Campo profughi di Lipa, la dignità calpestata con i nostri soldi

L’importante è che non si veda. Accade nel Mediterraneo, dove qualsiasi testimone è un ospite indesiderato per la cosiddetta Guardia costiera libica che deve avere campo libero per respingere e riportare i disperati nelle illegittime prigioni finanziate dall’Europa, e accade anche sull’altopiano nella municipalità di Bihać, in Bosnia Erxegovina dove si tange il confine con la Croazia. Qui sorge il “nuovo” campo di Lipa a cui ha dedicato un dossier la rete RiVolti ai Balcani (composta da diverse realtà tra cui Amnesty International e la rivista Altreconomia) dal titolo “Lipa, il campo dove fallisce l’Europa”.

Qui si legge, ancora una volta, il fallimento di una Europa che utilizza tecnologia di controllo ampiamente finanziate dall’Ue volte a «creare deterrenza, respingere, disincentivare il passaggio, confinare. Droni, aerei, telecamere termiche, scanner dei volti, muri di cinta attorno ai campi […], filo spinato, non solo lungo i confini ma anche come forma di monitoraggio nei nuovi campi, inaugurati nelle isole greche dell’Egeo di Samos, Kos e Leros, che presto diventeranno modello da esportare dentro e fuori l’Ue». Il modello dei campi di confinamento «dove rinchiudere le persone sospendendone vite e diritti» sembra la risposta principale dell’Europa nell’ottica del contenimento dei flussi migratori, in barba al principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra e del divieto di tortura di cui all’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

«La medesima pratica dei respingimenti illegali -si legge nel report- è continuata al confine croato-bosniaco nonostante la denuncia del Comitato europeo per la prevenzione della tortura presso il Consiglio d’Europa, le inchieste giornalistiche e la recente sentenza della Corte europea per i diritti umani che ha condannato la Croazia per la morte di Madina Hussiny, vittima di un respingimento insieme al resto della sua famiglia effettuato dalla polizia croata nel 2017». Si tratta di persone che non cercano protezione in Bosnia ed Erzegovina, ma cercano di arrivare in altri Paesi europei. Del resto in tutto il 2021 solo 3 persone hanno ottenuto in territorio bosniaco lo status di rifugiato. Il Temporary reception Centre (Trc) di Lipa (che sostituisce il vecchio distrutto da un incendio) può ospitare 1.500 persone suddivise tra 1.000 posti dedicati a uomini singoli, 300 posti per persone appartenenti a nuclei familiari, 200 posti per minori non accompagnati.

Al 6 dicembre 2021 le persone dislocate all’interno erano 3821. Si tratta di un centro finanziato con soldi Ue al 50 per cento, poi Austria e Germania con un 20 percento a testa, la Svizzera e anche l’Italia, con 1,5 milioni di euro. Numeri e fatti che, scrivono gli autori, «si inquadrano nel crollo generale del sistema giuridico europeo di tutela dei diritti umani». «Il centro che si vuole “temporaneo” è in realtà un luogo di confinamento dove la dignità umana è calpestata», si legge nel rapporto. Non è una situazione “temporanea” e nemmeno “eccezionale”: è la precisa scelta europea nel continuo appalto dei confini. Pagato anche da noi.

L’articolo Campo profughi di Lipa, la dignità calpestata con i nostri soldi proviene da Il Riformista.

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