Silenzio

Strage nelle carceri, da gennaio 109 detenuti morti nel silenzio: 3 suicidi nell’ultima settimana

Eppure la storia ci insegna che il giornalismo funzionerebbe così, ogni volta che accade qualcosa e che poi si ripete diventa tutto una fanfara che mitraglia notizie simili per creare una sensazione (spesso un sensazionalismo) che induca a vendere copie e a collezionare clic. Siamo il Paese che all’improvviso si appassiona agli incidenti di treni per un mese, da quello che è stato una strage agli incidenti sui binari fuorivia di qualche sconosciuto paesello in cui non si è fatto male nemmeno un bullone: siamo il Paese in cui non può accadere nulla di più goloso di un evento che si ripete il giorno dopo. In fondo, pensandoci bene, non è nemmeno un male: la perseverante ripetizione è un elemento fondamentale per esercitare pressione su chi governa e su chi deve intervenire.

Eppure il carcere no, il carcere non riesce mai a diventare “mainstream” come si usa dire in questi tempi, non riesce mai ad appassionare i politici, non infiamma il dibattito, non merita nemmeno una manciata di minuti in qualche trasmissione popolare pomeridiana. Peccato, perché negli ultimi 7 giorni in carcere si sono suicidate 3 persone e 3 morti in 7 giorni nei luoghi in cui la gente viene affidata alla tutela e alla vigilanza dello Stato sono un pilotto che fa accapponare la pelle. Il 25 ottobre scorso un detenuto italiano di 36 anni si è tolto la vita nella Casa Circondariale di Pavia. Il 30 ottobre si è suicidato un internato nella Casa di Reclusione di Isili e il 31 ottobre un detenuto nella Casa Circondariale di Monza. Non perdete nemmeno tempo a cercare la notizia sui giornali perché nessuno si è preso la briga di riportarlo. Si sa, i detenuti sono periferie sociali che al massimo vengono pianti da qualche parente, se ne hanno qualcuno in giro, e rientrano nelle statistiche dei garanti che provano ad alzare la voce con pochissimo successo.

Anche perché i 3 detenuti suicidi sono solo una briciola dei 47 finora dall’inizio dell’anno, gente che aveva in media 40 anni (l’età che si definisce “ma dai, ma così giovane” per quelli qui fuori) e che sono parte dei 109 del totale delle persone recluse decedute per suicidio, malattia o “cause da accertare” (età media 46 anni). La rivista Ristretti Orizzonti (che di carcere si occupa dalla nascita) ha cominciato a tenere conto dei morti in carcere fin dall’anno 2000 con il dossier “Morire di carcere” e da allora ha registrato 3.288 morti (età media delle vittime 45 anni), delle quali 1.215 sono ascrivibili a suicidio (età media delle vittime 41 anni). Per dare un’idea delle proporzioni i decessi causati dal virus Covid-19 sono stati 21 (con un’età media di 65 anni) mentre sono 13 (di 40 anni d’età media) i morti solo durante le rivolte scoppiate tra il 9 e il 10 marzo dell’anno scorso.

Scorrendo i numeri si scopre che tra il 26 e il 27 settembre scorso si sono suicidati Alexandro Riccio nel carcere di Ivrea, Emanuele Impellizzeri a Verona e Mirko Palombo a Benevento. Tutto nel giro di due giorni. Oppure si scopre che Alberto Pastore, che di anni ne aveva solo 24, il 14 maggio di quest’anno si è suicidato nel carcere di Novara. Come scrivono giustamente quelli di Ristretti Orizzonti (che sono anch’essi detenuti) «questa catena di cifre ricorda tanto le cronache di guerra, con le dimensioni degli eserciti, dei “corpi speciali” di combattenti e, infine, con il bilancio di morti e di feriti. La propaganda bellica si cura di far apparire i nemici come semplici quantità numeriche e, allo stesso tempo, di umanizzare i propri soldati, riprendendo la loro partenza – tra abbracci, baci e lacrime -, magari mostrandoli mentre soccorrono gente bisognosa, mentre pregano o giocano a carte».

