renzo bossi

Lauree in Albania, soldi scudati in Svizzera: quando “serve” la Lega diventa internazionale

Lauree in Albania, soldi scudati in Svizzera: se “serve”, la Lega è internazionale

Dice “prima gli italiani” ma la Lega ama l’estero, eccome se lo ama, e si riferisce a Paesi stranieri quando c’è da brigare affari di soldi e utilità. C’è la laurea di Renzo Bossi in Albania, all’Università albanese Kriistal di Tirana, che potrebbe essere la prima scena di questa brutta commedia all’italiana in cui gli odiati albanesi (quelli contro cui la Lega ha lanciato strali) sono gli stessi che poi incoronano il figlio dell’imperatore. Rimarrà negli annali anche la meravigliosa risposta del figlio del Senatur, che ai giornali disse di essersi laureato a sua insaputa.

Ma Umberto Bossi e i figli Riccardo e Renzo sono finiti anche in un processo che ci porta addirittura in Tanzania, dove l’ex tesoriere del partito Francesco Belsito ha investito parte dei rimborsi elettorali, acquistato partite di diamanti e poi distribuito soldi alla famiglia del segretario della Lega. Il tesoriere genovese Franco Belsito alla vigilia di Capodanno 2012 fa partire da Genova il bonifico da 4,5 milioni di euro, destinati a finire in Tanzania, svelando il giro di mega prelievi, operazioni offshore, movimenti di assegni, vorticosi giri tra Africa e Cipro, milioni di corone norvegesi e pacchi di dollari australiani. La seconda scena della commediola in salsa leghista potrebbe essere quella Audi A6 che parte da Genova a Milano con undici diamanti e dieci lingotti d’oro nel bagagliaio da consegnare direttamente in via Bellerio. Si tratta del famoso processo dei famosi 49 milioni di euro (di cui Salvini continua a parlare come “parte lesa” dimenticandosi di diritti lesi dei cittadini italiani) che si è chiuso con un’inedita trattativa per cui il partito di Salvini pagherà in 76 comode rate annuali da 600mila euro l’una. Data di estinzione del debito: 2094, alla faccia dei cittadini abituati alle rateizzazioni di Equitalia.

Poi c’è quell’incontro in Russia, con la visita a Mosca del leader leghista all’epoca ministro e vicepremier, in cui il suo ex portavoce Gianluca Savoini all’Hotel Metropoli il 18 ottobre del 2018 parla di alcuni fondi neri che dovrebbero arrivare al partito attraverso una fornitura di petrolio. L’inchiesta è ancora in corso ma la conversazione (al di là del fatto che Salvini sapesse o meno) l’abbiamo ascoltata tutti. Infine c’è il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, con il suo trust alle Bahamas con 5 milioni di euro, regolarizzati da uno scudo fiscale ma sulla cui origine nulla dice.

Prima gli italiani, dicono, ma questi leghisti hanno le mani in pasta sui conti correnti in giro per il mondo.

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L’articolo proviene da TPI.it qui

“Roma ladrona” e la Lega intanto mangiava: condannati Bossi (padre e figlio) e Belsito.

Ora vedrete che Salvini (il moralizzatore su tutto) qui rimarrà zitto zitto come un pesce. Perché il segreto del “nuovissimo” è proprio questo: fingere di non essere stati ciò che si è stati (o forse si è ancora). Ecco l’articolo di Repubblica:

 

Umberto Bossi, il figlio Renzo e l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito condannati a Milano per appropriazione indebita per aver usato i fondi del partito per spese personali. Il Senatur fondatore della Lega, è stato condannato a 2 anni e 3 mesi, un anno e 6 mesi per ‘il Trota’, 2 anni e 6 mesi per l’ex tesoriere. L’altro figlio di Bossi, Riccardo, era già stato condannato in abbreviato a un anno e otto mesi (per circa 158 mila euro di spese personali).

