso è rivisitazione della memoria, ma non lascia tracce operative. Una fiaccolata, un corteo, un’inaugurazione di una targa, un convegno e l’antimafia si esaurisce nella sua improduttiva doverosa formalità.

Meno che mai è esente da dubbi  l’antimafia degli imprenditori che dicono di non pagare il pizzo, che fanno convegni e invitano altri imprenditori a ribellarsi. Non so e lo lascio decidere a chi legge, se abbiamo bisogno dell’antimafia di questi giornalisti, di questi magistrati, di questi uomini politici, di questi imprenditori. E allora di quale antimafia abbiamo bisogno?

L’ANTIMAFIA DIFFICILE

La definizione risale a un convegno organizzato a Cinisi nel ventennale della morte di Peppino Impastato i cui atti furono pubblicati da Umberto Santino. Allora ci si riferiva alla difficoltà di operare in un ambiente ostile e ostinatamente richiuso nella difesa dei suoi valori spesso arcaici. Certamente è difficile l’antimafia che si pratica nelle scuole. Con tutti i suoi limiti, con le ostilità di docenti che non vogliono “sottrarre” ore di lezione e che si sentono quasi “derubati” della loro presenza o “obbligati” ad assicurarla darla quando sono annunciate iniziative che coinvolgono tutta la scuola, con l’atteggiamento spesso distaccato e menefreghista di buona parte degli studenti che accoglie tali iniziative solo per fare “vacanza”. Le scuole sono un luogo naturale dell’antimafia, dove possono essere individuati e portati avanti gli elementi, i principi educativi per promuovere e realizzare una società in cui tecniche, metodi e strategie mafiose possano essere messi nell’angolo. Il principio dell’informazione e della comunicazione  che, dal docente passa all’alunno, non è diverso da quello che dal giornale o dal teleschermo passa al lettore o al telespettatore. Si tratta, per il giornalista, di individuare contenuti deontologici e comportamentali da tenere come faro guida e di non scordare che si tratta di un mestiere a rischio. Soprattutto se, assieme alle persone di cui si parla c’è anche lo Stato, che progetta sino ad otto anni di carcere per la diffamazione a mezzo stampa, anziché accontentarsi, come nei paesi civili, di una rettifica o di una presa d’atto. In tal senso l’operato di Maniaci, tra le pressioni per un aiuto a una ragazza, individuata frettolosamente come la sua amante e tra l’oscura e ancora irrisolta vicenda dei cani uccisi (Chi ha ucciso e impiccato i cani a Telejato?, ndr), si configura penalmente irrilevante, ma eticamente problematica.

L’ANTIMAFIA SOCIALE

E infine c’è quella cui ha fatto riferimento lo stesso Teresi, l’antimafia sociale, quella che interessa i vari strati della società civile, che si pratica nei luoghi di lavoro, nelle manifestazioni per il lavoro o per i diritti civili, tra i senzatetto, in mezzo ai quartieri degradati della città o alle storie di violenza nascoste dentro le case dei paesi, quella che ci porta a diretto contatto con le vittime del sistema, con gli estorti, con i figli dei mafiosi, con i ragazzi che si trovano a scegliere se iniziare una carriera criminale veloce o la lenta ma onesta ricerca di un lavoro che non c’è.  L’antimafia di chi si ribella al pizzo, denuncia gli estorsori, ma si ritrova solo e, per colmo, con i beni sequestrati, grazie a una legge sulle misure di prevenzione che può consentire di travalicare i normali diritti del cittadino, anche sulla base di sospetti.

L’antimafia di coloro ai quali viene affidato un bene confiscato ai mafiosi e che devono studiare come renderlo attivo e produttivo. Attivo, se si tratta di luogo destinato ad utilità sociale, luogo d’incontro e di lavoro culturale comune, produttivo se si tratta di luogo da destinare ad attività economiche che possano realizzare la vittoria di un modello di gestione diverso da quello mafioso, nel rispetto delle garanzie di chi ci lavora o vi partecipa. Non è facile. Si potrebbe pensare ad Addio Pizzo e a Libera e chiuderla lì, ma si troverà, se si vuole, ugualmente qualcosa da dire: magari che si fa antimafia per fini economici o, secondo l’accusa di Teresi a Maniaci, per il proprio tornaconto. Che tornaconto poi possa avere uno che ogni mese è costretto ad elemosinare i soldi per tenere aperta la televisione, è da discutere.