Infine viene da chiedersi perché i molti cultori di “verità e giustizia” (quelli leali e quelli presunti) non balzino sulla sedia vedendo le decine di casi di morti per motivi “da accertare” che rimangono impolverati negli anni a venire, come se in fondo il carcerato suicida rientri nella normalità delle cose, nell’inevitabile danno collaterale della detenzione come sistema. L’Organizzazione mondiale della sanità (così in voga in questi anni di pandemia) ha ripetuto decine di volte che i detenuti «rappresentano un gruppo ad alto rischio suicidiario» e noi continuiamo a non riuscire ad affrontare il rischio: «anche se molte volte – scrive l’OMS – non ci è dato di prevedere con precisione se e quando un detenuto tenterà il suicidio o lo porterà a termine, gli agenti di custodia, gli operatori sanitari e il personale psichiatrico possono essere messi in grado di identificare detenuti in crisi suicidaria, stimare il loro rischio e trattare eventuali gesti suicidari». Ma noi continuiamo a non farcela.

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Zaki a processo nel silenzio dell’Italia: dopo 2 anni in cella il nostro Paese se ne lava le mani

Sarà per questa fastidiosa sensazione di essere rassicurati con quel vuoto fare paternalistico che si usa con chi è considerato troppo molesto ma dietro la prima udienza avvenuta ieri a Mansura in Egitto che ha confermato la custodia cautelare del trentunenne studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki rimbomba con insistenza una certa domanda: ma esattamente cosa ha fatto l’Italia per Patrick Zaki?

Partiamo dall’inizio: l’ergastolo cautelare di Patrick Zaki è iniziato nel febbraio del 2020 all’aeroporto del Cairo, quando lo studente decise di tornare in Egitto per prendersi una pausa dagli studi qui in Italia. Per mesi non si è saputo nulla nemmeno sui suoi capi d’imputazione. Il fatto che fosse rinchiuso nel carcere di Tora, lì dove il governo di Al-sisi rinchiude tutti i suoi più importanti oppositori politici, lasciava ovviamente intendere che l’accusa fosse di natura politica. Oggi sappiamo che è accusato per un articolo scritto nel 2019 sulla persecuzione dei cristiani copti in Egitto (che gli vale un’accusa per “diffusione, in patria e all’estero, di notizie false contro lo Stato egiziano”).

Tutto questo dopo 19 mesi di carcere (oltre il periodo massimo consentito dalla legge egiziana per reati di questo tipo), dopo accuse sempre piuttosto vaghe per alcuni post su Facebook di certi profili che si sono rivelati persino falsi e dopo un interrogatorio avvenuto quattro giorni fa per alcuni suoi scritti risalenti addirittura al 2013. È caduta, per ora, l’accusa di terrorismo per cui Zaki avrebbe rischiato una condanna fino a 25 anni di carcere. Allo stato attuale la pena massima potrebbe essere di 5 anni di reclusione ma certo non tranquillizza che lo studente sia processato davanti a un “tribunale d’emergenza per la sicurezza dello stato”, la cui procedura non prevede diritto d’appello.

In Italia, in mezzo a molti comunicati più o meno convinti (e più o meno convincenti) di solidarietà al ragazzo si registrano due mozioni nelle due camere approvate a maggioranza che chiedevano al governo di “avviare tempestivamente mediante le competenti istituzioni le necessarie verifiche” per l’eventuale concessione della cittadinanza italiana. Peccato che le mozioni non fossero vincolanti, che la risposta del sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, nello scorso luglio fosse piuttosto blanda («Dobbiamo dirci le cose in modo molto chiaro: alle valutazioni tecniche, ci sono anche valutazioni più ampie che devono tenere conto delle circostanze di contesto», – disse Di Stefano – la cittadinanza «può avere effetti negativi») e che il governo ha deciso sostanzialmente di ignorarle senza nemmeno concederci il lusso di ottenere una spiegazione chiara. Nell’elenco dei buoni propositi si registra anche l’ultima puntata di buoni propositi con il ministro Di Maio che durante un evento elettorale a Bologna (la città adottiva di Zaki) 5 giorni fa ci rassicurava dicendoci che il governo «continua a lavorare ogni giorno» con l’obiettivo di «portare in libertà Patrick Zaki e restituirgli tutti i suoi diritti». Anche in questo caso non ci è dato l’onore di sapere esattamente il “come”.

