Champagne e pasticcini per il ritorno del boss: Papalia arriva a Buccinasco

Ne scrive Cesare Giuzzi per il Corriere:

Via Nearco è un budello a senso unico. È una strada quasi insignificante, specie con questa pioggia fastidiosa. E non c’è neppure parcheggio anche se è sabato pomeriggio, ma sembra l’ora di punta, di un giorno di punta.

Eppure è qui, in un seminterrato al civico 6 con la porta blindata dalla quale escono voci di grandi e bambini, segnali di giochi e di festeggiamenti, che passano oggi i più delicati equilibri criminali del Nord Italia. E forse dell’Italia intera. Perché Nginu Rocco, Rocco Papalia, 66 anni, è tornato a casa. Dopo cinque lustri di carcere, dopo aver retto insieme ai fratelli Domenico e Antonio, il governo della ‘ndrangheta in Lombardia negli anni Novanta.

E non importa se quella casa Nginu neppure l’aveva mai vista, figuriamoci abitata. La sua, quella di via Papa Giovanni XXIII ad Assago dove viveva prima di essere arrestato nel ‘91, oggi è confiscata e affidata alla Caritas. E sul muretto esterno ha un graffito con il sorriso eterno di don Pino Puglisi, il prete di Brancaccio ucciso da Cosa Nostra.

Ma Rocco è tornato, nella sua Buccinasco. E nel battito d’ali che è bastato a far scattare la serratura della sua cella, il ritorno del boss ha spazzato via anni di lotta e cultura antimafia in una cittadina che ha cercato senza riuscirci di togliersi l’etichetta di Platì del Nord. Erano i tempi dei sequestri, dei cento omicidi all’anno tra Milano e provincia, del rapimento di Cesare Casella. Erano anni sanguinari, gli anni dei Sergi, dei fratelli Papalia, dei Barbaro, dei Trimboli, dei Molluso. E di fatto, dopo il blitz Nord-Sud del 1993, qualcosa era anche cambiato a Buccinasco, a Corsico, a Cesano Boscone. Ma mai del tutto.

Era cambiata certamente una cultura della legalità che qui organizza festival, incontri, dibattiti. Che ha portato alla confisca di una parte di quella villetta di via Nearco dove oggi si festeggia il ritorno del boss scarcerato venerdì sera da Secondigliano (Napoli). Nell’ala sequestrata c’è un appartamento gestito da un’associazione che dal 2015 ospita profughi e richiedenti asilo. Era stato confiscato a Serafina Papalia, 37 anni, figlia di Rocco, e al marito Salvatore Barbaro, del ramo dei pillari, coinvolto nelle operazioni Cerberus (2008) e Parco Sud (2009). Ora i migranti si troveranno a condividere il cortile proprio con il boss Papalia. Sul cancello c’è un cartello posto dal Comune di Buccinasco con tutti i nomi delle vittime di mafia. Poco più in là sull’ingresso pedonale c’è invece la targhetta d’ottone con il nome di «Papalia Rocco» e della moglie «Feletti Adriana». È lei adesso a portare i soldi a casa: con la figlia Serafina gestisce il bar Pancaffé di via Ludovico il Moro, 159. Ieri chiuso.

Intorno alle 17.20, all’ingresso di casa Papalia citofona un ragazzo sui 30 anni arrivato a piedi dopo aver parcheggiato una Smart bianca. Sotto braccio ha una confezione gialla con una bottiglia di champagne Veuve Clicquot. Suona, entra, scende i pochi gradini e sparisce. Alle 17.05 la scena si ripete. Stavolta il ragazzo è più giovane, indossa una tuta rossa, e ha capelli rasati sui lati. Stringe tra le braccia un’altra confezione di champagne. E poi bambini e genitori, nonni con confezioni di pasticcini.

Parenti e nipotini che Rocco Papalia, tra le carceri di Badu ‘e Carros e Secondigliano, in questi 26 anni neppure ha mai visto. Sono tutti parenti i Papalia, i Sergi, i Barbaro, i Trimboli, i Perre. E quindi conta poco il fatto che il neo uomo libero Rocco Papalia non possa frequentare pregiudicati come dispone la sorveglianza speciale che durerà tre anni e che gli impedirà di lasciare Buccinasco e lo obbligherà a stare in casa di notte. Ieri il sindaco Giambattista Maiorano ha protestato, per quanto si possa protestare per un provvedimento di scarcerazione che rispetta tutti i crismi della legge, che in uno Stato democratico è un diritto. Ma di certo il ritorno di Papalia agita (e non poco) i sonni dell’Antimafia milanese. Specie se si pensa che tra un mese ci sono le elezioni comunali.

Rocco era il solo dei tre fratelli a poter sperare un giorno di uscire dal carcere. Domenico e Antonio hanno condanne all’ergastolo (ostativo). E Nginu c’era andato vicino già tre anni fa, quando avrebbe dovuto usufruire dei primi permessi. Poi era arrivata una nuova misura cautelare per l’omicidio del nomade Giuseppe De Rosa, ucciso nel ‘76 fuori dalla discoteca Skylab. Ad incastrarlo una intercettazione di due affiliati che raccontarono a oltre trent’anni di distanza di come fu proprio Papalia a sparare. Quello, secondo i giudici, fu l’omicidio che segnò l’ascesa degli uomini di Platì (Reggio Calabria) a Milano. Per tenerlo in cella era necessario arrivare a una condanna all’ergastolo. Rocco Papalia,nel complesso gioco di aggravanti e attenuanti, venne condannato a trent’anni. Troppo poco. Così, una volta alla conta dei «cumuli» di pena, Papalia è stato scarcerato. «Un provvedimento di legge, non c’è da stupirsi di nulla», commenta ora l’avvocato Ambra Giovene. I parenti lo aspettavano a casa per giugno, la notizia ha sorpreso in parte anche loro.

E adesso preoccupa gli investigatori. Perché dopo gli arresti degli anni Novanta e gli ultimi colpi tra il 2010 e il 2014, il clan più potente del Nord Italia (il fratello Antonio era «capo della Lombardia») s’era ritrovato con un vuoto di potere. Una «vacanza» colmata solo in parte dagli eredi di famiglia. Personaggi come Domenico Trimboli, alias Micu Murruni, o come Antonio Musitano, alias Toto Brustia, seppure di buon pedigree mafioso, mai avrebbero potuto portare (e sopportare) un cappello tanto grande. Lo aveva fatto Rocco Barbaro, ‘u Sparitu, che dopo la scarcerazione aveva lavorato a Buccinasco come gommista. Ma pochi mesi dopo è tornato in Calabria per poi darsi latitante, inseguito da un ordine di cattura per mafia. Ora c’è Nginu. E con Rocco Papalia libero cambia tutto.

 


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