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Il dramma di Lorenzo, muore la nonna ma gli viene negato il funerale: “Poteva coltivare il ricordo con il raccoglimento intimo”

Un detenuto chiede di poter partecipare ai funerali della nonna morta il primo gennaio, l’unico affetto che gli è rimasto, ovviamente scortato come prevede la legge, ma la magistrata di sorveglianza Angela Salvio nega l’autorizzazione poiché «il ricordo della nonna – scrive – può essere coltivato con la preghiera e il raccoglimento intimo». La notizia arriva dal carcere romano di Rebibbia, dal reparto G9 al primo piano dove sono rinchiusi i detenuti che si sono macchiati di reati particolarmente gravi e che non possono avere contatti con gli altri.

Lorenzo B. ha 30 anni e un grave omicidio alle spalle, può interagire solo durante le messe, durante le feste e appunto durante gli incontri con i familiari. Evidentemente nemmeno la morte dell’unico rapporto con il mondo esterno è un buon motivo per godere del diritto del lutto. Non sono passati molti giorni da quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso del suo insediamento bis al Quirinale aveva detto chiaramente che «dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza». Agli osservatori più attenti non è sfuggito che quel passaggio non fu applaudito all’unisono a differenza delle altre parole del Capo dello Stato: il carcere come strumento di vendetta continua ad essere un pregiudizio che non si riesce a scrollare.

Nella normativa penitenziaria, almeno sulla carta, l’ordinamento penitenziario dovrebbe assegnare grande rilevanza al mantenimento delle relazioni familiari. La famiglia è presente nell’ordinamento penitenziario come “soggetto verso cui il detenuto ha diritto di rapportarsi”, e in questo senso è considerata una risorsa nel percorso di reinserimento sociale del detenuto. Per questo i rapporti con la famiglia sono uno degli elementi del trattamento individuati dall’art. 15 dell’Ordinamento Penitenziario ponendo l’attenzione sul difficile equilibrio tra l’esigenza punitiva dello Stato e la garanzia dei diritti fondamentali. Le regole penitenziarie europee all’art. 64 stabiliscono che “la detenzione, comportando la privazione della libertà, è punizione in quanto tale. La condizione della detenzione e i regimi di detenzione non devono quindi aggravare la sofferenza inerente ad essa, salvo come circostanza accidentale giustificata dalla necessità dell’isolamento o dalle esigenze della disciplina”.

Le relazioni familiari sono considerate un elemento essenziale nel successivo art. 65, dove si legge che “ogni sforzo deve essere fatto per assicurarsi che i regimi degli istituti siano regolati e gestiti in maniera da: (…) lettera c) mantenere e rafforzare i legami dei detenuti con i membri della loro famiglia e con la comunità esterna, al fine di proteggere gli interessi dei detenuti e delle loro famiglie”. E non è un caso che i familiari dei detenuti siano spesso considerate “vittime dimenticate”. Esistono, è vero, esigenze di ordine pubblico e di tutela della collettività di cui il magistrato di sorveglianza deve farsi carico, ma la legittima aspettativa di un detenuto di partecipare a un grave evento familiare è sancito anche dalla Corte di Cassazione che già in una sentenza del 2015 insisteva sulla “umanizzazione della pena” soprattutto in caso di eventi che possano «incidere profondamente nella sua vicenda umana» e quindi «sul grado di umanità della detenzione» e «sul suo percorso di recupero».

La ministra della Giustizia Cartabia, nella sua veste di Giudice costituzionale, rivolgendosi ai detenuti del carcere romano di Rebibbia, in un incontro tenutosi il 4 ottobre 2018, affermava: «Incidere sui rapporti familiari significa spostare l’affettività della pena anche su persone che non hanno commesso reati». A Rebibbia invece siamo arrivati all’obbligo di preghiera come sostitutivo dell’affettività, siamo oltre al semplice compito di sorveglianza della magistratura: si nega un diritto al lutto e addirittura si impone una modalità di elaborazione. Sicuri che vada bene così?

L’articolo Il dramma di Lorenzo, muore la nonna ma gli viene negato il funerale: “Poteva coltivare il ricordo con il raccoglimento intimo” proviene da Il Riformista.

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