Di certo l’Italia con l’Egitto di Al-sisi continua a mantenere proficui rapporti economici e militari e di certo c’è che dal Cairo continua a rimbombare anche la morte senza verità e senza giustizia di un altro studente su cui si spendono quintali di parole da parte della politica: Giulio Regeni. Alla luce di tutto questo le rassicurazioni mielose infastidiscono e poco altro e si torna alla domanda iniziale. Esattamente cosa sta facendo l’Italia?

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Silenzio libera tutti

Si vede da lontano lo sforzo di Draghi di non essere “di nessuna parte” per non interferire nel minuzioso lavoro di chi lo vorrebbe prossimo presidente della Repubblica

«Non ho fatto una scelta sul nome del futuro presidente della Repubblica. Se Draghi diventasse presidente si andrebbe a votare, ma non ho elementi per dire che Fratelli d’Italia potrebbe sostenerlo. Cerco di valutare la sua figura, sicuramente autorevole, e dico che l’autorevolezza è una bella cosa ma va esercitata. All’interno del governo mi pare che Draghi penda di più dall’altra parte»: parole di Giorgia Meloni, aspirante leader del prossimo centrodestra, intervistata da Lucia Annunziata durante una delle sue tante ospitate in questo tour che sa molto di “operazione simpatia” per “normalizzare” anche la destra peggiore e per erodere i voti pop all’alleato Salvini.

Draghi pende un po’ a sinistra, secondo Giorgia Meloni che così puntella il presidente del Consiglio e lo sforzo di Draghi di non essere “di nessuna parte” per non interferire nel minuzioso lavoro di chi lo vorrebbe prossimo presidente della Repubblica si vede anche da lontano. Cosa sceglie Draghi per piacere a tutti? La via più facile, quella più naturale per chi ha interesse a non disturbare gli equilibri: il silenzio.

Così mentre ieri il presidente Mattarella ha celebrato la Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia spiegando in un comunicato che «le attitudini personali e l’orientamento sessuale non possono costituire motivo per aggredire, schernire, negare il rispetto dovuto alla dignità umana» a Draghi invece non esce nessuna parola. «Ci sarebbe piaciuto che l’avesse detto anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Mancano ancora un po’ di ore», ha detto ieri il presidente onorario di Arcigay Franco Grillini. Speranza vana.

Stesso silenzio sulla situazione israelo-palestinese, su cui Draghi balbetta finendo schiacciato sulle posizioni americane. Mentre i leader dei Paesi di tutto il mondo almeno si prendono il disturbo di dire qualcosa, seppure spesso con frasi di circostanza, Mario Draghi non dice per non scontentare nessuno illudendosi di accontentare tutti. Eppure è lo stesso Draghi che aveva orgogliosamente indicato Erdogan come dittatore: su Tel Aviv e Gerusalemme nulla. Stesso silenzio sulla possibile riforma della giustizia.

Fin dall’inizio ci siamo permessi di notare (e provare a fare notare) che questo governo sarebbe stato talmente ampio da risultare impolitico. Tocca perfino dare ragione a Salvini quando lascia intendere che questo governo, pur avendo l’appoggio di quasi tutti, non potrà fare le riforme. «Intanto  le riforme sono un problema di sistema, non tanto e solo Draghi. Poi, essendo questioni squisitamente politiche è difficile portarle avanti in una coalizione così indeterminata politicamente. Vanno fatte riforme di destra o di sinistra? Le differenze tra le posizioni dei partiti sono evidenti. O diciamo che esiste una visione che va bene a tutti oppure accettiamo l’esistenza di posizioni diverse che andrebbero legittimate dal voto», spiegava ieri il politologo Piero Ignazi in un’intervista a Huffington Post.

