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La sete siriana

Bevono dalle pozzanghere. Nei crateri delle bombe improvvisano piscine di acqua e melma. E sono bambini.

Tutti gli ingredienti per una spendibile commozione universale e invece niente. Ogni tanto abbiamo una pietà che ci si incaglia per motivi oscuri. Basterebbe trovare quella leva, quel filo impigliato, per fare la rivoluzione

Quella vera.

Aleppo senza acqua

“Quasi 2 milioni di persone in Aleppo sono, ancora una volta, senza acqua corrente da rete pubblica. Gli intensi attacchi di giovedì notte hanno danneggiato la stazione di pompaggio di Bab al-Nayrab che fornisce acqua a circa 250mila cittadini nella parte orientale della città: le violenze stanno impedendo alle squadre di tecnici di raggiungere la stazione per la riparazione”. Le parole di Hanaa Singer, rappresentante UNICEF in Siria, non lasciano spazio all’immaginazione: sotto i bombardamenti, stando a quanto riportano gli “elmetti bianchi”, hanno perso la vita almeno 93 persone e sono rimaste colpite anche strutture dei servizi di emergenza e molti rifugi sotterranei. E il dramma nel dramma è ora la mancanza di acqua.

Il rischio di epidemie. “Per ritorsione – continua Singer – la stazione di pompaggio di Suleiman al Halabi, che si trova ad est, è stata disattivata, tagliando l’acqua a un milione e mezzo di persone nella parte occidentale di Aleppo. Privare i bambini dell’acqua li mette a rischio di terribili epidemie aggiunge trauma alla sofferenza, alla paura e all’orrore che già vivono a ogni giorno”. Nella parte orientale della città, la popolazione dovrà ora utilizzare acqua di pozzo altamente contaminata. Nella parte occidentale, i pozzi già esistenti saranno una fonte alternativa sicura. “L’UNICEF aumenterà il trasporto dell’acqua di emergenza in tutta la città – precisa ancora Singer – ma questa è una soluzione temporanea e non sostenibile nel lungo periodo. Per la sopravvivenza dei bambini è fondamentale che tutte le parti in conflitto fermino gli attacchi contro le infrastrutture idriche, dando accesso per valutare e riparare i danni alla stazione di Bab-al- Nayrab, e che facciano di nuovo passare l’acqua alla stazione di Suleiman al-Halabi”.

Aleppo brucia. “Nulla di quello che dice il regime sui corridoi umanitari è vero, nulla. Come possiamo uscire di casa se non ci sentiamo sicuri? Se fosse vero, me ne andrei subito”, ha detto all’agenzia di stampa tedesca Dpa Mustafa, 48 anni, intrappolato con i suoi genitori anziani, la moglie e una figlia in città, in uno dei quartieri presi di mira dalle forze siriane o loro alleate. “La terra trema e si sposta sotto i nostri piedi. Aleppo brucia”, spiega all’agenzia Bahaa al Halabi, anche lui residente ad Aleppo est.

(fonte)

Siria: il contrabbandiere di felicità

«Il coraggio di un siriano tra la Finlandia e la Siria per portare sollievo ai bimbi sotto le bombe: “Assad? Daesh? Tutti criminali”». Il Fatto Quotidiano, 1 settembre 2016
Sembra il titolo di un film e, chissà magari potrà diventarlo. Il giocattolaio è un siriano trapiantato in Finlandia dal 1989, la cui passione/missione è regalare un sorriso ai bambini costretti a vivere sotto le bombe. Rami Adham, 44 anni, va e viene da Aleppo e quando va, si comporta proprio come gli affascinanti “spalloni” a cavallo tra Ottocento e Novecento lungo la nostra linea di confine con Austria e Svizzera: i contrabbandieri dell’epoca si caricavano sulle spalle enormi valigie o sacchi pieni di merce e denaro. Oggi, oltre un secolo più tardi, Rami Adham si carica zaini pieni di giocattoli. E varca la frontiera tra Turchia e Siria.

Quando è successo l’ultima volta?
A inizio anno. Sto preparando il prossimo viaggio. Per motivi di sicurezza non posso rivelare la data esatta. Sono viaggi complicati, le cose cambiano in fretta, gli amici possono diventare nemici, all’improvviso.

Si preannuncia pericoloso?

Sì, specie dopo l’assedio e la battaglia di Aleppo, con i ribelli bombardati con i barili e dalle forze russe. È il viaggio più delicato finora.

Quale sarà il tuo itinerario?

Non posso addentrarmi nei particolari. Ti posso solo dire che con l’aereo da Helsinki raggiungerò la Turchia, poi si vedrà. Da lì viaggerò su strade non ufficiali, varcherò il confine da punti non segnalati. Ho guide molto preparate.