ASSALTO ALL’ANTIMAFIA

Da alcuni mesi c’è un attacco senza precedenti all’antimafia. L’attacco più violento è stato sferrato a Libera, alla gestione autoritaria di Don Ciotti, ad alcune disfunzioni al suo interno, al monopolio che essa detiene nell’assegnazione dei beni confiscati, al mancato rapporto tra quanto prodotto e quanto messo in vendita ecc. Non meno criticati i ragazzi di Addio Pizzo che, attraverso un’agenzia di viaggio lucrerebbero su progetti di itinerari di turismo civile. Nel mirino ci sono in particolare alcuni imprenditori, Helg, Montante, Lo Bello, Catanzaro che sono finiti in inchieste giudiziarie a causa di relazioni con il mondo che hanno combattuto. Di tutto si fa un bel fascio e si tenta di dargli fuoco. Difficile dire le motivazioni di questo “obiettivo antimafia”. Cosa c’è dietro queste manifestazioni critiche? Un’ipotesi provocatoria potrebbe essere quella della mafia nascosta nel nostro subconscio, legata a lontane origini mai cancellate, a messaggi sepolti, ma sempre attivi, per cui la mafia è nell’ordine naturale delle cose e l’antimafia rappresenta il suo sommovimento, un’ipotesi di ribellione rispetto a tutto quello che è stato sedimentato da secoli. Per dirla con Salvo, cioè con me, nel film “I cento passi”“E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo! Non perché fa paura, ma perché dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace! Noi siamo la mafia”.

L’altra ipotesi è quella del purismo: l’antimafia, nella sua sacralità, nella sua scelta di costruire un mondo nuovo, non può lasciarsi coinvolgere da tentazioni economiche non può essere “usata” a fini di lucro”, quasi che il denaro sia sporco, mentre c’è invece chi ne profitta per arricchirsi. Anche Telejato lo ha fatto nella convinzione, che l’antimafia non dovrebbe diventare affare.

Vengono fuori voci, spesso messe in giro ad arte, particolarmente da chi non ha tagliato il cordone ombelicale con la sua “mafia sommersa”, di finanziamenti di cui i destinatari si sarebbero appropriati, di fondi male usati e senza il conseguimento degli obiettivi, di soldi chiesti in cambio di prestazioni le cui motivazioni erano educative, di protagonismo, di millantato credito, di testimonianze di presenze e di azioni e collaborazioni che non ci sono state ed altro. L’intenzione, che qualcuno teorizza è di rifondare l’antimafia, di reimpostarla su una “sacralità” che nulla a da spartire con l’altra ipotesi più concreta, ovvero di come l’economia può ripartire con un corretto uso degli strumenti della legalità. Il pericolo nascosto, la destinazione finale di queste critiche è di smontare l’antimafia, di prospettarla come un’emergenza ormai inutile,di lasciare tutto in mano allo stato e ai suoi rappresentanti, gli unici deputati ad agire. In pratica, smontare l’antimafia per lasciare la mafia: se così è non ci sto e credo che non ci stiano tanti altri. Migliaia di altri…

(fonte)

Ho intervistato Pino Maniaci

Non ha potuto parlare con nessuno in questi due giorni in attesa dell’incontro con il magistrato avvenuto proprio oggi ma dopo la conferenza stampa, a microfoni spenti, Pino Maniaci, il giornalista indagato per tentata estorsione, ha ancora voglia di parlare. Ci sentiamo mentre raggiunge la località fuori Palermo per rispettare il decreto di allontanamento voluto dal giudice (“Sono in località protetta, come i pentiti” riesce comunque a scherzare) e parte subito con un attacco frontale: «Ecco la polpetta avvelenata – mi dice – sono riusciti nel loro intento, chiudere Telejato. Inventandosi un reato che nemmeno esiste e sputtanandomi con la mia vita privata con un filmato ad arte che sarei curioso di sapere dai Carabinieri se per caso è stato montato da Federico Fellini».

