La servitù la chiamano “fiducia”

Provo a quest’ora tarda a mettere in fila i pensieri della giornata, ritrovandomi mio malgrado in assoluta minoranza lontano sia dai renziani che dagli antirenziani: Matteo Renzi (meglio sarebbe scrivere il suo Governo ma in realtà ci ha sempre posto la sua “squadra” come una fastidiosa dermatite di passaggio) ha posto la fiducia sulla riforma elettorale. Va bene. Ed è un brutto modo, certo. E non capisco perché quattro servetti catapultati come nuova classe dirigente debbano decidere se io possa o no discutere il metodo. Lo discuto eccome. E ho il diritto di esserne nauseato, nonostante i rimbrotti patetici degli arRenzipopoli. Però, per avere una visuale abbastanza larga, è anche vero che Renzi pone la fiducia perché sa bene che il proprio posto in Parlamento conta più degli ideali. Certo non per tutti, per carità, ma sicuramente per la maggioranza. E quindi Renzi non sta facendo altro che utilizzare miserabilmente la miserabile dignità di un Parlamento che in gran parte vive il proprio posto in Parlamento come ricatto più estremo. Mica una legge schifosa: il loro culo al caldo.

Scusate le volgarità. Non ho trovato sinonimi.

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