Mario Draghi è come quel compagno di liceo, che quasi tutti abbiamo avuto, che risultava misterioso perché non parlava mai e nessuno si accorgeva che non avesse niente da dire oppure che senza parlare avrebbe potuto essere potenzialmente d’accordo con tutti. Qualcuno scambia il silenzio per autorevolezza e applaude alla politica del presidente amministratore delegato che lascia la comunicazione all’ufficio marketing. E chissà se qualcuno prima o poi si accorgerà che questo governo, con il piano vaccinale che ora sembra a regime e con i compiti ben fatti già spediti all’Europa, sembra essere sul punto di esaurire il suo mandato. Per la gioia di Meloni e Salvini.

Buon martedì.

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La sinistra si scalda per i processi a Salvini e ignora i migranti: 500 morti in 4 mesi (+200%)

Il Mediterraneo continua ad essere un cimitero liquido e il campo di battaglia di emergenze che spuntano solo quando tornano comode alla sfida politica. L’ipocrisia dei partiti sta tutta in quei numeri che diventano roncole quando servono per attaccare l’avversario e poi scompaiono se richiedono senso di responsabilità. Fra qualche mese, sicuro, comincerà di nuovo la fanfara degli sbarchi incontrollati come accade ciclicamente tutte le estati (con il miglioramento delle condizioni atmosferiche e quest’anno anche con l’allentamento del virus) e intanto sembra impossibile riuscire a costruire una chiave di lettura collettiva su cui dibattere e da cui partire per proporre soluzioni.

Però nel Mediterraneo un’emergenza c’è già, innegabile, e sta tutta nello spaventoso numero di morti in questi primi mesi dell’anno: mentre nel 2020 furono 150 le vittime accertate nel Mediterraneo quest’anno ne contiamo già 500, con un aumento quasi del 200%. A lanciare l’allarme è stata Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, che ha partecipato al briefing con la stampa del Palais des Nations di Ginevra dal porto di Trapani in Sicilia, dove circa 450 persone stavano sbarcando in seguito al salvataggio da parte della nave della ONG Sea Watch: «Dalle prime ore di sabato 1 maggio – ha spiegato Sami – sono sbarcate in Italia circa 1.500 persone soccorse dalla Guardia Costiera italiana e dalla Guardia di Finanza o da Ong internazionali nel Mediterraneo centrale. La maggior parte delle persone arrivate è partita dalla Libia a bordo di imbarcazioni fragili e non sicure e ha lanciato ripetute richieste di soccorso».

Sami ha anche tracciato un primo quadro degli sbarchi nel 2021: «Mentre gli arrivi totali in Europa sono in calo dal 2015, – ha spiegato Sami – gli ultimi sbarchi portano il numero di arrivi via mare in Italia nel 2021 a oltre 10.400, un aumento di oltre il 170 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma siamo anche profondamente preoccupati per il bilancio delle vittime: finora nel 2021 almeno 500 persone hanno perso la vita cercando di compiere la pericolosa traversata in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, rispetto alle 150 dello stesso periodo del 2020, un aumento di oltre il 200 per cento. Questa tragica perdita di vite umane sottolinea ancora una volta la necessità di ristabilire un sistema di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale coordinato dagli Stati».

L’agenzia Onu «sta lavorando con i suoi partner e con il governo italiano nei porti di sbarco per aiutare ad identificare le vulnerabilità tra coloro che sono arrivati e per sostenere il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo» ma Sami sottolinea come continuino a mancare «percorsi legali come i corridoi umanitari, le evacuazioni, il reinsediamento e il ricongiungimento familiare devono essere ampliati» mentre «per le persone che non hanno bisogno di protezione internazionale, devono essere trovate soluzioni nel rispetto della loro dignità e dei diritti umani». L’incidente più grave finora è quello del 22 aprile, quando un naufragio ha causato la morte di 130 persone sollevando i prevedibili lamenti che ogni volta vengono spolverati per l’occasione. Solo una questione di qualche ora, come sempre, poi niente. La zona continua a essere completamente delegata alla cosiddetta Guardia costiera libica: «Nell’ultimo naufragio si parla di almeno 50 morti, noi abbiamo la certezza solo di 11 persone.  Quello che sappiamo è che erano in zona una nave mercantile e un’altra barca e che non sono intervenute, nonostante sia stato lanciato l’sos. E questo è molto grave: se c’è un natante in distress si deve intervenire, perché l’imbarcazione può affondare in qualsiasi momento. Ma ormai questa sembra essere una prassi consolidata: nessuno interviene in attesa che arrivi la Guardia costiera libica e riporti le persone indietro. Questo ci preoccupa molto», ha spiegato Carlotta Sami.

Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) siamo al 60% di persone che tentano la traversata in mare e che vengono sistematicamente riportate indietro: «Almeno una su due è matematicamente riportata in Libia – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce Oim, a Redattore Sociale -. Dopo l’ultimo naufragio abbiamo lanciato un appello all’Ue perché si rafforzi il sistema di pattugliamento in mare e si evitino altre tragedie, ma è caduto nel vuoto. C’è un silenzio politico assordante su questo tema. Si parla solo genericamente di un aumento degli arrivi: ma attenzione a evitare narrazioni propagandistiche perché nonostante la crescita i numeri restano bassi. Non esiste un’emergenza in termini numerici ma solo un’emergenza umanitaria, di morti e dispersi in mare».

Sempre a proposito di proporzioni poi ci sarebbe da capire perché le eventuali (gravi) responsabilità penali di Salvini quando fu ministro e lasciò alla deriva le navi delle Ong debbano infiammare più di questo spaventoso numero di morti che sembra non avere responsabili. Forse anche il centrosinistra, se vuole davvero occuparsi di diritti umani e non solo di dialettica politica, dovrebbe avere il coraggio di ripartire da qui.

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Il sottosegretario dei migliori

Fanpage in una sua inchiesta che (c’è da scommetterci) difficilmente passerà nei telegiornali nazionali racconta la transizione politica dell’attuale sottosegretario all’Economia Claudio Durigon, uno dei fedelissimi di Salvini (e infatti per niente amato dalla Lega vecchia maniera). Ve lo ricordate Matteo Salvini quando tutto fiero presentava i suoi uomini nel governo Draghi? «Questo è il governo dei migliori?» gli chiese una giornalista e lui rispose «certo questi sono gli uomini migliori della Lega».

Bene, eccolo il migliore: come racconta benissimo Fanpage, Durigon è uno che avrebbe gonfiato i dati degli iscritti del sindacato Ugl di cui era dirigente, riuscendo a dichiarare 1 milione e 900mila iscritti mentre erano (forse) 70mila. Sapete che significa? Che stiamo continuando a parlare di una rappresentatività dopata che non esiste nella realtà (questo anche a proposito del nostro Buongiorno di ieri sulla sparizione del salario minimo dal Pnrr, su cui torneremo). Durigon da sindacalista ha avuto piena gestione sulla cassa da cui potrebbero essere passati i movimenti che la Lega non era libera di fare per quella storia dei suoi 49 milioni di euro. Durigon ha fatto prostituire un sindacato (pompato) alla Lega per ottenere qualche candidatura. Poi ci sono le amicizie che sfiorano certa criminalità organizzata nel Lazio (ma i lettori più attenti lo sapevano da tempo che certi clan hanno fatto campagna elettorale nel Lazio per Lega e Fratelli d’Italia) e infine c’è quella registrazione vergognosa in cui Durigon tutto sornione confida di non avere nessuna preoccupazione sulle indagini sui soldi della Lega perché il generale della Guardia di Finanza che se ne occupa è un uomo che hanno “nominato” loro: «Quello che fa le indagini sulla Lega lo abbiamo messo noi»

Tutto grave, tutto gravissimo. Tra l’altro fa estremamente schifo anche questo atteggiamento di politici con il pelo sullo stomaco che ancora si atteggiano come i peggiori politici socialisti, i peggiori unti democristiani che sventolavano il potere come se fosse un mantello, per piacere e per piacersi. Fa schifo questa esibizione dello scambio di favori. Fa schifo tutto.