La decisione del giudice Maria Luisa Balzarotti è arrivata nel processo The Famility, così ribattezzato per il nome scritto sulla cartella di documenti sequestrata allora a Belsito in cui comparivano quelle che sono state giudicate spese private della famiglia Bossi pagate però con i soldi del Carroccio. La tesi della procura è che per Bossi “sostenere i costi della sua famiglia” con il patrimonio della Lega è stato “un modo di agire consolidato e concordato”.

Stando alle indagini, tra il 2009 e il 2011, l’ex tesoriere della Lega si sarebbe appropriato di circa mezzo milione di euro, mentre l’ex leader del Carroccio avrebbe speso con i fondi del partito oltre 208mila euro. A Renzo sono stati addebitati, invece, più di 145mila euro, tra cui migliaia di euro in multe, tremila euro di assicurazione auto, 48mila euro per comprare una macchina (un’Audi A6) e 77mila euro per la “laurea albanese”. “Ho saputo della mia laurea in Albania solo dopo questa indagine”, aveva detto in aula il ragazzo lo scorso luglio testimoniando in aula.

Uno dei difensori di Bossi padre, Marcello Gallo, aveva chiesto al tribunale di sollevare davanti alla Consulta “la questione di legittimità costituzionale della disciplina dell’appropriazione indebita” perché, in sostanza la norma, violerebbe il principio di ragionevolezza in quanto punisce la condotta di “appropriazione di cose comuni” – come è stata da lui inquadrato l’operato degli imputati – mentre reati più gravi come l’appropriazione di oggetti smarriti o di beni avuti per errore sono stati depenalizzati.

Il pm Paolo Filippini aveva chiesto 2 anni e 3 mesi per l’ex leader della Lega, 1 anno e mezzo per Renzo e 2 anni e mezzo per Belsito.

Se-ces-sio-ne

Poi, all’improvviso, piovono perle e sembra di tornare indietro di vent’anni. Così.

Umberto Bossi rilancia la secessione dal palco di Pontida, la tradizionale festa del Carroccio. Ma è botta e risposta con Matteo Salvini . La Lega – scandisce il Senatur – “non potrà mai essere un partito nazionale”: e l’obiettivo deve rimanere la “secessione” della Padania. “Io ho ascoltato in questi tempi con molta attenzione la Lega – ha detto tra l’altro Bossi -. La Lega è in un momento di grande confusione, è stata né carne né pesce, ma la Padania resta nel cuore e nella testa”. Bossi ha sostenuto che “la Lega è stata fatta per la libertà del nord dall’oppressione del centralismo italiano, non per altri motivi”, e ha osservato che “troppo spesso si sente parlare di uscire dall’euro, ma i fatti dicono che l’Italia si porta via 100 miliardi di euro e l’Europa due: chi è dunque il nemico? State attenti a tirare le conclusioni così”. Bossi, senza fare nomi, si è infine rivolto ai leghisti radunati a Pontida nel ventennale della dichiarazione di indipendenza della Padania affermando che “a volte i dirigenti devono essere richiamati dai veri proprietari, i militanti”.

(fonte)

Ma i 180 milioni di euro che la Lega ha preso (e speso indebitamente) da Roma ladrona?

(Un pezzo di Francesco Giurato e Antonio Pitoni per Il Fatto Quotidiano)

