stato

Serviva il Consiglio di Stato?

No alle proroghe automatiche e generalizzate (e ai privilegi) delle concessioni balneari. Lo hanno stabilito i giudici. E ora la politica deve decidere cosa fare

Dove non arriva la politica arrivano i tribunali e non è mai una buona notizia per chi alla politica si ostina a crederci ancora e soprattutto per tutti quelli che la sfiducia nella politica la dimostrano in maniera crescente a ogni tornata elettorale.

Nel 2009 l’Europa aveva bacchettato l’Italia per le spiagge praticamente regalate ai gestori di stabilimenti balneari che sono diventati una delle tante caste intoccabili in Italia, bravi a fare imprenditoria con un canone irrisorio (nel 70% dei casi meno di 2.500 euro all’anno) e prezzi alle stelle. Le vacanze italiane costano 400 euro al giorno per un ombrellone e un lettino all’Hotel Romazzino di Porto Cervo mentre tutte le 59 concessioni del comune di Arzachena in Costa Smeralda portano nelle casse dello Stato 19mila euro all’anno. Non è mica difficile fare impresa così, se ci pensate bene, ottenendo un bene pubblico a un prezzo irrisorio e rivendendolo come pregiatissimo bene privato.

Qualche giorno fa il governo (dei migliori) aveva preferito decidere di non decidere (com’è nelle corde dei governi che si preoccupano innanzitutto di non scontentare nessuno) prendendosi anche il richiamo della Commissione europea che aveva spiegato che «è una prerogativa italiana decidere come procedere sulla riforma» e che è «importante che le autorità italiane mettano rapidamente in conformità la loro legislazione, e le loro pratiche relative alle attribuzioni delle concessioni balneari, con il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte di Giustizia».

Del resto proprio Draghi a giugno aveva promesso a Von der Leyen di mettere mano alla questione. Promessa non mantenuta. Ora il Consiglio di Stato ha affermato che la perdurante assenza (nonostante i ripetuti annunci di un intervento legislativo di riforma, mai però attuato) di un’organica disciplina nazionale delle concessioni demaniali marittime genera una situazione di grave contrarietà con le regole a tutela della concorrenza imposte dal diritto dell’Ue, perché consente proroghe automatiche e generalizzate delle attuali concessioni (l’ultima, peraltro, della durata abnorme, sino al 31 dicembre 2033), così impedendo a chiunque voglia entrare nel settore di farlo. Secondo il Consiglio di Stato – si legge in un comunicato – il confronto concorrenziale, oltre a essere imposto dal diritto Ue, «è estremamente prezioso per garantire ai cittadini una gestione del patrimonio nazionale costiero e una correlata offerta di servizi pubblici più efficiente e di migliore qualità e sicurezza, potendo contribuire in misura significativa alla crescita economica e, soprattutto, alla ripresa degli investimenti di cui il Paese necessita».

Ora tocca fare politica. A Draghi toccherà fare i conti con Salvini (del resto è troppo comodo tenersi al governo qualcuno che si fa finta di incrociare per caso) e finalmente si scoprono le carte. Nei partiti non è difficile prevedere chi sta dalla parte del mantenimento del privilegio e chi no. Quale sarà la sintesi del governo invece sarà una fotografia finalmente politica di chi caracolla sperando di fare i conti senza dover perdere troppe scomode decisioni. Attendiamo.

Buon giovedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

L’ex senatore di Forza Italia Pittelli è stato nuovamente arrestato per mafia, ma la politica fa finta di non vedere

Il postino a casa Pittelli suona sempre due volte, solo che all’avvocato di Catanzaro, ex senatore di Forza Italia, il postino porta ordini di arresto. Già arrestato nel maxi processo Rinascita-Scott, accusato di essere il ponte tra la ‘ndrangheta, la massoneria e la politica (i magistrati lo definiscono senza troppi giri di parole laffarista massone dei boss della ndrangheta calabrese che grazie a lui è riuscita a relazionarsi con i circuiti bancari, con le società straniere, con le università e con le istituzioni tutte”) l’ex Forza Italia (poi passato alla corte di Giorgia Meloni prima di finire nei guai) è ora uno dei 29 destinatari di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Vincenza Bellini su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dellaggiunto Gaetano Paci e dei sostituti della Dda Gianluca Gelso, Paola DAmbrosio e Giorgio Panucci.

Anche in questo caso laccusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. Pittelli si trovava agli arresti domiciliari ed è stato ricondotto in carcere. In questo caso, i pm che hanno indagato indicano Pittelli come uomo politico, professionista, faccendiere di riferimento avendo instaurato con la ndrangheta uno stabile rapporto sinallagmatico, caratterizzato dalla perdurante e reciproca disponibilità”.

Secondo l’accusa Pittelli avrebbe garantito la sua generale disponibilità nei confronti del sodalizio a risolvere i più svariati problemi degli associati, sfruttando le enormi potenzialità derivanti dai rapporti del medesimo con importanti esponenti delle istituzioni e della pubblica amministrazione”. Secondo gli investigatori, infatti, lex senatore Pittelli aveva illimitate possibilità di accesso a notizie riservate e a trattamenti di favore”. Per questo veicolava informazioni allinterno e allesterno del carcere tra i capi della cosca Piromalli detenuti in regime carcerario ai sensi dellarticolo 41 bis”. I boss che avrebbero usufruito del rapporto con Pittelli sono Giuseppe Piromalli detto Facciazza” e il figlio Antonio Piromalli reggente della cosca.

