Arrestato Antonino Lo Giudice: il “nano” pentito al cubo

1954-lo_giudice.jpg_415368877Oggi alla periferia di Reggio Calabria hanno arrestato Antonino Lo Giudice, il pentito di ‘ndrangheta che si era autoaccusato di avere messo nel 2010 le bombe davanti alla Procura Generale di Reggio Calabria e davanti all’abitazione del procuratore Di Landro. Una vicenda strana, quella di Lo Giudice soprannominato “il nano” per diversi aspetti: dopo il pentimento ha deciso di allontanarsi volontariamente dagli arresti domiciliari (era il 3 giugno scorso) non prima di avere ritrattato le proprie confessioni. Nella torbida vicenda dei “falsi” pentiti Lo Giudice spicca per le dichiarazioni su di lui rese da un altro pentito, Luigi Bonaventura (lo conosciamo bene, da queste parti) che aveva raccontato come il clan “pagasse” il finto pentimento di alcuni uomini che rimanevano comunque affiliati nonostante il programma di protezione. Tra le tante stranezze non si può dimenticare che dalle carte giudiziarie e soprattutto dalle numerose intercettazioni effettuate sembra che Lo Giudice fosse interessato a molti ma sicuramente non al procuratore Di Landro (che, anzi non menziona praticamente mai) e risulta difficile non pensare che quel suo pentimento fosse stato “pilotato” da qualcuno per coprire qualcun altro.

Dopo il suo allontanamento volontario Antonino Lo Giudice aveva fatto recapitare ad alcuni avvocati e agli ordini di stampa, tramite il figlio Giuseppe , un memoriale dove diceva di essersi autoaccusato ingiustamente e che lui con le bombe non aveva nulla a che fare. «Mi sono inventato tutto»– ha detto il “Nano”. Nel testo il pentito ha scritto di voler ritrattare tutte le sue dichiarazioni ed ha anche ammesso di essere stato costretto a raccontare vicende ed episodi di cui lui non era a conoscenza. E aveva indicato in Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo a Reggio Calabria, Michele Prestipino, aggiunto alla stessa procura, Beatrice Ronchi, sostituto procuratore alla dda reggina e Renato Cortese ex capo della Mobile di Reggio Calabria, oggi capo della Mobile di Roma, come le persone che lo avrebbero “minacciato” qualora non avesse detto quello che loro avrebbero voluto sapere.

ACCUSE – Le dichiarazioni di Lo Giudice hanno riguardato anche Alberto Cisterna, ex numero due della Procura nazionale antimafia e Francesco Mollace, sostituto procuratore generale, di recente trasferito a Roma, con lo stesso incarico. Sulla base delle accuse lanciate da Lo Giudice Cisterna è stato inquisito per corruzione, ma dopo due anni di indagini la sua posizione è stata archiviata dal gip di Reggio Calabria, su richiesta della stessa procura. Il testo inviato dal “Nano” era stato accompagnato da una pen drive con immagini dello stesso pentito. Che faceva sapere:”«Non mi cercate, tanto non mi troverete mai». Venerdì la sua cattura, a quattro passi dalla sua casa.

Chissà ora che verità deciderà di raccontare. Noi lo seguiamo, in tutti i sensi possibili.

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