Dalla Lega Lombarda alla Lega Nord, transitando dalla prima alla seconda repubblica a suon di miliardi (di lire) prima e milioni (di euro) poi generosamente elargiti dallo Stato. Dal 1988 al 2013sono finiti nelle casse del partito fondato da Umberto Bossi e oggi guidato da Matteo Salvini, dopo la parentesi di Roberto Maroni, 179 milioni 961 mila. L’equivalente di 348 miliardi 453 milioni 826 mila lire. Una cuccagna, sotto forma di finanziamento pubblico e rimborsi elettorali, durata oltre un quarto di secolo. Ma nonostante l’ingente flusso di denaro versato nei conti della Lega oggi il piatto piange. Ne sanno qualcosa i 71 dipendenti messi solo qualche mese fa gentilmente alla porta dal Carroccio. Sorte condivisa anche dai giornalisti de “La Padania”, storico organo ufficiale del partito, che ha chiuso i battenti a novembre dell’anno scorso non prima, però, di aver incassato oltre 60 milioni di euro in 17 anni. Insomma, almeno per ora, la crisi la pagano soprattutto i dipendenti. In attesa che la magistratura faccia piena luce anche su altre responsabilità. A cominciare da quelle relative allo scandalo della distrazione dei rimborsi elettorali, che l’ex amministratore della Lega Francesco Belsito avrebbe utilizzato in parte per acquistare diamanti, finanziare investimenti tra Cipro e la Tanzania  e per comprare, secondo l’accusa, perfino una laurea in Albania al figlio prediletto del Senatùr, Renzo Bossi, detto il Trota. Vicenda sulla quale pendono due procedimenti penali, uno a Milano e l’altro a Genova.

MANNA LOMBARDA Fondata nel 1982 da Umberto Bossi, è alle politiche del 1987 che la Lega Lombarda, precursore della Lega Nord, conquista i primi due seggi in Parlamento. E nel 1988, anno per altro di elezioni amministrative, inizia a beneficiare del finanziamento pubblico: 128 milioni di lire (66 mila euro). Un inizio soft prima del balzo oltre la soglia del miliardo già nel 1989, quando riesce a spedire anche due eurodeputati a Strasburgo: 1,03 miliardi del vecchio conio (536 mila euro) di cui 906 milioni proprio come rimborso per le spese elettorali sostenute per le elezioni europee. Somma che sale a 1,8 miliardi lire (962 mila euro) nel 1990, per poi scendere a 162 milioni (83 mila euro) nel 1991 alla vigilia di Mani Pulite. Nel 1992 la Lega Lombarda, diventata proprio in quell’anno Lega Nord, piazza in Parlamento una pattuglia di 55 deputati e 25 senatori. E il finanziamento pubblico lievita a 2,7 miliardi di lire (1,4 milioni di euro) prima di schizzare, l’anno successivo, a 7,1 miliardi (3,7 milioni di euro). Siamo nel 1993: sulla scia degli scandali di tangentopoli, con un referendum plebiscitario (il 90,3% dei consensi) gli italiani abrogano il finanziamento pubblico ai partiti. Che si adoperano immediatamente per aggirare il verdetto popolare, introducendo il nuovo meccanismo del fondo per le spese elettorale (1.600 lire per ogni cittadino italiano) da spartirsi in base ai voti ottenuti. Un sistema che resterà in vigore fino al 1997 e che consentirà alla Lega di incassare 11,8 miliardi di lire (6,1 milioni di euro) nel 1994, anno di elezioni politiche che fruttano al Carroccio, grazie all’alleanza con Forza Italia, una pattuglia parlamentare di 117 deputati e 60 senatori. Nel 1995 entrano in cassa 3,7 miliardi (1,9 milioni di euro) e altri 10 miliardi (5,2 milioni di euro) nel 1996.

RIMBORSI D’ORO L’anno successivo, nuovo maquillage per il sistema di calcolo dei finanziamenti elettorali. Arriva «la contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici», che lascia ai contribuenti la possibilità di destinare il 4 per mille dell’Irpef(Imposta sul reddito delle persone fisiche) al finanziamento di partiti e movimenti politici fino ad un massimo di 110 miliardi di lire (56,8 milioni di euro). Non solo, per il 1997, una norma transitoria ingrossa forfetariamente a 160 miliardi di lire (82,6 milioni di euro) la torta per l’anno in corso. E, proprio per il ’97, per la Lega arrivano 14,8 miliardi di lire (7,6 milioni di euro) che scendono però a 10,6 (5,5 milioni di euro) iscritti a bilancio nel 1998. Un campanello d’allarme che suggerisce ai partiti l’ennesimoblitz normativo che, puntualmente, arriva nel 1999: via il 4 per mille, arrivano i rimborsi elettorali (che entreranno in vigore dal 2001). In pratica, il totale ripristino del vecchio finanziamento pubblico abolito dal referendum del 1993 sotto mentite spoglie: contributo fisso di 4.000 lire per abitante e ben 5 diversi fondi (per le elezioni della Camera, del Senato, del Parlamento Europeo, dei Consigli regionali, e per i referendum) ai quali i partiti potranno attingere. Con un paletto: l’erogazione si interrompe in caso di fine anticipata della legislatura.