Ma come accaduto anche tra le carte del processo Rinascita-Scott, ciò che colpisce è che Pittelli avrebbe addirittura avuto un ruolo «da postino” per conto dei capi della cosca Piromalli, nella perizia balistica relativa allomicidio del giudice Antonino Scopelliti», il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione ucciso il 9 agosto del 1991 in un agguato a Campo Calabro, nel reggino, mentre rientrava a casa a bordo della sua autovettura. In particolare, lex parlamentare, secondo laccusa, avrebbe sottoposto allattenzione di un indagato, ritenuto «soggetto di estrema fiducia» della famiglia mafiosa Piromalli di Gioia Tauro, «una missiva proveniente da Antonio Piromalli finalizzata a far risultare un pagamento tracciato e quietanzato per il consulente tecnico che avrebbe dovuto redigere la consulenza per conto di Giuseppe Piromalli detto Facciazza” indagato quale mandante, in concorso con altri capi di cosche di ndrangheta e di Cosa nostra siciliana, dellomicidio del giudice Scopelliti facendosi portavoce delle esigenze della cosca». In sostanza, per la Dda reggina, avrebbe pianificato «un sistema al fine di eludere la tracciabilità del denaro necessario alle strategie difensive, proveniente da profitti criminali».

Al centro delle nuove indagini ci sarebbe Rocco Delfino, per anni socio e procuratore speciale della Ecoservizi Srl”, una ditta di trattamento di rifiuti speciali di natura metallica con affari su tutto il territorio nazionale e internazionale. Rocco Delfino per anni è stato ritenuto uomo vicino alla cosca dei Molé mentre oggi appare collegato alla cosca Piromalli (“tutore” della cosca, secondo i magistrati) e avrebbe promosso unassociazione volta al traffico illecito di rifiuti mediante la gestione di aziende, come la Mc Metalli srl” e la Cm Servicemetalli srl”, fittiziamente intestate a soggetti terzi ma riconducibili alla diretta influenza e al dominio della sua famiglia.

Un’organizzazione di prestanome per riuscire ad operare sul mercato senza incappare in interdittive antimafia. Il tutto avveniva con il concorso attivo di uomini dell’Agenzia Nazionale dei beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata. TSono stati arrestati gli ex amministratori giudiziari Giuseppe Antonio Nucara e Alessio Alberto Gangemi che erano stati nominati dal Tribunale di Reggio e dallAgenzia nazionale per gestire la Delfino srl”.

Nell’ordinanza si legge che Giancarlo Pittelli si adoperava anche per tentare di intermediarecon magistrati che dovevano trattare procedimenti di prevenzione nei confronti delle società del Delfino, quale il consigliere Marco Petrini (arrestato per corruzione dalla Procura Dda di Catanzaro), nonché procedimenti amministrativi al Consiglio di Stato, dinanzi al consigliere dottor Frattini, nella inconsapevolezza di questultimo”.

E chissà intanto che ne pensa la sonnacchiosa città di Catanzaro, lì dove Pittelli in questi ultimi mesi è stato addirittura dipinto come un perseguitato dalla borghesia che fremeva per poter partecipare a una delle sue rinomate cene. E chissà se prima o poi la politica (Forza Italia e Fratelli d’Italia sono i partiti che hanno tenuto Pittelli sul palmo di mano) vorrà dirci come possa accadere che un avvocato che si prostituisce alle cosche possa essere scambiato per un valido dirigente politico. Anche perché, non so se l’avete notato, di mafia se ne parla poco, pochissimo, quasi niente.

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Perché è stato condannato Mimmo Lucano, una scandalosa sentenza che criminalizza l’accoglienza

Le sentenze non si commentano ma si rispettano, dicono. Le sentenze non si possono commentare finché non ci sono almeno le motivazioni, dicono ancora. Eppure il processo a Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, è diventato per sua sfortuna il simbolo di un’accoglienza che è stata ritenuta pericolosa per il clima politico che governi diversi (di parti addirittura opposte) hanno instillato gradualmente. La condanna di Mimmo Lucano in primo grado di giudizio inflitta dal tribunale di Locri va commentata eccome, raccontata con cura per filo e per segno e perfino divulgata il più possibile perché siamo solo al primo grado di giudizio ma un giudice che quasi raddoppia la richiesta dell’accusa e riesce a infliggere 13 anni e due mesi a un ex sindaco che durante le sue amministrazioni (dal 2004 al 2018) è riuscito a mettere in piedi un modello di accoglienza studiato e elogiato in tutto il mondo è un fatto “politico” enorme e ci riguarda, riguarda tutti noi.

Mimmo Lucano viene arrestato il 2 ottobre del 2018 dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’operazione Xenia. Quel giorno la Procura della Repubblica del tribunale di Locri scrive un festoso comunicato stampa in cui dice che l’operazione «rappresenta l’epilogo di approfondite indagini (…) svolte in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell’Interno e dalla prefettura di Reggio Calabria al comune di Riace per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico». Nel corso delle indagini, scrivono i magistrati, sarebbero state raccolte prove che hanno permesso di dimostrare come il sindaco e la compagna «avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia». La Procura accusa il primo cittadino di favoreggiamento all’immigrazione clandestina: avrebbe promosso una associazione per delinquere, allo scopo di catalizzare fondi destinati al finanziamento dei centri Sprar, Msna e Cas per farli arrivare ad associazioni a lui vicine, come Città Futura.

Tutto bene? Non proprio se è vero che le ipotesi della Procura vengono subito stroncate dal gip Domenico Di Croce che nell’ordinanza ha ridotto la presunta associazione a un «diffuso malcostume che non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delineate dagli inquirenti». Addirittura sette reati, relativi alla turbativa dei procedimenti per l’assegnazione dei servizi di accoglienza, sono stati rigettati e sono ben 14 le richieste di arresto che i magistrati non sono riusciti a ottenere. Per il gip, buona parte dell’indagine – che riguarda fatti avvenuti tra il 2014 e il 2017 – era basata su congetture, errori procedurali e inesattezze. Secondo il giudice, infatti, le ipotesi sui servizi di accoglienza sono così «vaghe e generiche» da rendere il capo d’imputazione «inidoneo a rappresentare una contestazione». Per quanto riguarda l’accusa di truffa aggravata il gip scrive che gli inquirenti «sembrano incorsi in un errore tanto grossolano da pregiudicare irrimediabilmente la validità dell’assunto accusatorio». Di fatto, scrive il gip, viene individuato l’ingiusto profitto nel totale delle somme incassate dalle cooperative, quando invece andava individuato nella differenza tra il totale e le spese realmente sostenute». Non male come inizio, eh?