Fa schifo anche Salvini che ieri alla Camera ha risposto ai rappresentanti del M5s che sottolineavano l’inopportunità di un tizio del genere come sottosegretario mettendosi a parlare di Grillo. Il solito gioco da cretini di buttare la palla in tribuna. Il solito Salvini. Se posso permettermi è parecchio spiacevole anche il composto silenzio del Pd che vorrebbe rivendere il poco coraggio come diplomazia. Siamo alle solite.

C’è però anche un altro punto sostanziale: della vicinanza tra Durigon e uomini della criminalità organizzata durante la sua campagna elettorale ne avevano scritto un mese fa Giovanni Tizian e Nello Trocchia su Domani, degli intrecci mafiosi su Latina ne scrivono da anni dei bravi giornalisti chiamati con superficialità “locali” e che invece trattano temi di importanza nazionale. Sembra che non se ne sia mai accorto nessuno e questo la dice lunga sulla percezione che in questo Paese si continua ad avere della criminalità organizzata. Anche questo fa piuttosto schifo.

Buon venerdì.

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Diritti di Cristello

Mi sembra che si parli molto poco, troppo poco, con quel silenzio cortese che si crea di solito per inzerbinarsi a qualche potente, della storia di Riccardo Cristello, che da 21 anni lavora all’ex Ilva di Taranto, che è stato operaio in magazzino e poi tecnico controllo costi dell’acciaieria, che ha aiutato anche in amministrazione per le fatture e che dopo una vita vissuta all’interno dell’azienda senza mai nemmeno una virgola fuori posto ora si ritrova disoccupato, licenziato per “giusta causa” solo che a guardarla da fuori la causa sembra tutt’altro che giusta.

La colpa di Cristello sarebbe quella di avere condiviso sul suo Facebook (e ci potete scommettere che Riccardo non sia propriamente un influencer capace di raggiungere milioni di persone) una lettera non sua, arrivata da un gruppo watshapp, in cui si invitava a seguire in televisione la fiction Svegliati amore mio (un programma con Sabrina Ferilli, eh, mica un pericoloso documentario di giornalismo di inchiesta) in cui si denunciano i danni che il siderurgico provoca in termini di salute pubblica. Sia chiaro: la serie televisiva non è sull’ex Ilva e non ha riferimenti su niente.

Seduto sul divano Riccardo Cristello e sua moglie devono avere pensato che valesse la pena sprecare una serata per un argomento così vicino alla loro vita e alla vita dei loro concittadini, in quella Taranto dove quasi tutti hanno un amico o un parente ucciso dalla gestione criminale dell’acciaieria, ben prima che arrivasse ArcelorMittal a gestirla.

«Dopo anni di rapporti umani vissuti nella fabbrica, mi hanno chiamato la domenica delle Palme dicendomi che c’era un problema di numero e che dovevo rimanere in cassa integrazione per una settimana. In verità mi stavano sospendendo per poi licenziarmi, senza nessun avvertimento, nessuna telefonata, se non la raccomandata col provvedimento», racconta in un’intervista a Repubblica Cristello. Licenziato così, su due piedi, per un post su Facebook che ha fatto rumore solo dopo il licenziamento. Una scelta di marketing tra l’altro che grida vendetta per stupidità e per cretineria.

Poi, volendo vedere, ci sarebbe anche quella vecchia questione dei diritti da rispettare, della politica che dovrebbe alzare la voce (almeno una parte) e di una violenza che ha distrutto la vita di una persona. «Ho l’impressione di essere il capro espiatorio. Lo spirito sembra sia quello di punirne uno per educarne cento. Non possiamo più parlare, non possiamo più commentare, dobbiamo stare zitti e basta», dice Cristello.

Viene da chiedersi se in questo periodo in cui alcuni vedono “dittatura” dappertutto non sia il caso di alzare la voce per una situazione del genere: c’è dentro il diritto al lavoro, il diritto alle proprie opinioni (che tra l’altro nulla c’entrano con l’azienda) e soprattutto c’è il diritto di dire forte che Taranto è stata devastata e sanguina ancora.

Aspettiamo con ansia.

Buon martedì.

