ILVA

Ho già detto che se l’intelligenza umana si impegnasse ad ideare tecnologie rispettose delle esigenze dei lavoratori, invece di fare il contrario, avremmo la soluzione. Oggi si presenta un problema inverso: come adattare agli essere umani un sistema tecnologico ideato per altri obiettivi, e cioè perché ne benefici unicamente la produzione. Sono convinto che se si facesse quel che dico, di lavoro sporco ce ne sarebbe molto meno di quanto Lei afferma. E comunque sia, è evidente che abbiamo due sole alternative: la prima è quella di distribuirlo equamente; la seconda è obbligare una parte della popolazione a fare i lavori sporchi, pena morire di fame. (Noam Chomsky, La società anarchica, p. 65)

Ecco bisognerebbe rileggere Chomsky per leggere la situazione dell’ILVA. Perché diventa difficile pensare ad una tutela del lavoro che non passi dalla tutela dell’ambiente. E non si può pensare alla sopravvivenza quotidiana senza avere negli occhi un futuro potabile.

(magari stando attenti ai funambolismi letterari, eh)

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Un commento

  1. Il 26 luglio scorso (ovvero 19 giorni fa) il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha rivendicato con orgoglio la contrapposizione sostenuta da lui e dalla propria (fallimentare) amministrazione verso "un certo ambientalismo fondamentalista e isterico che pensa che tra i beni da tutelare non ci debba essere il lavoro, in una storia come quella di Taranto".

    L'idea che beni e diritti fondamentali come il lavoro, la salute e il rispetto ambientale possano e debbano coesistere non lo sfiora neppure minimamente. Eppure dovrebbe essere (anche) compito suo – in qualità di governatore – creare le condizioni necessarie affinchè siano garantiti il diritto al lavoro (art. 4 della Costituzione italiana) e la tutela del paesaggio (art. 9) e della salute (art. 32).

    Ma, si sa, la Costituzione vale solo quando fa comodo, a targhe alterne.

    O quando ci si ricorda della sua esistenza.

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