ELEZIONI, CHE CUCCAGNA Intanto, sempre nel 1999, per la Lega arriva un assegno da 7,6 miliardi di lire (3,9 milioni di euro), cui se ne aggiungono altri due da 8,7 miliardi (4,5 milioni di euro) nel 2000 e nel 2001. E’ l’ultimo anno della lira che, dal 2002, lascia il posto all’euro. E, come per effetto dell’inflazione, il contributo pubblico si adegua alla nuova valuta: da 4.000 lire a 5 euro, un euro per ogni voto ottenuto per ogni anno di legislatura, da corrispondere in 5 rate annuali. E per la Lega, tornata di nuovo al governo nel 2001, è un’escalation senza sosta: 3,6 milioni di euro nel 2002, 4,2 nel 2003, 6,5 nel 2004 e 8,9 nel 2005. Una corsa che non si arresta nemmeno nel 2006, quando il centrodestra viene battuto alle politiche per la seconda volta dal centrosinistra guidato da Romano Prodi: nonostante la sconfitta, il Carroccio incassa 9,5 milioni e altri 9,6 nel 2007. Niente a confronto della cuccagna che inizierà nel 2008, quando nelle casse delle camicie verdi finiscono la bellezza di 17,1 milioni di euro.

CARROCCIO AL VERDE E’ l’effetto moltiplicatore di un decreto voluto dal governo Berlusconi in base al quale l’erogazione dei rimborsi elettorali è dovuta per tutti i 5 anni di legislatura, anche in caso discioglimento anticipato delle Camere. Proprio a partire dal 2008, quindi, i partiti iniziano a percepire un doppio rimborso, incassando contemporaneamente i ratei annuali della XV e della XVI legislatura. Nel 2009 il partito di Bossi sale così a 18,4 milioni per toccare il record storico con i 22,5 milioni del 2010. Anno in cui, sempre il governo Berlusconi, abrogherà il precedente decreto ponendo fine allo scandalo del doppio rimborso. E anche i conti della Lega ne risentiranno: 17,6 milioni nel 2011. La cuccagna finisce nel 2012 quando il governo Monti taglia il fondo per i rimborsi elettorali del 50%. Poi la spallata finale inferta dall’esecutivo di Enrico Letta che fissa al 2017 l’ultimo anno di erogazione dei rimborsi elettorali prima della definitiva scomparsa. Per il Carroccio c’è ancora tempo per incassare 8,8 milioni nel 2012 e 6,5 nel 2013. Mentre “La Padania” chiude i battenti e i dipendenti finiscono in cassa integrazione.

FINANZIAMENTI E RIMBORSI ELETTORALI ALLA LEGA NORD

(1988-2013)