Pino, andiamo con ordine. Ti si vede mentre prendi denaro dal sindaco. L’immagine è chiara…

(continua su: http://www.fanpage.it/intervista-a-pino-maniaci-verranno-tutti-a-chiedermi-scusa/)

Quante stranezze sul cadavere di Pino Maniaci che ci vorrebbero offrire

pinomaniaci

Se siete rimasti sconvolti dal linguaggio di Pino Maniaci, dal suo essere scurrile, sborone, incazzoso, sboccato come un cane sempre arrabbiato e con il fanculo sulla punta della lingua allora, semplicemente, non conoscete Pino. E per carità non ci sta mica scritto che voi dobbiate conoscerlo per forza ma ci vuole spericolatezza per stendere gli editoriali su ciò che si conosce appena. Perché se, come leggo in giro, siete scandalizzati dai modi sappiate che quelli sono i modi con cui Pino ti chiama dopo mesi per dirti che gli manchi. Così. Uguali. Anzi, con un paio di parolacce in più.

L’imprinting di Pino Maniaci è stato confezionato su misura dalla Procura di Palermo. Nulla di male nel confezionare video chiarificatori sulla dinamica dell’indagine ad uso e consumi di una stampa abituata a stendere reportage con un paio di mail e una ricerca veloce su google: è che io, in quel video, insomma, non trovo il reato. Ma davvero. Vedo Pino prendere dei soldi da un sindaco (quotidianamente massacrato nel suo tg) ma non riesco a capire esattamente quel denaro in cosa consista. E davvero se il sindaco di Partinico ha corrotto Pino (con qualche banconota da 50 euro) per essere trattato bene nei servizi giornalistici, quegli stessi servizi che lo fanno fesso un giorno sì e l’altro pure, allora davvero sono Don Chisciotte e Sancho Panza. In salsa siciliana.

Per il resto sento Pino fare il gradasso come succede a chi cede alla tentazione di farsi fare “simbolo” di una battaglia che, grazie a dio, scalda i cuori. Sento Pino corteggiare (abbastanza pateticamente, caro Pino) una donna in un contesto in cui quel giornalista di provincia è l’unico in zona ad avere frequentato i salotti, roba da film, in certe realtà. In un territorio in cui molti inseguono una carezza del boss o un favore dal sindaco o una buona parola dal don lui, Pino Maniaci, arriva in televisione quella vera. In mezzo al provincialismo si diventa personaggi con un paio di minuti in prima serata. Che roba, eh?

Poi sento Pino esprimere pareri sferzanti (con il suo solito vocabolario dell’orrore) sulle forze dell’ordine e sulla magistratura. Mica tutta, ovviamente, perché Pino ci vive con le informative, le fonti giudiziarie, l’approfondimento dei processi e ci vive fianco a fianco con i carabinieri che lo tutelano. E, Pino, parla consapevole dei carabinieri che hanno depistato l’omicidio di Peppino Impastato, parla sapendo che proprio a Palermo un giudice (la Saguto) è accusata di reati gravissimi e voraci, parla sapendo (come sanno tutti quelli che si occupano di mafie) che un carabiniere corrotto fa più danni di quanti ne possano riparare 100 assemblee di istituto di giovani curiosi.

Poi, nel video promozionale dello sputo su Maniaci, ci si mette dentro anche la telefonata in cui Pino sfancula Renzi. E tutti: o che vergogna! Che se ci ascoltassimo nei nostri giudizi rivolti verso il premier, scommetto che basterebbe tenere per poco un registratore dentro un bar, se dovessimo trascrivere gli epiteti (o semplicemente basta leggere i comunicati stampa di Salvini) Pino sarebbe quasi un analista politico. Di questi tempi.

(il mio #buongiorno scritto per Left continua qui)

I pennacchi di Pino (di Claudio Fava)

Untitled-1

Lo scritto di Claudio Fava su Pino Maniaci in una giornata che è una fitta al cuore per molti:

Quando qualcuno gli ha impiccato i cani, ho preso un aereo e sono andato a Partinico per dargli solidarietà, conforto, amicizia. Adesso leggo, come voi, che Pino Maniaci avrebbe usato tutto questo (le amicizie, le solidarietà, gli attestati di stima) per gonfiarsi come un tacchino. Dei cento euro forse pretesi da un sindaco se ne occuperanno i giudici per dirci se fu estorsione, bravata o solo minchioneria. Ma di ciò che ci riferiscono le intercettazioni, la risposta non la voglio dai giudici ma da Maniaci. Non chiacchiere su complotti e vendette mafiose: risposte!
Voglio che dica – a me e agli altri che in questi anni hanno messo la loro faccia accanto alla sua – se quelle trascrizioni sono manipolate o se è vero che all’amica del cuore raccontava “a me mi hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi”. Uno di quei premi del cazzo era intitolato a Mario Francese, giornalista palermitano ammazzato dalla mafia. Glielo consegnarono sei anni fa. Ci dica Maniaci che è tutto falso, intercettazioni, verbali, parole sue e degli altri: tutto! Oppure quel premio lo restituisca subito. Tra tutti i miserabili pennacchi che l’antimafia può mettersi sul cappello, la morte di un giornalista è il più osceno.
Quando ai Siciliani ci ammazzarono il direttore non arrivarono scorte della polizia né premi né visite di cortesia né telefonate dei presidenti del consiglio. Ma andammo avanti lo stesso, imparando a fare ogni mese (e per molti anni) un altro buco nella cintura. E quando a Catania un procuratore corrotto (quello sì!) fece mettere sotto controllo i nostri telefoni, se ne tornò dai suoi padrini mafiosi con le corna basse: perché nelle telefonate dei giornalisti dei Siciliani (ragazzi, non veterani di guerraà) c’era solo il rigore delle parole, la limpidezza dei comportamenti, il senso profondo del mestiere che facevamo.
“Quello che non hai capito tu è la potenza di Pino Maniaci! Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione si fa come dico io e basta, decido io, non loro, loro devono fare quello che dico io, se no se ne vanno a casa!”. Che c’entra, non dico l’antimafia, ma il giornalismo con questo sproloquio? Nulla c’entra! Per cui Maniaci spieghi: non i supposti complotti contro di lui ma la ridicola vanità di queste sue parole. Spieghi, oppure scompaia dalle nostre vite per sempre.
A noi resta il torto di una nostra colpevole ingenuità: esserci fidati in buona fede dei fumi d’incenso. Che con la lotta alle mafie non c’entrano mai nulla.

(fonte)

La mafia dell’antimafia e i meriti di Telejato e Pino Maniaci

dscf1450_1024x768 (1)

A Palermo sta succedendo un bordello. Quando tra gli indagati c’è un presidente di una sezione del tribunale (in questo caso Silvana Saguto che si occupa di misure di prevenzione) significa che qualcosa di odioso sta accadendo: arricchirsi sui beni confiscati è un tradimento triplo: alla legge, all’etica e a Pio La Torre.

Eppure questa storia che riempi i giornali è stata raccontata per la prima volta da Pino Maniaci e la sua piccola Telejato. E non ho potuto non ricordarlo in questo articolo:

Eppure ricordo benissimo i sorrisini che accompagnavano le denunce di Pino Maniaci come se in fondo un giornalista così poco pettinato, così puzzolente di sigarette e fuori dall’antimafia borghese avesse una credibilità tutta da dimostrare. Non bastano le minacce, non bastano le inchieste: nel salotto buono dell’antimafia ci entri solo se hai imparato le buone maniere, le cortesie istituzionali e la moderazione. Mica per niente uno come Peppino Impastato ci avrebbe pisciato sopra all’antimafia di maniera che va forte in questi anni. E anche Pino Maniaci, certamente. Ora che l’indagine è in corso (ed è “terribilmente seria” come ci dice qualcuno dagli uffici appena perquisiti nel Tribunale di Palermo) partirà la solita litania dei contriti che piangeranno lacrime di polistirolo.

Il resto è qui.

Il re degli amministratori giudiziari è (sempre più) nudo

La storia esce dalla penna di Salvo Vitale:

