Una notte, nel bosco, riempii un bicchiere di lucciole e corsi felice a posarle sul braccio la magia

Paolo Vilaggio. In un’intervista per Il Fatto Quotidiano:

Gli amici più intelligenti sono tutti morti. Gassman, depresso, non usciva più, Risi idem, Monicelli mi costringeva a lunghe passeggiate romane, Fellini fingeva di essere felice. Il più intelligente di tutti era Tognazzi. Le racconto una cosa. 

Prego. 
Ugo era selvaggio, spiritoso, fumava come un pazzo. Era capace di affogare la cicca nel Whisky e poi tracannare la mistura con indifferenza. Una volta, da Costanzo, escluso dal loro italiano cuneiforme, si trovò tra Zecchi e Sgarbi. Tacque per 40 minuti. Poi venne interpellato: “Dottor Costanzo, data la mia ignoranza, non ho capito un cazzo”. Boato, 12 minuti di applausi. Le casalinghe impazzirono. “Viva el Tugnass, grande el Tugnass”. 

Grande seduttore. 
Io ero il contrario, con De André tentavamo di conquistare le fanciulle con il maoismo. Una tragedia. Alle feste, con l’altro sesso, estraneità assoluta, logorrea diffusa, corteggiamenti estenuanti. Alla fine, sconvolte, mi chiedevano sempre: “Sei mai stato con una donna?”. 

Poi arrivò sua moglie. 
Una notte, nel bosco, riempii un bicchiere di lucciole e corsi felice a posarle sul braccio la magìa. Non sono mai più stato così felice, ma ho sempre disperatamente tentato di esserlo. 

Il momento più doloroso? 
L’addio a De André. Non ho il coraggio di andare a vedere quelli che muoiono, non so mai che dire. Indosso la mia maschera migliore. Entro e non vedo Fabrizio, ma uno scheletro. Prima che possa parlare, lo fa lui: “No, Paolo, smonta quell’espressione. So benissimo cosa mi sta accadendo e ho una paura fottuta”. Morì dieci giorni dopo. Prima di salutarmi fece testamento. 

Se lo ricorda? 
Se parlerai di me, di’ che non sono stato né un menestrello né un cantautore, ma un grande poeta. Fabrizio, bugie, non ne racconto.

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