Il giornalismo delle virgolette

Nell’ingessato dibattito della perdita di credibilità della stampa (perché appare evidente che l’autorevolezza della stampa sia pressoché ai minimi storici, difenderne la libertà non significa attribuirle per forza una qualità generalizzata) sembra interessare a pochi lo sconsiderato uso delle virgolette che dovrebbero certificare una dichiarazione testuale e invece sono diventate cartellonista pubblicitaria per trasformare i titoli in strilli. Sia chiaro: da queste parti si difende il sacrosanto diritto di osare il giornalismo per scrivere fatti opinioni al contrario di una certa vulgata che vorrebbe gli organi d’informazione come meri bollettini cronachisti (del resto questo stesso buongiorno è spesso un’opinione) ma la differenza tra una frase riportata (e quindi così effettivamente pronunciata e quindi un fatto) e una frase attribuita è sostanziale. C’è di mezzo la credibilità, appunto.

Così fa specie che la Germania debba ufficialmente intervenire per smentire la frase riportata nell’editoriale di Federico Rampini per Repubblica in cui scrive che la Merkel avrebbe detto (attenzione: messo tra virgolette) “Non possiamo accettare che l’Italia calpesti le regole comuni, dovremo trattarla come abbiamo fatto con la Polonia sullo stato di diritto”. Una frase che, se ci pensate, avrebbe dovuto essere in apertura di tutti i telegiornali per brutalità dei modi e gravità dei contenuti. E invece niente. Perché, semplicemente, era falsa, come ha specificato il portavoce della Merkel. Però se ci pensate è una frase perfetta per alimentare l’immagine della Germania che calpesta gli stati membri della Ue e per concimare l’aria generale.

Nel giornalismo fatto per bene è il giornalista a chiedere all’intervistato il permesso di virgolettare una frase, ripetendola letteralmente. Come scrive Matteo Bordone (che invece sulle virgolette da tempo conduce una battaglia per l’ecologia giornalistica): “Le dichiarazioni, siano essere raccolte a caldo dopo l’esplosione di una palazzina per una fuga di gas, o pronunciate sul divano da uno scrittore intervistato a casa propria con un gatto in braccio, devono essere riportate fedelmente. È una tutela per tutti: giornalista, intervistato e lettore. […] L’assenza dell’obbligo di rispettare le virgolette ha un effetto – o viceversa: uovo e gallina – sul sistema della stampa e della politica nel nostro Paese. Sui nostri quotidiani pullulano le voci, gli avrebbe detto, i “riferiscono da ambienti vicini al segretario”. Tutte queste cosiddette indiscrezioni costituiscono una porzione importante di quella decina di pagine di politica interna contenuta nei nostri quotidiani ogni giorno. Potrebbero esistere senza i virgolettati, ma ne sono piene”.

Perché se pretendiamo serietà dovremmo sentire l’obbligo di essere tutti un po’ più seri, finendola con la spocchia di sentirci corpi estranei di un mondo che descriviamo in continuo declino. Dovremmo cominciare a pesare i pensieri, le parole, le azioni, le nostre relazioni, chiedere scusa, ammettere gli errori, fare la nostra parte, responsabilizzarci nei minimi gesti, cominciando dai dettagli che abbiamo sempre considerato innocui, anche le virgolette.

Come diceva Jean Josipovici: «Se si vuole che un’unione resista, bisogna  averne cura giorno dopo giorno».

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/11/28/il-giornalismo-delle-virgolette/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

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