Schermata del 2015-06-20 09:18:32Ricordate la favola dei fratelli Andsersen?: c’era una volta un re vanitoso, gli piaceva vestirsi bene e farsi ammirare. Un giorno arrivarono due imbroglioni che dissero di avere un meraviglioso tessuto che risultava invisibile solo per gli stolti. Confezionarono un vestito per il re con questa stoffa inesistente, ma nessuno, per non farsi dire che era uno stolto, osò dire al re che quel vestito non c’era. Neanche lo stesso re. Tutti fingevano e dicevano che il vestito inesistente era bellissimo. Quando il re attraversò la città, solo un bambino, nella sua innocenza, gridò : “Ma il re è nudo!!!” Ma il re continuò imperterrito la sua sfilata. Adesso abbiamo un altro re, il re degli amministratori giudiziari di Palermo, quello che ha amministrato immensi patrimoni di grandi mafiosi, come l’Immobiliare Strasburgo del mafioso Piazza o la Aedilia Venusta di Rizzacasa, o l’Hotel Ponte, dove la presenza del mafioso Sbeglia è stata sufficiente per fare scattare sequestri e confisca. Ma Cappellano è quello che avrebbe dovuto amministrare il tesoro di Ciancimino, nascosto nella discarica rumena di Klina. E invece si è trovato in una situazione in cui tra una società e l’altra la discarica è stata alla fine messa in vendita, acquistata da alcune persone, nei confronti delle quali il procuratore di Roma Pignatone ha emesso un mandato di cattura con l’accusa di riciclaggio. In realtà alcune di queste persone hanno dovuto scontare 10 mesi di carcere e sono state adesso messe ai domiciliari, malgrado l’imputazione non prevedesse l’arresto, essendo la pena prevista inferiore ai tre anni. La difesa di una di queste persone, il Valenti, è stata attualmente sostenuta da Antonio Ingroia.
Ieri Cappellano, alla vista di Pino Maniaci a Roma, in aula, è stato preso da una crisi di nervi, è uscito improvvisamente col cellulare all’orecchio, forse avrà chiesto consiglio a sua comare, è rientrato ed ha chiesto che l’udienza fosse riservata, a porte chiuse, poiché sostiene di avere ricevuto, dopo il servizio delle Iene, quattro lettere minatorie, pertanto è in ballo la sua tranquillità personale, e poiché ha sporto due querele, una alle Iene, una a Pino Maniaci. Singolare l’imputazione che avrebbe motivato la querela, ovvero di essere vittima del “fumus persecutionis”: il poveretto si sente perseguitato. E perciò non tranquillo. La corte ha chiesto di produrre agli atti queste querele e le lettere minatorie, o, come pare più probabile, una richiesta di correzione, ma Cappellano ha detto che la querela non è stata ancora scritta dal suo legale, perché voleva interessarsene di persona. Insomma la querela che non c’è per motivare l’allontanamento di Pino Maniaci che c’è. Aspettiamo con ansia questa querela, che finalmente sarebbe la prima presa di posizione dopo tutte le accuse che abbiamo giornalmente fatto. La corte uscita dall’aula per valutare la richiesta, è rientrata e l’ha respinta. Finalmente Cappellano ha potuto parlare e ha dichiarato che tra l’Italia e la Romania, a causa della discarica di Klina si stava creando, nientemeno che un incidente diplomatico, a causa di 100.000 euro che sarebbero stati offerti per la gara d’acquisto di una parte della discarica, da un rumeno che oggi, a suo dire, ricopre la carica di viceministro. E’ invece accertato che la firma sull’offerta dei 100.000 euro è quella di un lavavetri rumeno. L’udienza si è chiusa alle 16,30 perché Seminara doveva andare a prendere un aereo per tornare a Palermo e sentirsi più tranquillo, ma è stata aggiornata a mercoledì 24 giugno, mentre il controinterrogatorio inizierà il 16 luglio e Seminara dovrà dimostrare come ha fatto, nel giro di due ore, a procurarsi 100.000 euro, con il consenso del giudice che lo ha nominato. Insomma, a causa di un “omino coi baffi”, molto simile al bambino della favola, l’intoccabile re è stato spogliato dei suoi vestiti ed è rimasto quello che è ed è sempre stato, ovvero uno che ha fatto carriera grazie alle amicizie giuste nei punti giusti, specie nel ricco settore dell’amministrazione dei beni dei mafiosi. Ma nessuno sinora lo aveva detto, anche se tutti lo sapevano.

Non vanno d’accordo antimafia e imprese

Un gran pezzo di Riccardo Orioles:

220px-Riccardo_Orioles“Fior di viola, splendente,
vivi nei canti, Atene,
tu che hai difeso l’Ellade, tu ardita,
tu città degli dei…”

Ma insomma, come faccio a distin­guere l’antimafia fasulla da quella di cui fidarsi? Facilissimo: quella povera è quella vera. L’antimafia, difatti, è gra­tis. Perciò non puoi farci soldi o carrie­ra. Puoi rischiare la pelle, questo sì, puoi farti emarginare dap­pertutto, puoi – ovviamente – restare senza lavo­ro, puoi anche fare la fame se occorre. Tutte queste belle cose puoi fare, e altre ancora. Ma soldi e carriera no.