Nella foto frame da una videointervista del Corriere della Sera

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Non irridere la paura

Il caos è evidente e non è, come qualcuno vorrebbe comodamente farci credere, un caos provocato dalla paura dei cittadini, quella che qualcuno chiama “irrazionalità della rete” o qualcun altro butta nel cestino dei “No vax”.

Al di là degli inevitabili complottisti di cui poco ci interessa (a proposito, notatelo: prima negavano che esistessero morti per Covid e oggi invece sono sicuri che esistano morti per il vaccino dappertutto, fenomenali) c’è una larga fascia di popolazione che ha paura, una paura alimentata dai messaggi contrastanti che arrivano in questi ultimi giorni, paura provocata dalla sensazione di non comprendere le decisioni di chi governa (per questo forse sarebbe stato il caso di ascoltare parole nette dal presidente del Consiglio uscendo da questo solito stolto silenzio), paura che è figlia anche di un anno usurante che ci propone una luce in fondo al tunnel che si allontana ogni giorno per un qualche motivo, paura per la stanchezza accumulata, paura per il futuro difficile non solo dal punto di vista sanitario.

E certo la paura non va alimentata, certo che no, e non va nemmeno sfruttata per fini di propaganda: la paura però merita risposte, va governata, bisogna affrontarne le cause e ha bisogno di assunzioni di responsabilità. La paura si governa con un trasparente dibattito democratico fatto di numeri, di prospettive e di credibilità messa in campo.

Irridere la paura significa in questo momento creare due opposte tifoserie, tra scetticismo e fideismo, e non serve assolutamente per tenere insieme il blocco sociale essenziale per uscire da questa crisi. Un percorso che costruisca fiducia (e ancora di più che la ricostruisca dopo questi giorni neri) ha bisogno di una naturale predisposizione all’ascolto. No, non è vero che tutti quelli che in queste ore sono tramortiti siano degli scellerati negazionisti. E non è nemmeno vero che la comunicazione politica e scientifica di questi giorni sia stata all’altezza.

La credibilità si costruisce giorno per giorno, si alimenta giorno dopo giorno, non si rivendica irridendo le preoccupazioni. Sarà un percorso lungo, ora ancora più difficile.

Buon mercoledì.

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Draghi, sullo stop ad AstraZeneca non puoi tacere: è stata una decisione politica, e va spiegata 

Alla fine viene il dubbio davvero che il silenzio sia una strategia, suggerita da qualche presunto esperto di marketing che probabilmente ne sa un po’ pochino di comunicazione istituzionale, di responsabilità di governo e soprattutto del fatto che la comunicazione è essa stessa politica, che il dovere di spiegare non è qualcosa che ha a che vedere con la morbosa curiosità ma che rientra nei doveri di un’affidabile classe dirigente.

Così siamo passati da un eccesso all’altro, usciamo da un reality show applicato alla politica che ogni giorno ci proponeva una nuova puntata di una storia anche piuttosto artefatta al silenzio totale in questa situazione di confusionario stallo che nessuno si sente chiamato a governare.

Qualcuno ripete che anche in Germania hanno sospeso le amministrazioni AstraZeneca e quindi questo dovrebbe bastare come spiegazione. Va bene, proviamo a partire proprio da qui: in Germania la comunicazione è stata data dai canali ufficiali del governo e il ministro alla Salute è apparso poco dopo in conferenza stampa. Incredibile, eh? Qui da ieri si naviga a vista nel tentativo di rivendere come decisione sanitaria una decisione che è sostanzialmente politica (Ema e OMS invitano a non sospendere le somministrazioni) ma non si vedono politici in giro che si prendano la responsabilità di dirci qualcosa.

Non si sente il presidente Draghi, non si vede il ministro Speranza, si scorgono in lontananza alcuni fragili ambasciatori che non riescono nemmeno a farsi notare. Allora forse conviene fare qualche piccola valutazione.

