«Per questo scrivo. Trovo delle cose che trovano me.» di Tuomas Kyrö

Che meraviglia il discorso inaugurale di Tuomas Kyrö al Pisa Book Festival sulle motivazioni del suo scrivere. Eccolo qui:

 

Mia madre era bibliotecaria e scrittrice. Mio padre faceva il drammaturgo. Tutti e due lavoravano con la matita, con la macchina da scrivere, con la macchina da scrivere elettrica e da ultimo con i programmi per la videoscrittura.

All’età di 10 anni sapevo con certezza che quei mestieri non facevano per me. Lavoro noioso, mal pagato; troppe borse a tracolla, giacche di velluto e pile di manoscritti. Gente instabile, vino rosso, sigarette di poco prezzo. Tanto, troppo tempo dedicato a faccende come l’analisi del testo e la questione dell’ego che non portavano da nessuna parte.

La mia ambizione era diversa: volevo diventare un criminale professionista. Avevo appena visto Il Padrino e lì mi sembrava di aver trovato il metodo per una sicura crescita, personale ed economica.

Il mio progetto di carriera fallì all’età di 11 anni, quando compresi che per poter entrare nella società rappresentata da Don Corleone, avrei dovuto essere siciliano di nascita, disperato, ardito e avventato allo stesso tempo.

Invece ero finlandese di nascita, della periferia di Helsinki. Inoltre ero figlio di una bibliotecaria e di un drammaturgo. La prospettiva di diventare un mafioso importante fallì miseramente.  Sarei forse riuscito a diventare un piccolo delinquente che vende canne di cattiva qualità nei sottopassaggi, ma in questa visione mancava del tutto quel discorso elevato sull’onore di cui era fatto per me il mondo del Padrino.

Perché la criminalità organizzata piuttosto che la drammaturgia?

Perché è una storia migliore. La saga familiare e la vita del protagonista in sole tre ore. Una storia fatta di rapporti di famiglia difficili, di aspirazioni nel mondo di lavoro, di cambi generazionali. Sacrifici, tradimenti, pranzi e cene abbondanti davanti a pentole profumate. Fratellanza, rapporto di coppia, morale e onore. La figura femminile e il suo ruolo nella comunità familiare iper-patriarcale.

Perché davanti alle scelte di Don Corleone potevo riflettere sulle mie scelte. L’unità della famiglia mi sembrava una cosa desiderabile mentre l’idea di una sua divisione mi dava brividi. Cercavo le connessioni fra il mondo reale e quello immaginario, fra me stesso e i miei genitori, la mia famiglia e le relazioni fra parenti.

Perché parlava delle cose che non pensavo di pensare a quell’età. Il racconto immaginario sulla nascita del capitalismo, l’immigrazione e la famiglia creato intorno a Don Corleone era più efficace che il discorso dell’élite di sinistra sul eurocomunismo oppure le nuove tendenze della psicoanalisi individualista.

Perché da scrittore parlo qui di questi temi?  Il senso delle cose si capisce solo dopo.

A 10 anni non mi rendevo conto che la storia di Vito Andolini che parte da Corleone non esisterebbe senza lo scrittore e il film non esisterebbe senza il drammaturgo. La storia è un’invenzione di chi l’ha creata, ma non è la verità.

La vita reale non scorre mai così gustosamente come una storia fittizia. Una storia scritta e riscritta, sintetizzata e limata è molto più interessante di 85 anni di risvegli e addormentamenti, e di tutto quello che succede nel mezzo della vita prima della morte.

Dopotutto ho fatto la scelta sulla carriera in base al film. Nell’ambito di questo lavoro tratto tutti i temi che ho trovato nel Padrino. Al centro c’è sempre l’individuo, poi la famiglia, poi i mezzi di sopravvivenza, poi le conseguenze delle azioni. Intorno la cornice storica, che provoca azioni negli individui e che viene modificata dalle loro azioni.

A 10 anni volevo diventare un criminale di professione. A 20 anni volevo essere uno scrittore importante. Mancava solo di scriverli quei libri importanti. A 27 anni avevo interrotto gli studi universitari, ero disoccupato, ero un ex-stampatore ed ex-addetto alla posta. La mia carriera di accademico e di criminale e anche quella di uno che vive alle spalle dello stato erano finite in niente. Dovevo fare qualcosa della mia vita.

Dovevo scrivere.