Ci spiace, ma non l’abbiamo messa noi questa regola. A noi piacerebbe di più ricevere – in un paese civile – soldi, onori, car­riere felici e tranquille, e magari qualche buona parola.

Ci piace­rebbe anche di più poter pro­mettere tutte queste belle cose ai ra­gazzi che, un anno dopo l’altro, arrivano freschi e decisi: “Vo­glio dare una mano all’anti­mafia”. Ma, in un paese civile.

In questo, la prima cosa che insegnamo è: “Ragazzi, l’antimafia si paga”. Eppure, non restia­mo mai soli.

Al servizio dei grandi imprenditori

La mafia, in Sicilia, nasce storica­mente al servizio dei grandi imprendi­tori del comparto agricolo e successiva­mente in­dustriale. Già nel 1920, a Paler­mo, giu­stiziò per loro conto il sindacalista Fiom Giovan­ni Or­cel; negli anni ’40-’60, per conto dei lati­fondisti, venne assassina­to un centi­naio di dirigenti contadini.

“Impren­ditore”, in Sicilia, non è una gran bella pa­rola, e co­munque con l’anti­mafia ha sem­pre avuto poco a che fare. Così, de­sta poca sorpresa la “scoperta” che le pro­clamazioni di questo o quell’ esponente dell’imprenditoria “anti­mafia” andavano in realtà prese cum gra­no salis.

In realtà, la vera sorpresa è data dalla facilità con cui tutta una serie di perso­naggi del genere ha potuto essere presa sul serio dall’antimafia“perbene”, quella almeno di provenienza non popolare.

I motivi son tanti. Primo, l’approssima­zione politica di gran parte della nuo­va anti­mafia, dove la ripetizione di buoni princi­pi sostituisce spesso la lucidità delle analisi e la radicalità delle azioni. Secon­do, è molto più facile pren­dere a interlo­cutori (finché non sma­scherati) i vari Montante e Haeg che non gli Umber­to Santino, i Pino Maniaci o i Siciliani. I primi han­no denari da mettere nei vari “rinnovamen­ti”, e i se­condi no; i primi non minacciano in alcun modo l’assetto sociale “perbene”, e i se­condi sì. Ma così va il mondo; e noi per­doniamo volentieri agli amici perbene quella che non è certo ma­lafede ma solo disattenzio­ne e pigrizia.

Noi, all’antimafia dei simboli, preferia­mo quella palpabile e concreta. Che fare dei beni confiscati? Affidarli ai Montante o magari (come gl’immigrati) ai Castiglione? Questo, or­mai è pacifico, non si può fare più. Metterli all’asta, come dice il capo della com­missione “anti­mafia” siciliana, Musume­ci? Allora tanto varrebbe ridarli diretta­mente ai mafiosi.

Invece bisogna farne beni sociali, distri­buirli con equità, farne economia sana. Que­sto è ciò che so­stiene Libera da metà anni ’90, e noi da dieci anni prima. E fra il buon ele­fante e le formichine, sarà ben difficile per le be­stie feroci – gattopardi e iene – ri­mettere le zampe sulla preda.

Que­sta è la nostra antimafia. Antimafia utile a tutti, anti­mafia vera. Certo: alla tv e sui giornali non la troverete, trove­rete quella urla­ta. I vari Buttafuoco e Mer­lo (sempre amici dei Berlusconi e dei Cian­cio, e ora improvvisamente grandi antima­fiosi) hanno molta più udienza, las­sù, dei no­stri poveri Giacalone, Ester Ca­stano e Ca­pezzuto. Ma ha davvero impor­tanza? I punti si contano alla fine, diceva­no i mae­stri di tres­sette, e a Sedriano e a Trapani la borghe­sia mafiosa, grazie ai nostri croni­sti, i suoi bravi colpi li ha pur presi.

La vera antimafia è “politica”

Quest’antimafia è politica: in un sistema dove i poteri mafiosi sono tanto inseriti nell’economia, è ovvio che la vera lotta alla mafia sia condizione primissima per cambiare qualcosa. Avete già sentito ‘sta tiritera, se siete vecchi lettori dei Siciliani.