1988 € 66.249,25 (128.276.429 lire)
1989 € 536.646,25 (1.039.092.041 lire)
1990 € 962.919,55 (1.864.472.246 lire)
1991 € 83.903,87 (162.460.547 lire)
1992 € 1.416.991,83 (2.743.678.776 lire)
1993 € 3.707.939,87 (7.179.572.723 lire)
1994 € 6.125.180,49 (11.860.003.225 lire)
1995 € 1.915.697,39 (3.709.307.393 lire)
1996 € 5.207.659,00 (10.083.433.932 lire)
1997 € 7.648.834,36 (14.810.208.519 lire)
1998 € 5.518.448,11 (10.685.205.533 lire)
1999 € 3.947.619,62 (7.643.657.442 lire)
2000 € 4.539.118,41 (8.788.958.807 lire)
2001 € 4.511.422,19 (8.735.332.610)
2002 € 3.693.849,60
2003 € 4.284.061,62
2004 € 6.515.891,41
2005 € 8.918.628,37
2006 € 9.533.054,95
2007 € 9.605.470,43
2008 € 17.184.833,91
2009 € 18.498.092,86
2010 € 22.506.486.93
2011 € 17.613.520,09
2012 € 8.884.218,85
2013 € 6.534.643,57

TOTALE 179.961.382,78

E intanto i Boss(i) vanno a processo

Anche se Salvini ha il potere di dimenticare spesso (e di voler fare dimenticare) oggi c’è una notizia che vale la pena leggere:

La Procura di Milano ha chiesto il processo per Umberto Bossi, i suoi due figli Riccardo e Renzo e altre 6 persone per la vicenda della gestione dei fondi della Lega. Le accuse a vario titolo sono appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato per circa 40 milioni. Chiesta l’archiviazione per l’ex vicepresidente del Senato Rosi Mauro.

L’inchiesta era stata chiusa lo scorso novembre con la contestazione di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” ossia i rimborsi elettorali ricevuti dal Carroccio in base ai rendiconti al Parlamento del 2008 e 2009. Una truffa allo Stato commessa, secondo i pubblici ministeri, in concorso con Maurizio Balocchi, segretario amministrativo della Lega ormai deceduto, per quanto riguarda il rendiconto dell’esercizio 2008 e con Francesco Belsito, ex tesoriere leghista per il 2009 e 2010. Con tanto di inganno ai presidenti di Camera e Senato e ai revisori pubblici delle due assemblee che autorizzavano i rimborsi basandosi su rendiconti volontariamente falsati “in assenza di documenti giustificativi di spesa e in presenza di spese effettuate per finalità estranee agli interessi del partito politico”.

Minetti, trota e tutto quell’inquinamento intellettuale lì. Per l’ultima volta.

Sì, me lo chiedete. Ho letto del ritorno di Berlusconi. E in fondo lo ripetevo come una litania (ma eravamo in tanti) ultimamente. E in fondo è la mossa che tutti sapevano, che qualcuno fingeva di contrastare e che mi ha sempre lasciato perplesso in alcune scelte degli amici del PD. Però oggi mi interessa altro: questi partiti che si ripuliscono così in fretta. Che a guardarli da fuori ti sembra un gesto da impuniti dell’etica e la morale.
La Lega caccia Renzo Bossi e in Lombardia si erge a moralista. Ci siamo puliti! Festeggiano, pure. E pensi che non possa bastare così poco. Che non sia possibile. Che non ci sarà nessuno che se la beve così facilmente, che la sottrazione di fondi pubblici (pubblici perché di tutti, mica della Lega, eh) non si possa lavare chiedendo al Trota di dimettersi e a suo padre Umberto Bossi di fare l’ammaestrato per qualche mese (perché tornerà anche lui, contateci).
Poi arriva Silvio e decide di fare fuori la Minetti. E pensi che in fondo l’analogia ci sta. Ma siccome Silvio è un fantasista di quelli che fa notizia anche se non tocca mai la palla (come quei talenti inespressi del calcio che chissà perché si sono comunque meritati l’etichetta di “talenti”) decide di chiedere alla sua amichetta del cuore di fare un passo indietro e che basti così.
Mentre l’Europa crolla, il lavoro scompare e i diritti si sgretolano.
Lui, Silvio, si toglie l’ammaliante sassolino dalla scarpa e basta così. Non finge nemmeno un periodo da mansueto in quinta alla Bossi, per intenderci.
E pensi che non possa essere possibile che qualcuno ci creda ancora. Poi guardi gli anni indietro. Però, ti dici, in fondo lì ce l’aveva fatta perché gli altri (cioè noi, di qua, nel centrosinistra) siamo stati sempre timidi e confusi. Timidi, poco credibili, indecisi e confusi.
Timidi, poco credibili, indecisi e confusi.
Timidi, poco credibili, indecisi e confusi.
E ti assale la paura.