Nel 2001 ho firmato il contratto di edizione per il mio primo romanzo e ho capito di avere un mestiere. Avevo trovato un lavoro e un modo per mantenermi. Potevo avere stima di me stesso, bastava posizionarmi nello spazio tra il mio cervello e il computer. Tutto doveva accadere in quello spazio.

Per questo scrivo.

Il mio lavoro non si svolge nelle strade di New York al crepuscolo o nel deserto del Nevada. Essenzialmente tutto avviene in fredde stanze accanto al mio garage nella campagna finlandese. Tutto avviene soprattutto  nella mia testa.

È andata proprio così?

Lo scrittore racconta storie e una delle storie più importanti è sempre la storia di se stesso. Come tutto quello che ho raccontato fino ad adesso.

Il mio viaggio per diventare scrittore non è andato proprio così. È andato più o meno così. Se domandate alla bibliotecaria o al drammaturgo, vi racconteranno qualcosa di diverso.

Nella storia c’è sempre un principio, un mezzo e una fine. Punti di svolta, un po’ di comicità, un po’ di tragicità, un po’ di qualcosa che dipinge il tempo e le circostanze. Un’idea e finalmente il raggiungimento della meta. L’eroe ha completato il suo viaggio e diventato saggio, oppure si è rovinato.

La specie umana capisce la propria mortalità e per questo ha bisogno di storie che si muovono avanti e indietro. Le storie ci tengono uniti e ci dividono. Il globo terrestre e le sfere superiori si riempiono di dei onniscienti, personaggi animati e giovani donne e uomini che soffrono per mancanza di amore. Tutte storie, sempre storie.

Vivere la vita degli altri invece della propria è più gradevole. È la realtà originale che si espande. Vediamo il mondo con gli occhi di un altro, viviamo le sue esperienze e sentiamo le sue emozioni.

Ancora un’altra ragione del perché scrivo.

Negli ultimi anni ho fatto lavori di ristrutturazione alla casa estiva che apparteneva ai miei nonni.

O meglio.

In realtà il carpentiere ha ristrutturato e io ho spostato con la carriola le macerie del suo lavoro.

La creatività è risolvere problemi.

Un buon carpentiere fa stanze e realizza dettagli di cui io non sapevo di aver bisogno.

Adesso mi sono indispensabili .

Lo scrittore scrive frasi e pensieri di cui il lettore non sa di avere bisogno, ma che diventano indispensabili. Forse per un breve momento, forse per tutta la vita.

Il carpentiere ha detto che costruisce perché lo sa fare maledettamente bene.

E io scrivo, perché lo so fare maledettamente bene.

Perché non dovrei scrivere?

Gioco. Racconto. Godo. Lavoro assiduamente, mi affaccendo, mi irrito, mi spazientisco.

Ogni libro sceglie da solo il suo stile.

L’anno del coniglio è una satira leggera perché l’alternativa sarebbe stata una pesante tragedia che sa di chiuso. Il tema del libro era così serio che doveva arrivare al lettore di nascosto, con una nave chiamata Umorismo. In Finlandia una mia serie di romanzi “Mielensäpahoittaja”, uno che ci rimane male, ha riscosso un grande successo. Racconta di un vecchio che è rimasto solo e si lamenta di tutto.

I lettori lo trovano molto divertente.

Per questo scrivo.

Trovo delle cose che trovano me.

Perché scrivo?

Devo pagare il mutuo della casa.

Una frase alla volta.

I paesi sono diversi, le lingue sono diverse. I sistemi economici sono diversi. Il cibo è diverso. In Italia buono, in Finlandia meno buono.

Ma l’essere umano è uguale. È fatto di sogni, paure, delusioni, fantasie, soddisfazioni e desideri che non si realizzano.

Quello che resta è materia per le storie, e il romanzo è una sottospecie.

Scrivo.

Perché qualcuno si interessi di qualcos’altro che non sia se stesso. Vivere da soli non ha senso.

Il libro è come un dispositivo per localizzare. Vedi da dove vieni, chi sei, dove stai andando, qual’è il tuo posto in questo mondo, quanto dista la prossima uscita e quando sei arrivato alla meta.

Ti identifichi. Ti estranii.

Ridi. Piangi.

Nel mondo dove i presidenti fanno grande impressione con la stupidità, lo scrittore deve fare grande impressione… con la sua capacità di comprendere.

 

Tuomas Kyrö ha scritto questo discorso in occasione del Pisa Book Festival 2017, dove la Finlandia è stata Paese Ospite. Il testo è stato tradotto da Hilla Okkonnen e Linda Jonkela.

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