Non si può dire che abbia avuto molto successo: la destra, ovviamente, ha avuto ben altro da fare. Il centrosinistra, col suo partito-nazione, in queste settimane sta re­clutando generali e soldati di tutto il vec­chio Sistema non esattamente antimafio­so. E la sinistra “pura”, gli alternativi? Non sembra che il potere mafioso (e in Si­cilia abbiamo avuto due presidenti di fila o condannati o inquisiti) sia esattamente in cima ai suoi pensieri. Con belle e lode­voli eccezioni, certamente: ma certo non proprio al centro della strategia.

Perciò per noialtri monotoni all’improv­viso, è stata una bella sorpresa vedere che qualcun altro cominciava a percepire que­ste cose. Che lo scontro, in Italia, non è più tanto politico quanto sociale. Che è la società civile, non i partiti e partitini, a dovere portar­lo avanti.

Parliamo, come avrete capito, di Libera, di Emergency, della Fiom, della “coalizio­ne sociale” a cui, con gran diffidenza, vor­remmo affidare una speranzella, dar fidu­cia in qualcosa.

La diffidenza nasce (oltre che dalle ca­tastrofiche esperienze con altri sindacali­sti: vedi Cofferati) dal fatto che per “so­cietà civile” s’intendono ancora solo le grosse e un po’ verticistiche organizzazio­ni. La speranza, dal fatto che tutta ‘sta ba­racca nasce fra gli operai. La (moderata) fiducia dalla modestia e dai limiti fissati dai promotori. “Fare altri partiti? – dicono – Dio ce ne scansi. Vogliamo una rete so­ciale, mettere in comunicazione. Noi sia­mo la società, quella vera. Non c’interessa il Palazzo. Noi siamo semplicemente il Quarto Stato”.

E’ un bel progresso rispetto alle inge­gnerie precedenti (arcobaleni, azione civi­li, fors’anche altreurope) che si presenta­vano con bellissimi progetti chiavi-in-mano, cer­cando disperatamente di farli gestire in­sieme da tutte le vecchie sette precedenti (carbonari, giacobini, seguaci degli statuti di Spagna e narodniki) le quali, per loro natura, difficilmente pote­vano invece accordarsi su qualcosa. “Invece ri­partiamo dalle origini, dai soggetti so­ciali”. Questo, secondo noi, comincia a essere buonsenso.

Il governo reale? Marchionne

Anche dall’altra parte ragionano nudo e crudo, senza tante illusioni. Hanno fatto governi (tre, uno dopo l’altro, tecnici, più tecnici ancora e infine “riformatori”) che – a parte la fuffa mediatica – non hanno go­vernato granché. Hanno coperto, in so­stanza, l’emergere del governo reale, quel­lo direttamente “sociale” – ma della parte alta della società, dei Marchionne. E sono stati attentissimi, agendo sul corpo socia­le, a smantellare via via proprio i ceti so­ciali che potevano fargli opposizione.

Prima è toccato agli operai, privati di sindacati e statuti, sospinti (tatcheriana­mente) nelle curve sud e abilmente divisi, con opportune campagne mediatiche e le­ghiste, dai loro omologhi neri, che dopo anni d’Italia non sono che operai come tutti gli altri. Adesso stanno attaccando l’altra colonna della vecchia Repubblica, la scuola. Il preside-comandante, i prof soldati semplici ai suoi comandi, non sono solo un rigurgito degli Anni Trenta. Sono un progetto abilissimo e preciso, di­struggere ogni luogo sociale e lasciarci ciascuno solo davanti alla sua tv o al suo monitor. Se i Landini e i don Ciotti lo capiranno, potranno contare su molte forze ora sparse e divise.

Il laboratorio-Sicilia

In Sicilia, nel paese-laboratorio in pro­vincia di Messina, la sindaca “antimafio­sa” di due anni fa, la Maria Teresa Colli­ca, è stata buttata giù dalle forze congiun­te dei vecchi padroni di destra e nel “nuo­vo” Pd (escluso, a suo onore, un diri­gente che s’è ribellato). A Messina, lo stesso gioco si va preparando per Accorinti.

Nè lui né la Collica, in questi due anni, sono stati all’altezza del ruolo: simbo­lismi moltissimi, tutti belli e civili e degni di gran lode. Ma politique d’abord, mobilita­zione dei bisogni della gente, fiacca e poca. Nè i “compagni” li hanno granché educati, né sostenuti: ap­plausi ma non cri­tiche all’ini­zio, maledi­zioni ma non mano tesa alla fine – cioè adesso.