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Il circo magico

Francesco Merlo, oggi, irresistibile su Repubblica


Se vo­le­te tro­va­re la fa­mi­glia esa­ge­ra­ta, se cer­ca­te il sud fa­mi­li­sta ti­piz­za­to e mo­stri­fi­ca­to dal­la so­cio­lo­gia, se ave­te no­stal­gia del­l’an­ti­co Me­ri­dio­ne ec­ces­si­vo di “mam­me­ta, pa­te­to, fra­te­to e so­re­te”, è al Nord che do­ve­te an­da­re. A Ge­mo­nio in­fat­ti ca­sa Bos­si è più na­po­le­ta­na di ca­sa Cu­piel­lo, che in fon­do è so­lo tea­tro. E gli af­fi­lia­ti e i com­pa­ri so­no più co­sca nel­la Brian­za che nel­la Cor­leo­ne di og­gi.
So­lo a Ge­mo­nio e non più a Pas­so­pi­scia­ro po­te­te sti­pa­re, in uno stes­so cam­per, il pa­dre bau­scia in ca­not­tie­ra e la mam­ma “ma­va­ra” che pre­pa­ra la te­glia di po­len­ta ma ogni tan­to mol­la sga­nas­so­ni ai ra­gaz­zi e la se­ra si de­di­ca ai ri­ti ma­gi­ci. E, nei se­di­li di die­tro, tan­ti fi­gli mam­mo­ni, ton­ti e spac­co­ni, che mo­stra­no il pet­to al­le ra­gaz­ze ma, ad ogni sor­pas­so, fan­no il ge­sto del­l’om­brel­lo e le cor­na. Nel mez­zo, a di­vi­de­re i ra­gaz­zi che, scom­po­sti, li­ti­ga­no e scal­cia­no, c’è la co­ma­re, l’e­ner­gi­ca zia Ro­sy, ma con il fi­dan­za­to fur­bet­to che al­lun­ga le ma­ni. Ag­giun­ge­te i ca­ni aki­ta, l’om­brel­lo da spiag­gia, sul tet­to una ca­me­ra d’a­ria da usa­re al ma­re co­me un sal­va­gen­te e, per com­ple­ta­re la fa­mi­glia Bos­si, li­be­ra­te quel­l’ar­ma­men­ta­rio espres­si­vo fat­to di per­nac­chie e di­ti me­di di cui al Sud or­mai ci si ver­go­gna e che in­ve­ce in un pez­zo di nord è il co­di­ce del­la clas­se di­ri­gen­te.
Sem­bra un film co­mi­co, un pa­ra­dos­sa­le Ver­do­ne, ma è in­ve­ce la real­tà. Non un’o­pe­ra del­l’in­ge­gno espres­sio­ni­sta del­la com­me­dia al­l’i­ta­lia­na ma il pro­fon­do sud a po­chi chi­lo­me­tri da Mi­la­no, la ri­na­sci­ta per­fet­ta del me­ri­dio­na­le scom­par­so: Fran­chi e In­gras­sia, Ti­be­rio Mur­gia, don Fe­fè, Sa­ro Ur­zì e tut­te le ma­sche­re del­la piz­za e del­la pa­sta al su­go.

