Cento anni fa Elsa Morante (tentata da Achille)

Che il segreto dell’arte sia qui? Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l’inventare è ricordare. (Roma, 23 gennaio 1938, da Diario 1938, a cura di Alba Andreini, Einaudi)

Elsa Morante è da cent’anni. Ed è bello ricordarla con le parole di Cesare Garboli:

«Sono anch’io responsabile, come tanti altri, di scarso interesse e poca, pochissima attenzione nei confronti delle poesie di Elsa Morante. Responsabile come tanti di aver sottovalutato Alibi […]. Queste poesie contravvengono a tutto giò che mi piace: trasudano e respirano stile libero, musica interna, onda e movimento interiore. Il pedale, il piede su cui ci si appoggia è melodico, è un adagio prosastico, narrativo, informativo, cantato tra il falsetto e il naturale e solfeggiato con la stessa civetteria, salvo che la Morante scavalca subito le graziucce, sorpassa il lezio, si lascia alle spalle il lamento animale, la voce querula, il fare espiatorio, e anche lo strazio, così novecentesco, di chi sta sempre a riva e parla alle onde. La Morante, anche in poesia, è tentata da Achille; è un Achille che va di persona a trovare la madre, e si tuffa nei flutti, senza pensarci due volte […]. Questa capacità di sfidare i pericoli, di farsi incantare dal mare aperto e di navigare a tu per tu con le bufere trascina il linguaggio di Alibi in una zona infetta, molto poco frequentata dalla tradizione poetica del Novecento. Il fondamento, la legittimazione di Alibi è una capacità di amare senza risparmio, una capacità insolita, e quasi mostruosa, di regalarsi all’amore. È un tratto di originalità che fa di Alibi un’avventura, una sfida e un duello con le parole e non l’esercizio di una dilettante. […] Diversamente da ogni altro album di poesie femminili, l’argomento di Alibinon è la memoria o il diario dei fatti del cuore; protagonista è sempre il futuro, la conoscenza, la divinazione, la spiegazione data a se stessa di un destino sempre più simile a una condanna e a un inferno – e se c’è qualcosa che non finisce di sorprendere, in questo album capovolto e mostruoso, è che la pitonessa che si arrovella sulle fatture e i filtri, e fa versi simili alle cantilene e ai sortilegi che accompagnano la magia, non smette per questo di essere una ragazza sognatrice che vuole l’amore e aspetta la felicità. Ma questa è l’anima di Alibi, che la Morante non vuol vedere e tiene sotto chiave in fondo a se stessa. La ragazza che il cielo ha voluto fantastica, per quanto possa aspettare la felicità e sognare l’amore, non sa pensare e immaginare la vita se non in forme di terribile vaticinio. (Dall’introduzione a “Alibi” di Cesare Garboli)

 


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