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Renzi e il suo travaglio

Danneggiato dal suo narcisismo, come accade a tutti i narcisisti, Renzi ha monopolizzato l’ennesima settimana. Sarà contento, lui: i narcisisti, anche quelli consapevoli di avere imbroccato il sentiero del fallimento, non riescono a trattenere la maledetta voglia di essere al centro del dibattito (illudendosi di esserne il centro) e accettano, nella curva discendente, perfino lo scherno. Purché se ne parli, dicevano: una massima sempre in voga, senza che qualcuno, una volta per tutti spieghi, che sia una cagata pazzesca.

Questa settimana abbiamo saputo un po’ di cose. Sappiamo, ad esempio, che Matteo Renzi pensava di mettere in piedi una temibile macchina da guerra impegnata nella controinformazione e nella propaganda guidata da Fabrizio Rondolino (l’articolo potrebbe giù chiudersi qui), che considera un «ottimo giornalista», come ha detto sornione ieri dalla Gruber. Non stupisce, non è questione solo di Renzi. Il potere ama i giornalisti che supini fanno da amplificatori. Accade da sempre, ovunque. Che sia una cosa schifosa e autoritaria ogni tanto ci dimentichiamo di ricordarcelo.

La macchina della propaganda aveva l’obiettivo di schedare e infangare gli avversari

La macchina della propaganda aveva tra i suoi obiettivi quello di schedare e di infangare gli avversari, con notizie intrinsecamente diffamatorie. Dice Renzi, l’ha detto ieri ospite da Lilli Gruber – dove ha collezionato la sua figura peggiore – che quella modalità è la stessa dei suoi avversari (riferendosi al M5S e a Il Fatto Quotidiano). Facciamo che gli crediamo. La notizia, però, è che Matteo Renzi è identico nelle modalità e nell’etica a quelli che lui considera i peggiori sulla faccia della Terra. Anche solo così è una notizia: Renzi certifica la sua convinzione che i fini giustifichino i mezzi. E questa cosa fa schifo, vale la pena ricordarselo.

Dove doveva avvenire tutto questo giochetto sporco? Su server stranieri, quindi non sottoposti alla legislazione italiana. Vi ricordate quando i giornalisti strepitavano per l’interferenza straniera sulla propaganda social di alcuni partiti italiani? È lo stesso. Con una differenza sostanziale: un ex presidente del Consiglio ha nella sua pletora di consiglieri qualcuno convinto che sfuggire alla legge del proprio Paese permetta più libertà. Lasciate perdere tutto il resto, le accuse di rimbalzo e le rivendicazioni, non fa già schifo così?

Ai tempi di Berlusconi dare del ladro a qualcuno era un modo per lenire le proprie colpe

Ai tempi di Berlusconi dare del pregiudicato a qualcuno era un modo per lenire le proprie colpe. Pensateci bene: se si riesce a dimostrare che tutti sono ladri, il ladro diventa meno colpevole, perché la colpa è generalizzata. Roba da terza media o giù di lì, solo che sentirla ancora come giustificazione fa schifo. Straordinario il passaggio in cui Matteo Renzi ci dice che ciò che conta è solo una condanna passata giudicato e non l’inopportunità. Per carità, è un’opinione legittima, così facendo Al Capone sarebbe solo un criminaluncolo. Ma, vabbè. Peccato che a Renzi non sia mai scappato «un pregiudicato!» Infilzato con posa da moschettiere a Berlusconi, al suo amico Verdini e a altri compagnucci della cerchia. Ripetere «pregiudicato» a un giornalista, in una trasmissione televisiva, ossessivo come un misero bot è garantista? Essere seriamente garantisti è un compito difficile: bisogna avere le spalle abbastanza larghe, perché poi si risulta incoerenti. E l’incoerenza, come la falsità o la piccolezza umana o l’insopportabile egocentrismo o l’abitudine a frequentare pessime persone, non sono un reato. Eppure fanno schifo.

