Nel CIE di Milano il pericolo pubblico è il giornalista

Nel Cie di via Corelli a Milano la situazione è talmente tesa e drammatica che nessuno può visitarlo. È la Prefettura ad ammetterlo, tanto da metterlo nero su bianco nella risposta inviata a Ilaria Sesana, giornalista freelance, che per Terre di mezzo – street magazine ha chiesto più volte di entrare nella struttura. “A seguito di disordini avvenuti di recente, presenta alcune parti inagibili, che hanno reso necessario l’avvio di lavori di ristrutturazione”, premette la Prefettura, che poi nega alla giornalista l’accesso al Cie per ragioni di sicurezza: “Il Ministero dell’Interno, interessato al riguardo da questa Prefettura, ha perciò espresso parere che, per prevenire il ripetersi di nuovi episodi, per il momento non possa essere consentito l’ingresso nella struttura ad estranei”. Questo vizio per cui l’informazione possa creare disordini (là dove il caos sta nei diritti) ha il retrogusto di altri tempi. E la cappa del “governo tecnico” sembra potersi permettere di svicolare da questi temi in nome di altre priorità in nome di uno sviluppo che deve correre veloce non potendosi permettere di includere tutti. Oggi chiederemo di visitare (come già abbiamo fatto) il CIE di Milano per capire se nella civilissima città di questo civilissimo stato esistono isole di sospensione di diritto e di umanità, se davvero vogliamo accettare recinti fatti per custodire persone come percolato umano a causa di una legge che andrebbe cancellata dall’ONU, se  ci siamo dimenticati che sarebbe il caso di restare umani. Anche qui.

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