Dramma in carcere nell’indifferenza, quanti altri ne devono morire?

Non basta la difficile situazione della struttura e le condizioni dei detenuti che per più di un mese sono rimasti senza acqua e energia elettrica nella dodicesima sezione, nel carcere di Sollicciano. L’altro ieri sera intorno alle 22 un detenuto del carcere fiorentino è stato ritrovato morto nella sua cella. La vittima è un tunisino di 43 anni che avrebbe perso i sensi dopo avere infilato la testa nello spioncino della cella riservato al passaggio del cibo.

L’uomo era detenuto nella sezione transito, dove stanno i detenuti appena entrati o trasferiti da un altro istituto o che non devono scontare una pena definitiva. Le prime ipotesi parlano di suicidio o di incidente: spesso i detenuto usano lo spazio per il cibo, largo una decina di centimetri, per vedere il passaggio nel corridoio, un gesto comune anche per chiamare le guardie. Le prime ipotesi parlano di un probabile attacco di panico, dovuto probabilmente al fatto di essersi incastrato e quasi subito avrebbe perso i sensi per poi morire per soffocamento. Certo è che mentre il detenuto era agonizzante nessuno si sarebbe accorto di nulla poiché le guardie erano impegnate in un altra cella dove un detenuto stava dando in escandescenze danneggiando gli interni. La Procura ha aperto un’indagine per cercare di capire come sia successo che quell’are sia rimasta così a lungo incustodita.

“La notizia della morte di un giovane detenuto, avvenuta questa notte nel carcere di Sollicciano, riempie di dolore tutti coloro che hanno come valore primario il rispetto della vita delle persone e l’umanità del carcere. Alla memoria di questo giovane va tutto il nostro pensiero, ed alla sua famiglia tutta la nostra vicinanza di uomini prima che di Istituzioni. A lui auguriamo di riposare con quella pace che probabilmente non ha avuto in vita. Noi attendiamo di conoscere le cause della morte”. Così il Garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, appresa la notizia del detenuto trovato morto nella sua cella a Sollicciano. “La sua morte – continua Fanfani – ripropone con durezza rutti i temi inevasi della condizione carceraria che già l’anno passato, con tre suicidi, erano balzati all’attenzione dell’opinione pubblica. In carcere non si muore per caso. Il carcere così come lo conosciamo noi è la precondizione per forme psichiatriche più o meno gravi che quasi sempre portano ad atti autolesionistici, l’anno passato solo a Sollicciano se ne sono contati 700, e spesso portano al suicidio”.

“Se nessuno resta insensibile alla morte di un detenuto, nessuno può esimersi dal denunciare con fermezza che il sistema carcerario quale attualmente è, salvo rare eccezioni, è indegno di un Paese civile”. “In carcere – prosegue il Garante – manca tutto ma soprattutto manca la prospettiva di una vita futura migliore di quella lasciata che non possono garantire da soli né la grande opera del volontariato, né piccoli interventi settoriali delle Istituzioni che rispetto alla dimensione del fenomeno sono piccolissima cosa”. Sollicciano non è da meno, perché accanto ai problemi del sistema carcerario italiano, assomma i difetti di una struttura inadeguata che ormai si pone fuori del tempo”. Il sistema carcerario nel suo complesso, a detta di Fanfani, “avrebbe necessità di una visione umanistica ed antropocentrica che esaltasse il dettato costituzionale, avendo come unica prospettiva il recupero della dignità e umanità dei singoli. Forse in questo modo si eviterebbe qualche morto”.

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