Non è un reato nemmeno raccontare un balla in televisione (altrimenti il Parlamento sarebbe decimato) eppure Renzi che dice di avere creato «1 milione e 300mila posti di lavoro» è bugiardo. Durante il suo governo i nuovi occupati sono stati 540mila che si sono ritrovati a dover firmare e poi riformare microcontratti con meno tutele e diritti. Fingere di non saperlo fa schifo.

Renzi ha finto di voler parlare di vaccini, tirato fuori Prodi mentre gli si chiedeva di Bin Salman

Poi c’è il mancato collegamento con la realtà. Andare in una trasmissione, per chiarire cose scritte sul proprio conto e rigirare una puntata per parlare dei propri accusatori è una berlusconata del periodo peggiore. Renzi, che ieri fingeva di voler parlare di vaccini, è riprovevole. Riuscire a tirare fuori Prodi, mentre gli si chiede del tagliagole Bin Salman che fa a pezzi i giornalisti che non gli piacciono in un Arabia Saudita, è una mossa miserabile. A proposito: che pensa Renzi del regime saudita che taglia a pezzi i giornalisti? Perché questa cosa fa terribilmente schifo. E che pensa del fatto che la più grande autorizzazione per forniture all’Arabia Saudita di bombe, quasi 20.000, prodotte in Italia fu approvata quando Matteo Renzi era presidente del Consiglio? Non è bastata una trasmissione per saperlo. Forse a Renzi sfugge che dal suo amichetto saudita la trasmissione di ieri non sarebbe nemmeno andata in onda. Questo è il punto focale: possiamo permetterci di giudicare un politico dalle sue frequentazioni? Certo che sì. Se a Renzi non sta bene se ne faccia una ragione.

Renzi con il 2 per cento ha riportato Salvini al governo

A proposito: dice Renzi che loro con il 2 per cento hanno fatto fuori Salvini. Falso anche questo: con il loro 2 per cento hanno riportato Salvini al governo e perfino quel 2 per cento è un’illusione ottica, dovuta a una mossa parlamentare che non ha niente a che vedere con la politica. Il partito di Renzi esiste solo in Parlamento, perché Renzi (l’incoerente per natura, che contestava chi lasciava il PD senza dimettersi e chi si faceva il suo partito personale) ha fatto esattamente ciò che condannava, riuscendo ad aver un partito che ha più senatori che elettori.

Dice Renzi che fa il conferenziere e nessuna legge glielo vieta. Nessuna legge vieta nemmeno di giudicare la moralità di un politico che fa conferenze per un regime. Pari, patta. Renzi aggiunge che paga le tasse in Italia. Ci mancherebbe, dobbiamo ringraziarlo? Infine, l’amico del criminale riesce a chiamare «reddito di criminalità» una misura (giusta o sbagliata che sia) per combattere la povertà. Ha fatto bene a svelare le carte: Renzi odia i poveri, perché non hanno niente da offrirgli. Bene così.

Renzi e la metafora della rana e lo scorpione

Eppure gli sarebbe bastato poco. Gli sarebbe bastato prendere le distanze da quello che fa schifo e che è ronzato intorno a lui. Ma Renzi è così, come lo scorpione che uccide la rana, mentre gli sta facendo attraversare il fiume. È la sua natura. Ora attenti, sotto questo pezzo si scatenerà l’orda di «ce l’avete sempre con Renzi». Perché questi non si accorgono nemmeno che il dileggio sia l’unica arma (effimera, durerà ancora poco) per restare a galla. E che ciò su cui vale la pena riflettere è il Renzi che è in noi, ancora più di Renzi. E se l’avete già sentita applicata a Berlusconi, avete ragione: è esattamente quella.

