Ne siamo usciti feroci

Lo chiamano tutti “Mauro da Mantova” perché trovare un nome d’arte, con la città di provenienza come i soldati della disfida di Barletta, è un ulteriore modo per gigioneggiare con i no vax da spendere come fantomatici personaggi da avanspettacolo per qualche punto di share.

Così Mauro Buratti, 61enne carrozziere di Curtatone, ha avuto il privilegio di diventare un personaggio “famoso”, di quella popolarità che costa l’essere ogni giorno più cretini per autopreservarsi come ospite e ogni giorno, come chiedeva il copione, ne sparava una sempre più grossa. Ospite della trasmissione La Zanzara su Radio24 (condotta da Cruciani e Parenzo che usavano Buratti come foca da ammaestrare con il pallone al naso) “Mauro da Mantova” ha interpretato tutta la letteratura dei complottisti peggiori, quelli per cui il virus non esiste e quella dei poteri forti e tutta quell’orribile serie di cretinate. Accortosi che fare gli scemi funziona Buratti si è perfino vantato di essere andato in giro per la sua città a infettare gli altri. Mentre i conduttori e gli ascoltatori si divertivano un mondo e gli inserzionisti si fregavano le mani per lo share che “Mauro da Mantova” contribuiva a collezionare.

Poi Buratti si è ammalato. Già quando sono uscite le prime notizie del suo ricovero la rete si è riempita di commenti furiosi e disumani, speranzosi di una morte del terribile “no vax” secondo il mortifero criterio del “punirne uno per educarne cento”. Nella guerra fratricida tra opposte fazioni ormai vige un “mors tua vita mea” che fa schifo da entrambe le parti, come se avessimo sdoganato l’augurio di morte come unica soluzione per la salute pubblica. Lo so, è qualcosa di inumano e schifoso ma è normale che giocando sempre al ribasso alla fine si arrivi a toccare il fondo. In più c’è un problema: toccare il fondo funziona, vende, fa vendere. In entrambi i sensi. I tifosi si infervorano e ognuno può sognare di diventare influencer della propria fazione.

I medici dell’ospedale di Borgo Trento avevano confermato la gravità delle condizioni dell’ex carrozziere lo scorso 11 dicembre, al Corriere della Sera: «Lo dovevamo intubare prima ma per un’intera giornata si è opposto con caparbietà: solo quando le cose sono peggiorate ha cambiato idea». Perfino la “caparbietà” nel cretinismo diventa una virtù.

“Mauro da Mantova” è morto e qualcuno è riuscito addirittura a esultare, senza accorgersi di essere un estremista esattamente come lui. Ma la ferocia peggiore si legge nel finto lutto di chi il personaggio di Mauro l’ha allevato e l’ha fomentato per qualche spettatore in più. Il conduttore Giuseppe Cruciani lo ricorda con una lettera aperta (che torna utile per riempire un’altra puntata) in cui scrive «eri felice quando qualcuno ti riconosceva per strada e ti chiedeva un selfie». È la realizzazione del presagio di Andy Warhol quando diceva che tutti avrebbero avuto i propri 15 minuti di celebrità. Solo che la morte di Mauro ci dice almeno due cose: che essere celebri in tempi di pandemia può costare in termini di disinformazione e che quella celebrità conquistata mostrando la parte peggiore di sé finisce per innescare la parte peggiore anche degli altri.

E la felicità di chi vede realizzarsi la morte di un no vax è lo schifoso ingrediente finale.

Buon mercoledì.

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