“Carnaio”, la recensione di bonculture.it

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La parola carnaio deriva dal termine latino carnarium, deposito di carni macellate. In italiano, poi, ha preso l’accezione di cumulo di cadaveri. Così con questo titolo si presenta al pubblico il nuovo libro di Giulio Cavalli, Carnaio (Fandango, pp. 218, 17 €), che è quasi uno schiaffo, il primo di una lunga serie, che il lettore riceve nel corso della narrazione. Da sempre impegnato nella lotta alle mafie, l’autore vive sotto scorta dal 2007, e ha scritto numerosi libri d’inchiesta.

La storia che racconta Giulio Cavalli è ambientata nel nostro meridione, una città di mare dal nome inventato, DF: la vita scorre tranquilla, la provincia a volte è una gabbia, altre volte è una protezione. Così, con questo schema, vivono gli abitanti di DF, con le loro piccolezze, e le loro mancanze. Dal sindaco Ruffini al medico Quinto, dal sacerdote don Mariangelo alla svampita Lilly, tutti ricoprono un ruolo, felici di averlo, soddisfatti delle loro vite. DF, insomma, è una città “misurata e borghese, che borghese è sinonimo di misura giusta”. A questa regolarità, però, ad un certo punto, gli abitanti di DF ci devono rinunciare. Una mattina, il pescatore Giovanni Ventimiglia trova incagliato tra gli scogli un cadavere: è un uomo di colore, col corpo in evidente stato di decomposizione. Denunciato il ritrovamento, il commissario Magnani è preso alla sprovvista perché le morti, a DF, arrivano già risolte. Tutti ne parlano, quando la notizia si diffonde ma, com’è normale in una piccola città di provincia, dopo un po’ la novità inizia a ‘puzzare’, e viene dimenticata. Invece, pochi giorni dopo un altro cadavere viene ritrovato sulla spiaggia dalla signorina Lilly. E poi un altro, e un altro ancora. Fino all’onda, a distanza di poche settimane dal rinvenimento della prima salma: il mare riversa una quantità spropositata di corpi su tutta la zona costiera della città di DF, tutti uguali, tutti uomini, tutti di colore. In questo evento, imprevisto e straordinario, perdono la vita quattordici persone, travolti dall’ondata umana. Così è troppo: nonostante il governo, da Roma, opti per una soluzione umanitaria e invii l’esercito per liberare le strade e ristabilire la normalità, il sindaco Ruffini e i suoi concittadini sono decisi ad agire, per il bene di DF.

Compiendo i primi passi con la ritrosia di chi riconosce gli scricchiolii dei suoi stessi tessuti che si strappano o il cigolio di un osso fine che si sbecca sotto un tacco, non abbassando lo sguardo per il timore di riconoscere la propria orma tra un naso rotto e un bulbo fuoriuscito e poi via via, camminando camminando, facendoci l’abitudine perché ci si abitua a tutto”. 

A DF decidono di calpestarli quei cadaveri, di pulire la città da ‘quelli’ perché le vere vittime sono loro, e quindi solo loro hanno il diritto di decidere cosa fare con quei corpi che hanno invaso il loro spazio vitale. Gli sviluppi legati alla vicenda assumono contorni ordinari, nonostante l’arrivo di una seconda ondata di corpi. Anche se i cumuli di cadaveri, disseminati in varie zone della città, che scuotono il dottor Quinto con conati di vomito, ricordano scene analoghe vissute dai soldati russi quando, al termine della Seconda Guerra Mondiale, liberarono i campi di concentramento nazisti. Cavalli richiama quelle immagini nella mente del lettore, come a dire: quell’orrore potrebbe tornare. 

DF decide di distaccarsi dalla nazione, si autodetermina dando vita ad uno stato a sé, con un proprio ordinamento e delle leggi. Si chiude al mondo esterno, proteggendosi dietro una cortina di provvedimenti che tutta la comunità internazionale condanna. Nella città, però, l’assoluzione arriva da Don Mariangelo, colui che dovrebbe incarnare l’istituzione che ha fatto dell’amore universale il suo principio costitutivo:

Quando la bontà diventa un idolo si cade nell’isteria. Purtroppo. Gesù ci chiede di amarci, ama te stesso, dice il sacro comandamento, quella è la nostra natura. Per il cristiano l’amore per sé è naturale, costitutivo, primario, mentre l’amore per gli altri è un imperativo, un dovere che richiede sacrificio. Noi spesso ci concentriamo troppo sull’obbligo verso gli altri e non siamo abbastanza lucidi per occuparci di noi.”

Carnaio potrebbe essere definito un romanzo distopico, ma è anche altro: è il racconto corale di una città che va incontro ad un processo sistematico di disumanizzazione. Nelle intenzioni dell’autore c’è la volontà di scuotere, di far aprire gli occhi al lettore, capitolo dopo capitolo, mettendo in scena situazioni paradossali, soluzioni brutali che poi, forse, dalla realtà odierna non si discostano molto. I ‘quelli’ del romanzo di Cavalli sono gli stessi che il lettore può incontrare nella vita di tutti i giorni, vivi. Quei corpi, nel romanzo, sono trattati come oggetti, cose inanimate, non si spreca empatia o umanità con loro perché sono la causa di un problema a DF, e non l’effetto di un qualche squilibrio del mondo globalizzato, sempre più alla deriva. Gli abitanti di DF non sono interessati a conoscere le ragioni di quel cataclisma che si è abbattuto sulla loro città, non hanno importanza le storie di quei poveri cristi, anche perché “non si può far del male ad un cadavere”.

Lì ora c’era il carnaio portato dall’onda, ordinato e disinfettato come un bambino a mezz’ora dalla sua prima comunione e, mentre da Roma i ministri gridavano allo scempio, gli abitanti di DF, che di Roma e del governo e delle discussioni particolari si disinteressavano quasi con fastidio, invece plaudevano il sindaco e i suoi assessori e i suoi tecnici per l’incredibile lavoro di pulizia che stava restaurando DF com’era prima di quella merda portata dal mare e lo incitavano a resistere, a mandarli in culo a quelli là che a DF non ci hanno mai messo piede e vorrebbero decidere per noi.

Il libro è un memento romanzato, animato anche da un umorismo grottesco che genera risate amare, e ha uno stile immediato e dinamico: Cavalli rovescia su chi legge una valanga costituita da sostantivi, aggettivi, verbi, perché anche stilisticamente l’autore prova a lasciare senza fiato, a travolgere e a scioccare con la velocità della narrazione. Giulio Cavalli, in Carnaio, scrive “il consenso è il termometro delle nostre azioni”, quindi è inevitabile il confronto con il momento che stiamo vivendo, globalmente. Anche se il romanzo è volutamente esasperato nella drammatizzazione della vicenda, porta a riflettere sull’umanità, su quanta ne abbiamo al giorno d’oggi ma, soprattutto, quanta ne potremmo perdere.

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