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Conte sbugiarda Travaglio sulla caduta del governo: “Nessun complotto contro di me”

L’ex presidente del Consiglio Conte è molto più scaltro di quello ci vorrebbe sembrare, lui che ha goduto di questa allure del nuovismo che in questi ultimi anni è andata così di moda, quando bastava non essere mai stati politici per essere pregiudizialmente già migliori, e intervistato dal Corriere della Sera alla domanda «lei crede al “Conticidio” per mano di un complotto internazionale» replica rispondendo che «nessuno ha mai pensato a un complotto internazionale». Ed è una mezza risposta che come al solito serve per accontentare tutti e soprattutto non scontentare nessuno.

Sì, perché il “Conticidio” è l’ultima tesi travestita da inchiesta che il direttore de Il Fatto Quotidiano ha deciso di lanciare a tamburo battente per spiegare all’universo mondo che il suo Giuseppe Conte (il giocattolo più divertente che abbia mai potuto sognare di possedere) è stato fatto fuori dalle trame oscure di poteri forti che hanno voluto abbatterlo per misteriosi motivi. Del resto per Travaglio la politica è un agone in cui ciò che conta è che i fatti gli diano ragione e non il contrario. Essere ugualmente innamorato di un governo a trazione leghista e poi innamorarsi subito di nuovo di un governo che pendeva dalla parte opposta indica un’evidente culto per la persona (una, una sola, Giuseppe Conte) che è lo stesso che dalle parti de Il Fatto Quotidiano hanno ferocemente sbeffeggiato quando si trattava di avversari.

Caduta quindi l’ipotesi del complotto internazionale e di un’oscura massoneria mondiale che abbia voluto fare cadere Conte rimane lo scenario nazionale, ovvero Renzi e Salvini. Ed è pur vero che Renzi, Salvini e probabilmente anche Berlusconi abbiano avuto tutto l’interesse di fare cadere quel governo per conquistare un posto più centrale nel panorama politico. Si tratta di scelte consapevoli (tra l’altro direi anche piuttosto rivendicate, non c’era bisogno di fingere di farne materiale d’inchiesta) che piacciano o no (e badate bene, a chi scrive piacciono pochissimo quasi niente) che rientrano nelle dinamiche della politica. O forse dovrebbe scandalizzarci che Renzi abbia parlato con Salvini facendo finta di non sapere che Conte ci aveva addirittura governato? Insomma, pare proprio che manchi “la notizia”. Ma si sa che l’amore per se stessi trasforma in notizie le proprie opinioni. Il “Conticidio” è già diventato la solita guerra di bottega tipica italiana. O forse Conte si è permesso di saperne di se stesso più di quanto ne sappia Travaglio. Che irrispettoso maleducato.

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Uggetti: “Le menzogne contro di me di Travaglio e Barbacetto”

“Di Maio chiede scusa ma l’ex sindaco assolto ha confessato”. Titola così oggi Il Fatto Quotidiano con un pezzo a piena pagina sull’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti. Che Uggetti avesse confessato l’aveva scritto già il direttore del Fatto Marco Travaglio addirittura in prima pagina solo che in quell’occasione. Uggetti non poté rispondere poiché si trovava in carcere.
Oggi da uomo libero e assolto con formula piena gli abbiamo chiesto cosa ne pensi.

Uggetti, Il Fatto Quotidiano (e molti commentatori in scia) scrive ancora oggi che la sua assoluzione è incomprensibile poiché avrebbe confessato. Che ne dice?
Non solo non ho mai confessato ma sfido Barbacetto e il suo direttore Travaglio a trovare negli atti processuali (che gli metto volentieri a disposizione) una sola riga che attesti una mia confessione.

Però Barbacetto insiste sulle sue pressioni nei confronti di una funzionaria comunale che ha addirittura registrato la conversazione.
Fui registrato a mia insaputa dalla funzionaria comunale e quella registrazione fu sventolata come prova regina per giustificare la mia carcerazione. A Travaglio e Barbacetto forse manca un pezzo della storia: durante il processo ho chiesto per ben due volte che quella conversazione fosse ascoltata in aula e per ben due volte l’accusa si oppose. La terza volta fu il giudice a disporre l’ascolto. Finita l’udienza ricordiamo tutti il volto incredulo del giudice. Se vogliono, spedirò a Travaglio e Barbacetto anche quell’audio.