Nell’aprile 2019 la Cassazione intanto annulla con rinvio il divieto di dimora a Riace di Mimmo Lucano ma nelle motivazioni depositate la Corte emette anche un giudizio di rilevo sull’indagine: i giudici scrivono che mancano indizi di «comportamenti» fraudolenti che Domenico Lucano avrebbe «materialmente posto in essere» per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative dato che le delibere e gli atti di affidamento sono stati adottati con «collegialità» e con i «prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato». Per quanto riguarda il favorire la permanenza in Italia della sua compagna Lemlem gli “ermellini” scrivono che Lucano ha cercato di aiutare solo Lemlem «tenuto conto del fatto» che il richiamo a «presunti matrimoni di comodo» che sarebbero stati «favoriti» dal sindaco, tra immigrati e concittadini, «poggia sulle incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi di riscontro ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare».

In un processo che sfinisce per qualità e quantità delle imputazioni accade che i magistrati non riescano a trovare un euro, un solo euro per il presunto arricchimento personale di Mimmo Lucano che nel frattempo perde il comune di cui era sindaco (sostituito da un sindaco ineleggibile che decade poco dopo, giusto il tempo di togliere il nome di Peppino Impastato da una piazza del paese) e vive praticamente in condizioni di povertà. Non trovando i soldi allora l’accusa vira in una tesi piuttosto spericolata: Lucano non avrebbe agito per aiutare i bisognosi ma per un presunto movente politico-elettorale. Già nel novembre 2019 il colonnello Sportelli aveva fatto intendere che l’idea di Lucano fosse quella di candidarsi alle elezioni politiche del 2018. Sentito in aula il colonnello elencò i terribili poteri forti dietro a Lucano: i voti dei Tornese (una famiglia di Riace), dell’associazione Riace Accoglie e della cooperativa sociale Girasole. In effetti se ci pensate tutti voti indispensabili per arrivare in Parlamento. Ma quale sarebbe la “prova”? Una telefonata di Lucano a suo fratello in cui tra le altre cose dice «quasi quasi mi candido».

Capito che diabolico disegno? Ma c’è un altro punto sostanziale: Lucano ha rifiutato candidature alle elezioni europee e alle elezioni politiche e poiché non si possono processare le intenzioni il disegno della Procura è miseramente caduto. Fino allo scorso aprile quando il pubblico ministero Michele Permunian ha un’illuminazione quando legge un’intervista in cui Lucano annuncia la sua candidatura nella lista di De Magistris per le prossime elezioni regionali in Calabria: «L’annunciata candidatura alle regionali di Mimmo Lucano nella lista di Luigi De Magistris confermerebbe le sue reali ambizioni politiche», dice l’accusa. L’avevamo detto noi: si candida. Al giudice è perfino toccato spiegare che la candidatura di Lucano non ha niente a che fare col processo. Anche sui presunti “matrimoni di comodo” il processo ha riservato momenti di grande imbarazzo: nel fascicolo del processo, aprite bene le orecchie, non c’è un solo matrimonio celebrato a Riace. Ce n’è uno bloccato proprio da Lucano.

Un fatto è certo: la criminalizzazione dell’accoglienza è un vento velenoso che attraversa l’Italia e l’Europa e rovescia la realtà. «Ho speso la mia vita per gli ideali, contro le mafie, ho fatto il sindaco, mi sono schierato dalla parte degli ultimi, dei rifugiati che sono arrivati, mi sono immaginato di contribuire al riscatto della mia terra, è stata un’esperienza indimenticabile, fantastica, però oggi devo prendere atto che per me finisce tutto» ha dichiarato a Lucano subito dopo la notizia della condanna. «È una cosa pesantissima – ha aggiunto -, non so se per i delitti di mafia ci sono queste sentenze così. È un momento difficile, non so cosa farò. Mi aspettavo una formula ampia di assoluzione». La politica intanto fa il suo gioco inevitabile e meschino sventolando la sentenza (di un iter giudiziario ancora lungo) a proprio vantaggio.

Un fatto è certo: il processo a Mimmo Lucano è un processo “politico” come se ne vedono troppi in questo Paese. In attesa delle motivazioni della sentenza non si può registrare che un uomo che ha accolto i migranti per ora ha preso una condanna che supera quella di chi come Traini ai migranti ha sparato. Ma forse più di tutto vale la frase di un’anziana donna di Riace fuori dal tribunale che imbeccata dai giornalisti riesce solo a dire «avreste dovuto vedere Riace prima di Lucano: deserta, non c’era niente, niente». E viene il dubbio che a qualcuno andasse meglio così. C’è un precedente però che lascia uno spiraglio di speranza: in Francia Cédric Herrou fu prima condannato per aver aiutato migranti in difficoltà e poi assolto per la prevalenza del principio di solidarietà: il ritorno della prevalenza del principio di solidarietà sarebbe una buona notizia per tutti.

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A chi esulta per Dell’Utri do una notizia: non è stato assolto dalle condanne precedenti

Cari amici degli amici e cari commentatori e giornalisti che siete tutti barzotti per l’assoluzione del senatore Marcello Dell’Utri dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato (insieme a Mori, Subranni e De Donno) e che ora siete già passati dalla parte della santificazione, vi do una notizia che forse vi sconvolgerà: Marcello Dell’Utri non è stato assolto dalle condanne precedenti.

Siete stupiti, eh? Marcello Dell’Utri è quello che il 7 luglio del 1974 portò nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi (un altro vostro santino nella collezione di figurine di loschi da ripulire a tutti i costi per servilismo) il pregiudicato Vittorio Mangano che venne assunto (lo dice una sentenza, solo che questa ve la state dimenticando, sbadati) come “responsabile” per evitare che i familiari dell’imprenditore fossero vittima di sequestro di persona. Mangano, giovane mafioso che diventerà boss del clan di Porta Nuova a Palermo, era il certificato di garanzia per non dispiacere alla mafia e Dell’Utri fu l’anello di congiunzione. E nonostante Dell’Utri abbia passato anni a raccontarci la frottola che Mangano fosse uno stalliere il Tribunale di Palermo ha sentenziato che sia Berlusconi sia Dell’Utri fossero a conoscenza dello spessore criminale di Mangano e anzi, dice la sentenza, l’avrebbero scelto proprio per questa sua qualità.