L’u­ni­co ele­men­to di mo­der­ni­tà è quel “fa­mi­ly” che il te­so­rie­re del­la Le­ga ave­va scrit­to sul­la più pre­zio­sa del­le car­tel­li­ne, fa­mi­ly co­me prin­ci­pa­le vo­ce di bi­lan­cio, la pa­ro­la in­gle­se per in­gen­ti­li­re il de­lit­to, per na­scon­de­re l’in­gom­bran­te scan­da­lo, un gio­co lin­gui­sti­co di co­per­tu­ra che al­la fi­ne ot­tie­ne l’ef­fet­to op­po­sto. Fa­mi­ly è in­fat­ti l’i­ro­nia di­spe­ra­ta di quel te­so­rie­re go­ril­la che sem­bra il ge­mel­lo di Mo­du­gno: «Mam­me­ta, pa­te­to, fra­te­to, non­ne­ta, so­re­ta, zie­ta… o ca­ne. Aaaaaaaaahhh! Ia­te­ven­ne, ia­te­ven­ne».

Il rogo delle tessere, il giorno dello sciacallo, Maroni e Bossi: nella Lega l’hanno presa bene

Comincia a sparare l’assessora Rizzi: “Maroni segretario? Mi dimetto. Da lui caccia alle streghe”.

Ma chi si supera è un militante padano che nel giorno delle dimissioni del Capo ha scritto un testo dal titolo emblematico: “Il giorno dello sciacallo“.

“Oggi il barbaro sognante ha superato se stesso. Nel febbraio ’95 tradì la Lega Nord, oggi ha tradito l’Amico. Ha tradito colui che gli ha dato fama, soldi, potere. E’ inutile continuare a nascondere la testa sotto la sabbia e far finta di non sapere cosa c’era e c’è in atto in Lega Nord. E’ più di un anno che Maroni tenta di prendere la testa del movimento con mezzi leciti e illeciti, questi ultimi sempre ben nascosti. Se oggi in Bellerio il grido di ‘traditore’ pronunciato dai Militanti si è levato spontaneo nei confronti del ‘barbaro’ è perché tutti hanno capito ‘la mossa del Giuda’”.

“Gli eventi di questi ultimi giorni hanno altre si fatto capire l’accordo con i poteri forti ‘italioti’. Come Robert Bruce tradì William Wallace il ‘Robert italiota’ ha tradito e venduto al nemico Umberto Bossi. La Lega è morta? può essere. Se mai succederà che il ‘barbaro traditore’ si impossessi del movimento la Lega morirà comunque, a lui interessa la struttura e la ‘cassa’, modificherà subito il Dna togliendo l’art.1, ‘l’indipendentismo’ e a quel punto noi Militanti, ‘Guerrieri di Bossi’, non avremmo più ragione di esistere. Fin d’ora vi invito a ‘bruciare la tessera’ in una grossa manifestazione che organizzeremo per il nostro ‘Condottiero‘. Un ultimo sogno nel cuore mi è rimasto: Bossi! La Lega mai a un ‘barbaro traditore’ portatela con te nella tomba”.

Beh, buon lavoro.

Leghista, Presidente dei revisori dei conti ARPA indagato per frode fiscale. Cosa ci dice la Lega?

“Apprese le dimissioni di Renzo Bossi e in attesa di quelle dell’assessore Monica Rizzi e del presidente del consiglio Davide Boni, oltreché naturalmente del presidente Formigoni, visto che nella Lega sembra tempo di pulizie di primavera, ci chiediamo se non sia il caso di procedere subito alla sospensione cautelativa di tal Felice Tavola, padano doc, presidente del collegio dei revisori dei conti di Arpa Lombardia.

Perché il commercialista lecchese è indagato per una frode fiscale di decine di milioni di euro, con un’imputazione a suo carico di associazione per delinquere. E che rimanga a presiedere l’organismo di controllo dei conti dell’Agenzia regionale per l’ambiente e a far parte di quello dell’ospedale Niguarda, sempre su nomina regionale in quota Lega Nord, appare quantomeno sconveniente.