Nella pagina del quotidiano oggi in edicola si ripete anche che lei sarebbe stato arrestato perché avrebbe avuto intenzione di distruggere le prove. Neanche questo è vero?
È documentale la testimonianza del responsabile e informatico del comune che consegno alla finanza un hard disk completamente integro.

Ma quindi quell’articolo è pieno di falsità?
Sono tantissime. Un esempio: nel pezzo si dice che le piscine scoperte della città fossero un affare, abbiamo la testimonianza del revisore dei conti e la perizia di una primaria società internazionale che dimostrano esattamente il contrario. Gli metto a disposizione anche questo.

Ma non c’è un problema giornalistico, oltre che politico, nell’uso strumentale della gogna come ha detto ieri Di Maio?
Assolutamente si. Soprattutto quando non si cerca la verità ma solo la conferma alle proprie tesi. Io della verità non ho paura e sono pronto ancora adesso a rispondere su ogni punto di quel processo.

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Lamorgese peggio di Salvini, il Pd scelga: Travaglio o accoglienza?

Tenetevi forte perché manca poco al ritorno dello spettro dei migranti clandestini, degli sbarchi sconsiderati e di tutta quell’orrenda narrazione contro le Ong nel Mediterraneo lasciato sguarnito in modo criminale dall’Europa. E preparatevi perché se è vero che conosciamo già perfettamente alcuni personaggi in commedia, a partire da quel Salvini che già da qualche giorno è tornato sull’argomento per provare a frenare lo scontento tra quei suoi elettori affamati di cattivismo e ancora di più incattiviti dalla pandemia, e a ruota ovviamente Giorgia Meloni per occupare quello spazio politico, soprattutto tornerà alle origini quel Movimento 5 Stelle che si è ammantato di solidarietà per incastrarsi nel secondo governo Conte ma che ora è pronto al ritorno delle sue radici peggiori.

La tromba della carica l’ha suonata ovviamente Marco Travaglio in uno dei suoi editoriali che sostituiscono da soli le assemblee di partito e che ha usato tutto l’armamentario del razzismo con il colletto bianco per puntare il dito contro le Ong, per irridere le “anime belle” (che per Travaglio sono la categoria di tutti quelli che non la pensano come lui ma che non possono essere manganellati con qualche indagine trovata in giro) e mischiando come al solito le accuse con le sentenze, gli indagati con i colpevoli, le ipotesi dei magistrati come “fatti” e gli stantii pregiudizi come acute analisi. Così la chiusura delle indagini della procura di Trapani per un presunto reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nel caso Iuventa basta al suggeritore dei grillini per richiamare tutti alle armi: picchiamo sui migranti, bastoniamo le Ong e chissà che non si riesca spremere qualche voto anche da qui.

E fa niente che sia dimostrato dai dati (e da anni) che “gli angeli delle Ong” (come li chiama Travaglio per mungere un po’ dalla vecchia accusa di “buonismo”) non “attirano e incoraggiano il traffico di esseri umani”: Travaglio trova terribilmente sospetto che delle organizzazioni dedite al soccorso in uno spicchio di mare conoscano perfettamente quel mare e i luoghi dei naufragi. La competenza del resto da quelle parti è vista con diffidente apprensione. Ma agli osservatori più attenti, quelli che semplicemente non si sono fatti infinocchiare dallo storytelling del Conte bis, forse non sarà sfuggito che Di Maio sia proprio quel Di Maio che discettava allegramente delle Ong come “taxi del mare” quando c’era da accarezzare l’alleato Salvini e Giuseppe Conte sia proprio quel Giuseppe Conte, nessuna omonimia, che partecipava allegramente alla televendita dei Decreti Sicurezza che andarono alla grande durante la stagione della Paura.

