«Famiglia Regeni: da Gentiloni solo 180 secondi di rispetto»: parla il senatore Manconi

Da leggere e divulgare l’intervista che Pietro Salvatori ha fatto a Luigi Manconi per Huffington Post:

Tre minuti. Solo tre minuti. Questo l’effimero intervallo di tempo tra la telefonata della Farnesina e il comunicato ufficiale battuto dall’Ansa. La famiglia Regeni ha ricevuto dal governo la notizia che l’ambasciatore stava per fare ritorno al Cairo senza alcuna garanzia di ottenere verità sul rapimento di Giulio 180 secondi prima che i canali ufficiali la riversassero nel circuito dell’informazione. Lo racconta con una punta d’amarezza Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, che in questi mesi ha stretto un saldo rapporto con la famiglia dottorando di Cambridge. La decisione dell’esecutivo ha fatto saltare il tappo del politicamente corretto. In bocca a Manconi compaiono parole come “complesso di inferiorità e nei confronti degli Stati Uniti e nei confronti dell’Egitto”, “incapacità della nostra diplomazia a svolgere un ruolo davvero indipendente”, “posizione di sudditanza e di rinuncia alla propria sovranità”. Una frustrazione figlia della sordità del governo, che ha interloquito con il senatore del Pd attraverso il sottosegretario Enzo Amendola. Manconi gli ha consegnato tre condizioni a suo avviso indispensabili per il ritorno dell’ambasciatore al Cairo: “Mi ha garantito che, in ogni caso, se ne sarebbe tenuto conto. Sappiamo come è andata a finire: non una è stata accolta”.

Senatore, partiamo dalla fine: la decisione del governo sta ulteriormente allontanando la verità sulle ultime ore di Giulio Regeni?
Temo di sì. Dal giorno del richiamo in Italia dell’ambasciatore, l’otto aprile del 2016, questo è stato il solo strumento di pressione adottato dal nostro paese nei confronti del regime di Al-Sisi. Quella sede vacante a Il Cairo ha costituito l’unico segnale concreto della crisi delle relazioni politico-diplomatiche con l’Egitto. Con la rinuncia a questa misura, l’Italia è oggi più debole: come se fosse totalmente disarmata davanti a un avversario agguerrito e arrogante.

Le nostre autorità hanno tenuto un filo diretto con la famiglia? Sono stati aggiornati passo passo sulle scelte o sono stati messi di fronte a passo compiuto?
Ci sono stati molti comportamenti sciatti e tantissime trascuratezze, incontri fissati poi rinviati e, infine, annullati. E l’episodio degli ultimi giorni segnala una trasandatezza istituzionale che mi sembra davvero grave. Il 20 marzo del 2017, il Presidente del Consiglio incontra i genitori di Regeni, assicura il suo impegno e garantisce che qualunque decisione sull’ambasciatore italiano sarà “condivisa” con loro. Intenzionalmente, nei mesi successivi, ho ricordato questa solenne promessa senza mai ricevere una smentita. Da quel 30 marzo, silenzio. Poi il 14 agosto, Gentiloni, per così dire, “condivide” con i signori Regeni la decisione sull’ambasciatore, ma lo fa esattamente tre minuti prima che l’Ansa pubblichi il comunicato del ministero degli Esteri.

Al di là del canale delle semplici comunicazioni, c’è stata un’interlocuzione formale sulle decisioni da prendere? Magari con lei, considerando il suo rapporto con la famiglia ma anche e soprattutto l’incarico istituzionale che ricopre?
Nella seconda metà di luglio, il sottosegretario agli Esteri Enzo Amendola, persona assai competente e dai modi squisiti, ha voluto incontrarmi. Ho accettato immediatamente: nella mia qualità di presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, ho promosso, a pochi giorni dalla morte di Regeni, la prima e unica audizione dei suoi genitori presso un’istituzione pubblica. E, quindi, il martedì di Pasqua di quell’anno, la conferenza stampa tenutasi al Senato. Successivamente, ho sempre sostenuto le ragioni della famiglia dal momento che coincidevano con le mie convinzioni: e ciò anche a proposito della questione del rientro o meno dell’ambasciatore. Logico che il governo, tra i suoi mille contatti, ritenesse opportuna l’interlocuzione con me. Da qui in avanti, mi sono mosso con l’autonomia propria di ogni parlamentare, sulla base del lavoro fatto in questi anni come presidente di quella Commissione e della mia conoscenza della vicenda Regeni a partire dal 25 gennaio del 2016. Nel corso di questi mesi, avevo elaborato un’idea condivisa da molti e mai discussa con i genitori di Regeni, in quanto relativa a una dimensione politico-istituzionale dalla quale ho ritenuto opportuno rimanessero distanti.