Cari santificatori: il Marcello Dell’Utri che oggi state leccando in tutti i vostri editoriale è lo stesso uomo che al ristorante “Le Colline Pistoiesi” di Milano festeggiava tutto allegro con altri mafiosi alla festa del boss catanese Antonino Calderone, è lo stesso politico che dichiarò «Io sono politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto […] Mi difendo anche fuori [dal Parlamento], ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano», è la stessa persona che venne dichiarata latitante l’11 aprile 2014 dalla Corte d’appello di Palermo per essere arrestato in un albergo a Beirut, in Libano, con due passaporti (di cui uno diplomatico scaduto) e una valigia piena di denaro contante per 30mila euro.

Cari esaltatori: la sentenza definitiva conferma l’incontro del 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri e i capimafia Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, raccontato tra l’altro dallo stesso Di Carlo, collaboratore di giustizia. In uno degli uffici del futuro presidente del consiglio, in foro Bonaparte a Milano, fu presa la “contestuale decisione di far seguire l’arrivo di Vittorio Mangano presso l’abitazione di Berlusconi in esecuzione dell’accordo” sulla protezione ad Arcore. La sentenza scrive nero su bianco del “tema dell’assunzione -per il tramite di Dell’Utri- di Mangano ad Arcore come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa nostra” e del “tema della non gratuità dell’accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore del sodalizio mafioso che aveva curato l’esecuzione di quell’accordo, essendosi posto anche come garante del risultato”.

Cari commentatori, state esaltando un uomo che definì “eroe” Vittorio Mangano perché si era rifiutato di parlare davanti agli inquirenti. Volendo allargare il campo, siete pieni di fremiti democratici e garantisti per uno che disse: «Mussolini ha perso la guerra perché era troppo buono»· Si apra pure il dibattito sul processo sulla Trattativa ma per favore non insozzate la Storia con una mistificazione della realtà. Altrimenti viene il dubbio davvero che tutta questa gioia sia un favoreggiamento giornalistico alla mafia sotto le mentite spoglie del garantismo. Per favore, un po’ di serietà, dai, su.

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Morte di Fedele Bizzocca, il vero colpevole è lo Stato: è stata omissione di soccorso

Non ha fatto nemmeno in tempo a passare il dolore e lo sgomento per la morte di Nasser Yussef, ufficialmente morto al carcere di Sollicciano con “la testa incastrata nello spioncino della cella” (secondo la versione ufficiale, eppure viene difficile non notare che quello spazio è di una decina di centimetri, una testa in media è larga almeno il doppio e per morire soffocati serve una desolante assenza tutta intorno) che a Trani accade la morte di Fedele Bizzoca.

Bizzoca, si affrettano a scrivere molti giornali, era detenuto da gennaio per spaccio eppure Bizzoca era «persona sofferente di una grave patologia psico-fisica», come scrive l’ufficio del Garante nazionale dei detenuti che aveva verificato «l’incompatibilità con la detenzione in carcere», peraltro «valutata e dichiarata da tempo dalle Autorità sanitarie del carcere e dalla stessa Direzione». Il Garante nazionale nel corso di una visita in Puglia aveva riscontrato «l’assoluta inadeguatezza» della collocazione del detenuto, in una cella senza «alcuna assistenza sanitaria adeguata», tant’è che «le condizioni materiali e igieniche in cui lo si è ritrovato, si presentavano molto oltre ogni parametro di minima decenza e salubrità».

Il tema è sempre lo stesso, decidere se essere un Paese che identifica le persone in base alla loro colpa oppure per i loro bisogni, se essere un Paese in grado di mantenere compatibili i due diversi piani e soprattutto se essere un Paese che riesce a garantire almeno la sopravvivenza delle persone che ha “in custodia”. Perché “custodire” è un atto che contiene molto di più del semplice confinare. Pretende l’uso della cura e l’impegno della rieducazione e determina il grado di salute e di credibilità di una democrazia.

Sono due morti che avvengono in pochi giorni ma fotografano perfettamente la condizione di illegalità in cui versa il sistema penitenziario italiano, discarica silenziosa delle periferie cane dove lo Stato non riesce ad arrivare. Carceri come accumulo di persone “in transito” vero un luogo che non si riesce mai a trovare perché non c’è. Dal carcere di Trani dicono che «non si era riusciti ancor a trovare una struttura idonea, anche fuori regione, per curare la patologia di cui soffriva il detenuto Bizzoca»: tecnicamente è un’omissione di soccorso. Sul carcere di Sollicciano ci si dimentica di dire che gli atti autolesionistici sono nel 2020 sono stati 700: tecnicamente potrebbe essere definito un perseverare diabolico.

Del carcere non interessa a nessuno perché ogni volta che si scrive di un diritto negato tra le celle ci si scontra con l’idea diffusa che la morta sia uno dei possibili effetti collaterali della vendetta. “Se sei colpevole devi accettare di rischiare la vita”, ripete qualche leader politico: l’eccesso di legittima difesa come la sogna qualcuno è una realtà quotidiana che avviene per mano dello Stato. Sarebbe un enorme tema umanitario su cui costruire un’ampia campagna politica. Ma le carceri italiane sono messe così male che non si trova nemmeno mezzo leader politico in grado di strumentalizzarle per il verso giusto. Nemmeno quello.

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Adil Belakhdim ucciso perché sindacalista: non è stato un incidente, c’è lo squadrismo

Com’era prevedibile è già cominciata la rincorsa a ridurre tutto a un incidente. La narrazione di un Paese pronto a correre sulla coda dell’epidemia e ad affrontare un nuovo “miracolo economico” è un’occasione di smacchiamento troppo golosa per farti rovinare la festa dalla morte di Adil Belakhdim, italiano di 37 anni che a Biandrate, nel novarese, è stato ucciso da un camion che ha forzato il blocco del sindacato Si Cobas che stava manifestando all’ingresso del deposito territoriale della Lidl in via Guido il Grande.