Su questa vicenda stiamo preparando una mozione di sfiducia. Intanto, rispetto a ciò che nel complesso sta emergendo in casa Lega, non passi il giochetto di far credere che un sistema di potere così radicato e così formigonianamente costruito in questi quasi vent’anni alla guida congiunta di Regione Lombardia  rappresenti soltanto un problema interno o familiare.

Cosa pensano dell’opportunità di Tavola in quel delicato ruolo Maroni, i barbari sognanti, il capogruppo Galli e il presidente Boni? E, più in generale, cosa ne pensa la base leghista?

Milano, 10 aprile 2012

 

Qui l’articolo di Affari Italiani:

La strana vicenda di Felice Tavola, indagato e revisore dei conti di Arpa. Il caso di Affaritaliani.it

di Fabio Massa

Uno scandalo dopo l’altro. Anche quelli passati un po’ sotto sordina, ora vengono fuori. Uno per uno. Il Carroccio è nel mirino, ma le inchieste ci sono. E fanno discutere anche a posteriori. L’ultimo caso è quello di Felice Tavola. Tavola, ai più sconosciuto, in Lega Nord in effetti è un pezzo “grosso”. Già assessore al Bilancio al Comune di Lecco nella prima giunta leghista degli anni ’90. Già notissimo commercialista. Già e ancora presidente del collegio dei revisori dei conti di Arpa Lombardia. La stessa lambita, sfiorata e in parte travolta dal caso di Nicoli Cristiani, il consigliere regionale lombardo, membro dell’Ufficio di Presidenza, finito in carcere per aver preso delle mazzette.

Ecco, Felice Tavola è indagato e sta per tornare nel mirino, secondo quanto può riferire Affaritaliani.it. Secondo la Procura di Lecco avrebbe fatto in modo di sottrarre al fisco decine di milioni di euro grazie a un “sistema molto ingegnoso”. L’operazione è stata battezzata Fort Knox . Con metodi semplicissimi il professionista aveva consentito, negli anni, alle società facenti parte del sodalizio di evadere importi per decine di milioni di euro. Le indagini delle Fiamme Gialle hanno portato a 53 denunce, coinvolte 77 società del territorio lecchese e della Bergamasca operanti in prevalenza nel settore delle industrie manifatturiere. Secondo le cronache di inizio marzo “Felice Tavola, che dovrà rispondere anche del reato di associazione a delinquere, era l’indiscusso stratega”.

Il caso sta riesplodendo anche grazie a Giulio Cavalli, consigliere regionale di Sel, che spiega: “Apprese le dimissioni di Renzo Bossi e in attesa di quelle dell’assessore Monica Rizzi e del presidente del consiglio Davide Boni, oltreché naturalmente del presidente Formigoni, visto che nella Lega sembra tempo di pulizie di primavera, ci chiediamo se non sia il caso di procedere subito alla sospensione cautelativa di tal Felice Tavola, padano doc, presidente del collegio dei revisori dei conti di Arpa Lombardia”.

Cavalli attacca a fondo: “Perché il commercialista lecchese è indagato per una frode fiscale di decine di milioni di euro, con un’imputazione a suo carico di associazione per delinquere. E che rimanga a presiedere l’organismo di controllo dei conti dell’Agenzia regionale per l’ambiente e a far parte di quello dell’ospedale Niguarda, sempre su nomina regionale in quota Lega Nord, appare quantomeno sconveniente. Su questa vicenda stiamo preparando una mozione di sfiducia”. L’obiettivo politico è però più ampio e più “largo” rispetto alla semplice figura di Tavola: “Rispetto a ciò che nel complesso sta emergendo in casa Lega, non passi il giochetto di far credere che un sistema di potere così radicato e così formigonianamente costruito in questi quasi vent’anni alla guida congiunta di Regione Lombardia  rappresenti soltanto un problema interno o familiare – conclude Cavalli – Cosa pensano dell’opportunità di Tavola in quel delicato ruolo Maroni, i barbari sognanti, il capogruppo Galli e il presidente Boni? E, più in generale, cosa ne pensa la base leghista?”