Spiegaci cosa significa essere un toy smuggler, un ‘trafficante di giocattoli’.

Significa portare un sorriso ai bambini che soffrono. Quando guardo in faccia i miei figli che vivono sereni e sicuri, non posso non pensare a quel che vedo ogni volta ad Aleppo.

Come parte la missione?

Grazie a serate, incontri e contatti in Finlandia, riesco a raccogliere giocattoli. Poi li carico sull’aereo per la Turchia e da lì, a mano, li porto con me fino ad Aleppo.

Per la prossima missione quanti ne porterai?

Oltre 600 pezzi.

Quando hai iniziato questa attività particolare?

Porto aiuti, giocattoli soprattutto, alla popolazione colpita da quando è iniziata la battaglia di Aleppo, quattro anni fa. Da quando la Turchia ha chiuso le frontiere con la Siria, dalla primavera del 2015, sono diventato un ‘contrabbandiere’ perché supero il confine clandestinamente.
Porti i giocattoli solo ad Aleppo?
Beh, quella è la città dove sono nato, il simbolo dell’aggressione del regime, ma capita di svolgere la mia funzione anche in altri centri dell’area, quelli liberati dalla presenza dei soldati di Assad.

C’è la storia di un bimbo che ti ha colpito in particolare?

Sì, una bambina di Aleppo, avrà avuto 6-7 anni e l’ho incontrata durante l’ultimo viaggio. Un giorno le ho dato un giocattolo, la mattina seguente me la sono ritrovata davanti: “Non lo hai preso ieri il giocattolo?”, le ho chiesto, e lei: “Ne volevo altri per tutti i bimbi del mio quartiere che hanno perso i genitori e non possono venire qui perché sono soli”. A quel punto le ho detto di portarmi da loro.

Oltre ai giocattoli, porti anche altri aiuti?

Certo, il denaro che riesco a raccogliere durante le raccolte e quello che viene donato alla nostra Ong, Toy Smuggler of Aleppo, dalla gente comune, dalle associazioni. Ogni singolo euro va a favore di Aleppo, non mi tengo neppure i soldi per il viaggio. La base dell’organizzazione è nella capitale finlandese, ma capita spesso di fare incontri in altri paesi, di conseguenza gli aiuti arrivano da varie parti del mondo. L’obiettivo primario in questa fase, è raccogliere abbastanza fondi per realizzare una scuola, la nostra scuola. Le bombe di Assad ne hanno distrutte tante, noi ne costruiamo una che rappresenti il sacrificio di tutte le altre. Un segnale forte.

Durante i tuoi viaggi in Siria, sei costretto ad assistere a scene inenarrabili, a incontrare gente che soffre; come si superano questi choc?

È brutto dirlo, ma ci si fa l’abitudine. Ogni volta che torno ad Aleppo la trovo sempre più piegata, distrutta, violata. E ad accogliermi arriva sempre la notizia di un parente o di un amico che non ci sono più, uccisi dalla guerra. È frustrante, ma bisogna andare avanti.

Cosa pensi della situazione attuale in Siria, ad Aleppo?

Penso che la resistenza dei ribelli sia un atto di eroismo e la rivoluzione un atto da supportare, sin dalle origini.
Dove sta, secondo te, il lato peggiore del conflitto, il governo siriano, il Daesh?
Sono tutti criminali, non riesco a distinguerli.
Rami, non hai paura quando torni in Siria?
Resto sempre pietrificato, e sempre di più.

Ma secondo voi?

Ma secondo voi, che vi siete spremuti il cuore per la foto di quel bambino bombardato, secondo voi, esattamente, da cosa scappano quei milioni di profughi? E perché non li avete notati? Perché sono usciti mossi?

Aleppo, il cimitero senza voce

(di Andrea Riccardi, Famiglia Cristiana)
Che succede in Siria? Un intero Paese muore in una guerra senza quartiere. È tristemente semplice. Sul terreno, invece, tutto è complicato: guerra tra le forze del presidente Assad (appoggiate dai russi), l’ Isis, i curdo-arabi (appoggiati dagli americani), Al Nusra, un tempo affiliata ad Al Qaeda e altri attori armati. Le guerre s’ intrecciano. La gente non sa dove andare. Ci sono quasi cinque milioni di rifugiati all’ estero. Più di 600 mila sfollati si addensano verso la frontiera giordana. Il conteggio dei morti, civili e combattenti, è difficile. Forse mezzo milione. Ha detto recentemente papa Francesco: «È inaccettabile che tante persone inermi, anche tanti bambini, debbano pagare il prezzo del conflitto, il prezzo della chiusura di cuore e della mancanza di volontà di pace dei potenti».