Belakhdim è stato trascinato per un decina di metri e lasciato a terra esanime all’altezza di un attraversamento pedonale mentre altri due dipendenti dell’azienda sono rimasti feriti e curati all’ospedale di Novara. Ex lavoratore alla Tnt di Peschiera Borromeo in questi giorni Adil Belakhdim insieme ai compagni del sindacato stava provando a dare copertura allo scoperto nazionale della logistica. Aveva 2 figli che in questi giorni sono in Marocco e che avrebbe dovuto raggiungere tra poco. Oramai non più. I testimoni sul posto hanno raccontato di un diverbio che ci sarebbe stato tra i manifestanti e il camionista nel momento in cui avrebbe manifestato l’intenzione di forzare il blocco, sono volate accuse, quello ha ingranato la marcia e li ha stesi come birilli. Di certo c’è che il mezzo si è allontanato senza prestare nessun soccorso e solo grazie alle immagini della videosorveglianza le forze dell’ordine l’hanno potuto rintracciare in autostrada: ora si trova in arresto con l’accusa di omicidio stradale e resistenza.

Ma il sangue di Biandrate non è un episodio, solo un miope potrebbe pensarlo, dietro il corpo di Adil Belakhdim si sentono nemmeno troppo lontani i rumori dei bastoni sulle ossa a Tavazzano, in provincia di Lodi, anche questa volta di fronte ai magazzini di una logistica, la Zampieri, dove il presidio organizzato per protestare contro i licenziamenti da parte di una ditta che lavora per Fedex sono stati attaccati da un gruppo di operai e di bodyguard dell’azienda a colpi di bastoni, pezzi di bancali e di sassi. Per circa 10 minuti, come mostrano anche le immagini rese pubbliche da Si Cobas, i picchiatori hanno potuto agire indisturbati mentre le forze dell’ordine rimanevano inermi a godersi lo spettacolo. Quella volta non ci era scappato il morto ma Abdelhamid Elazab, lavoratore Si Cobas della FedEx di Piacenza, era rimasto ferito alla testa colpito da un pezzo di bancale, in una pozza di sangue, arrivano all’ospedale San Matteo di Pavia privo di conoscenza. Oltre a lui altre otto persone erano rimaste ferite dagli scontri. L’aspetto inquietante, come denunciato da alcuni testimoni, è che alcune guardie private si sarebbero travestite da lavoratori per confondersi tra la folla.

Pochi giorni fa un episodio simile era avvenuto a San Giuliano Milanese. Anche a Lodi la Procura ha aperto un’inchiesta mentre il Prefetto ha convocato un tavolo per chiarire la questione ma la direzione della Zampieri non si è presentata, delegando la ditta che in subappalto gestisce il sito lodigiano e scontentando non poco tutte le autorità presenti. Ancora: qualche giorno fa a Prato alcuni operai della Textprint che sono in agitazione da mesi (come molti altri dipendenti di aziende del settore) si sono presi dei pugni in faccia e dei mattoni in testa dai vertici dell’azienda. Nel video si vede addirittura l’amministratore della Textprint colpire uno degli operai in presidio con un mattone mentre i suoi scherani pestavano gli altri. Tre feriti.

No, la morte di ieri di Adil Belakhdim non può essere derubricata a un “incidente”, non si può fare finta di non sentire le assonanze cupe con i periodi nella storia in cui gli sfruttati venivano messi all’indice e aizzati l’uno contro l’altro, non si può fingere di non vedere la tensione e la violenza delle parole che sta sfociando nella violenza degli atti. Se ne deve essere accorto perfino il presidente del Consiglio Mario Draghi se ieri si è sentito in dovere di intervenire a margine della consegna del “Premio alla costruzione europea” a Barcellona dicendosi «molto addolorato per la morte di Adil Belakhdim» e augurandosi «che si faccia subito luce sull’accaduto». Il ministro del Lavoro Andrea Orlando dal canto suo definisce «gravissimo quello che è accaduto» e ricorda che «nel settore della logistica stiamo assistendo ad una escalation intollerabile di episodi di conflittualità sociale che richiedono risposte urgenti».

Il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni commenta: «In una settimana il pestaggio a Tavazzano, l’aggressione squadrista alla Texprint di Prato e ora una vittima in Piemonte. Ma è normale che nel 2021 si finisca in ospedale o all’obitorio per difendere i propri diritti sul posto di lavoro?». Per Mauro Rotelli, deputato di Fdi e componente della commissione Trasporti della Camera, «la morte del sindacalista dei Cobas travolto da un tir, questa mattina, durante una manifestazione a Biandrate (Novara) è solo la punta dell’iceberg di quanto accaduto nelle ultime settimane. Una escalation di episodi di tensione che vedono coinvolti lavoratori impegnati in proteste per vedere loro riconosciuto il diritto al lavoro. Ci chiediamo se, come annunciato dal ministro del Lavoro dopo i recenti fatti di Lodi, sia in via di definizione una task force volta a risolvere i fenomeni di conflittualità che stanno interessando il settore della logistica».

Ma lo scontro sociale e lo sdoganamento della violenza non si fermeranno con le dichiarazione e nemmeno con le promesse di un futuro migliore per tutti. Interi settori nel mondo del lavoro italiano sono schiacciati da crisi profonde che hanno sdoganato lo squadrismo per tenere a bada il dissenso da parte delle aziende e con l’appoggio dei crumiri. Basta scriverlo per rendersi conto che il pericolo di cadere in epoche infauste è dietro l’angolo. Non è solo una questione di “lavoro”: è il tessuto sociale che si ritrova ad essere messo a dura prova. E in questo caso le classi dirigenti, tutte, sono chiamate a uno sforzo che richiede lucidità, etica e tempismo. Si sta giocando con il fuoco e il fuoco forse è già qui.