Ad esempio, non è che questa enorme risonanza che nelle ultime ore stanno avendo i social e la stampa sia dovuta anche al silenzio del governo che c’è tutto intorno? Non è “politica” proporre un’interpretazione dei fatti che accadono e delle decisioni che si prendono? E poi: si invita alla fiducia, e si fa benissimo, ma non è la fiducia qualcosa che va nutrita mettendo in gioco la propria credibilità? Perché qui il sospetto è che per non ripetere alcuni errori di “quelli di prima” si decida di scomparire seguendo il comodo imperativo di non dire niente per non sbagliare a dire qualcosa.

Non funziona come sui social, chi governa non può sperare in un tasto “ignora” per evitare il dibattito. Ci hanno detto “facciamo prima di parlare”, e va benissimo, ora hanno fatto e stiamo aspettando che ci dicano qualcosa. Fino a qualche mese fa qui eravamo tutti innamorati di domande scomode alla politica, pensa te, e ora sono sparite le domande.

Leggi anche: 1. “L’Italia non doveva sospendere il vaccino AstraZeneca, abbiamo agito per emotività o politica”. Intervista all’ex direttore generale dell’Aifa Luca Pani / 2. Invece di allarmarvi, chiedetevi a chi conviene se il vaccino AstraZeneca viene sospeso (di Luca Telese)

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Da lunedì 3 settimane chiusi in casa ma nessuno ha il coraggio di chiamarlo per quel che è: lockdown

Avete seguito la conferenza di stampa di Draghi in cui ha illustrato il peggioramento dei colori delle regioni che di fatto istituisce il (doveroso, vista la situazione) lockdown praticamente su quasi tutto il territorio nazionale e che prevede nuove restrizioni in occasione delle prossime festività pasquali? No, perché non c’è stata nessuna conferenza stampa.

Avete sentito le voci di sdegno dei giornalisti che rivendicano (giustamente) il diritto di porre delle domande e di ottenere delle risposte, quelli che lamentavano (giustamente) lo storytelling imposto da Casalino senza nessuna possibilità di contraddittorio? No, perché non ce ne sono state.

A proposito: cosa ne dite delle comunicazioni al Parlamento (lungamente invocate) sulle prossime chiusure e della ricchissima discussione parlamentare che ne è seguita? Niente, nemmeno qui. Non ci sono state. Avete sentito, a proposito, gli strepiti di Salvini che contesta la dittatura sanitaria e che invita il ministro Speranza (è sempre lui il ministro, eh) ad andare a casa perché incapace di prendere qualsiasi altra decisione che non sia una chiusura totale? Niente, niente di niente. Zero.

L’Italia è nel pieno della terza ondata, lo dimostrano i numeri e purtroppo coloro che sono stati apostrofati come “catastrofisti” hanno avuto ragione e ancora una volta il governo è costretto (come accade in tutti i Paesi del mondo) a correre ai ripari con nuove restrizioni.

Si può discutere per giorni se è stato fatto tutto il possibile per mettere in sicurezza il Paese, si può (e si deve) controllare passo per passo la campagna vaccinale e la prontezza delle risposte del sistema sanitario ma la grande differenza del governo Draghi (che inevitabilmente si ritrova a dover prendere le stesse misure di prima) sembra essere un condono comunicativo che si dovrebbe accettare in nome di una non precisata presenza di “tecnici” a cui è permesso non comunicare.

Così accade che qualsiasi provvedimento necessario ma impopolare scivoli liscio come se fosse un naturale meccanismo che non ha bisogno di spiegazioni e che gode di una silenziosa accondiscendenza. Ma il punto sostanziale rimane uno: essere presidente del Consiglio significa ricoprire un apicale ruolo politico e la politica ha il dovere di accompagnare le azioni con esaurienti spiegazioni e con l’assunzione di responsabilità per il presente e per il futuro.

Draghi può essere “un tecnico” ma non può permettersi di fare “il tecnico” nel ruolo che ricopre. Non durerà a lungo questo velo, no, qualcuno glielo dica, per il suo bene e per il bene del governo.

Leggi anche: 1. I ristori ancora non si vedono, ma c’è Draghi e va tutto bene / 2. Prima si lamentavano per la “dittatura sanitaria”. Ma ora che le chiusure le fa Draghi va tutto bene

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