Ovviamente nessuna parola sull’omesso soccorso in violazione del Diritto internazionale del Mare che è un crimine di cui il governo italiano e l’Europa si macchiano almeno dal lontano 2014 quando il governo Renzi decise di stoppare l’operazione Mare Nostrum della nostra Marina militare e niente di niente su quella Libia (e qui invece ci sono tutte le prove e tutte le condanne per farci una decina di numeri di giornale) che è un enorme campo di concentramento a forma di Stato, così amico del governo italiano. Ma la domanda vera è chissà cosa ne pensa il Pd, questo Pd che ci promette tutti i giorni che domattina si risveglierà più umano e attento ai diritti e che è sempre pronto (giustamente) per opporsi sul tema a Salvini ma che è stato così terribilmente distratto con i tanti Salvini travestiti che ci sono qui intorno.

Il Pd che ci ha indicato come “punto di riferimento riformista” il presidente del Consiglio che fece di Salvini il più splendente Salvini, il Pd che ancora fatica a riconoscere le responsabilità del “suo” ministro Minniti, il Pd che con il precedente governo prometteva “un cambio di passo” sui diritti dei migranti fermandosi solo alla sua declamazione, mentre la ministra dell’Interno del Conte bis, lo racconta il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, bloccava contemporaneamente ben sette barche delle Ong tra il 9 ottobre e il 21 dicembre 2020 riuscendo a fare meglio perfino di Salvini, rispettando in tutto e per tutto la linea d’azione del leader leghista stando con la semplice differenza di non rivendicarla sui social insieme a pranzi e gattini.

Se il nuovo Pd di Letta vuole recuperare credibilità forse è il caso che ci dica parole chiare su questa irrefrenabile inclinazione dei suoi irrinunciabili alleati perché alla fine Salvini rischia di risultare onestamente feroce in mezzo a tutti questi feroci malamente travestiti.

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Fallisce la crociata di Zuccaro contro le Ong (appoggiata da Travaglio e Di Maio): ora il PM andrà a processo?

“Non lasciamo solo Zuccaro” intitolava il Blog Delle Stelle, sì, proprio lui, il magazine politico del Movimento 5 Stelle che si era schierato a testa bassa al fianco del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nella sua ennesima battaglia contro le Ong. Furono i grillini e furono i salviniani a cadere nel solito giochetto infimo della politica quando si appoggia alla magistratura per annaspare e trovare conferma delle proprie tesi. Il pensiero politico breve e debole ha sempre bisogno di un’indagine, di un rinvio a giudizio, di qualche carta processuale per certificare la propria visione del mondo.

Nel 2017 fu Zuccaro a denunciare il tentativo delle Ong di «destabilizzare l’economia italiana» attraverso il massiccio sbarco di migranti sulle nostre coste al fine di «trarne vantaggi». Zuccaro aveva anche aggiunto che, a suo avviso, «alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti» perché, disse, «so di contatti» e inoltre si tratta di un «traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga». Si alzò un gran polverone e le parole del procuratore vennero agitate come una sciabola per affettare la discussione su diritti e immigrazione, le parole di Zuccaro vennero sventolate ai quattro venti, lui ebbe anche l’onore di essere audito dal Parlamento, i Zuccaro boys infestavano i social tutti fieri di avere scoperto che i “buoni erano cattivi” e quindi, per la proprietà inversa, i presunti “razzisti” sarebbero stati quelli che ci avrebbero salvato. Peccato che di quelle pesantissime affermazioni non rimase niente, non ci fu una controprova, non ci fu niente e tutto finì nel dimenticatoio per un anno, anche se ormai il rumore di fondo era stato generosamente sparpagliato e il governo Conte (il primo Conte, quello che non si era ancora travestito da “buono”) quando salì in carica nel 2018 con la sua formazione gialloverde poté ripetere le tesi di Zuccaro come condimento delle proprie decisioni politiche.

