Rodotà e il vizio della raccomandazione (a proposito del calcetto)

Era 34 anni fa quando Stefano Rodotà, parlamentare della Sinistra indipendente, organizzò con il Pci il convegno “La raccomandazione, uno scandalo da eliminare”. Ieri Repubblica ha rivelato il catalogo della spintarella, conservato all’ Archivio di Stato.

Professore, ma dal punto di vista “tecnico”, la raccomandazione che cos’ è?

«È una forma di relazione sociale e ha un radicamento lontano. In un mio saggio, anni fa, citavo Ruggiero Bonghi, che nel 1868 scriveva, con grande consapevolezza politica e culturale del suo tempo: “Non un impiego conferito senza raccomandazione di deputati, non una promozione accordata senza visto dell’ interesse politico, non un contratto stipulato dal governo senza che la stipula non venga presentata da un deputato”».

La raccomandazione è un male per antonomasia?

«Non la dobbiamo necessariamente leggere in una maniera del tutto critica. In molti casi è o era semplicemente la richiesta di poter godere di un diritto negato. Adesso le cose sono cambiate, spesso sono fenomeni marginali ma di tipo più corruttivo ».

Anche a sinistra si facevano le raccomandazioni?

«In certi casi segnalare una persona è un dovere. Ho fatto il parlamentare per tre legislature, eleggevamo i giudici costituzionali: non solo era un diritto, ma anche un dovere quello di proporre personalità di livello per certi ruoli. Così come, senza omertà, uno si poteva spendere contro una candidatura considerata non all’ altezza».

Ma le hanno mai chiesto un raccomandazione più spicciola, diciamo?

«Io sono stato eletto in Calabria, quindi conosco bene certe realtà e anche le richieste che potevano essere fatte. Le mie risposte erano improntate sulla massima trasparenza e infatti dopo un po’ capirono che non valeva la pena chiedere: “Se hai un diritto vediamo qual è il modo per farlo valere”. Se tu mi chiedi una cosa che non si può fare, non solo ti dico no ma anzi devo impedirti che questa scorciatoia possa essere proposta ad altri politici più compiacenti».

Ma facciamo un esempio pratico. La richiesta di una casa popolare per un proprio conoscente da parte del politico, era una raccomandazione buona o una cattiva?

«Dipende, perché non tutti possono avere una persona influente che interviene a proprio vantaggio. In un caso del genere, anche se c’è un diritto, l’interessamento crea disuguaglianza. Il confine è sempre molto labile, come vede». Comunque attraverso queste segnalazioni la politica creava consenso, è evidente.

C’ erano approcci differenti in questo tra Dc e partiti satelliti e il Pci?

«C’ era molta differenza. Penso ad esempio a Giulio Andreotti, alla sua presenza capillare nel proprio territorio, con la mitica segretaria che distribuiva pacchi di pasta e pagava le bollette ai “questuanti”. Oppure al Psdi, grande collettore di consenso attraverso pratiche ambigue: non a caso il ministero delle Poste era il più ambito perché, aggirando i concorsi, si potevano fare assunzioni su larga scala. In Calabria i deputati della Dc riuscivano a piazzare decine di persone. Le quali magari venivano spedite a Sondrio, perché lì comunque c’ era bisogno, e si lamentavano: non avevano neanche un cappotto per coprirsi…».

La sinistra invece?

«Nel Pci generalmente non c’ era la raccolta di voto clientelare, ma il tutto si basava su un’adesione alla linea politica molto forte. Anche in questo c’era il rovescio della medaglia però. Qual era il margine oltre il quale il “seguire la linea” cozzava con la propria libertà di pensiero?».

Prova un po’ di nostalgia?

«Non lo so se si stava meglio prima, però i grandi partiti facevano selezione di domande politiche e anche di persone. E queste persone, anche le più umili, dalla politica trovavano comunque delle risposte. Voglio dire che allora la politica non si astraeva dalle situazioni reali, dal vissuto comune. In alcune situazioni, in alcuni luoghi, quella tra Dc e Pci era una benefica concorrenza. La presenza sul territorio dava un rapporto continuativo tra eletti ed elettori, il consenso veniva raccolto attraverso una relazione stabile».

È mai stato raccomandato?

«In un certo senso sì. Una sera ci trovavamo in Liguria, io e mia moglie, in una piccola cittadina. Non trovavamo un albergo. Allora dissi, “andiamo alla sezione del Pci, vediamo se ci danno una mano”. La sezione naturalmente era aperta e i compagni ci trovarono l’ albergo».

la Repubblica, 21 marzo 2017


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5 Commenti

  1. Ⲏey una mia collega mi ha inviato la url di questo
    blog e sono passɑto a vedere se effettivamеnte
    merita. Mі ρiace enormemente. L’ho aggiunto tra i prefeгіti.
    Magnifico blog e template spettacoloso.

  2. Maria Ausilia Chiaramonte

    Se mio padre, quando avevo 18 anni e appena diplomata al magistrale, non si fosse intestardito a raccomandarmi per entrare all’ISEF e mi avesse lasciata libera di scegliere, avrei frequentato Scienze Politiche a Catania, avrei continuato a frequentare Marco e, forse questo mio primo Amore non avrebbe intrapreso la rischiosissima carriera di agente internazionale finanziario prima e presidente di una società finanziaria svizzera dopo; perché voleva fare l’insegnante universitario a Catania e, sicuramente la nostra vita insieme sarebbe stata fantastica. Invece per la testa dura e prepotente di mio padre, io comunque sono lí lí per intraprendere, spero, il sogno di diventare giornalista antimafia, e lui Marco non potrá piú cambiare idea perché ormai è in un giro di persone, interessi e segreti finanziari scottanti che lo ammazzerebbero se ne volesse uscire. Bella storia di cui ritengo responsabile mio padre e la sua parentela, di sicuro non mia parentela!!

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