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La festa alle mamme

Un altro giorno da reality show è passato. Con i politici che festeggiano la mamma senza proporre soluzioni per sostenere le donne madri. Che nel 2020 in tante hanno perso il lavoro o vi hanno rinunciato per seguire i figli. Anche perché mancano gli asili nido

In questo tempo in cui tutti i giorni i politici non possono permettersi di dimenticare di onorare le feste ieri si è assistito a un profluvio di auguri dei leader (e pure di quelli meno leader) alle loro mamme e a tutte le mamme d’Italia (i patriottici) e a tutte le mamme del mondo (i globalisti). Ci siamo abituati, senza nemmeno farci più troppo caso, ad aspettarci dai politici gli stessi input di un influencer, mettiamo il mi piace alla sua foto con la mamma e ci scaldiamo per un augurio pescato su qualche sito di aforismi.

Le mamme, dunque. Su 249mila donne che nel corso del 2020 hanno perso il lavoro, ben 96 mila sono mamme con figli minori. Tra di loro, 4 su 5 hanno figli con meno di cinque anni: sono quelle mamme che a causa della necessità di seguire i bambini più piccoli hanno dovuto rinunciare al lavoro o ne sono state espulse. D’altronde la quasi totalità – 90mila su 96mila – erano già occupate part-time prima della pandemia. È questo il quadro che emerge dal 6° Rapporto Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021, diffuso in occasione della Festa della mamma da Save the Children. Uno studio sulle mamme in Italia che, oltre a sottolineare le difficoltà affrontate fa emergere ancora una volta il gap tra Nord e Sud del Paese.

Già prima della pandemia la scelta della genitorialità, soprattutto per le donne, è spesso interconnessa alla carriera lavorativa. Stando ai dati, nel solo 2019 le dimissioni o risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro di lavoratori padri e lavoratrici madri hanno riguardato 51.558 persone, ma oltre 7 provvedimenti su 10 (37.611, il 72,9%) riguardavano lavoratrici madri e nella maggior parte dei casi la motivazione alla base di questa scelta era la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze della prole.

Lo «shock organizzativo familiare» causato dal lockdown, secondo le stime, avrebbe travolto un totale di circa 2,9 milioni di nuclei con figli minori di 15 anni in cui entrambi i genitori (2 milioni 460 mila) o l’unico presente (440 mila) erano occupati. Lo «stress da conciliazione», in particolare, è stato massimo tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi (formali o informali) per la cura dei figli: si tratta di 853mila nuclei con figli 0-14enni, nello specifico 583mila coppie e 270mila monogenitori, questi ultimi in gran parte (l’84,8%) donne.

Il problema è urgente: nonostante gli asili nido, dal 2017, siano entrati a pieno titolo nel sistema di istruzione, ancora oggi questa rete educativa è molto fragile e, in alcune regioni, quasi inesistente. Una misura necessaria a dare ai bambini maggiori opportunità educative sin dalla primissima infanzia, che contribuirebbe a colmare i rischi di povertà educativa per le famiglie più fragili, ma anche a riportare le donne e in particolare le madri nel mondo del lavoro. La Commissione europea ha indicato come obiettivo minimo entro il 2030 per ciascun Paese membro di almeno dimezzare il divario di genere a livello occupazionale rispetto al 2019 ma per l’Italia, numeri alla mano, la missione sembra praticamente impossibile.

In un Paese normale nel giorno della Festa della mamma i politici non festeggiano la mamma ma illustrano le proposte. La politica funziona così: c’è un tema e si propongono soluzioni. Il dibattito politico ieri era polarizzato sui disperati che sono sbarcati (vedrete, ora si ricomincia) e su una libraia (una!) che ha liberamente scelto di non vendere il libro di Giorgia Meloni (censura! censura! gridano tutti).

E intanto un altro giorno da reality show è passato.

Buon lunedì.

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Dal bacio di Biancaneve a «è una vergogna signora mia…»

Era inevitabile ed è accaduto: a furia di moltiplicare iperboli per leccare anche l’ultimo clic indignato sul fondo della scatola perfino Enrico Mentana decide di dire la sua sulla “cancel culture” con due righe veloci, di passaggio, sui social paragonandola niente popò di meno che ai roghi dei libri del nazismo, con annessa foto di in bianco e nero di un rogo dell’epoca perché si sa, l’immagine aumenta a dismisura la potenza algoritmi del post.

Una polemica partita da un giornalino di San Francisco

La settimana delle “irreali realtà su cui pugnacemente dibattere” questa settimana in Italia parte dal bacio di Biancaneve cavalcato (in questo caso sì, con violenza amorale) da certa destra spasmodicamente in cerca di distrazioni e si conclude con gli editoriali intrisi di «è una vergogna, signora mia» di qualche bolso commentatore pagato per rimpiangere sempre il tempo passato. Fa niente che non ci sia mai stata nessuna polemica su quel bacio più o meno consenziente al di là di una riga di un paio di giornaliste su un quotidiano locale di San Francisco: certa intellighenzia Italiana si spreme da giorni sull’opinione di un articolo di un giornalino oltreoceano convinta di avere diagnosticato il male del secolo, con la stesa goffa sproporzione che ci sarebbe se domani un leader di partito dedicasse una conferenza stampa all’opinione di un avventore del vostro bar sotto casa. Un ballo intorno alle ceneri del senso di realtà per cui si son agghindati tutti a festa, soddisfatti di fare la morale a presunti moralisti di una morale distillata dall’eco dopata di una notizia locale.

Se la battaglia “progressista” si ispira a Trump

Chissà se i democraticissimi e presunti progressisti che si sono autoconvocati al fronte di questa battaglia sono consapevoli di avere come angelo ispiratore l’odiatissimo Donald Trump, il migliore in tempi recenti a utilizzare la strategia retorica del politicamente corretto per spostare il baricentro del dibattito dai problemi reali (disuguaglianze, diritti, povertà, discriminazioni) a un presunto problema utilissimo per polarizzare e distrarre. Nel 2015 Donald Trump, intervistato dalla giornalista di Fox Megyn Kelly su suoi insulti misogini via Twitter («You’ve called women you don’t like fat pigs, dogs, slobs and disgusting animals…») rispose secco: «I think the big problem this country has is being politically correct». Che un’arma di distrazione di massa venisse poi adottata dalle destre in Europa era facilmente immaginabile ma che si attaccassero a ruota anche disattenti commentatori e intellettuali (?) convinti di purificare il mondo era un malaugurio che nessuno avrebbe potuto prevedere. Così la convergenza di interessi diversi ha imbastito un fantasma che oggi dobbiamo sorbirci e forse vale la pena darsi la briga di provarne a smontarne pezzo per pezzo.