Arriviamo quindi al 2018, marzo, quando Carmelo Zuccaro torna a occuparsi dell’emergenza migranti nel Mediterraneo e lo fa a modo suo: mette sotto indagine il comandante della nave Open Arms, Marc Reig Creus, il capo della missione della Ong, Ana Isabel Montes Mier, e il coordinatore Oscar Camps. L’accusa ovviamente è di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. La Ong Proactiva Open Arms, secondo il teorema Zuccaro, opera nel disprezzo più totale degli accordi internazionali e del codice di comportamento firmato con il governo italiano, cercando in tutti i modi di far sbarcare migranti sulle nostre coste. Open Arms aveva soccorso 218 migranti al largo delle coste della Libia rifiutandosi di consegnarli alla cosiddetta “Guardia costiera libica” per via delle violenze e dei maltrattamenti che avrebbero potuto subire in quello che tutta la comunità internazionale ritiene un porto “non sicuro”. I migranti vennero poi fatti sbarcare nel porto di Pozzallo, in provincia di Ragusa, dopo l’autorizzazione da parte del governo italiano.

Cosa accadde poi? Il teorema di Zuccaro venne smontato dal Gip di Catania che nel confermare il sequestro aveva fatto cadere l’accusa di associazione a delinquere tenendo in piedi l’accusa di immigrazione clandestina e di violenza privata. Il fascicolo passa al Gip di Ragusa per competenza territoriale e viene disposto il dissequestro immediato della nave perché, scrive il Gip, l’Ong aveva agito «in uno stato di necessità» regolato dall’articolo 54 del codice penale (in cui si scrive di chi è «costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave»).

Ben due anni dopo quei fatti ora arriva la decisione del Tribunale di Ragusa che ha deciso il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste per il reato di violenza privata e perché non punibile per stato di necessità per il reato di favoreggiamento. L’ha deciso il Gup al termine dell’udienza preliminare. Open Arms, in una sua nota, scrive che «ancora una volta è stato dimostrato che il nostro agire è sempre stato dettato dal rispetto delle Convenzioni internazionali e dal Diritto del Mare, quello che ci muove è la difesa dei diritti umani e della vita, principi fondativi delle nostre Costituzioni democratiche».

E quindi? Quindi per l’ennesima volta molto rumore per nulla. Per l’ennesima volta sulla pelle dei migranti (e degli elettori e della dignità della politica) si è consumata una battaglia che non aveva basi giuridiche eppure ha dato l’occasione di sentenziare giudizi che si sono rivelati infondati. Ancora una volta è andata male a chi cercava un appiglio per poter essere feroce con il supporto della legge fingendo di non sapere che il gancio non c’è, fingendo di non sapere (come accade tutt’ora) che la “Guardia costiera libica” è il viatico di sofferenze che non hanno nulla a che vedere con i diritti e fingendo di non sapere di avere appaltato proprio a loro quel pezzo di Mediterraneo. La polvere si è posata e non è rimasto niente, niente di più del vociare sconsiderato di cui nessuno pagherà pegno.

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Referendum, Nespolo (Anpi) a TPI: “Tagliare i parlamentari per risparmiare? No, si riducano gli stipendi”

Carla Federica Nespolo, 77 anni, ex parlamentare del Pci e del Pds, è la prima donna a presiedere l’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia). Con lei discutiamo del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, in calendario il 20 e 21 settembre. L’Anpi si è schierata per il No.
Nespolo, come risponde al movimento anti-casta, secondo cui il No è la posizione dell’arroccamento?
Più che di “movimento anti-casta” io parlerei esplicitamente e francamente di pensiero populista. Al fondo del quale, inutile girarci attorno, c’è il rifiuto della democrazia come partecipazione e diritto del popolo a scegliersi i propri rappresentanti. Se per “uomini rinchiusi nei palazzi” i fautori del Sì intendono anche i 183 costituzionalisti italiani che si sono dichiarati per il No, dimostrano di non aver capito nulla di quello che, nel colpevole silenzio di tanti, oggi è in gioco.