Le immagini di Aleppo mostrano palazzi sventrati. La parte est della città, assediata dalle truppe del Governo, accoglie 300 mila persone, condannate alla fame, senza medicine. Lo scontro tra governativi e ribelli segna alterne vicende, ma alla fine la vittoria di Assad è probabile. L’ altra Aleppo, controllata dai governativi, dove abitano i cristiani rimasti, soffre molto. Un giovane di quella città ha dichiarato: «L’ umanità è finita ad Aleppo». Gli ospedali bombardati. I bambini uccisi. Avevamo fatto un appello per Aleppo “città aperta”. Chi lo ha preso sul serio?

I curdo-arabi, appoggiati dai raid americani, incalzano l’ Isis e hanno occupato Mambij, città a 120 km da Raqqa, la capitale del “califfato”. Qui, più di un mese fa, una famiglia di sei persone (con due bambini) è stata fucilata per dare un esempio: aveva tentato la fuga. Tempo di barbarie. Dura da cinque anni. Dal 2011. Resta poco della Siria che abbiamo conosciuto. La situazione si aggraverà dal punto di vista umanitario. Si sentiranno poi le ricadute del tentato colpo di Stato in Turchia nei rapporti turco-americani e nell’ operatività delle forze turche.

Forse, tra non molto, ci sarà un nuovo giro di negoziati a Ginevra (il terzo). Non basta un comunicato. Il tempo passa: morti, istruzioni, dolore, profughi. C’ è bisogno di compromesso tra posizioni irriducibili. Solo gli americani e i russi possono trovarlo. Poi resta la lotta all’ Isis. Ci sono parti del Paese dove per fortuna non si combatte: qui il controllo degli uni e degli altri è assodato. Soprattutto, nel dolore, è maturata una larga volontà di pace della gran parte dei siriani.

Ho conosciuto un guerrigliero, ieri convinto della guerra e ora alla ricerca della pace. È necessario non sprecare tempo: si dia ascolto alla volontà di pace! Un atto che cancellerà le responsabilità di cinque anni di guerra. E, con quel giovane di Aleppo, gridiamo: «L’ umanità è finita in Siria!». Deve tornare presto.

Pace è l’unica parola che può toglierci dai guai.

Da leggere Igiaba Scego, fino in fondo:

«Ma qui in occidente ogni musulmano è potenzialmente colpevole, ogni musulmano è considerato una quinta colonna pronta a radicalizzarsi. Il fatto non solo mi offende, ma mi riempie anche di stupore. Sono meravigliata di quanto poco si conosca il mondo islamico in Italia. L’islam è una religione che conta più di un miliardo di fedeli. Abbraccia continenti, paesi, usanze diverse. Ci sono anche approcci alla religione diversi. Ci sono laici, ortodossi, praticanti rigorosi, praticanti tiepidi e ci sono persino atei di cultura islamica. È un mondo variegato che parla molte lingue, che vive molti mondi. Andrebbe coniugato al plurale.

Il mondo islamico non esiste. È un’astrazione. Esistono più mondi islamici che condividono pratiche e rituali comuni, ma che sul resto possono avere forti divergenze di opinioni e di metodi. E poi, essendo una religione senza clero, per forza di cose non può avere una voce sola. Non c’è un papa musulmano o un patriarca musulmano. L’organizzazione e il rapporto con il Supremo non è mediato. Inoltre, bisogna ricordare che i musulmani (o più correttamente, le persone di cultura musulmana) sono le prime vittime di questi attentati terroristici. È chiaro che la maggior parte della gente, di qualsiasi credo, è contro la violenza. A maggior ragione chi proviene da paesi islamici dove questa furia brutale può colpire zii, nipoti, fratelli, sposi, figli.

“Not in my name”, lo abbiamo gridato e scritto molte volte. Ci siamo distanziati. Lo abbiamo urlato fino a sgolarci. Lo abbiamo fatto dopo il massacro nella redazione di Charlie Hebdo, dopo la strage al Bataclan di Parigi o quella nell’università di Garissa in Kenya. Lo facciamo a ogni attentato a Baghdad, a Damasco, a Istanbul, a Mogadiscio. E naturalmente abbiamo fatto sentire la nostra voce dopo Dhaka. Ma ora dobbiamo entrare tutti – musulmani, cristiani, ebrei, atei, induisti, buddisti, tutti – in un’altra fase. Dobbiamo chiedere ai nostri governi di schierarsi contro le ambiguità del tempo presente.

