Orrore in Italia: due neonati sbattuti in cella con le mamme, ora ci sentiamo tutti più sicuri…

Nei giorni scorsi in Emilia Romagna sono entrati in carcere due bambini. Uno ha 7 mesi e ha varcato le porte del carcere con la madre che doveva scontare venti (20!) giorni di pena, l’altro di 17 mesi è figlio di una donna sottoposta al carcere per un provvedimento di custodia cautelare. Nonostante la legge 62 del 21 aprile 2011 preveda l’obbligo di istituire le case famiglia protette proprio per evitare del tutto l’ingresso in carcere di bambini, in tutto il Paese solo Roma e Milano sono dotate di strutture di questo tipo: alcuni bambini continuano a vivere periodi più o meno lunghi, insieme alle loro mamme, in spazi ristretti, poveri e disfunzionali, limitati nei movimenti, nelle possibilità di sviluppo e con un sistema sano di relazioni.

«Si continua ad assumere decisioni e a valutare situazioni senza tenere ben presenti le esigenze specifiche dei bambini connesse alla loro crescita, i diritti sanciti da norme internazionali e nazionali, in particolare l’interesse superiore del fanciullo che, come indicato dall’articolo 3 della Convenzione Onu, deve orientare tutte le scelte relative alle persone di minore età», hanno rimarcato in una nota la Garante per l’infanzia e l’adolescenza dell’Emilia Romagna, Clede Maria Garavini e il Garante regionale dei detenuti, Marcello Marighelli.

Maringhelli spiega a Il Riformista che «la situazione legislativa è in una situazione di attesa, un po’ lunga: la legge che istituisce le case protette per l’esecuzione è del 2011, poi abbiamo avuto un decreto attuativo nel 2013 che definisce le caratteristiche delle case protette in convenzione con gli enti territoriali».

In realtà nella previsione di bilancio c’è circa un milione e mezzo di euro che lo Stato deve distribuire alle regioni per finanziare queste iniziative ma, ci spiega Maringhelli, «mancano i decreti per la distribuzione. Era previsto un termine entro il 28 febbraio ma ancora non si vede. Anche se negli ultimi giorni si sta muovendo qualcosa».

«Tra l’altro – spiega il Garante regionale dei detenuti – non si capisce bene quale sia l’orientamento: io e la mia collega saremmo favorevoli a non pensare a strutture nuove che creano situazioni di contenimento ma utilizzare le attuali reti mamma-bambino, verificare le disponibilità garantendo le caratteristiche del ministero a tutela del bambino (come accesso alla scuola, ai servizi). Dobbiamo tenere sempre a mente che l’interesse principale è il bambino».

Eppure la condizione di bambini che si ritrovano ad affrontare l’impatto del carcere scontandone poi i traumi sembra interessare poco al dibattito pubblico e al dibattito politico: che dei bambini scontino una pena che non è la loro interessa solo agli addetti ai lavori e poco altro. Ci sono riforme che tardano ad essere applicate perché evidentemente non se ne sente l’urgenza. «Anche perché non è una cosa così costosa – spiega Maringhelli – noi abbiamo monitorato i flussi: in Emilia Romagna nel 2019 sono passati 15 bambini, nel 2020 11 e nel 2021 siamo già a 6. Presenze anche di pochi giorni. Un’accoglienza non sarebbe così difficile da realizzare. L’entrata e l’uscita dal carcere è sempre un momento traumatico. Noi ci mettiamo molta attenzione, io mi interesso di tutti i casi, abbiamo un monitoraggio in piedi, l’amministrazione penitenziaria me le comunica ma solo grazie all’impegno di direttori e funzionari si riesce a ridurre il disagio a questi bambini che entrano e escono».

La vicepresidente della Regione Emilia Romagna Elly Schlein auspica «una forte collaborazione interistituzionale che possa portare, in una Regione come la nostra in cui i comuni già collaborano con una rete di comunità di accoglienza di soggetti fragili, comprese madri con bambini, a individuare modalità che intervengano addirittura a monte, laddove la normativa vigente lo consenta, evitando lo stesso ingresso di minori nel carcere».

Poi a ben vedere ci sarebbe anche la Costituzione e la domanda su che valore rieducativo possano portare 20 giorni di pena in cella per una mamma e il suo bambino.

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