Cosa c’è in gioco?
Si tratta, sostanzialmente, di un attacco alla democrazia rappresentativa. Non dimentichiamoci che uno dei primi atti del Governo, dopo il 25 Aprile 1945, fu quello di dare a tutti (uomini e donne) il diritto di voto. E dopo 75 anni si vorrebbe tornare indietro e privare persino alcune Regioni del diritto di essere pienamente rappresentate in Parlamento? Inaccettabile. Altro che “casta”: la “casta” è proprio dei “notabili” di partito che, non a caso, sembrano tutti uniti  – ma con molti problemi interni – a votare Sì.

I motivi principali per cui l’Anpi ha deciso di esprimersi per il No: quali sono i valori da difendere?
La difesa della democrazia per cui, 75 anni fa, un’intera generazione si è sacrificata, ha combattuto e vinto. E oggi troppi se ne dimenticano. Mi lasci citare un terribile verso di Giorgio Caproni: “I morti per la Libertà, chi l’avrebbe mai detto, i morti. Per la Libertà, Sono tutti sepolti”. Ecco. L’Anpi è in campo per questo. Perché la democrazia, che tanto sacrificio e tante lotte è costata, non venga oscurata e vilipesa da chi la considera un ostacolo alla propria ascesa politica.

Si insiste molto sul risparmio dei costi, come già avvenuto nell’ultimo referendum costituzionale. Non teme che questo argomento possa essere una spinta difficile da arginare?
Quella dei costi è una sciocchezza che non merita neppure una risposta. Vogliono davvero ridurre i costi del Parlamento? I parlamentari si riducano lo stipendio. Punto e basta. Ma non possiamo nasconderci che questo tema ne nasconde un altro. E cioè la poca stima che l’opinione pubblica ha verso un certo ceto politico. In questo senso condivido la frase del comandante De Falco: “Non voglio essere rappresentato meno, voglio essere rappresentato meglio”.

Il Pd sembra non volersi esprimere o esprimersi molto blandamente a proposito di questo referendum. Che consiglio darebbe al partito di governo?
Non è compito dell’Anpi dare un consiglio ad alcun partito. E tanto meno al Pd. Certo la contraddizione tra aver votato per tre volte contro e ora votare a favore è lampante. Insomma, non sempre sacrificare sull’altare della governabilità la propria coerenza è un buon calcolo. Comunque ho grande rispetto per il travaglio che sta attraversando il Pd. Ma non è un tema che ci vede protagonisti.

In questi giorni circola molto un’intervista in cui Nilde Iotti dichiara che il numero dei parlamentari italiani è eccessivo e dal fronte del Sì sono in molti a ripetere che la riduzione del numero dei parlamentari sia una battaglia storica della sinistra. Come risponde?
Alla citazione di Luigi Di Maio rispetto alla posizione di Nilde Iotti ha già risposto esaurientemente Livia Turco, presidente della Fondazione Iotti. Quello che la presidente Iotti proponeva era un intero nuovo impianto istituzionale, a cominciare da una nuova legge elettorale. Separare la rappresentanza dalla sua funzione è quanto di più volgarmente tattico si possa fare. Mai la presidente Iotti lo avrebbe affermato.

Come ha intenzione l’Anpi di occuparsi di questa campagna referendaria? Con quali mezzi? Come arrivare a più gente possibile, tra l’altro in un periodo difficile come questo in piena pandemia?
L’Anpi sta facendo il suo dovere. Le nostre sezioni territoriali stanno illustrando in ogni parte d’Italia le nostre ragioni e il 10 settembre alla Sala della Protomoteca in Campidoglio, a Roma, faremo il punto con importanti giuristi sulle ragioni del nostro No. Prevediamo anche un intervento di un rappresentante delle Sardine. Inoltre, siamo e saremo attivi anche sui social network. Invitiamo tutti ad andare a votare No. E mi lasci chiudere con una nota di ottimismo.
Prego.
Ce l’abbiamo fatta nel 2016. Ce la faremo anche nel 2020.

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