Il nodo è geopolitico, non religioso. Un nodo aggrovigliato che va dalla Siria al Libano, dall’Arabia Saudita allo Yemen, passando per l’Iraq e l’Iran fino ad arrivare in Bangladesh e in India. Un nodo fatto di vendite di armi, traffici illeciti, interessi economici, finanziamenti poco chiari. E se proprio dobbiamo schierarci, allora facciamolo tutti per la pace. Serve pace nel mondo, pace in Siria, in Somalia, in Afghanistan e non solo. Serve un nuovo impegno per la pace, una parola che per troppo tempo non abbiamo usato, anzi che abbiamo snobbato come utopica. Serve un nuovo movimento pacifista. Servono politiche per la pace. Serve la parola pace coniugata in tutti i suoi aspetti.

Pace è l’unica parola che può toglierci dai guai. L’unica che può farci uscire da questa cappa di sospetto e di paura.»

(fonte)

Caro Shady, hai ragione: è la cultura dei diritti che ci manca in politica estera

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Caro Shady,

ho letto con molta attenzione la tua lettera a Civati in cui ripercorri la viltà italiana su un politica estera che ormai  è la caricatura di un compromesso che avrebbe voglia di essere credibile come posizione. E sono d’accordo con te quando scrivi:

«Trovo esclusivamente necessario cambiare marcia in politica estera, garantendo la pace negli altri paesi e la necessità di sostenere le società civili che tentano di emanciparsi da dittature e fondamentalismi, ma è anche urgente una rivoluzione culturale in Italia. In cinque anni ho notato che intorno alla Siria – e non solo – c’è una vergognosa assenza da parte della una classe intellettuale italiana(siano essi poeti, scrittori o altro). Non c’è interesse nell’impegnarsi nel sostenere cause extraeuropee o nel semplice dar voce a autori che non siano “amici”. Se oggi c’è un riaffermarsi del populismo e della xenofobia, una grave responsabilità l’hanno gli intellettuali, incapaci di arginare una contro cultura (di destra ma non solo) che si fa largo fra i giovani e che fra qualche decennio – se continuiamo di questo passo – ci dimostrerà tutta la sua carica distruttiva. Guardiamo alla cultura nel mondo arabo: ci sono scrittori e poeti disposti a farsi incarcerare, torturare e uccidere in nome di un ideale. Scrivono libri (romanzi, saggi e raccolte di poesie) socialmente impegnati. Hanno molto da insegnarci riguardo a come si usa una cittadinanza attiva. A questo loro attivismo, la classe culturale italiana continua a vivere in una torre d’avorio, non tentando di sdoganare la cultura araba dall’angolo in cui è reclusa nell’immaginario collettivo.»

Io e te facciamo parte di questa generazione con le antenne ricettive anchilosate dalla paura e dalla diffidenza, una generazione tesa a guardare con sospetto qualsiasi richiesta di diritti che non siano immediatamente riscontrabili nel nostro quotidiano. La stessa vicenda di Giulio Regeni, del resto, appare come una provincialissima preoccupazione di chi teme che possa riaccadere a “qualcuno di noi” mentre ogni giorno qualche Giulio (semplicemente con un nome più impronunciabile) continua ad essere torturato.

Temo però che la questione abbia radici molto più profonde di un semplice federalismo delle responsabilità che abbiamo inventato per poterci perdonare: quella a cui assistiamo non è semplicemente una dispersione di energie ma molto più pericolosamente mi sembra essere un individualismo spinto che ci porta ad abbracciare preferibilmente le cause già notiziabili, i delitti più “pop” oppure le tragedie che siano facilmente comprensibili. È un problema di cultura, caro Shady, perché è una mancanza di storia: abbiamo sdoganato l’ignoranza. Tutto qui.

Per questo credo che sarebbe il caso che la politica torni a fare politica nel senso più pieno prendendosi la responsabilità di alfabetizzare un Paese che vorrebbe avere il diritto di non sapere e invece non ce l’ha; c’è da costruire un patrimonio intellettuale sapendo che non porterò frutti immediati, che probabilmente non avrà fragorosi riscontri elettorali ma che ci consenta di tornare a pensare “a ragion veduta”. Con la consapevolezza dei diritti e con la cultura della loro storia.

Per questo credo che il tuo stimolo sia valido per la Siria come per l’Italia: la consapevolezza è il risultato di un lavoro in rete che non rimanga impigliato tra fratellanze d’interesse o scuderie. E noi ci proviamo. Insieme.

(la lettera di Shady Hamadi è qui)

Diecimila bambini

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“Questa è una vera strage degli innocenti. Su 300mila morti oltre 10mila sono bambini, senza parlare di quei bimbi che muoiono annegati o rimangono sotto le macerie dopo un bombardamento. Deve cessare questa strage. Quelli che soffrono di più sono i bambini e le donne”. Lo ha detto il nunzio apostolico a Damasco, monsignor Mario Zenari, in un’intervista a inBlu Radio, network delle radio cattoliche italiane. Diecimila bambini. Anche al chilo è una tragedia che fa spavento.