La mia intervista su Carnaio e il Campiello

(di Rossella Mungiello da Il Cittadino)

Non è un libro sull’immigrazione. E nemmeno sulla politica ed è nato quando il Governo gialloverde – e il caso “porti chiusi” – non erano ancora all’orizzonte, anche se qualcuno crede il contrario, per come sviscera il tema dei morti nel Mediterraneo. È piuttosto un libro «sull’imbruttimento dell’umanità, sullo spostamento dei confini etici sempre un po’ oltre, sul nostro faticare nel restare umani».

È nella cinquina finalista del premio Campiello, Carnaio (Fan- dango Edizioni) del lodigiano Giulio Cavalli. L’ultima fatica – dopo Mio padre in una scatola da scarpe (Rizzoli, 2015) e l’autobiografico Santamamma (sempre Fandango, 2017) – si è aggiudicata sei voti nella votazione pubblica del premio letterario lo scorso 31 maggio a Padova, per mano degli undici membri della giuria. Come Lo Stradone di Francesco Pecoraro e Madrigale senza suono(Bollati Boringhieri) di Andrea Tarabbia, al ballottaggio con Il dono di saper vivere (Einaudi) di Tommaso Pincio rimasto fuori, mentre in vetta si è subito affermata Laura Pariani con Il gioco di Santa Oca (La nave di Teseo) e a seguire La vita dispari(Einaudi) di Paolo Colagrande. La premiazione della 57esima edizione è fissata per il 14 settembre a Venezia.

Classe 1977, attore, drammaturgo, giornalista, editorialista – la lista di attività in cui si esprime Cavalli, che è stato anche consigliere regionale, è lunga – , da poco tornato a vivere a Lodi. «Ho avuto la notizia mentre ero a pranzo da mia madre a Tavazzano, sono stato avvisato da menti di partito e menti di governo per complimentarsi, evidentemente fanno così sperando che io sia buono verso di loro, ma non funziona – racconta lui al “Cittadino”, segnando in questo modo anche un ritorno a casa -: sono tornato qui per ragioni familiari principalmente, ma anche perché, in qualche modo, resto sempre legato a questa città. La vera soddisfazione per me è che il premio Campiello è riconoscimento alla scrittura. Non mi interessava solo raccontare una storia, che è distopica, particolare e forte sì, ma mi interessava anche sperimentare dal punto di vista della scrittura e per la prima volta l’ho fatto: mi sono sentito libero dalla punteggiatura». E con questa libertà, Cavalli parte dalla storia di Giovanni Ventimiglia, pescatore che nelle sue reti ha sempre trovato acciughe e granchi e in cui, un giorno, ritrova un cadavere, quello di un uomo rimasto in mare per giorni. I ritrovamenti poi si susseguono nel tempo tanto da generare un’emergenza per le autorità che si trovano a dover identificare, gestire e seppellire questi corpi, fino a che gli abitanti decidono di trasformare in profitto l’emergenza. «L’ispirazione è arrivata parlando con un pescatore che davvero si è trovato a pescare dei cadaveri e che si è ritrovato a ributtarli in mare per evitare il caso giudiziario – racconta -: mi è rimasta impressa la definizione che ha usato, ha parlato di corpi come “bolliti”, un aggettivo quasi culinario. Non è però un libro sull’immigrazione come molti dicono, ma è sull’imbruttimento degli esseri umani perché in folti gruppi sono portati a spostare i confini etici sempre di qualche metro più in là ogni giorno, con la facilità con cui si sposterebbe un comodino. Con la differenza che ci vorranno anni per tornare indietro e intanto non ci rendiamo conto delle macerie che lasciamo». Un volume sul «nostro faticare a essere umani», che è stato concluso prima ancora che si insediasse questo Go- verno, «e il fatto che qualcuno pensi che sia un instant book contro Salvini la dice lunga», in cui Cavalli ha deciso di sperimentare una scrittura diversa rispetto a quella giornalistica e drammaturgica, «osando molto di più». «Sicuramente nel mio essere romanziere sono molto più libero che nel mio essere editorialista, giornalista, attore, drammaturgo. Fare lavori molto diversi tra loro permette di frequentare le peggiori caste – quelle editoriali, giornalistiche e teatrali -, ma anche di decidere, ogni volta che ho in mano una storia, cosa farne. Se farla diventare parola su un palco, pezzo giornali- stico o libro – racconta ancora -: da qui a settembre saremo in giro per l’Italia con Carnaio, ma anche con uno spettacolo A casa loro sulla Libia, che sta diventando anche un libro»

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