La banalizzazione delle lotte altrui è un modo per disinnescarle

C’è la politica, abbiamo detto, che utilizza la cancel culture per accusare gli avversari politici di essere ipocriti moralisti concentrati su inutili priorità: se io riesco a intossicare la richiesta di diritti di alcune minoranze con la loro presunta e feroce volontà di instaurare una presunta egemonia culturale posso facilmente trasformare gli afflitti in persecutori, la loro legittima difesa in un tentativo di sopraffazione e mettere sullo stesso piano il fastidio per un messaggio pubblicitario razzista con le pallottole che ammazzano i neri. La banalizzazione e la derisione delle lotte altrui è tutt’oggi il modo migliore per disinnescarle e il bacio di Biancaneve diventa la roncola con cui minimizzare le (giuste) lotte del femminismo come i cioccolatini sono stati utili per irridere i neri che si sono permessi di “esagerare” con il razzismo. Il politicamente corretto è l’arma con cui la destra (segnatevelo, perché sono le destre della Storia e del mondo) irride la rivendicazione di diritti.

Correttori del politicamente corretto a caccia di clic

Poi c’è una certa fetta di artisti e di intellettuali, quelli che hanno sguazzato per una vita nella confortevole bolla dei salottini frequentati solo dai loro “pari”, abituati a un applauso di fondo permanente e a confrontarsi con l’approvazione dei propri simili: hanno lavorato per anni a proiettare un’immagine di se stessi confezionata in atmosfera modificata e ora si ritrovano in un tempo che consente a chiunque di criticarli, confutarli e esprimere la propria disapprovazione. Questi trovano terribilmente volgare dover avere a che fare con il dissenso e rimpiangono i bei tempi andati, quando il loro editore o il loro direttore di rete erano gli unici a cui dover rendere conto. Benvenuti in questo tempo, lorsignori. Poi ci sono i giornalisti, quelli che passano tutto il giorno a leggere certi giornali americani traducendoli male con Google e il cui mestiere è riprendere qualche articolo di spalla per rivenderlo come il nuovo ultimo scandalo planetario: i politicamente correttori del politicamente corretto è un filone che garantisce interazioni e clic come tutti gli argomenti che scatenano tifo e ogni presunta polemica locale diventa una pepita per la pubblicità quotidiana. A questo aggiungeteci che c’è anche la possibilità di dare fiato a qualche trombone in naftalina e capirete che l’occasione è ghiottissima. Infine ci sono gli stolti fieri, quelli che da anni rivendicano il diritto di essere cretini e temono un mondo in cui scrivere una sciocchezza venga additato come sciocchezza. Questi sono banalissimi e sono sempre esistiti: poveri di argomenti e di pensiero utilizzano la provocazione come unico sistema per farsi notare e come bussola vanno semplicemente “contro”. Chiamano la stupidità “libertà” e pretendono addirittura di essere alfieri di un pensiero nuovo. Invece è così banale il disturbatore seriale. Tanti piccoli opportunismi che hanno trovato nobiltà nel finto dibattito della finta cancel culture.

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“Donna, ricordati di procreare altrimenti non ti realizzi”

A destra la concezione dell’identità di donna è sempre la stessa dai tempi di Adamo: essa per la Lega o Forza Italia ha il supremo compito di partorire come accadeva in quei tempi in cui in Italia avevamo qualche problemino con la democrazia

Antonio Tajani è coordinatore nazionale di Forza Italia, mica uno qualunque. Uno dei suoi pregi, per chi ha uso di seguire la politica, è quello di essere sornione sempre allo stesso livello mentre si ritrova a parlar degli argomenti più diversi, come se recitasse a memoria il ruolo che Forza Italia si propone nel centrodestra: essere quelli “seri”, quelli “non populisti”, quelli “libertari” e così via.

Ieri Tajani era presente alla presentazione degli eventi della festa ‘Mamma è bello’ e ovviamente gli è toccato sfoderare qualche riflessione politica sul ruolo di mamma (i politici, quelli che funzionano sono così, hanno un’idea su tutto e un mazzo di slogan per qualsiasi occasione, dalla sagra della porchetta fino al complesso tema di maternità e famiglia) e così ha sfoderato la solita frase come una tiritera, forse rendendosi poco conto di quello che stava dicendo. «La famiglia senza figli non esiste», ha detto Tajani, e poi, tanto per non perdere l’occasione di peggiorare la propria figura ha deciso anche di aggiungerci che «la donna non è una fattrice, ma si realizza totalmente con la maternità».

Ma come? Ma Forza Italia non è proprio il partito delle libertà? Niente: Tajani non si è nemmeno reso conto di essere riuscito in pochi secondi a tagliare completamente fuori migliaia di persone che avrebbero tutto il diritto di sentirsi feriti dalle sue parole. Mettere in dubbio la legittimità di un amore e di una famiglia, del resto, sembra essere diventato il giochino del momento dalle parti del centrodestra e così le famiglia che non hanno figli e quelle che non ne possono avere improvvisamente si accorgono di essere meno degne di tutti gli altri. E badate bene, qui siamo addirittura oltre al solito attacco alle coppie omosessuali: qui siamo proprio a un’idea di donna che ha il supremo compito di partorire come accadeva in quei tempi in cui in Italia avevamo qualche problemino con la democrazia.