* * *

Il Sud, il Mediterraneo, il mondo pove­ro intanto vanno avanti. La Grecia (altro che calimeri) affronta la trattativa coi ge­nerali tedeschi, i Brest-Livotsk, e la sta af­frontando bene. Fra gl’islamici splende, per la prima volta nei secoli, la libertà del­le donne, delle ragazze-partigia­ne di Ko­bane, in prima linea col fucile. Fermano i nazifascisti di Isis, abbandonate dall’Occi­dente ipocrita, ma vittoriose.

 

REATO DI MIMOSA

Le “Mamme No Muos” l’otto marzo l’han­no festeggiato con un corteo a Niscemi, alla base Us Navy del Muos, recentemen­te dichiarata il­legale dal­le compe­tenti au­torità italiane. Alla fine del corteo hanno deposto delle mi­mose sul cancello d’ingresso della base. Ora sono indagate per reati vari, con l’accusa di aver tagliato un pezzetto della rete di recinzione della (illega­le) base stra­niera.

 

Promemoria

Dieci obiettivi dell’antimafia sociale

● Abolire il segreto bancario;

● Confiscare tutti i beni mafiosi o frut­to di corruzione o grande evasione fi­scale;

● Assegnarli a cooperative di giovani lavoratori; aiuti per chi le sostiene;

● Anagrafe effettiva dei beni confiscati;

● San­zionare le delocalizzazioni, l’abuso di pre­cariato e il mancato ri­spetto dello Statu­to dei Lavoratori o di accordi di lavoro.

● Separazione di capitale finanziario e in­dustriale; tetto alle partecipazioni nell’edito­ria; To­bin tax;

● Gestione pubblica dei servizi pubbli­ci es­senziali (scuola, università, difesa, ac­qua, energia, strutture tecnologiche, credi­to in­ternazionale);

● Progetto nazionale di messa in sicurez­za del territorio, come volano eco­nomico so­prattutto al Sud; divieto di altre cementifi­cazioni; divieto di industrie inquinanti; ri­strutturazione di quel­le esistenti e bonifica del territorio a spese di chi ha inquinato;

● Controllo del territorio nelle zone ad alta in­tensità mafiosa.

● Applicazione dell’articolo 41 della Costi­tuzione.

Costituzione della Repubblica Italiana

Art. 41 – “L’iniziativa economica privata è li­bera. Non può svolgersi in contrasto con l’utili­tà socia­le o in modo da recar­e dan­no alla si­curezza, alla li­bertà, alla di­gnità uma­na. La legge determi­na i pro­grammi e i con­trolli opportuni perché l’atti­vità econo­mica pubblica e priva­ta possa essere indi­rizzata e coordinata a fini so­ciali”.

(fonte)

Il modo migliore per stare vicino a Pino Maniaci

Dopo gli ultimi brutti avvertimenti mafiosi arrivati a Pino Maniaci, al di là della solidarietà pelosa, conviene ascoltare le sue parole su un argomento particolarmente “caldo” in cui ci sta l’antimafia oltre alla mafia. Eccolo qui:

loraquotidiano.it_2014-12-23_10-48-38-500x375“A fronte di quattromila richieste per fare l’amministratore giudiziario, vengono nominati sempre i soliti noti: DaraModica de MohacBenanti e soprattutto Cappellano Seminara. Quest’ultimo, tutt’ora, continua a gestire capitali immensi, nonostante qualche problema di incompatibilità”. Pino Maniaci, direttore di Telejato, ricostruisce per loraquotidiano.it le denunce portate davanti alla Commissione regionale antimafia durante la sua audizione dello scorso 17 dicembre.

Secondo quanto riferito da Maniaci, il sistema delle misure di prevenzione farebbe acqua da tutte le parti, non rispettando il principio ispiratore della legge Rognoni-La Torre. “Non sono riuscito a scalfire con le mie denunce – ha spiegato – il sistema delle assegnazioni degli incarichi a pochi privilegiati. Quando ho riferito ciò che sapevo, mi sono reso conto che la politica era consapevole di ciò che stava succedendo. Forse i parlamentari non sono nelle condizioni di intervenire, al massimo hanno il potere legislativo per correggere”. Nessuno ha preso provvedimenti nei confronti delle persone denunciate dal direttore di Telejato? ”Non funziona così, funziona così per le persone normali, ma non per gli dei delle misure di prevenzione”.

(fonte)