Ci può dire di più sul contenuto dei colloqui con Amendola?
La mia opinione era che si sarebbe potuto decidere l’invio dell’ambasciatore a Il Cairo dopo, e solo dopo – insisto: solo dopo – che fossero state assunte altre misure, altrettanto efficaci e incisive. Nel corso di alcuni incontri con il sottosegretario ho indicato puntualmente quali potessero essere simili provvedimenti. Li ho persino dettagliati in punti precisi: a) dichiarazione formale dell’Egitto come paese non sicuro, indicata in maniera inequivocabile e resa pubblica in tutte le sedi e le circostanze, in ragione di quanto accaduto al nostro connazionale e di quanto le organizzazioni per la tutela dei diritti umani documentano a proposito di rapimento, sparizione e assassinio di dissidenti egiziani; b) sospensione degli accordi speciali di riammissione dei profughi egiziani nel paese di origine; c) sospensione della concessione di licenze ad aziende italiane per la vendita di armi o pezzi di ricambio per armamenti a società private o pubbliche egiziane. Il senso di quelle proposte era chiaro: senza rompere le relazioni diplomatiche con l’Egitto, si adottavano misure nel campo del turismo, in quello delle relazioni commerciali e in quello dell’immigrazione tali da esercitare quella forza di persuasione e quella pressione democratica che l’invio dell’ambasciatore a Il Cairo avrebbe fatto venir meno. Oltre a questo, altre decisioni, in particolare di natura simbolica, che tenessero viva la memoria di Regeni e la non la consegnassero all’oblio.

Il risultato?
Il sottosegretario Amendola ha discusso le mie proposte, ha indicato modifiche e mi ha garantito che, in ogni caso, se ne sarebbe tenuto conto. Sappiamo come è andata a finire: non una di quelle prime tre proposte – le uniche davvero efficaci – è stata accolta; e anche io sono stato avvertito della decisione del governo appena un paio di minuti prima dell’annuncio ufficiale.

 

Chi sostiene la posizione della Farnesina spiega però che l’invio dell’ambasciatore è la strada che più può avvicinare gli inquirenti italiani alla verità dei fatti.
Ho la sensazione, invece, che l’allontani ancora di più. Non è certo un caso che, per giustificare l’invio dell’ambasciatore, il governo abbia parlato di progressi nella cooperazione giudiziaria tra Egitto e Italia, di cui al momento non esiste la più esile traccia. E si pensi, ancora, che la promessa più impegnativa della procura egiziana riguarda la consegna nel prossimo settembre di filmati video che dovevano essere messi a disposizione della nostra magistratura già un anno fa.

 

Il giorno dopo la decisione, il Nyt ha diffuso la notizia dell’informativa dei servizi statunitensi sulle precise responsabilità delle autorità egiziane nell’omicidio di Giulio. Il nostro governo smentisce che Washington abbiano trasmesso notizie tali decisive o che non fossero già nella disponibilità dei nostri inquirenti e della nostra intelligence È una versione plausibile?
Su questo posso esprimere solo le mie sensazioni, non avendo alcuna informazione particolare. Penso, in ogni caso, che il governo italiano abbia avuto in quella circostanza, e non solo in quella, un atteggiamento rinunciatario: rivelando, con ciò, una sorta di complesso di inferiorità e nei confronti degli Stati Uniti e nei confronti dell’Egitto. Insomma, l’Italia non è stata in grado di fare il proprio difficile dovere: intrattenere, con tutti i mezzi a disposizione, rapporti con un paese che ha un ruolo cruciale in quell’area e, allo stesso tempo, affermare il principio altrettanto fondamentale, e assoluto, della tutela dei diritti umani, tanto più, quando si tratta di quelli di un connazionale barbaramente trucidato. Un compito arduo e dall’esito tutt’altro che scontato, ma ho la sensazione che l’Italia non vi abbia nemmeno provato con la necessaria serietà e tenacia. Ci si è richiamati, quasi ossessivamente, al realismo politico per poi assumere nei fatti una posizione di sudditanza e di rinuncia alla propria sovranità.

 

I tempi nei quali il governo fornirà le proprie spiegazioni, la convocazione è fissata per il 4 settembre non sono tardivi? Si sarebbero dovute riconvocare le Camere?
Penso di sì, ma ciò non riguarda solo la vicenda di Giulio Regeni. Di questo passo, si arriverà a chiedere l’inserimento in Costituzione della intangibilità delle ferie agostane.

 

Shalabayeva, Regeni. Due casi molto diversi ma che in qualche modo segnalano una difficoltà – ma avremmo potuto usare termini più duri – dei nostri apparati nella gestione di casi spinosi. Vede un filo rosso che li collega? Siamo in presenza di un problema strutturale della nostra sicurezza?
Vedo, sì, qualche affinità: in entrambi i casi si nota un deficit di autonomia del nostro governo e una incapacità della nostra diplomazia a svolgere un ruolo davvero indipendente. In altri termini, una vocazione alla subalternità che ci condanna fatalmente a un ruolo gregario anche quando sono in gioco interessi essenziali e valori irrinunciabili.


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