Tutti sul “quando” e invece ci serve il “come”

Un Paese intero appeso alla conferenza stampa della Protezione Civile delle 18. Una messa laica che si ripete ogni giorno e tutti con l’orecchio teso ad ascoltare i numeri, le parole, le impressioni e quelli che vedono ottimismo e quelli che sentono che non è ancora abbastanza e tutta una ridda di opinioni che inondano le televisioni, internet e le radio, spesso discordanti se non addirittura opposte.

Ci misuriamo la febbre tutti i giorni e tutti i giorni il nostro termometro è un elenco di numeri messi in colonna che determinano l’andamento della nostra giornata, dei nostri umori, della nostra speranza come se vi fosse tutto lì, quello che siamo e quello che saremo, come se l’unica via possibile sia uscirne il prima possibile per tornare a essere quello che eravamo. Tutti incollati a capire quando finirà tutto come se il fato fosse l’unico giudice e noi qui, inermi a subire il destino con quell’infantile voglia di schiudere gli occhi e sperare che tutto finisca come quando si era bambini.

Ma non siamo bambini, no, e quei numeri forse andrebbero presi un po’ meno sul serio. Il vicedirettore de Il Post lo scrive perfettamente in un suo post: i “contagiati” non sono il numero dei contagiati poiché ormai anche la Protezione Civile riconosce che sono almeno dieci volte di più, i “morti” sono molti meno di quelli che sono morti al di fuori degli ospedali e non sono stati tamponati, i “guariti” comprendono un enorme numero di persone che sono state dimesse dall’ospedale ma non risultano ancora guarite e i “tamponi” non sono le persone che sono state sottoposte a tampone ma il totale dei tamponi eseguiti anche sulla stessa persona. Insomma, un po’ poco per affidare a questi numeri il senso della nostra vita e di quella che verrà.

Se ci pensate in compenso si parla in continuazione di quando finirà (i medici non sanno più come dire che è una domanda a cui non si può rispondere ora, c’è una sola risposta, vaccino) e poco o niente di come fare. Ma dove sono i tamponi? Dove sono le mascherine? Come li riconosciamo i presunti sani che invece sono malati quando domani rientrano in fabbrica? Siamo d’accordo che il tracciamento delle persone sia la soluzione più rapida e funzionale a disposizione? Perfetto, a che punto siamo? C’è qualcuno che ha una visione di come vivere una normalità che saremmo costretti a cambiare? Con quali strumenti? Con quali regole? In un Paese normale, se ci pensate, in un Paese maturo, il dibattito si farebbe su questo, già da un bel pezzo. Anche perché oggi è il 14 aprile e molta gente è tornata a lavorare. E la domanda è sempre la stessa: come?

Buon martedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

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