La ‘ndrangheta piemontese trema: “Max il lavandaio” comincia a parlare

«Se iniziassi a collaborare quali vantaggi avrei? Ci sto pensando da un po’…». Con queste poche parole, dopo aver chiesto di essere sentito in procura, Massimiliano Ungaro, «Max il lavandaio», arrestato all’inizio dell’anno in una maxi operazione dei carabinieri contro un gruppo ’ndranghetista specializzato in estorsioni e droga con base nel bar Gran Galà di piazza Sabotino, ha deciso poco più di un mese fa di collaborare con la giustizia.

Da alcune settimane gli investigatori stanno raccogliendo le sue dichiarazioni. Rivelazioni, ad esempio su nuove strutture territoriali della ’ndrangheta, affari illeciti, retroscena di estorsioni e minacce. Prima di finire in carcere Ungaro aveva una doppia vita. La prima come titolare del ristorante «Babylon», di fronte alla porte Palatine e della lavanderia alle spalle della Gran Madre, da qui il suo soprannome. La seconda tutta criminale, anche se incensurato: amico di boss, complice di estorsioni, sospettato in passato di essere un usuraio. Personaggio oscuro: in questa inchiesta, giunta ormai a chiusura, è accusato di essere un «partecipe» dell’associazione mafiosa con a capo la famiglia Crea, già tirata in ballo nell’inchiesta Minotauro di pochi anni fa, che ha svelato le ramificazioni della ’ndrangheta in Torino e in alcuni comuni della cintura. Ungaro è amico fidato di Aldo Crea, fratello di Adolfo, due «padrini» di rango della criminalità radicata da anni in città. Nelle ramificazioni dell’inchiesta Minotauro, i due fratelli erano stati collocati all’interno nella «struttura del Crimine», una sorta di «gruppo» incaricato di «svolgere azioni violente nell’interesse dell’intera compagine», in collegamento con i «locali», le strutture diffuse a livello territoriale. In questo contesto, Ungaro avrebbe svelato l’esistenza di un nuovo «locale» a San Mauro, composto da vari affiliati.

Ma «Max il lavandaio» potrebbe svelare altri segreti. Ad esempio la morte di Paolo Pilla, l’informatico ucciso a Rivalba nell’estate 2011 a colpi di pistola e sepolto nel retro di una villa acquistata all’asta. Pilla era un suo amico e forse aveva condiviso con lui alcuni affari illeciti. Era stato Ungaro ad aiutare l’informatico ad ottenere il mutuo per comprare la villa dove il 2 agosto, tre giorni dopo la sua scomparsa, fu trovato il cadavere. Attorno al corpo furono trovate tre buche abbozzate, la cui utilità non è mai stata decifrata. Ungaro fu interrogato e messo sotto pressione, perché era stato uno degli ultimi a vedere in vita Pilla. «Non so nulla» disse. Ma c’è un’altra storia intrisa di mistero. Il suicidio dell’ex proprietario del «Babylon», Massimiliano Citiulo, trovato impiccato il 2 luglio 2011 nella cantina del ristorante, al tempo conosciuto come «The Club». Citiulo era un commerciante di successo, conosciuto come «Max della Cantinella», il locale di corso Casale di cui era stato proprietario. Per quel gesto si parlò di debiti. Un suicidio misterioso. Chissà se c’è un collegamento tra la morte di Pilla e quella di Citiulo? Ungaro potrebbe saperlo.

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