Molti sono inorriditi, giustamente e si sono lamentati ma in fondo è proprio sempre la stessa idea di mondo, anche se esce con toni e con modi diversi, che nel centrodestra si coltiva da anni: «Le donne preferiscono accudire le persone, gli uomini preferiscono la tecnologia», ha detto ieri a Piazza Pulita (solo per citare uno dei tanti esempi) Alberto Zelger, consigliere comunale della Lega a Verona.

Insomma, anche oggi, care donne vi è stato ricordato il sacro comandamento di realizzarvi solo attraverso la procreazione. E se è vero che qualcuno potrebbe fregarsene della sparata di Tajani, come accade per le boiate di Salvini, occorre ricordare che questi sono leader di partiti che decideranno come spendere i soldi che dovrebbero servire per rimettere in piedi l’Italia, sono lì a stabilire quali dovrebbero essere le priorità. E questo, vedrete, è molto di più di una semplice frase sbagliata.

Buon venerdì.

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La sinistra si scalda per i processi a Salvini e ignora i migranti: 500 morti in 4 mesi (+200%)

Il Mediterraneo continua ad essere un cimitero liquido e il campo di battaglia di emergenze che spuntano solo quando tornano comode alla sfida politica. L’ipocrisia dei partiti sta tutta in quei numeri che diventano roncole quando servono per attaccare l’avversario e poi scompaiono se richiedono senso di responsabilità. Fra qualche mese, sicuro, comincerà di nuovo la fanfara degli sbarchi incontrollati come accade ciclicamente tutte le estati (con il miglioramento delle condizioni atmosferiche e quest’anno anche con l’allentamento del virus) e intanto sembra impossibile riuscire a costruire una chiave di lettura collettiva su cui dibattere e da cui partire per proporre soluzioni.

Però nel Mediterraneo un’emergenza c’è già, innegabile, e sta tutta nello spaventoso numero di morti in questi primi mesi dell’anno: mentre nel 2020 furono 150 le vittime accertate nel Mediterraneo quest’anno ne contiamo già 500, con un aumento quasi del 200%. A lanciare l’allarme è stata Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, che ha partecipato al briefing con la stampa del Palais des Nations di Ginevra dal porto di Trapani in Sicilia, dove circa 450 persone stavano sbarcando in seguito al salvataggio da parte della nave della ONG Sea Watch: «Dalle prime ore di sabato 1 maggio – ha spiegato Sami – sono sbarcate in Italia circa 1.500 persone soccorse dalla Guardia Costiera italiana e dalla Guardia di Finanza o da Ong internazionali nel Mediterraneo centrale. La maggior parte delle persone arrivate è partita dalla Libia a bordo di imbarcazioni fragili e non sicure e ha lanciato ripetute richieste di soccorso».

Sami ha anche tracciato un primo quadro degli sbarchi nel 2021: «Mentre gli arrivi totali in Europa sono in calo dal 2015, – ha spiegato Sami – gli ultimi sbarchi portano il numero di arrivi via mare in Italia nel 2021 a oltre 10.400, un aumento di oltre il 170 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma siamo anche profondamente preoccupati per il bilancio delle vittime: finora nel 2021 almeno 500 persone hanno perso la vita cercando di compiere la pericolosa traversata in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, rispetto alle 150 dello stesso periodo del 2020, un aumento di oltre il 200 per cento. Questa tragica perdita di vite umane sottolinea ancora una volta la necessità di ristabilire un sistema di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale coordinato dagli Stati».

L’agenzia Onu «sta lavorando con i suoi partner e con il governo italiano nei porti di sbarco per aiutare ad identificare le vulnerabilità tra coloro che sono arrivati e per sostenere il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo» ma Sami sottolinea come continuino a mancare «percorsi legali come i corridoi umanitari, le evacuazioni, il reinsediamento e il ricongiungimento familiare devono essere ampliati» mentre «per le persone che non hanno bisogno di protezione internazionale, devono essere trovate soluzioni nel rispetto della loro dignità e dei diritti umani». L’incidente più grave finora è quello del 22 aprile, quando un naufragio ha causato la morte di 130 persone sollevando i prevedibili lamenti che ogni volta vengono spolverati per l’occasione. Solo una questione di qualche ora, come sempre, poi niente. La zona continua a essere completamente delegata alla cosiddetta Guardia costiera libica: «Nell’ultimo naufragio si parla di almeno 50 morti, noi abbiamo la certezza solo di 11 persone.  Quello che sappiamo è che erano in zona una nave mercantile e un’altra barca e che non sono intervenute, nonostante sia stato lanciato l’sos. E questo è molto grave: se c’è un natante in distress si deve intervenire, perché l’imbarcazione può affondare in qualsiasi momento. Ma ormai questa sembra essere una prassi consolidata: nessuno interviene in attesa che arrivi la Guardia costiera libica e riporti le persone indietro. Questo ci preoccupa molto», ha spiegato Carlotta Sami.

Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) siamo al 60% di persone che tentano la traversata in mare e che vengono sistematicamente riportate indietro: «Almeno una su due è matematicamente riportata in Libia – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce Oim, a Redattore Sociale -. Dopo l’ultimo naufragio abbiamo lanciato un appello all’Ue perché si rafforzi il sistema di pattugliamento in mare e si evitino altre tragedie, ma è caduto nel vuoto. C’è un silenzio politico assordante su questo tema. Si parla solo genericamente di un aumento degli arrivi: ma attenzione a evitare narrazioni propagandistiche perché nonostante la crescita i numeri restano bassi. Non esiste un’emergenza in termini numerici ma solo un’emergenza umanitaria, di morti e dispersi in mare».

Sempre a proposito di proporzioni poi ci sarebbe da capire perché le eventuali (gravi) responsabilità penali di Salvini quando fu ministro e lasciò alla deriva le navi delle Ong debbano infiammare più di questo spaventoso numero di morti che sembra non avere responsabili. Forse anche il centrosinistra, se vuole davvero occuparsi di diritti umani e non solo di dialettica politica, dovrebbe avere il coraggio di ripartire da qui.

L’articolo La sinistra si scalda per i processi a Salvini e ignora i migranti: 500 morti in 4 mesi (+200%) proviene da Il Riformista.

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