È la storia di una donna come tante: Maria Rosa, mamma e nonna

Gentilissimi, mi scuso in anticipo se ruberò un po’ del vostro prezioso tempo.
Voglio raccontarvi una storia. Non è una storia a lieto fine però, è una storia triste… Mi spiace, ma desidero condividerla.
Anche voi potrete, se vorrete, condividerla.

È la storia di una donna come tante: Maria Rosa, mamma e nonna.

Un giorno, è l’11marzo del 2020, Maria Rosa si ammala, un po’ di tosse, un po’ di febbre, è ancora inverno dopotutto, sarà un po’ di influenza, pensa. Chiama il medico curante, riferisce i sintomi, il medico le prescrive un antibiotico. Nello stesso periodo in Cina non se la passano bene, c’è uno strano virus che miete vittime. Provoca una malattia sconosciuta: Covid-19.
Anche in Italia comincia a farsi sentire… Si dice che attacchi prevalentemente gli anziani, insomma persone in età avanzata, con diverse patologie croniche. Per prudenza è meglio chiudersi in casa, lasciare fabbriche uffici e scuole…però per i più giovani, per chi è sano, potrebbe essere poco più che un’influenza.

Maria Rosa è a casa, convalescente, prende il suo antibiotico, la tachipirina per fare scendere la febbre, ma è proprio spossata. Strano, non si ammala quasi mai. Telefona alle sorelle per distrarsi, anche loro hanno la febbre, sì una febbre un po’ subdola, non passa.
Ormai sono 6 giorni che è ammalata, è proprio sfinita, ma che accidenti di influenza, pensa, davvero tosta.
Il medico le ha raccomandato di continuare con l’antibiotico, la tachipirina all’occorrenza, ne sta seguendo molti di casi così in questi giorni.

Intanto i figli la aiutano un poco a mangiare, ha trascurato i pasti e ha perso le forze, non riesce più ad alzarsi dal divano, la notte non riesce a dormire. Ha bisogno di bere l’acqua a piccoli sorsi con il cucchiaino. “Ma che sapore! È amara, come si fa a berla?” Pensa Maria Rosa.
I figli le misurano la pressione: nella norma, la febbre: sempre tra i 37.5 e i 38.5.
“Mamma ma, respiri bene?” Le chiedono. “Sì, mi sembra di sì perché?” “Non è meglio telefonare al n. verde, quello regionale?” “Quello per il Covid?” Risponde lei, il tono preoccupato.
L’operatore dice di continuare così. Maria Rosa deve stare a casa, seguire scrupolosamente le indicazioni del medico. Se non c’è affanno va bene così. “Anche se sviene?” Chiedono i figli. “Anche se non riesce a bere da sola? E va imboccata, e accompagnata al bagno, perché se fa due passi, stramazza a terra.” “Sì, accuditela come state facendo, misurate la febbre ecc… ecc…”

I figli sono perplessi, ma si fidano delle indicazioni ricevute. Se non c’è affanno…però meglio mettersi mascherina e guanti quando la accudiscono. Nessuno lo ha detto… ma potrebbe essere Covid, no?
Passano due giorni, i polpastrelli di Maria Rosa sono blu, il viso paonazzo. La febbre però non è alta, tosse non ce n’è quasi più.

È il 20 marzo. Nove giorni dai primi sintomi. Sono le 12.00. I figli capiscono che non si può andare oltre. Bisogna chiamare il 112. Mamma non riesce più a mangiare, bere, stare in piedi e ora nemmeno a parlare. “Ma se non c’è affanno…” Dice l’operatore del 112.
“Quindi non si può ricoverare?” “Accuditela come state facendo”. “Ma sviene di continuo. Senta, noi non siamo medici. Almeno diteci che parametri dobbiamo valutare. La febbre non è molto alta: 37.5 massimo 38.00. La pressione è nella norma… Cos’altro dobbiamo controllare?” Chiedono i figli.
“Ok, adesso vi faccio richiamare da un’infermiera che vi potrà aiutare…”

Sono le 17.00, nessuna infermiera ha chiamato. Nel frattempo i figli hanno richiamato loro altre due volte il 112.
Alla fine c’è l’affanno.
Sono circa le 19.00 quando arriva l’ambulanza. Il display del saturimetro indica 45.
L’operatore della SOS scuote la testa. Forse il saturimetro non è tarato bene: 45 non è un valore compatibile con la vita.
Rimisura: 45.
Ora Maria Rosa ha tutte le carte in regola, può essere ricoverata.

I figli non la rivedranno più.
Seguiranno 25 giorni di tortura.

“Tampone positivo: è Covid” “Ricoverata già in condizioni critiche” “Polmonite severa” “È con il casco, ma non ossigena bene”.
“Gli esami clinici non sono buoni…purtroppo.” “La spostiamo in terapia intensiva. Non possiamo garantire nulla. Parenchima già cicatrizzato” I figli osano chiedere quello che non voglio credere: “La accompagnate alla morte, ora?” ” Mmmhhh, no, cioè vediamo… può succedere tutto”.
“Il fisico sì, era sano prima. In ottime condizioni ma ha avuto una risposta immunitaria violenta” “Ci sono complicazioni. Embolia coronarica” “In queste condizioni…trapianto di polmoni non possiamo permettercelo”.
“Ci spiace… Non possiamo fare nulla di terapeutico, non abbiamo farmaci specifici. Non risponde agli antivirali, è tutta scoagulata.” “Ma non molliamo, facciamo una trasfusione.”

È il 14 aprile. Ore 9.00 circa, l’ultima telefonata.
“Ecco, volevamo prepararvi. Sul volto della mamma si notano i segni dell’agonia”.
“Capisco…” Risponde la figlia. “Siete stati gentili e coraggiosi, so che avete fatto tutto il possibile. Non possiamo venire a vederla, vero?” “No, ci spiace moltissimo…non è possibile” Sospira la dottoressa, la voce incrinata.
La figlia: “Avrei un ultimo desiderio” “Sì, certo”. La dottoressa accosta il telefono all’orecchio di Maria Rosa, è sedata ed incosciente da 12 giorni.
La figlia sussurra nella cornetta: “Ti voglio bene mamma. Ti vogliamo bene, riposa in pace.”

Maria Rosa muore il 14 aprile, nel primo pomeriggio, aveva 61 anni, era in salute.

Maria Rosa era mia madre.
Io e miei fratelli attendiamo un tampone da 40 giorni. Forse ora potremo fare un test sierologico. Ma siamo asintomatici.
Se non c’è sintomo… (“Se non c’è affanno…”) Aspettiamo il sintomo… presto o tardi…

Vi ringrazio per aver condiviso il mio dolore.

Cordialmente, Isabella (dalla Provincia di Como)

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

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